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QUI POSTULAZIONE #16 ▪ Insieme in Gesù Sacramentato

Da Venezia il 9 dicembre 1860 il Venerabile Angelo Ramazzotti risponde da Patriarca alle giovani Sordomute, ospiti a Pavia nella casa delle Figlie della Carità (Canossiane), che ha seguito quand’era vescovo di quella diocesi.

Esse lo vorrebbero ancora tra loro e lui, con profonda spiritualità, le invita a fare del loro accostarsi alla Comunione il tramite per soddisfare quanto desiderato, affermando che: «Possiamo trovarci insieme anche su questa terra nel Cuore di Gesù». Ed aggiunge: «Quando io ricevo Gesù Sacramentato trovo nel Suo Cuore tutti i vostri affetti perché tutto il vostro cuore lo avete donato a Gesù».

La sua esortazione la accogliamo non solo per poterci sentire accanto a quanti sono lontani ma anche per meglio comprendere quanto insegnatoci dal Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’Unità del corpo mistico: l’Eucaristia fa la Chiesa. Coloro che ricevono l’Eucaristia sono uniti più strettamente a Cristo. Per ciò stesso, Cristo li unisce a tutti i fedeli in un solo corpo: la Chiesa. La Comunione rinnova, fortifica, approfondisce questa incorporazione alla Chiesa già realizzata mediante il Battesimo» (n. 1396).

 

Alle Sordo-Mute
nella casa delle Figlie della Carità in Pavia

V.G.M.

 

Carissime Figlie del Signore

Il Signore mi ha mandato la santa ispirazione di scrivervi.

La vostra lettera mi ha portato una grandissima consolazione. Voi volete la mia benedizione: mille benedizioni vi mando e tutte dal più profondo del cuore. Voi desiderate molto di veder me: ancor io desidero moltissimo di veder voi.

Possiamo trovarci insieme anche su questa terra nel Cuore di Gesù.

Quando io ricevo Gesù Sacramentato trovo nel Suo Cuore tutti i vostri affetti perché tutto il vostro cuore lo avete donato a Gesù; anch'io voglio donar davvero una volta questo povero mio cuore a Gesù, e voi nel SS. Sacramento troverete insieme agli affetti di tanti altri cuori veramente santi anche gli affetti di questo cuore mio miserabile.

Aiutatemi con le vostre Orazioni a diventar santo: allora anche le mie preghiere saranno più efficaci per voi.

Voi dite che adesso siete ignoranti, che in Paradiso sarete sapienti e potrete allora venir liete davanti a me. Sapete chi è ignorante davvero? Chi non conosce Dio, chi non sa parlare a Dio, chi non Lo ama. Voi Lo conoscete, Lo amate, Gli parlate di cose che Gli sono tanto care; dunque non siete ignoranti. Se volete essere sapienti molto anche adesso, amate molto il Signore: non importa che non sappiate parlare agli uomini. Anche la lingua degli uomini più eloquenti ha da marcire sotto terra, ma non perirà mai il merito che vi fate parlando amorosamente col Signore, se seguiterete ad amarlo.

La vostra lettera mi è stata di un gran conforto. Vi ringrazio, ringraziate la vostra Maestra, preghiamo insieme e Dio ci bene­dica

Vostro Affezzionatiss.
Padre in G. C.o
+ Angelo Patriarca

Venezia li 9 del 1860

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QUI POSTULAZIONE #15 ▪ Giovanni Battista Mazzucconi da quarant'anni Beato

Giovanni Battista Mazzucconi da quarant’anni Beato

Roma, Basilica di San Pietro, 19 febbraio 1984. Giovanni Paolo II dichiara Beato Giovanni Battista Mazzucconi, martirizzato in Oceania nel 1856, a sei anni dalla fondazione del suo Seminario delle Missioni Estere di Milano. Il 30 luglio 1850 era stato tra i primi alunni a dargli vita, novello sacerdote ordinato il precedente 25 maggio nel Duomo della città di Milano dove era nato l'1 marzo 1826.

Da Milano, dove era nato l'1 marzo 1826, parte nel 1852 per assolvere al primo incarico affidato da Propaganda Fide al suo Istituto: guidare il Vicariato apostolico di Micronesia e Melanesia dopo la rinuncia dei Padri Maristi. Un compito forse troppo oneroso per chi come lui e i suoi compagni, diversamente da quei missionari, era alla prima esperienza evangelizzatrice. Non tanto per il dover affrontare carestie e malaria per i quali i loro corpi si debilitarono e uno dei catechisti perse la vita; quanto nell’abbattere gli ostacoli che impedivano l’instaurarsi di qualsiasi dialogo costruttivo con le popolazioni di quelle isole. Ad iniziare da quelle di Woodlark e Rook (oggi Uroie sulle quali essi avviarono le loro stazioni missionarie e che decisero di lasciare dell’agosto 1856 per tornarvi dopo aver ricevuto ordini in merito da parte dei loro Superiori e di Propaganda Fide.

Invitato dal Superiore della Missione a trascorrere un periodo di riposo a Sydney per ritemprare il fisico gravemente compromesso, Mazzucconi venne ucciso proprio dagli isolani di Woodlark quando fece ritorno in missione dopo circa quattro mesi di assenza.

Fu nel settembre di quel 1856, in un giorno non precisato quando già i suoi confratelli erano in rotta per l’Australia dove speravano non fosse già partito. Una partenza anticipata anche per mettere in salvo la vita durante una faida tra i clan locali. Saliti a bordo della nave incagliatasi nella rada prospicente il loro villaggio, essi, dopo aver finto di accoglierlo benevolmente, uccisero alcuni membri dell’equipaggio, gli si avventarono addosso, lo decapitarono con una scure e ne gettarono in mare la testa ed il corpo.

Del suo martirio, menzionato nell’allegato testo dell’omelia tenuta nella Messa per la beatificazione,  si ebbe notizia solo nell’aprile 1857 al ritorno a Sydney della nave inviata a cercarlo.

Proprio da Sydney il 20 aprile 1855 così scriveva Padre Giovanni Battista Mazzucconi al Direttore del suo Istituto, Don Giuseppe Marinoni, circa la missione fino ad allora svolta assieme ai suoi compagni.

«Ora io arrivato qui a Sydney ieri sera, trovo i compagni tanto aspettati (dall’Italia, n.d.r) non vengono, che il nostro Seminario ha ricevuto altre incombenze, che in fine si dubita di queste missioni.  Quali esse siano lo potrà in parte ricavare dalle lettere del buon prefetto (padre Reina, n.d.r.) e del Padre Salerio. Ora io credo di dovermi prender la libertà di manifestare fatti e intenzioni che non si trovano in quelle lettere.  Il Padre Salerio da vari scritti a vari pare che sia proprio ridotto in uno stato di quasi impotenza e dimanda con istanza che gli si sostituisca un altro Superiore, perché dice, non vuol pensare che a morire. Il P. Reina mi diceva che lo stabilimento di Rook bisogna trasportarlo altrove; che il cuore basta a morire, ma non regge all’idea di mettere altri compagni a tale prove.

Quando allo stato dei poveri naturali, lo vedrà dalla lettera che il P. Reina scrive ai Vescovi, sono affatto bassi e non abbiamo ancora fatto nulla direttamente. Il cuore si riempie di lacrime all’idea di abbandonare anche solo per ora tanti popoli che vi sono in quelle isole, il meglio sarebbe per avere mezzi e ministri per tutti, ma se la carità è costretta a scegliere, ad eleggere un popolo e abbandonare un altro, ogni uomo, il più zelante per il Signore e la religione, dirà che il meglio è scegliere popoli un po’ più vicini allo stato civile, più prossimi a dare qualche frutto e che non richiedono mezzi tanto enormi. C’è un grado di abbrutimento dal quale gli uomini si rialzano d’ordinario, più è per la stanchezza e l’opera del tempo che alla voce di alcuni loro simili. Non bisogna disperare, anzi, tutta la fiducia, ma bisogna scegliere dove gli ostacoli sono anche univocamente minori […]».

 

Omelia Beatificazione Mazzucconi

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QUI POSTULAZIONE #14 ▪ Sant’Alberico Crescitelli, martire in Cina

Sant’Alberico Crescitelli, martire in Cina

Oggi 18 febbraio la Chiesa cattolica celebra la memoria liturgica del primo Santo del Pontificio Istituto Missioni Estere: il sacerdote Alberico Crescitelli, nato ad Altavilla Irpina il 30 giugno 1863. 

Il PIME ha infatti avuto origine dalla fusione del Seminario delle Missioni Estere di Milano con l’Istituto romano di cui faceva parte l’odierno festeggiato: il Pontificio Seminario dei Santi Pietro e Paolo per le Missioni Estere che lo accolse nel 1880.

Sacerdote dal 1887, Alberico Crescitelli fu destinato dai suoi Superiori nello Shensi meridionale in Cina, per dove partì l’anno seguente.

Prima di lasciare l’Italia, però, trovandosi nella sua città natale, vi si trattenne alcuni mesi per soccorrere i colerosi, impegno per il quale il Governo italiano gli conferì la medaglia di bronzo.

Nel 1900 i Superiori lo inviarono nel distretto di Ningqiang dove non vi era alcuna comunità cattolica e la popolazione era sotto la tirannia dei signorotti locali. Partendo affermò loro: «Non so cosa mi aspetta. Ad ogni modo, vita e morte sono nelle mani di Dio» e alla madre scrisse: «Io sono nelle mani di Dio, e sono contento: solo spero di fare la sua volontà, e null’altro desidero». Sapeva bene che l’atteggiamento nei confronti dei missionari era cambiato a seguito degli sconvolgimenti politici in Cina, mai immaginando che il 1° luglio di quell’anno un decreto imperiale ne avrebbe ordinato l’espulsione o l’uccisione qualora non avessero lasciato il paese. Esso stabiliva anche che i cittadini cinesi che avevano abbracciato il cristianesimo dovevano rinunciare alla loro fede per avere salva la vita.

In quel mese Crescitelli si trovava Yanzibian «perché mi fu detto che molti vogliono convertirsi, e di fatto mi si dice ancora che sono molti», come scrisse al suo vescovo, Mons. Pio Giuseppe Passerini, che inutilmente lo esortava a lasciare il villaggio perché pericoloso per la sua vita. Era impegnato anche nel dare i sussidi governativi ai contadini colpiti dalla recente carestia, attività che per i suoi detrattori era solo in favore di quanti fossero divenuti cristiani.

La sera del 20 luglio, quando dando ascolto a quanti lo invitavano a raggiungere un luogo sicuro stava allontanandosi dal villaggio, venne catturato per essere subito sottoposto a tortura.

L’indomani gli aguzzini, che uccisero anche altri cristiani, lo decapitarono usando un coltellaccio a mo’ di sega e gettarono nel vicino fiume il suo cadavere mutilato anche di gambe e braccia.

Fu morte in odium fidei, come subito riconobbe il suo vescovo Passerini, anche se la si volle far passare inizialmente per giustizia nei confronti di chi si asseriva essersi illegalmente arricchito con il denaro dell’imperatore.

Tale certezza, che il vescovo espose in una dettagliata relazione del martirio, fece sì che la Congregazione dei Riti (l’attuale Dicastero delle Cause dei Santi) lo autorizzasse, con decreto del 5 marzo 1910, a costituire un tribunale per dare avvio al Processo ordinario allora previsto dalle leggi ecclesiastiche. Prima tappa del lungo percorso che si sarebbe concluso novant’anni dopo quando Padre Alberico Crescitelli fu tra i duemila martiri cinesi canonizzati nella storica celebrazione svoltasi nella Basilica di San Pietro l'1 ottobre 2000.

 

Se mi domandate se si stia meglio qui o altrove, devo rispondere che non saprei dirlo, tanto più che non sono ancora andato nelle nuove località. Senza dubbio questo distretto, essendo composto da molte piccole e lontane comunità, obbliga a star sempre in viaggio, cosa poco comoda.

Però siccome si sta sempre tra i monti, l’aria e migliore, ed anche l’acqua. Del resto mi pare di scorgere che il Signore mi dia più forza quando ne ho bisogno […]

State di buon animo e non vi prendete pensiero per me.

Io sono nelle mani di Dio, e sono contento; solo spero di fare la sua volontà, e null’altro desidero.

C’è il buon Angelo Custode che ha cura di me.

Qual dubbio vi può essere che Dio, che mi vuole qui, non permetterà che caschi neanche un capello dalla mia testa senza il suo beneplacito?

Credetemi: altrove potrei avere più comodità o meno incomodi, ma non potrei star meglio nel vero senso della parola, non potrei avere più pace, e contentezza…

Se Dio vorrà che avversità mi accadano, ciò avverrà affinché si verifichi il detto: Beati coloro che piangono perché saranno consolati.

Epistolario, Corrispondenza n. 275, (Alla Madre), 11 marzo 1900 

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QUI POSTULAZIONE #13 ▪ In ricordo di Padre Pietro Manghisi

In ricordo di Padre Pietro Manghisi (Monopoli, 7.1.1899 - Mongyu, Myanmar, 15.2.1953)

 

«Grazie della sua offerta. Se l’offerta poi fosse lei stesso, sarebbe molto più gradita».

Così nel 1922 si vide rispondere Pietro Manghisi, allora nel Pontificio Seminario Regionale di Molfetta, per il suo contributo in favore dell’appena avviato Seminario Meridionale per le Missioni Estere, mai immaginando che a dirigerlo come rettore sarebbe stato lui stesso ventisette anni dopo.

L’esortazione rivoltagli da Padre Paolo Manna, che allora era alla guida dell’Istituto, si sarebbe concretizzata il 14 settembre 1922 quando, entrando in quel seminario a Ducenta, iniziò il cammino verso l’ordinazione sacerdotale del 6 giugno 1925 e l’arrivo in missione nel successivo mese di settembre.

Sua destinazione fu la Missione di Kengtung, nella allora Birmania (ora Myanmar) dove anche era stato Padre Manna che, andatolo a trovare durante la visita canonica del 1936 fatta come Superiore Generale del PIME, disse di lui: «È un po’ impacciato, ma premurosissimo. Sembra un po’ sciupato. Mi mostra i sentieri per i quali si va ai suoi villaggi. Deve sapere una vita assai dura. È però assai contento».

Una “vita dura”, quella di Padre Manghisi in Birmania, iniziata a Mong Ping – a meno di 80 km da Kengtung –, la prima delle tante comunità sparse tra foreste e «monti impraticabili senza sentieri e con un tempo piovigginoso che fa venire l’uggia e accascia l’animo già oppresso dalla solitudine», come egli scrisse al suo parroco nel 1927. A lui confesso anche: «Se non fosse per l’amor di Dio, per convertire le povere anime, nemmeno a caricarmi d’oro sarei capace di fare questa vita».

Non curante dei pericoli ai quali sarebbe potuto andare incontro, nel 1937 ottenne dalle autorità inglesi anche il permesso addentrarsi tra le montagne abitate dai tagliatori di teste Wa, dai quali, ben accolto, fu anche aiutato nel realizzare la sua abitazione, il dispensario, l’orfanatrofio e la cappellina. Il tutto fino all’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 che significò prima, da parte dei belligeranti inglesi, il divieto di accesso nelle montagne dei Wa e la residenza forzata nella cittadina di Lashio; poi le angherie della Kempetai, la polizia segreta giapponese, dalla quale per cinque giorni fu anche percosso e maltrattato.

Dall’aprile 1945, terminato il secondo conflitto mondiale, Lashio – a più di 500 km da Kengtung – divenne la nuova base operativa di Padre Manghisi, che qui fece anche da cappellano alle truppe americane di stanza. La lasciò alcuni mesi nel 1949 quando fu richiamato in Italia per dirigere il seminario di Ducenta.

La sua assenza fu però di breve durata perché alla fine di quell’anno risiedeva nuovamente in Birmania da poco divenuta indipendente. Il 31 dicembre, infatti, era stato fissato come termine ultimo per il rientro dei sacerdoti il cui visto di soggiorno, come nel suo caso, era stato emesso prima del 1930. Come stranieri, anche i missionari erano stati allontanati dal paese per permettere al governo di tenere meglio sotto controllo i reazionari, dei quali Padre Galastri così scrisse dalle montagne prossime al confine con la Cina durante l’anno trascorso tra i suoi Wa una volta tornato dall’Italia: «Qui c’è molta miseria. Durante le lotte tra i ribelli ho avuto dei morti tra i cristiani, tra cui un catechista. Ora abbiamo paura che ci piovino addosso i comunisti cinesi».

Rientrato stabilmente a Lashio nel 1951, venne ucciso proprio da quei “ribelli” la domenica mattina del 15 febbraio 1953 sulla Burma Road in direzione Mongyu. Era una strada sconsigliatagli da molti perché a rischio di agguati, ma che gli permetteva di raggiungere l’accampamento dei soldati governativi a Nampaka per celebrarvi la messa.

Padre Manghisi morì mentre era alla guida della jeep sulla quale viaggiavano anche tre persone che aveva raccolte lungo la via e che morirono assieme a lui.

L’unico a salvarsi dell’equipaggio fu il suo catechista, testimone dell’assalto e del successivo rogo col quale i ribelli, per cancellare qualsiasi traccia dell’agguato, bruciarono la vettura e il corpo del missionario col cranio crivellato dai colpi di mitragliatrice.

Dal 1960 una croce bianca ricorda ai viandanti il luogo dell’eccidio.

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QUI POSTULAZIONE #12 ▪ Nel ricordo della morte del Beato Padre Alfredo Cremonesi

Nel ricordo della morte del Beato Padre Alfredo Cremonesi (7 febbraio 1953)

Padre Alfredo Cremonesi, originario di Ripalta Guerina dove era nato il 16 maggio 1902, trascorse gli ultimi due anni di formazione al sacerdozio nel seminario del PIME, e ricevuta l’ordinazione nel 1924 l’anno seguente fu inviato in Myanmar, paese asiatico allora chiamato Birmania.

Destinato al Vicariato Apostolico di Toungoo, operò tra i Cariani anche durante la Seconda Guerra Mondiale, subendo limitazioni di libertà nel suo ministero in quanto italiano, prima dagli inglesi poi dai giapponesi.

Terminato il conflitto, forte anche delle preghiere delle persone care, ritornò ai suoi villaggi, dove prestò assistenza agli abitanti anche durante il conflitto successivo all’indipendenza del Paese nel 1948.

Fu proprio in quello di Donokù (oggi Kyaukpon) che diede la vita per difenderne la popolazione dalle truppe governative che la ritenevano a favore dei reazionari. Era il 7 febbraio 1953.

Martire per la fede, è stato beatificato a Crema il 19 ottobre 2019.

Della bellezza della Missione così ne scriveva:

«Ma voi vedete che un povero missionario, già indebitato, non può certo moltiplicare i catechisti.

E’ una cosa umiliante parlare così, ma non si scappa.

Noi missionari domandiamo sempre per prima cosa la preghiera.

Il nostro è il più misterioso e il più meraviglioso lavoro che sia dato all’uomo non di compiere, ma di vedere: convertire anime ed anime così rozze che non hanno nessuna idea di soprannaturale.

È un miracolo più grande di ogni altro miracolo.

Per questo abbiamo un immenso, urgente bisogno di preghiere».

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QUI POSTULAZIONE #11 ▪ Padre Carlo Osnaghi

Padre Carlo Osnaghi (Milano, 25.10.1899 - Yejigang, Cina, 2.2.1942)

Cinquecentomila dollari, tanto era, per i suoi sequestratori filo-comunisti, il valore della vita di Padre Carlo Osnaghi, missionario del PIME rapito il 12 gennaio 1942 in Cina. Una somma che mai avrebbero però percepito: la notte del successivo 2 febbraio, essi lo uccisero seppellendolo vivo, con le mani e i piedi legati, in una fossa scavata fuori del villaggio di Yejigang.

La Cina era allora in guerra con il Giappone e la missione di Padre Osnaghi, laddove fu rapito, si trovava nella “terra di nessuno” dove operavano bande brigantesche insieme alla IV Armata rossa.

Prima di lui, il 19 novembre, i militari cinesi avevano ucciso a Dingcun i confratelli Mons. Antonio Barosi e i sacerdoti Mario Zanardi, Bruno Zanella, Gerolamo Lazzaroni.

Nel darne notizia alla madre, Padre Osnaghi – partito dall’Italia per la missione cinese di Kaifeng nel 1924 – concluse la lettera indirizzatale per il Santo Natale del 1941 con queste parole che possono costituire il suo testamento spirituale:

«La vita è nelle mani di Dio e se a Lui, al par di quelli che ci hanno testé preceduti, vorrà il sacrificio della nostra vita, ben volentieri lo faremo, sicuri che i nostri cari avranno la fortezza di accettarlo generosamente e perdonare a coloro che saranno i nostri carnefici come noi oggi l’abbiamo fatto per le nostre vittime e lo faremo se per caso sarà la medesima sorte per noi»[1].

 

[1] Il Vincolo, n. 28, gennaio 1942, p. 26.

 

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QUI POSTULAZIONE #10 ▪ Padre Manna e la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani

Padre Manna e la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani

Padre Paolo Manna è stato definito da Paolo VI “il più grande ecumenista del secolo”, tale è stato l’impegno che ha profuso per l’unità dei cristiani. Il suo pensiero ha segnato la strada al cammino fatto dalla Chiesa e che l’ha portata alla costituzione del Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani, al Concilio Vaticano II e alla promulgazione dei tre documenti conciliari relativi alla stessa: Unitatis Redintegratio, Nostra Aetate e Dei Verbum.

Nel 1941 il suo libro I Fratelli Separati e Noi. Considerazioni e Testimonianze sulla riunione dei Cristiani fu fondamentale per «diffondere una sempre più larga conoscenza del problema, e – come si legge nella Presentazione alla seconda edizione dell’opera – contribuire a formare nei cattolici quella psicologia unionista tanto necessaria se questa grande causa di Dio deve avvicinarsi verso una felice soluzione». Esso fu un vero e proprio “manuale di Ecumenismo”, le cui pagine, come scrisse l’Autore, «non hanno altra pretesa fuori di quella di far presente a quanti leggeranno che esiste un problema della divisione dei cristiani, di farne sentire la realtà e di ispirare propositi di cooperare alla sua missione». Ossia quella missione che il Manna identificava nella Chiesa come «la realizzazione del grande programma di Gesù Cristo, di raccogliere tutti gli uomini in un solo Ovile e sotto la guida di un solo Pastore».

Stiamo vivendo la Settimana per l’unità dei Cristiani (18-25 gennaio 2024), iniziativa alle cui origini sono anche le “Settimane di studio” e l’“Ottavario di preghiere” in essere al tempo del Manna e finalizzate “per l’unità della Chiesa”. Ovvero «per il ritorno all’unità dei nostri fratelli che se ne allontanarono», come egli scrisse aggiungendo al riguardo: «È come quando preghiamo per la nostra conversione, o per quale degli altri peccatori. Non preghiamo per la santità della Chiesa, ma per il nostro ritorno a questa santità, che col peccato disonorammo, ma non potemmo intaccare».

Un ritorno alle origini, questo, che il sacerdote invitava ad attuare partendo dallo studio dell’ecumenismo nei seminari, dai contatti con i cristiani divisi, dalla promozione di conferenze, dialoghi o quant’altro idoneo a creare una base di conoscenza e di confidenza reciproca. Sottolineando, però, come tutto sia inutile «se non vien tolto l’ostacolo del peccato, che sta all’origine della grave situazione ed è pure causa del suo perpetuarsi. Bisogna che i cristiani divisi rientrino in se stessi, si umilino nel riconoscimento dei loro torti, aderiscano di più a Dio e ne implorino l’aiuto con fervide preghiere. La ricostruzione della cristianità unita nella sua originaria unità è un fatto assolutamente spirituale e solo per le vie dello Spirito si può effettuare».

A tutti noi oggi è dato, seguire le orme di Padre Manna e, accogliendo l’invito del Dicastero per l’Unità dei Cristiani, trovare opportunità in tutto l’arco dell’anno per esprimere il grado di comunione già raggiunto tra le chiese e per pregare insieme per il raggiungimento della piena unità che è il volere di Cristo stesso.

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I brani citati e quelli riportati in allegato sono tratti dalla terza edizione, data alle stampe nel 1944, del libro di Padre Paolo Manna I Fratelli separati e noi. Considerazioni e testimonianze sulla riunione dei Cristiani.

Allegato: Manna e i Fratelli separati.pdf

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QUI POSTULAZIONE #9 ▪ Memoria liturgica del Beato Paolo Manna

Memoria liturgica del Beato Paolo Manna

Padre Paolo Manna è stato beatificato il 4 novembre 2001. Da allora la memoria liturgica viene celebrata il 16 gennaio, suo dies natalis.

Superiore Generale del PIME dal 1926 al 1934, nei due anni precedenti guidò il Seminario delle Missioni Estere di Milano.

Il 4 ottobre 1925 partecipò per la prima volta alla cerimonia per la partenza dei suoi missionari e a loro rivolse un discorso d’addio. Fu l’occasione per manifestare la gioia nell’inviarli nella vigna del Signore e per offrire consigli spirituali per il servizio in terra di missione. Tra di essi l’invito a rivolgersi alla SS. Vergine e a mettere sotto la sua materna prote­zione la nuova vita in cui stavano per entrare.

È un’esortazione rivolta anche a noi e che dobbiamo accogliere con certezza figliare. La stessa che è stata di S. Teresa d’Avila quando, da bambina, chiese alla Madonna di esserle accanto nel cammino della vita dopo la morte della madre.

* * *

Ma non posso chiudere queste brevi parole senza aggiungere un'altra raccomandazione.

Voi partite e lasciate qui le vostre famiglie; lasciate, molti di voi, un'amatissima madre, un padre, dei fratelli, delle sorelle. Troverete, sì nelle missioni chi terrà per voi il posto del padre, dei fratelli, del­le sorelle, ma la madre nelle missioni non c'è; la madre non è sostituibile. Perciò vedete con quanto ardore dovete fin da questo momento rivolgervi alla SS. Vergine e mettere sotto la sua materna prote­zione la nuova vita in cui state per entrare e dirle: Mater, monstra te esse matrem [Madre, mostra di essere madre]. E non dubitate della efficacissima, potentissima assistenza di que­sta divina Madre su di voi.

Essa vi è obbligata: par­tite per gli interessi del suo divin Figlio, partite anche per Lei, -per farla conoscere, amare, venerare da nuovi figli. È anche per voi che continuerà ad avverarsi la profezia: Ecce enim ex hoc beatam me dicent omnes generationes [D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata (Lc 1, 48)].

La vostra vocazione è la vocazione di Maria: dare Gesù al mondo e con Gesù ogni bene, con Gesù la vita eterna. Voi siete ancor più fortunati, voi date al mondo anche Maria. SiateLe dunque devotissimi: fatevene un proposito speciale. Siate devotissimi della Madonna e dalla sua protezione avrete un aiuto quasi infinito. E se avrete a favor vostro la protezione della Ma­dre di Dio, chi sarà contro di voi? E a favore di chi sarà Maria se non dei continuatori della grande opera del suo Figliuolo e dei propagatori del Suo culto?

                                                                                                             (dal 1° Discorso ai Partenti - Milano, 4 ottobre 1925)

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QUI POSTULAZIONE #8 ▪ Solennità di Maria SS. Madre di Dio

Solennità di Maria SS. Madre di Dio

Il 1° novembre 2023, Solennità di Tutti i Santi, dalla Postulazione Generale del PIME abbiamo iniziato a condividere con voi quanto di spiritualmente arricchente per il cammino verso la santità alla quale ognuno di noi è chiamato.

Null’altro che condivisioni familiari – alle quali stanno seguendo i vostri graditi riscontri – partecipate in occasione di significativi momenti per la vita del nostro Istituto e della Chiesa, così come lo è l’odierna Solennità di Maria SS. Madre di Dio.

Maria è la nostra Madre celeste che rende “visibile” la via della santità sulla quale ci conduce con sicurezza.

A lei offriamo con voi questa preghiera di San Giovanni Paolo II condivisa nell’Angelus del 1° novembre 1993, lo stesso giorno in cui, trent’anni più tardi, vi abbiamo raggiunto per la prima volta con “Qui Postulazione”.

Vergine Maria,

Regina dei Santi e modello di santità!

Tu oggi esulti con l’immensa schiera

di coloro che hanno lavato le vesti

nel “sangue dell'Agnello” (Ap 7, 14).

Tu sei la prima dei salvati,

la tutta Santa, l’Immacolata.

Aiutaci a vincere la nostra mediocrità.

Mettici nel cuore il desiderio

e il proposito della perfezione.

Suscita nella Chiesa,

a beneficio degli uomini d’oggi,

una grande primavera di santità.

A Maria chiediamo anche di accompagnare il nostro servizio ecclesiale: alla Postulazione Generale è chiesto di offrire modelli sicuri da seguire, per i quali vi sia stata o sia in corso la Causa di beatificazione e canonizzazione; inoltre di far conosce silenti testimoni della Fede, per la quale alcuni hanno anche dato la vita.

Come un guardiano del faro, essa cerca di far sì che la luce di Santi, Beati, Venerabili, Servi di Dio e Battezzati illumini il cammino del Popolo di Dio.

Tutti loro, come noi, sono stati chiamati ad assumere l’umanità perché il santo, come detto da G. Bernanos, “si sforza di realizzarla nel miglior modo possibile, si sforza di avvicinarsi il più possibile al suo modello Gesù Cristo, cioè a colui che è stato perfettamente uomo”.

Maria, che l’ha visto accadere per trent’anni nella casa di Nazareth ed è rimasta vicina al Figlio sino ai piedi della Croce, sempre con Lui e accanto a Lui anche nell’Oggi, ci sia di aiuto.

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QUI POSTULAZIONE #7 ▪ Mons. Angelo Ramazzotti Venerabile

Mons. Angelo Ramazzotti Venerabile

Otto anni fa Angelo Ramazzotti veniva riconosciuto Venerabile.

Era il 14 dicembre 2015, infatti, quando Papa Francesco, ricevendo il Cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ed accogliendo e ratificando i voti espressi dalla stessa nella relazione presentatagli, dichiarava: «Nel caso presente e per gli scopi prefissi, consta che il Servo di Dio Angelo Ramazzotti, Vescovo di Pavia e Patriarca di Venezia, Fondatore del Pontificio Istituto per le Missioni Estere, ha esercitato in grado eroico le virtù teologali della Fede, della Speranza e della Carità sia verso Dio che verso il prossimo; e ha esercitato allo stesso modo le virtù cardinali della Prudenza, della Giustizia, della Temperanza e della Fortezza e quelle ad esse annesse».

Questo riconoscimento – così riportato al termine dell’allegato Decreto sulla eroicità delle virtù. la cui pubblicazione fu disposta dal Papa quello stesso giorno – fa di Angelo Ramazzotti, per la Chiesa cattolica, un esempio sicuro da seguire nel cammino di ciascuno verso la santità.

E’ un cammino durante il quale, qualora il Signore compierà un miracolo grazie alla sua intercessione, potremo vedere il Venerabile Ramazzotti iscritto nel libro dei Beati, ulteriore tappa nel procedere della sua Causa di beatificazione e canonizzazione, il cui percorso compiuto fino alla pubblicazione di questo decreto è stato così condensato nello stesso documento: «In virtù della fama di santità goduta dal Servo di Dio, dal 13 febbraio 1976 al 16 febbraio 1978 presso la Curia ecclesiastica di Milano fu celebrato il Processo Diocesano, la cui validità giuridica è stata riconosciuta da questa Congregazione con decreto del 4 dicembre 1998. Preparata la Positio, si è discusso, secondo le norme, se il Servo di Dio avesse esercitato le virtù in modo eroico. Con esito positivo si svolsero il Congresso peculiare dei Consultori Teologi, il 3 marzo 2015, e il l° dicembre dello stesso anno la Sessione ordinaria dei Padri Cardinali e Vescovi (presieduta dallo stesso Card. Amato, n.d.r.)».

Allegato: Ramazzotti - Decreto virtù eroiche.pdf

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