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QUI POSTULAZIONE #22 ▪ Ricordando Padre Salvatore Carzedda (1943-1992)

Martire del dialogo interreligioso, Padre Salvatore Carzedda è morto nelle Filippine il 20 maggio di trentadue anni fa. Quel giorno tornava in auto a casa al termine di un seminario tra cattolici e musulmani organizzato da Silsilah, il movimento per il dialogo che aveva fondato assieme al confratello Sebastiano D’Ambra.

A ucciderlo con diversi colpi pistola a Zamboanga, sull’isola di Mindanao, sono stati due integralisti islamici che con le loro moto hanno affiancato l’autovettura che guidava, schiantatasi poi contro un palo della luce.

La sua salma, onorata anche dai musulmani prima di lasciare le Filippine, ora riposa nel cimitero di Bitti, la cittadina nel nuorese dove è nato ed è stato anche ordinato sacerdote nel 1971.

Ben lontano dall’essere uno strumento di conversione, ma considerato come l’unica strada per costruire una società nuova anche nella pluralità delle confessioni, il dialogo interreligioso è stato per lui il punto fermo per la sua missione nelle Filippine. Tanto da aver sfruttato i tre anni della trasferta negli USA per motivi d’Istituto, per frequentare la facoltà di Missiologia della Catholic Theological Union e laurearsi difendendo la tesi: Il Gesù del Corano alla luce del Vangelo. Alla ricerca di una via per il dialogo.

Tesi universitaria, poi stampata da Silsilah, nella quale Padre Carzedda ha espresso così l’auspicio a lui caro: «I musulmani sul Nuovo Testamento e i cristiani sul Corano dovrebbero cominciare a fare i conti con una nuova comprensione di quanto i Libri Sacri rappresentano. Entrambi sbaglierebbero ad abbandonare la sfida del dialogo e l’esperienza dell’incontro a causa delle incongruenze tra le due fedi. Il mio tentativo è invece quello di facilitare una nuova comprensione e un nuovo ascolto reciproco, senza livellare le differenze tra le tradizioni religiose. E a guidarmi è la convinzione che il dialogo con l’Islam è possibile e necessario per porre fine alle dolorose incomprensioni che vanno avanti da secoli».

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QUI POSTULAZIONE #21 ▪ «Cella serena e secreta» cercansi

Il 16 maggio 1902 a Ripalta Guerina, in provincia di Crema, nasce Padre Alfredo Cremonesi.

Martirizzato in Myanmar nel 1953, lo ricordiamo con questo passaggio di una sua lettera redatta quando già era in missione da quasi 12 anni. Il suo bisogno di un silenzioso spazio interiore è invito a trovarlo nella nostra quotidianità per fermarsi e arricchirsi spiritualmente non solo con la preghiera.

Nella mia vita ho sempre avuto un desi­derio immenso di vita solitaria e claustra­le. Mi è sempre sembrato bello e sublime vivere una vita di preghiera, di meditazione, di silenzio e di ritiro, ed invece mi tocca fare la vita del missionario, che è la vita più varia, più zeppa di gente e di parole, più esterna e rumorosa di qualunque altra vita. Le confesso davvero che quando scri­vo a delle claustrali, mi si rinnova questa immensa nostalgia per questa bella vita e devo fare dei begli atti di rassegnazione alla volontà di Dio. Dunque mi aiuti lei a essere claustrale almeno di fatto, se non di apparenza. Mi interceda da Gesù la gra­zia di una intensa vita interiore, in modo che anche in mezzo ad una vita necessa­riamente dissipata, io mi abitui a trovare nel mio cuore la mia cella serena e secreta dove solo Gesù è ammesso. Non è poco questo che le chiedo. È nullameno che un aiuto necessario ed efficace per realizzare la mia santificazione.

(Lettera a suor Agnese, 4 agosto 1937)

 

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QUI POSTULAZIONE #20 ▪ Il Papa missionario

Dieci anni fa veniva canonizzato Giovanni XXIII.

Non solo il Papa buono, il Papa del sorriso, ma anche il Papa del PIME, che nel “Proprio” liturgico dell’Istituto ne fa memoria il 27 aprile. Lo stesso giorno in cui nel 2014 il pontefice è stato canonizzato assieme a Giovanni Paolo II.

Grande infatti è la stima e l’affetto da sempre nutrito dal PIME per Angelo Roncalli, il quale non mancava di ricordare con piacere quanto accadutogli nell’autunno del 1910: poter consegnare presso la Casa Madre dell’Istituto a Milano i crocifissi ai missionari partenti. Una visita della quale avrebbe poi detto: «Nelle conversazioni confidenti con alcuno degli anziani tornati dai campi di evangelizzazione, mi sentivo come preso da una edificazione e da tenerezza ineffabile, che non era ancora a tal punto da accendere in me una vocazione missionaria, ma educava il mio spirito alla ammirazione per chi si sentiva chiamato e rispondeva correndo per quella via audace e misteriosa».

Allora Don Angelo era segretario particolare del Vescovo di Bergamo e quello fu uno dei suoi primi contatti con la realtà missionaria al servizio della quale fu chiamato, tra il 1920 e il 1926, come Presidente del Consiglio Nazionale Italiano dell’Opera della Propagazione della Fede. «Anni passati a Propaganda Fide – avrebbe scritto –, durante i quali, tra altre esperienze, avemmo occasione di conoscere di persona tanti Missionari, di apprezzarne la solida formazione, l’ardente spirito apostolico, i sacrifici noti soltanto a Dio». Chiamato a coordinare la cooperazione missionaria in Italia si ritroverà accanto a Padre Paolo Manna, futuro superiore generale del Pime e fondatore della Unione Missionaria del Clero nel 1916, alla quale era stato uno dei primi ad iscriversi.

Se le spoglie mortali del suo Fondatore riposano a Milano, il PIME lo deve proprio a Roncalli, che da Patriarca di Venezia, come lo è stato Angelo Ramazzotti, ne ha accolto la richiesta di traslarle dalla città lagunare. Lui stesso le ha anche accompagnate durante il viaggio conclusosi il 3 marzo 1958 nella Chiesa di San Francesco Saverio.

Così è sempre grazie a lui se l’Istituto, per il quale egli ha sempre mostrato grande ammirazione, può tutt’oggi disporre della sua casa natale a Sotto il Monte. Una donazione che è stata sempre a cuore al pontefice, così come il Seminario missionario costruitovi accanto e del quale ha benedetto la prima pietra il 18 marzo 1963 e con affetto ne ha fatto ricordo prima. Doni fatti con affetto e ricordati con queste parole a missionari del PIME che gli hanno fatto visita poco prima che morisse il successivo 3 giugno: «Sono contento di partire da questa terra pensando che dal mio piccolo paese partiranno tanti missionari per portare al mondo Gesù e il suo amore».

Del suo breve pontificato, rimangono tante altre manifestazioni di affetto per l’Istituto e le Missioni.

Tra di esse quanto accaduto l’11 ottobre 1959 nella Basilica di San Pietro: la consegna del Crocifisso a 510 missionari, dei quali quindici del PIME, a cui ha rivolto anche queste parole in una omelia dalla quale emerse il suo profondo animo missionario: «Diletti figli! L’immagine del Crocefisso, che abbiamo consegnata a ciascuno di voi, come suggello e viatico della vostra missione, vi ricorderà la via da percorrere per assicurare piena fecondità al vostro lavoro. Il Cristo confitto sul legno, annientato dal doloroso supplizio, tende le mani come per abbracciare tutti gli uomini. Egli vi insegnerà a qual prezzo si ottiene la salvezza del mondo. Egli è il modello e l’esempio da seguire: “a Lui arriva solo chi cammina – sono ancora parole di S. Leone – per il sentiero della sua pazienza e della sua umiltà. In tale cammino non manca la pena affannosa della fatica, né la nube della tristezza, né la procella della paura. Voi troverete le insidie dei cattivi, le persecuzioni degli infedeli, le minacce dei potenti, le offese dei superbi: tutte cose che il Signore delle virtù ed il Re della gloria – Dominus virtutum et Rex gloriae – ha percorso nella figura della nostra infermità ... proprio perché, fra i pericoli della vita presente, non desideriamo di scansarli con la fuga, ma piuttosto di superarli con la pazienza” (Serm. 67, 6; PL 54, 371‑2). Non riponete fiducia in altre astuzie o sussidi di umana ispirazione».

 

In allegato il testo integrale della Omelia dell’11 ottobre 1959

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QUI POSTULAZIONE #19 ▪ Ricordando Padre Tullio Favali

L’undici aprile 1985 perdeva la vita sull’isola filippina di Mindanao Padre Tullio Favali.

Nato a Sacchetta di Sustinente (MN) il 10 dicembre 1946, egli era entrato nel PIME nel 1978 per iniziarvi nuovamente il cammino verso il sacerdozio, interrotto otto anni prima nel Seminario diocesano di Mantova quando era prossimo al suddiaconato. La fede vissuta nel modo più semplice e diretto e la «solidarietà con gli ultimi nel condividere la durezza della vita» avevano fatto chiarezza sulla sua vocazione missionaria.

Sull’isola era giunto diciassette mesi prima per aiutare il confratello Padre Peter Geremia, parroco di Tulunan, tra la popolazione oppressa dal governo dittatoriale del Generale Marcos. «La Chiesa è solidale ed alza la voce di protesta, in difesa degli oppressi – avrebbe scritto al riguardo il nuovo arrivato circa l’impegno ecclesiale –. Spesso i poveri e gli indifesi trovano unico appoggio e sostegno nella Chiesa, che si muove tra molte difficoltà e con poco risultato, dovendo affrontare un potere troppo forte e corrotto. Siamo dunque un segno di speranza e promotori della giustizia… Il nostro lavoro pastorale si svolge tra la gente di condizioni più umili e il nostro stile di vita tende a uniformarsi allo stile semplice ed essenziale della gente comune. È una scelta di vita, e non solo condizione sofferta e subita. Mi accorgo che la gente si aspetta molto dal prete. Voglio essere più partecipe e coinvolto nel cammino di questo popolo duramente provato dalla sofferenza».

Sarebbe dovuto partire per la Papua Nuova Guinea, ma continuando a tardare i visti necessari, aveva ottenuto di recarsi nelle Filippine per esser più vicino ai bisognosi e condividere con essi la durezza della vita. Sempre ponendosi nelle mani del Signore come scrisse nell’agosto del 1984: «Sono arrivato in questa ‘terra promessa’ nel novembre scorso e sono aperto ad un futuro che si costruisce secondo un piano preciso e con l’apporto di tutti coloro che si lasciano guidare dallo Spirito. Sarò anch’io uno dei tanti che cercano di capire questo disegno attraverso le vicende quotidiane e darò il mio contributo perché il piano del Regno di Dio diventi reale e visibile».

A ucciderlo furono i membri di una banda armata filogovernativa che, dopo un primo colpo al torace e un altro una volta caduto in ginocchio, continuarono a sparare sul suo corpo inerme per poi pestarlo e farne oggetto di scherno. Loro bersaglio, come in seguito appurato, sarebbe dovuto essere il confratello Geremia considerato comunista per l’appoggio dato alla popolazione angariata. Questi, però, quando gli giunse da una frazione vicina la richiesta di aiuto di un parrocchiano ferito dalla stessa banda, non si trovava in parrocchia e a prestare soccorso fu lo stesso missionario che vi giunse in moto.

«Vivere a fianco della gente e dare priorità alla persona umana che va accolta come tale, va rispettata e amata, perché mi rivela il volto di Cristo», aveva scritto Padre Favali all’inizio della sua missione e coerente a questo impegno ha vissuto. A testimoniarlo furono anche le oltre tremila persone che parteciparono al suo funerale, dopo il quale le spoglie mortali furono portate nel cimitero di Balindog dove tutt’oggi riposano

Sua questa preghiera a ringraziamento dell’essere dono per il prossimo, così come lui è sempre stato:

O Signore,

dacci la forza di rinnovare ogni giorno il nostro impegno,

dacci il coraggio di continuare nei momenti di oscurità,

illumina le nostre menti perché possiamo trovare le vie migliori

per arrivare al cuore dei nostri fratelli.

Mantienici svegli perché siamo tentati di adagiarci.

Dacci la passione per gli altri

anche se ciò comporta maggiore sofferenza.

Grazie, Signore,

per questa giornata, per le persone che ho incontrato, per le cose che ho scoperto.

Affido a te

le mie preoccupazioni e la mia gente, con tutti i suoi problemi.

Ti chiedo

di poter rispondere alle tue aspettative a quelle della gente.

Amen.

 

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QUI POSTULAZIONE #18 ▪ Una Santa Pasqua in navigazione

L’otto aprile 1855 Giovanni Battista Mazzucconi trascorse la sua ultima Pasqua in alto mare. Stremato per i giorni di tempesta che l’avevano preceduta, ma felice di sentirsi, lui e l’equipaggio, “veramente come resuscitati”, circondato da un mare calmo sul quale il sole tanto desiderato risplendeva come “una cosa nuova”.

Era in viaggio verso Sydney per rimettersi in salute come desiderio del suo Superiore, e di quanto accaduto durante quella Settimana Santa ne raccontò ai famigliari quando era prossimo al rientro in Missione con la Gazelle, a bordo della quale sarebbe stato martirizzato nel successivo mese di settembre.

Una morte, la sua, che aveva visto da vicino durante quella navigazione e lo fece riflettere, come deve far riflettere anche noi, che ci si deve sempre mettere nella mani del Signore, dal quale qualsiasi cosa si riceva “è sempre una grazia, una benedizione” per la quale ringraziarlo.

 

Carissimi Genitori, miei cari Fratelli e Sorelle.

Dopo quasi 4 mesi che mi trovo qui in Sydney lontano dalle mie isole, dai miei compagni, da’ miei figli, eccomi finalmente alla vigilia della mia partenza.

Domani mi metterò a bordo e sabato, dopodomani, sarò già in alto [mare] alla volta di Woodlark. Quest’anno, quando io mi trovavo in mare per venire a Sydney, il Mercoledì della Settimana Santa ci sorprese un uragano che ci ruppe le vele, le corde e la metà superiore di un albero; poi ci spinse ad errare pel mare senza direzione, e con poca speranza per quattro giorni finché il sole di Pasqua risplendé come una cosa nuova sopra di noi e noi eravamo veramente come risuscitati. Ebbene quel Dio che mi salvò in allora sarà con me anche in questo viaggio e se io non l’abbandono, Egli vuole essere con me per sempre, e finché Egli è con me, tutto ciò che mi può accadere sarà sempre una grazia, una benedizione di cui lo dovrò ringraziare.

Se nel pericolo Egli vorrà ritirarsi o farà mostra di dormire sulla punta della nave, io, come gli apostoli, anderò a risvegliarlo e a fargli vedere il mio pericolo. Che se poi non volesse ascoltare, allora gli dirò: Signore comanda ch’io venga a Voi; e la mia anima camminerà sulle acque, anderà ai suoi piedi e starà con Lui contenta per sempre.  

Sì, miei cari, abbiamo un altro paese, un’altra patria, un regno dove ci dobbiamo radunar tutti, dove non vi saranno più separazioni né partenze, dove i dolori e i pericoli passati non serviranno che ad aumentare la consolazione e la gloria. 

Dalla Lettera di Giovanni Battista Mazzucconi datata Sydney 16 agosto 1855

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QUI POSTULAZIONE #17 ▪ Ricordando Fratel Felice Tantardini

Felice Tantardini, originario di Introbio nella lombarda Valsassina, è stato un missionario del Pime che per sessantanove anni ha vissuto in Myanmar, ancora Birmania quando vi giunse ventiquattrenne nel 1922. Non un sacerdote ma un “fratello cooperatore”, come allora erano chiamati i laici consacrati del Pontificio Istituto Missioni Estere che, accogliendolo nel 1921, gli permise di aiutare con la sua maestria nell’arte del ferro quella parte dell’Asia dove è morto il 23 marzo 1991 ed ancora è ricordato come il Fabbro di Dio.

 

Basso di altezza, il che lo “confondeva” tra la popolazione per la quale ha lavorato ricevendo grande stima, è stato “alto” nel testimoniare una vita totalmente dedicata a Dio e ai fratelli. Per essi è stato un faro spirituale, vero esempio del cammino verso la santità tanto da essere riconosciuto “Venerabile” nel 2019 durante la Causa di beatificazione e canonizzazione avviata nei suoi confronti dallo stesso Pime.

Fratel Tantardini ha vissuto al servizio della Missione con totale donazione di se stesso, non solo come fabbro, ma anche quale falegname, idraulico, carpentiere, sacrista o catechista. Il suo lavorare, che viveva come “passione indomabile”, era solo per il Signore tanto da fargli affermare: «Per me il lavoro è una passione, grazie al buon Dio mi è indifferente sia il luogo come le persone. Il lavoro lo faccio per il buon Dio, è da lui che aspetto la pensione dopo la mia morte». Per questo, fintantoché la salute glielo permise, trovò naturale prestare aiuto alle missioni anche di altri istituti.

 

Grande apostolo tra le montagne e le valli delle diocesi di Taungngu e Taungyyi, egli, l’uomo dell’incudine e del martello, usati in compagnia della fedelissima pipa, è stato anche l’uomo del Rosario. Nessun nuovo lavoro intrapreso senza prima averlo recitato e offerto a Maria assieme all’accensione di una candela; mai uno spostamento da un villaggio all’altro fatto senza sgranare la corona mariana, nessun giorno in cui non abbia recitato le centocinquanta Ave Maria. La preghiera mariana per eccellenza difatti, fin da bambino lo legava strettamente alla Madonna, la sua “mamma celeste” che, come affermò, «mi ha sempre protetto con cura tutta particolare e mi ha liberato da tanti pericoli sia materiali che morali, e solo in Paradiso, ove spero di andare, potrò ringraziarla meno inadeguatamente».

 

Definito “amico di Dio, amico degli uomini e nemico di nessuno”, Tantardini ha vissuto la quotidianità col sorriso sempre sul volto perché era “felice” di nome e di fatto all’insegna di quel nomen omen di latina memoria. Felice in modo particolare di seguire la volontà del Signore anche dinanzi alle privazioni di cui scrisse: «la mia passione per i lavori specialmente di ferro, non potendo più stare nelle mie mani è quasi completamente scomparsa e si è riversata più verso i poveri più bisognosi e, materialmente e spiritualmente». Oppure nell’obbedire agli ordini dei suoi superiori, che spesso erano vere dimostrazioni di affetto come quando il vescovo di Taungyyi, constatato il calo della vista e l’aumento della sordità, lo invitò a limitarsi alla sola preghiera. Occasione che lo portò ad appuntare: «Ora invece è il tempo di pregare il buon Dio e la Madonna molto anche per me per ottenere la grazia di una totale conversione per me e anche per gli altri».

 

Della sua avvincente e spiritualmente esemplare vita rimane traccia nelle memorie autobiografiche redatte su invito del suo vescovo e pubblicate nel 1972 con l’emblematico titolo di “Il Fabbro di Dio”: un inestimabile dono come le chiese, le case e le scuole che ha realizzato in quella Birmania a lui cara dove la sua tomba continua ad essere meta di pellegrinaggio a Paya Phyu.

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QUI POSTULAZIONE #16 ▪ Insieme in Gesù Sacramentato

Da Venezia il 9 dicembre 1860 il Venerabile Angelo Ramazzotti risponde da Patriarca alle giovani Sordomute, ospiti a Pavia nella casa delle Figlie della Carità (Canossiane), che ha seguito quand’era vescovo di quella diocesi.

Esse lo vorrebbero ancora tra loro e lui, con profonda spiritualità, le invita a fare del loro accostarsi alla Comunione il tramite per soddisfare quanto desiderato, affermando che: «Possiamo trovarci insieme anche su questa terra nel Cuore di Gesù». Ed aggiunge: «Quando io ricevo Gesù Sacramentato trovo nel Suo Cuore tutti i vostri affetti perché tutto il vostro cuore lo avete donato a Gesù».

La sua esortazione la accogliamo non solo per poterci sentire accanto a quanti sono lontani ma anche per meglio comprendere quanto insegnatoci dal Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’Unità del corpo mistico: l’Eucaristia fa la Chiesa. Coloro che ricevono l’Eucaristia sono uniti più strettamente a Cristo. Per ciò stesso, Cristo li unisce a tutti i fedeli in un solo corpo: la Chiesa. La Comunione rinnova, fortifica, approfondisce questa incorporazione alla Chiesa già realizzata mediante il Battesimo» (n. 1396).

 

Alle Sordo-Mute
nella casa delle Figlie della Carità in Pavia

V.G.M.

 

Carissime Figlie del Signore

Il Signore mi ha mandato la santa ispirazione di scrivervi.

La vostra lettera mi ha portato una grandissima consolazione. Voi volete la mia benedizione: mille benedizioni vi mando e tutte dal più profondo del cuore. Voi desiderate molto di veder me: ancor io desidero moltissimo di veder voi.

Possiamo trovarci insieme anche su questa terra nel Cuore di Gesù.

Quando io ricevo Gesù Sacramentato trovo nel Suo Cuore tutti i vostri affetti perché tutto il vostro cuore lo avete donato a Gesù; anch'io voglio donar davvero una volta questo povero mio cuore a Gesù, e voi nel SS. Sacramento troverete insieme agli affetti di tanti altri cuori veramente santi anche gli affetti di questo cuore mio miserabile.

Aiutatemi con le vostre Orazioni a diventar santo: allora anche le mie preghiere saranno più efficaci per voi.

Voi dite che adesso siete ignoranti, che in Paradiso sarete sapienti e potrete allora venir liete davanti a me. Sapete chi è ignorante davvero? Chi non conosce Dio, chi non sa parlare a Dio, chi non Lo ama. Voi Lo conoscete, Lo amate, Gli parlate di cose che Gli sono tanto care; dunque non siete ignoranti. Se volete essere sapienti molto anche adesso, amate molto il Signore: non importa che non sappiate parlare agli uomini. Anche la lingua degli uomini più eloquenti ha da marcire sotto terra, ma non perirà mai il merito che vi fate parlando amorosamente col Signore, se seguiterete ad amarlo.

La vostra lettera mi è stata di un gran conforto. Vi ringrazio, ringraziate la vostra Maestra, preghiamo insieme e Dio ci bene­dica

Vostro Affezzionatiss.
Padre in G. C.o
+ Angelo Patriarca

Venezia li 9 del 1860

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QUI POSTULAZIONE #15 ▪ Giovanni Battista Mazzucconi da quarant'anni Beato

Giovanni Battista Mazzucconi da quarant’anni Beato

Roma, Basilica di San Pietro, 19 febbraio 1984. Giovanni Paolo II dichiara Beato Giovanni Battista Mazzucconi, martirizzato in Oceania nel 1856, a sei anni dalla fondazione del suo Seminario delle Missioni Estere di Milano. Il 30 luglio 1850 era stato tra i primi alunni a dargli vita, novello sacerdote ordinato il precedente 25 maggio nel Duomo della città di Milano dove era nato l'1 marzo 1826.

Da Milano, dove era nato l'1 marzo 1826, parte nel 1852 per assolvere al primo incarico affidato da Propaganda Fide al suo Istituto: guidare il Vicariato apostolico di Micronesia e Melanesia dopo la rinuncia dei Padri Maristi. Un compito forse troppo oneroso per chi come lui e i suoi compagni, diversamente da quei missionari, era alla prima esperienza evangelizzatrice. Non tanto per il dover affrontare carestie e malaria per i quali i loro corpi si debilitarono e uno dei catechisti perse la vita; quanto nell’abbattere gli ostacoli che impedivano l’instaurarsi di qualsiasi dialogo costruttivo con le popolazioni di quelle isole. Ad iniziare da quelle di Woodlark e Rook (oggi Uroie sulle quali essi avviarono le loro stazioni missionarie e che decisero di lasciare dell’agosto 1856 per tornarvi dopo aver ricevuto ordini in merito da parte dei loro Superiori e di Propaganda Fide.

Invitato dal Superiore della Missione a trascorrere un periodo di riposo a Sydney per ritemprare il fisico gravemente compromesso, Mazzucconi venne ucciso proprio dagli isolani di Woodlark quando fece ritorno in missione dopo circa quattro mesi di assenza.

Fu nel settembre di quel 1856, in un giorno non precisato quando già i suoi confratelli erano in rotta per l’Australia dove speravano non fosse già partito. Una partenza anticipata anche per mettere in salvo la vita durante una faida tra i clan locali. Saliti a bordo della nave incagliatasi nella rada prospicente il loro villaggio, essi, dopo aver finto di accoglierlo benevolmente, uccisero alcuni membri dell’equipaggio, gli si avventarono addosso, lo decapitarono con una scure e ne gettarono in mare la testa ed il corpo.

Del suo martirio, menzionato nell’allegato testo dell’omelia tenuta nella Messa per la beatificazione,  si ebbe notizia solo nell’aprile 1857 al ritorno a Sydney della nave inviata a cercarlo.

Proprio da Sydney il 20 aprile 1855 così scriveva Padre Giovanni Battista Mazzucconi al Direttore del suo Istituto, Don Giuseppe Marinoni, circa la missione fino ad allora svolta assieme ai suoi compagni.

«Ora io arrivato qui a Sydney ieri sera, trovo i compagni tanto aspettati (dall’Italia, n.d.r) non vengono, che il nostro Seminario ha ricevuto altre incombenze, che in fine si dubita di queste missioni.  Quali esse siano lo potrà in parte ricavare dalle lettere del buon prefetto (padre Reina, n.d.r.) e del Padre Salerio. Ora io credo di dovermi prender la libertà di manifestare fatti e intenzioni che non si trovano in quelle lettere.  Il Padre Salerio da vari scritti a vari pare che sia proprio ridotto in uno stato di quasi impotenza e dimanda con istanza che gli si sostituisca un altro Superiore, perché dice, non vuol pensare che a morire. Il P. Reina mi diceva che lo stabilimento di Rook bisogna trasportarlo altrove; che il cuore basta a morire, ma non regge all’idea di mettere altri compagni a tale prove.

Quando allo stato dei poveri naturali, lo vedrà dalla lettera che il P. Reina scrive ai Vescovi, sono affatto bassi e non abbiamo ancora fatto nulla direttamente. Il cuore si riempie di lacrime all’idea di abbandonare anche solo per ora tanti popoli che vi sono in quelle isole, il meglio sarebbe per avere mezzi e ministri per tutti, ma se la carità è costretta a scegliere, ad eleggere un popolo e abbandonare un altro, ogni uomo, il più zelante per il Signore e la religione, dirà che il meglio è scegliere popoli un po’ più vicini allo stato civile, più prossimi a dare qualche frutto e che non richiedono mezzi tanto enormi. C’è un grado di abbrutimento dal quale gli uomini si rialzano d’ordinario, più è per la stanchezza e l’opera del tempo che alla voce di alcuni loro simili. Non bisogna disperare, anzi, tutta la fiducia, ma bisogna scegliere dove gli ostacoli sono anche univocamente minori […]».

 

Omelia Beatificazione Mazzucconi

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QUI POSTULAZIONE #14 ▪ Sant’Alberico Crescitelli, martire in Cina

Sant’Alberico Crescitelli, martire in Cina

Oggi 18 febbraio la Chiesa cattolica celebra la memoria liturgica del primo Santo del Pontificio Istituto Missioni Estere: il sacerdote Alberico Crescitelli, nato ad Altavilla Irpina il 30 giugno 1863. 

Il PIME ha infatti avuto origine dalla fusione del Seminario delle Missioni Estere di Milano con l’Istituto romano di cui faceva parte l’odierno festeggiato: il Pontificio Seminario dei Santi Pietro e Paolo per le Missioni Estere che lo accolse nel 1880.

Sacerdote dal 1887, Alberico Crescitelli fu destinato dai suoi Superiori nello Shensi meridionale in Cina, per dove partì l’anno seguente.

Prima di lasciare l’Italia, però, trovandosi nella sua città natale, vi si trattenne alcuni mesi per soccorrere i colerosi, impegno per il quale il Governo italiano gli conferì la medaglia di bronzo.

Nel 1900 i Superiori lo inviarono nel distretto di Ningqiang dove non vi era alcuna comunità cattolica e la popolazione era sotto la tirannia dei signorotti locali. Partendo affermò loro: «Non so cosa mi aspetta. Ad ogni modo, vita e morte sono nelle mani di Dio» e alla madre scrisse: «Io sono nelle mani di Dio, e sono contento: solo spero di fare la sua volontà, e null’altro desidero». Sapeva bene che l’atteggiamento nei confronti dei missionari era cambiato a seguito degli sconvolgimenti politici in Cina, mai immaginando che il 1° luglio di quell’anno un decreto imperiale ne avrebbe ordinato l’espulsione o l’uccisione qualora non avessero lasciato il paese. Esso stabiliva anche che i cittadini cinesi che avevano abbracciato il cristianesimo dovevano rinunciare alla loro fede per avere salva la vita.

In quel mese Crescitelli si trovava Yanzibian «perché mi fu detto che molti vogliono convertirsi, e di fatto mi si dice ancora che sono molti», come scrisse al suo vescovo, Mons. Pio Giuseppe Passerini, che inutilmente lo esortava a lasciare il villaggio perché pericoloso per la sua vita. Era impegnato anche nel dare i sussidi governativi ai contadini colpiti dalla recente carestia, attività che per i suoi detrattori era solo in favore di quanti fossero divenuti cristiani.

La sera del 20 luglio, quando dando ascolto a quanti lo invitavano a raggiungere un luogo sicuro stava allontanandosi dal villaggio, venne catturato per essere subito sottoposto a tortura.

L’indomani gli aguzzini, che uccisero anche altri cristiani, lo decapitarono usando un coltellaccio a mo’ di sega e gettarono nel vicino fiume il suo cadavere mutilato anche di gambe e braccia.

Fu morte in odium fidei, come subito riconobbe il suo vescovo Passerini, anche se la si volle far passare inizialmente per giustizia nei confronti di chi si asseriva essersi illegalmente arricchito con il denaro dell’imperatore.

Tale certezza, che il vescovo espose in una dettagliata relazione del martirio, fece sì che la Congregazione dei Riti (l’attuale Dicastero delle Cause dei Santi) lo autorizzasse, con decreto del 5 marzo 1910, a costituire un tribunale per dare avvio al Processo ordinario allora previsto dalle leggi ecclesiastiche. Prima tappa del lungo percorso che si sarebbe concluso novant’anni dopo quando Padre Alberico Crescitelli fu tra i duemila martiri cinesi canonizzati nella storica celebrazione svoltasi nella Basilica di San Pietro l'1 ottobre 2000.

 

Se mi domandate se si stia meglio qui o altrove, devo rispondere che non saprei dirlo, tanto più che non sono ancora andato nelle nuove località. Senza dubbio questo distretto, essendo composto da molte piccole e lontane comunità, obbliga a star sempre in viaggio, cosa poco comoda.

Però siccome si sta sempre tra i monti, l’aria e migliore, ed anche l’acqua. Del resto mi pare di scorgere che il Signore mi dia più forza quando ne ho bisogno […]

State di buon animo e non vi prendete pensiero per me.

Io sono nelle mani di Dio, e sono contento; solo spero di fare la sua volontà, e null’altro desidero.

C’è il buon Angelo Custode che ha cura di me.

Qual dubbio vi può essere che Dio, che mi vuole qui, non permetterà che caschi neanche un capello dalla mia testa senza il suo beneplacito?

Credetemi: altrove potrei avere più comodità o meno incomodi, ma non potrei star meglio nel vero senso della parola, non potrei avere più pace, e contentezza…

Se Dio vorrà che avversità mi accadano, ciò avverrà affinché si verifichi il detto: Beati coloro che piangono perché saranno consolati.

Epistolario, Corrispondenza n. 275, (Alla Madre), 11 marzo 1900 

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QUI POSTULAZIONE #13 ▪ In ricordo di Padre Pietro Manghisi

In ricordo di Padre Pietro Manghisi (Monopoli, 7.1.1899 - Mongyu, Myanmar, 15.2.1953)

 

«Grazie della sua offerta. Se l’offerta poi fosse lei stesso, sarebbe molto più gradita».

Così nel 1922 si vide rispondere Pietro Manghisi, allora nel Pontificio Seminario Regionale di Molfetta, per il suo contributo in favore dell’appena avviato Seminario Meridionale per le Missioni Estere, mai immaginando che a dirigerlo come rettore sarebbe stato lui stesso ventisette anni dopo.

L’esortazione rivoltagli da Padre Paolo Manna, che allora era alla guida dell’Istituto, si sarebbe concretizzata il 14 settembre 1922 quando, entrando in quel seminario a Ducenta, iniziò il cammino verso l’ordinazione sacerdotale del 6 giugno 1925 e l’arrivo in missione nel successivo mese di settembre.

Sua destinazione fu la Missione di Kengtung, nella allora Birmania (ora Myanmar) dove anche era stato Padre Manna che, andatolo a trovare durante la visita canonica del 1936 fatta come Superiore Generale del PIME, disse di lui: «È un po’ impacciato, ma premurosissimo. Sembra un po’ sciupato. Mi mostra i sentieri per i quali si va ai suoi villaggi. Deve sapere una vita assai dura. È però assai contento».

Una “vita dura”, quella di Padre Manghisi in Birmania, iniziata a Mong Ping – a meno di 80 km da Kengtung –, la prima delle tante comunità sparse tra foreste e «monti impraticabili senza sentieri e con un tempo piovigginoso che fa venire l’uggia e accascia l’animo già oppresso dalla solitudine», come egli scrisse al suo parroco nel 1927. A lui confesso anche: «Se non fosse per l’amor di Dio, per convertire le povere anime, nemmeno a caricarmi d’oro sarei capace di fare questa vita».

Non curante dei pericoli ai quali sarebbe potuto andare incontro, nel 1937 ottenne dalle autorità inglesi anche il permesso addentrarsi tra le montagne abitate dai tagliatori di teste Wa, dai quali, ben accolto, fu anche aiutato nel realizzare la sua abitazione, il dispensario, l’orfanatrofio e la cappellina. Il tutto fino all’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 che significò prima, da parte dei belligeranti inglesi, il divieto di accesso nelle montagne dei Wa e la residenza forzata nella cittadina di Lashio; poi le angherie della Kempetai, la polizia segreta giapponese, dalla quale per cinque giorni fu anche percosso e maltrattato.

Dall’aprile 1945, terminato il secondo conflitto mondiale, Lashio – a più di 500 km da Kengtung – divenne la nuova base operativa di Padre Manghisi, che qui fece anche da cappellano alle truppe americane di stanza. La lasciò alcuni mesi nel 1949 quando fu richiamato in Italia per dirigere il seminario di Ducenta.

La sua assenza fu però di breve durata perché alla fine di quell’anno risiedeva nuovamente in Birmania da poco divenuta indipendente. Il 31 dicembre, infatti, era stato fissato come termine ultimo per il rientro dei sacerdoti il cui visto di soggiorno, come nel suo caso, era stato emesso prima del 1930. Come stranieri, anche i missionari erano stati allontanati dal paese per permettere al governo di tenere meglio sotto controllo i reazionari, dei quali Padre Galastri così scrisse dalle montagne prossime al confine con la Cina durante l’anno trascorso tra i suoi Wa una volta tornato dall’Italia: «Qui c’è molta miseria. Durante le lotte tra i ribelli ho avuto dei morti tra i cristiani, tra cui un catechista. Ora abbiamo paura che ci piovino addosso i comunisti cinesi».

Rientrato stabilmente a Lashio nel 1951, venne ucciso proprio da quei “ribelli” la domenica mattina del 15 febbraio 1953 sulla Burma Road in direzione Mongyu. Era una strada sconsigliatagli da molti perché a rischio di agguati, ma che gli permetteva di raggiungere l’accampamento dei soldati governativi a Nampaka per celebrarvi la messa.

Padre Manghisi morì mentre era alla guida della jeep sulla quale viaggiavano anche tre persone che aveva raccolte lungo la via e che morirono assieme a lui.

L’unico a salvarsi dell’equipaggio fu il suo catechista, testimone dell’assalto e del successivo rogo col quale i ribelli, per cancellare qualsiasi traccia dell’agguato, bruciarono la vettura e il corpo del missionario col cranio crivellato dai colpi di mitragliatrice.

Dal 1960 una croce bianca ricorda ai viandanti il luogo dell’eccidio.

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