QUI POSTULAZIONE #13 ▪ In ricordo di Padre Pietro Manghisi
In ricordo di Padre Pietro Manghisi (Monopoli, 7.1.1899 - Mongyu, Myanmar, 15.2.1953)
«Grazie della sua offerta. Se l’offerta poi fosse lei stesso, sarebbe molto più gradita».
Così nel 1922 si vide rispondere Pietro Manghisi, allora nel Pontificio Seminario Regionale di Molfetta, per il suo contributo in favore dell’appena avviato Seminario Meridionale per le Missioni Estere, mai immaginando che a dirigerlo come rettore sarebbe stato lui stesso ventisette anni dopo.
L’esortazione rivoltagli da Padre Paolo Manna, che allora era alla guida dell’Istituto, si sarebbe concretizzata il 14 settembre 1922 quando, entrando in quel seminario a Ducenta, iniziò il cammino verso l’ordinazione sacerdotale del 6 giugno 1925 e l’arrivo in missione nel successivo mese di settembre.
Sua destinazione fu la Missione di Kengtung, nella allora Birmania (ora Myanmar) dove anche era stato Padre Manna che, andatolo a trovare durante la visita canonica del 1936 fatta come Superiore Generale del PIME, disse di lui: «È un po’ impacciato, ma premurosissimo. Sembra un po’ sciupato. Mi mostra i sentieri per i quali si va ai suoi villaggi. Deve sapere una vita assai dura. È però assai contento».
Una “vita dura”, quella di Padre Manghisi in Birmania, iniziata a Mong Ping – a meno di 80 km da Kengtung –, la prima delle tante comunità sparse tra foreste e «monti impraticabili senza sentieri e con un tempo piovigginoso che fa venire l’uggia e accascia l’animo già oppresso dalla solitudine», come egli scrisse al suo parroco nel 1927. A lui confesso anche: «Se non fosse per l’amor di Dio, per convertire le povere anime, nemmeno a caricarmi d’oro sarei capace di fare questa vita».
Non curante dei pericoli ai quali sarebbe potuto andare incontro, nel 1937 ottenne dalle autorità inglesi anche il permesso addentrarsi tra le montagne abitate dai tagliatori di teste Wa, dai quali, ben accolto, fu anche aiutato nel realizzare la sua abitazione, il dispensario, l’orfanatrofio e la cappellina. Il tutto fino all’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 che significò prima, da parte dei belligeranti inglesi, il divieto di accesso nelle montagne dei Wa e la residenza forzata nella cittadina di Lashio; poi le angherie della Kempetai, la polizia segreta giapponese, dalla quale per cinque giorni fu anche percosso e maltrattato.
Dall’aprile 1945, terminato il secondo conflitto mondiale, Lashio – a più di 500 km da Kengtung – divenne la nuova base operativa di Padre Manghisi, che qui fece anche da cappellano alle truppe americane di stanza. La lasciò alcuni mesi nel 1949 quando fu richiamato in Italia per dirigere il seminario di Ducenta.
La sua assenza fu però di breve durata perché alla fine di quell’anno risiedeva nuovamente in Birmania da poco divenuta indipendente. Il 31 dicembre, infatti, era stato fissato come termine ultimo per il rientro dei sacerdoti il cui visto di soggiorno, come nel suo caso, era stato emesso prima del 1930. Come stranieri, anche i missionari erano stati allontanati dal paese per permettere al governo di tenere meglio sotto controllo i reazionari, dei quali Padre Galastri così scrisse dalle montagne prossime al confine con la Cina durante l’anno trascorso tra i suoi Wa una volta tornato dall’Italia: «Qui c’è molta miseria. Durante le lotte tra i ribelli ho avuto dei morti tra i cristiani, tra cui un catechista. Ora abbiamo paura che ci piovino addosso i comunisti cinesi».
Rientrato stabilmente a Lashio nel 1951, venne ucciso proprio da quei “ribelli” la domenica mattina del 15 febbraio 1953 sulla Burma Road in direzione Mongyu. Era una strada sconsigliatagli da molti perché a rischio di agguati, ma che gli permetteva di raggiungere l’accampamento dei soldati governativi a Nampaka per celebrarvi la messa.
Padre Manghisi morì mentre era alla guida della jeep sulla quale viaggiavano anche tre persone che aveva raccolte lungo la via e che morirono assieme a lui.
L’unico a salvarsi dell’equipaggio fu il suo catechista, testimone dell’assalto e del successivo rogo col quale i ribelli, per cancellare qualsiasi traccia dell’agguato, bruciarono la vettura e il corpo del missionario col cranio crivellato dai colpi di mitragliatrice.
Dal 1960 una croce bianca ricorda ai viandanti il luogo dell’eccidio.
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