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QUI POSTULAZIONE #32 ▪ Sacerdote missionario… nonostante la pleurite

Il 26 agosto di novant'anni fa il Beato Mario Vergara diventava sacerdote.

A conferirgli il Sacramento dell’Ordine, nella chiesa di Santa Maria Nascente a Bernareggio, fu l’arcivescovo di Milano Card. Ildefonso Schuster. Lo stesso che lo aveva ordinato suddiacono il precedente 5 agosto e dispensato dal dover attendere un anno per ricevere il diaconato. Lo ricevette infatti il giorno 24 di quel mese a Bergamo, dalle mani di Mons. Luigi Marelli, vescovo dell’omonima diocesi.

Padre Vergara sarebbe partito per la Birmania, l’attuale Myanmar, il 30 settembre di quell’anno, grato al Signore di avergli permesso di realizzare il desiderio di andare in missione.

Quel desiderio che quando frequentava il Pontificio Seminario Regionale Campano lo aveva portato a presentare al PIME, l’11 agosto 1929, la domanda per potervi continuare, come studente del terzo anno di filosofia, il cammino verso sacerdozio. Percorso formativo che dovette però forzatamente interrompere per una sopraggiunta pleurite e che, proseguito nel seminario di provenienza, concluse assieme ai suoi futuri confratelli nell’Istituto missionario che lo riammise nell’estate 1933.

Novello sacerdote, l’indomani celebrava la prima Messa a Frattamaggiore, sua città natale in provincia di Napoli, nella Basilica di San Sossio Levita e Martire.

 

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QUI POSTULAZIONE #31 ▪ Ricordando Padre Angelo Maggioni (1917-1972)

Era tornato da meno di un anno dall’Italia quando venne ucciso la notte del 14 agosto 1972.

Lo uccisero alcuni ladri entrati nella casa della Missione di Andharkota, in quel Pakistan Orientale divenuto Bangladesh con l’indipendenza dal Pakistan Occidentale dichiarata il 25 marzo 1971 e riconosciuta il successivo 17 dicembre.

Gli amici della sua nativa Trezzo sull’Adda non avrebbero voluto quel rientro avvenuto quattro mesi dopo l’indipendenza dichiarata unilateralmente. A loro, però, aveva risposto. «Non posso stare qui, quando laggiù la gente soffre e muore. Il mio posto è là».

Là, in terra pakistana, era giunto per la prima volta nel 1961 ed ora che una guerra civile la insanguinava egli non poteva esimersi dallo stare accanto alla sua gente. Non solo ai suoi cattolici, ma anche agli indù e ai musulmani dei villaggi del territorio affidatogli. Specie quando erano costretti ad abbandonare quei villaggi per salvarsi dalle incursioni dei militari pakistani in cerca dei guerriglieri bengalesi. A chi non era battezzato poi, considerato che i cattolici erano rispettati da quei soldati, non esitava a donar loro un crocifisso da tenere al collo e ad insegnargli a tracciare sulla propria persona il segno della croce. Il tutto per avere meno problemi alla frontiera con l’India, attraversata la quale si sarebbero messi in salvo nei campi profughi.

Chi lo uccise sperava di trovare denaro perché la Missione di Andharkota era divenuta punto di riferimento per i molti colpiti dalla guerra civile, tanto da fargli scrivere: «Tutto il giorno la mia casa è assediata da turbe di gente che invocano aiuto: chi vuole essere aiutato a fare la casa, chi vuole vestiti, chi un po’ di riso o frumento, qualche donna domanda latte in polvere per i suoi bambini; chi domanda aiuto per comprare i buoi o recuperarli.  Durante l’occupazione sono fuggiti in India e i buoi sono finiti in altre mani o li hanno venduti a poco prezzo; ora occorrono i soldi per riscattarli».

Quando i ladri arrivarono, messo in allarme dai ragazzi che dormivano al sottostante pian terreno, inutilmente li aveva esortati ad andarsene prima che, saliti al piano superiore, lo uccidessero con una fucilata nella sua camera. Della tragica morte così scrisse un suo confratello della missione, tra i primi a giungere sul posto perché impegnato altrove: «Il colpo che lo ha colpito ha attraversato il fianco destro all’altezza del diaframma, bucato l’intestino, rotto una grossa arteria e una vertebra, uscito dall’altra parte parallelo all’entrata. I banditi avevano fucili-carabine e fucili-pistole. Furono trovati bossoli e pallottole esplose sia all’interno che all’esterno. Una decina di colpi».

Dal 16 agosto 1972, giorno delle sue esequie, le spoglie mortali di Padre Maggioni riposano ad Andharkota, nella nuova chiesa da lui voluta. Ciò grazie al vescovo di Dinajpur che presiedette quella funzione e che rinunciò a traslarle in cattedrale accogliendo il desiderio degli abitanti della stessa Andharkota e dei villaggi circostanti di poter continuare ad avere in mezzo a loro il missionario.

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QUI POSTULAZIONE #30 ▪ Duecentoventiquattro candeline per Ramazzotti

Ricordando oggi la nascita del Venerabile Angelo Ramazzotti, pubblichiamo l’incipit della sua biografia redatta da Don Pietro Cagliaroli, che gli fu segretario negli ultimi quattro anni di episcopato e per tutto il patriarcato. Pubblicata nel 1862 col titolo Vita di Sua Eccellenza Reverendissima Monsignore Angelo Ramazzotti e rieditata nel 2015 dall’Ufficio Storico del PIME con nuove note, essa costituisce uno strumento impareggiabile per conoscere la personalità e la spiritualità del Ramazzotti «tanta è l’abbondanza dei fatti – come scritto dall’Autore – che altamente ragionano della sua pietà, dello zelo, d’una carità sopra tutto che mai non conobbe confine».

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LIBRO PRIMO

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 Capo I

Nascita, studii, virtù giovanili

 ANGELO RAMAZZOTTI, di cui con animo divoto imprendiamo a raccontare la storia, trasse i natali in Milano, l’anno del Signore 1800, ai 3 di agosto, dal ragioniere Giuseppe Cristoforo Ramazzotti e Giulia Maderna. Il giorno appresso fu battezzato in s. Agostino, succursale di s. Ambrogio e, al nome di Angelo, che non ismentì mai, fu aggiunto l’altro di Francesco. Non ispiacerà, credo, al lettore di sapere ch’ebbe a ministro del Sacramento della sua spirituale rigenerazione, il suo antecessore alla sede Vescovile di Pavia, Monsignor D. Luigi Tosi, allora Canonico coadjutore della Parrocchia di s. Ambrogio. Bene avventurato nei genitori che gli diedero la vita, meglio che per l’agiata loro condizione, per l’interezza di costumi, e la specchiatissima religione che li rendevano commendabili davanti a Dio e agli uomini. Il padre di lui, sig. Cristoforo, oltrechè savio nell’amministrare il proprio e l’altrui, ed ottimo capo di famiglia, costumava d’ascoltare ognidì la s. Messa, di visi­tare Gesù in Sacramento, di recitare ogni sera colla sua gente il Rosario, e devoto alle persone ecclesiastiche ne amava la conversazione. Sua madre, signora Giulia, era lo­data da tutti per donna di raro senno, di grande pru­denza, di una pietà non punto spigolistra, ma schietta e soda, che informa l’animo al sacrificio e lo rende amoro­samente soggetto al Divino volere. E frutto primaticcio del timor santo di Dio e dell’abborrimento ad ogni minima colpa, a cui la pia genitrice veniva educando dall’età più tenera questo caro suo figliuoletto, lo abbiamo nel fatto seguente. Un dì, piccino ancora, entrò in una vigna. La vista dell’uva, che pendeva matura dai tralci, gli fece nascer voglia di mangiarne un grappolo, ma per non recar danno al padrone, nella sua semplicità ed amore alla giustizia, pose lì a pagamento una piccola moneta, credendo che il padrone, il solo padrone l’avrebbe raccolta. 

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QUI POSTULAZIONE #29 ▪ Un calesse targato “Santità”

«Noi andiamo ora a Sa­ronno con un misero calesse, e forse ci prece­dono, a schiere, gli angioli».

Così Mons. Angelo Ramazzotti si rivolse ai suoi compagni di viaggio che da Milano erano andati a prenderlo al Santuario dell’Addolorata di Rho per celebrare con lui l’avvio del Seminario delle Missioni Estere a Saronno.

Essi erano i giovani sacerdoti Carlo Salerio e Giovanni Battista Mazzucconi, tra i primi alunni di quella nuova istituzione al servizio della Chiesa, la cui inaugurazione aveva richiamato diversi sacerdoti del circondario.

Ad attendere i passeggeri di quel calesse nella casa messa a disposizione dallo stesso Ramazzotti per avviarvi il seminario missionario, vi furono anche Don Paolo Reina, primo ad aver presentato la domanda per esservi ammesso, Don Alessandro Ripamonti, che ne fece anch’egli parte, e Don Giuseppe Marinoni chiamato ad esserne il primo Direttore.

Era il 30 luglio 1850, dies natalis dell’Istituto che ha dato vita al PIME, che tutt’oggi lo ricorda in molte sue comunità con la “Festa del calesse”.

Un calesse che allora nessuno avrebbe immaginato avesse trasportato quelli che sarebbero divenuti tre punti di riferimento spirituale per il cammino di ciascuno verso la santità: i Venerabili Angelo Ramazzotti, Carlo Salerio e il Beato Giovanni Battista Mazzucconi.

Imperscrutabile disegno di quella Provvidenza che ha voluto essere Mazzucconi a celebrare la prima messa per la comunità missionaria il successivo 31 luglio, giorno per il rito ambrosiano dedicato alla memoria di San Calimero, quarto vescovo di Milano e martire come lui.

Chiesa di San Francesco a Saronno

Allegato

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QUI POSTULAZIONE #28 ▪ Ricordando San Alberico Crescitelli (1863-1900)

Originario di Altavilla Irpina, in Provincia di Benevento, sacerdote nel 1887 a completamento del cammino formativo nel Seminario delle Missioni Estere dei Santi Pietro e Paolo di Roma, dall’anno seguente all’ordinazione ha vissuto nella Prefettura apostolica dello Shaanxi Meridionale, affidata al suo Istituto in Cina.

Vi è morto il 21 luglio 1900 nel villaggio di Yanzibian per mano di alcuni locali che, dopo averlo catturato e torturato, «con un coltellaccio con cui usano i cinesi trinciare la paglia» ne recisero la testa, fecero a pezzi il corpo e gettarono il tutto nel vicino fiume Jialing «per far scomparire ogni traccia del delitto». Sua colpa l’essere straniero, sacerdote cattolico, difensore dei diritti della popolazione angariata dai signorotti locali, emissario del governo centrale per controllare l’equa spartizione, da parte degli amministratori locali, del sussidio imperiale in favore della popolazione colpita dalla carestia.

«In 12 anni di sacro ministero e di apostoliche peregrinazioni – è stato scritto di lui – fu sempre zelante nella gloria di Dio e nella salute delle anime, così che in sì breve tempo fu carico di molti e tanti meriti, e raccolse non pochi frutti e conversioni. Onde come in Seminario a Roma dai superiori e compagni, così in Cina, era venerato dai cristiani, benedetto dai poveri, amato dai compagni, e carissimo ai superiori, un missionario d’intemerata condotta, pio e zelante».

Da subito considerato martire, la sua uccisione in odium fidei è stata riconosciuta come tale nel corso della causa di beatificazione e canonizzazione avviata il 12 luglio 1925 dal suo Istituto che, alcuni mesi più tardi, unendosi col Seminario delle Missioni Estere di Milano avrebbe dato vita al PIME.

Beatificato il 18 febbraio 1951, Padre Alberico Crescitelli è stato canonizzato il 1° ottobre 2000, sempre nella Città Eterna, assieme ad altri 119 martiri uccisi in Cina tra il 1747 e il 1930.

 

Allegati:

1. Testimonianza sul martirio tratta dagli atti processuali.

2. Preghiera per l’intercessione di San Alberico Crescitelli.

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QUI POSTULAZIONE # 27 ▪ Ricordando Padre Cesare Mencattini (1910-1941)

In Cina da sei anni, Padre Cesare Mencattini moriva il 12 luglio 1941 alle porte del villaggio di Qimen nella provincia dello Henan.

Un colpo di fucile lo colpì mortalmente al collo mentre in bicicletta si stava recando al mercato di quel villaggio. Doveva trattarvi l’acquisto di un appezzamento di terreno per la scuola femminile della sua missione di Pa-­li-ying.

A ucciderlo furono alcuni soldati cinesi sbandati che avevano visto in lui, e nei due confratelli che in moto lo stavano accompagnando, i nemici del loro paese. Era in corso il Secondo Conflitto mondiale, la Cina era stata invasa dalle truppe giapponesi e l’Italia era alleata del Paese del Sol levante. A riferire ciò uno dei due missionari, anch’essi rimasti feriti dalle fucilate, fatti prigionieri dagli aggressori e poi liberati grazie all’intervento di un ufficiale dell’esercito regolare cinese che li fece portare all’ospedale di

I funerali di Padre Cesare, che si tennero anche nella sua missione di Pa-­li-ying, «riuscirono un vero plebiscito di affetto, di venerazione e di rimpianto, non solo da parte dei cristiani, ma ancora da parte delle autorità civili e di quei pagani che lo avevano conosciuto».

 

Poco più di un anno prima egli era fortunatamente uscito indenne da un altro attentato alla sua vita e aveva scritto: «Qualche giorno fa, proprio il 25 aprile, mi capitò un grave incidente. Mentre in bicicletta tornavo da un giro di Missione, un proiettile mi sfiorò la faccia. Non feci in tempo a pensare a quel che accadeva, che un altro venne a sfiorarmi la testa. Un terzo, per poco, non colpì il mio servo che era dietro di me. Intanto un gruppo di soldatacci a cavallo m'inseguiva. Mi fermai e andai loro incontro, lasciando loro che mi circondassero. Franco, dissi loro buone parole, li lodai che tiravano bene, essi mi fecero dei complimenti che parlavo perfettamente il cinese, mi chiesero scusa e mi lasciarono anda­re. Erano comunisti. In due anni questa è la terza volta che faccio da bersaglio alle fucilate o dei soldati o dei briganti, mentre due volte mi sono trovato in posizioni bombardate dagli aeroplani o dal cannone dei giapponesi».

Dinanzi a lui era ancora aperta la strada della Testimonianza che aveva intrapreso tenendo fermo quanto scritto ai genitori appena giunto nella sua terra di Missione: «Qualunque cosa mi accadrà, sono nelle mani del Signore. Non si può essere più sicuri di così».

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QUI POSTULAZIONE # 26 ▪ A un secolo dalla morte del Servo di Dio Silvio Pasquali

Classe 1864, sacerdote per il Clero di Cremona dal 1886, il Servo di Dio Silvio Pasquali è stato dal 1897 missionario in India, dove è morto il 7 luglio di cento anni fa a Eluru.

Vi era giunto a un anno dalla sua entrata nel PIME, allora Seminario per le Missioni Estere di Milano, dopo una intensa attività sociale al servizio della sua diocesi. Parroco a Genivolta poi a Cremona, ha istituito nella prima parrocchia una società di mutuo soccorso e nella seconda la Società di Mutua Carità fra i Sacerdoti della Diocesi di Cremona, tutt’oggi attiva, e la Unione Cattolica Cremonese destinata all’aiuto reciproco.

Suo campo d’azione è stato quello che oggi corrisponde agli Stati della federazione indiana dell’Andhra Pradesh e del Telengana, dove grazie a lui e ai suoi confratelli negli Anni 20 ha avuto inizio il grande movimento di conversione alla Chiesa cattolica da parte dei “dalit”, i senza casta. Ben 400 i suoi battesimi a Vatluru nel 1918; 700 quelli a Denduluru nel 1921; più di mille, come riferito in diocesi, quelli che ha amministrato ogni anno dal 1921 al 1923.

Ideatore di una piccola Scuola di Catechisti nel 1905, a lui si deve la fondazione delle Suore Catechiste di Sant’Anna, la Congregazione avviata nel 1914, sotto gli auspici del vescovo di Hyderabad, con sette ragazze disposte ad essere sue collaboratrici nelle attività della missione e che presero l’abito il 25 marzo 1918.

È a queste Suore che si deve, nel 2013, l’avvio della Causa di beatificazione e canonizzazione di Padre Pasquali, proclamato Servo di Dio il 25 aprile 2015 a Eluru durante una solenne celebrazione eucaristica alla quale hanno partecipato anche 700 suore e 70 sacerdoti diocesani e religiosi.

Apostolo zelante e leader carismatico, Padre Pasquali è stato sepolto nella chiesa di St. Michel a Eluru. La sua tomba è stata da subito meta di pellegrinaggio e continua ad esserlo anche ora che si trova, dal 20 aprile 2015, nella “Divine Grace Chapel” all’interno del villaggio dedicato alla Terra Santa che le Suore Catechiste di Sant’Anna hanno realizzato a Duggirala, alla periferia di Eluru, accanto alla scuola e al convento dedicati al missionario.

 

Preghiera per la beatificazione di Padre Silvio Pasquali

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QUI POSTULAZIONE #25 ▪ Padre Clemente Vismara da tredici anni è Beato

La sua proclamazione è avvenuta il 26 giugno 2011, durante la Messa celebrata dinanzi al Duomo di Milano presieduta dal Card. Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano e concelebrata anche dal Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, Card. Angelo Amato. Il quale, nel leggere la formula di beatificazione lo ha definito: «instancabile annunciatore e testimone del Signore Gesù in terra d’Oriente e difensore degli ultimi tra i poveri e i malati».

Assieme a Padre Vismara – per 65 anni missionario in Myanmar, ancora Birmania quando vi è giunto nel 1923 – sono stati beatificati il sacerdote Serafino Morazzone (1742-1822), detto «il curato d’Ars ante-litteram» ed Enrichetta Alfieri (1891-1951), della Congregazione delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, conosciuta come l’«angelo di San Vittore» per il servizio svolto per molti anni nel grande carcere milanese. Tre Beati che fanno brillare la «grandezza della piccolezza evangelica», come fatto notare dal Cardinale Tettamanzi durante la sua Omelia­.

Quel giorno la Chiesa celebrava la Solennità Corpo e Sangue del Signore, e con riferimento ad essa, in quella stessa omelia, l’Arcivescovo ha anche messo in evidenza la relazione che lega i tre Beati all’Eucaristia: «amata, celebrata e vissuta ogni giorno, risplende in tutta la sua forza nel loro cammino di santità. Nutrendosi del Corpo di Cristo essi hanno trovato l’energia di superare ogni avversità». Aggiungendo poi, in relazione al missionario: «Padre Clemente sentì come sue stesse membra le famiglie che gli chiedevano il dono del Battesimo per condividere la fede nell’unico Dio e poi i tantissimi bambini che gli erano affidati perché li salvasse. Questi stessi orfani vedevano il beato uscire per ultimo dalla chiesa e rimanervi a lungo per contemplare nel Tabernacolo la divina Presenza, il Santissimo Sacramento per lui così prezioso perché ‘vita della sua vita’. Ecco il messaggio sempre attuale che ci viene dai tre beati: siamo costituiti per formare l’unico Corpo di Cristo, siamo nutriti e santificati dall’Eucaristia, perché ‘una sola fede illumini e una sola carità riunisca l’umanità diffusa su tutta la terra’».

Alla cerimonia hanno partecipato circa ottomila persone, le cui offerte, come proposto dal Comitato per le beatificazioni, sono state devolute per ricostruire l’orfanotrofio, la chiesa, e la casa di Monglin, prima missione di padre Vismara, andate distrutte dal terremoto del precedente 24 marzo.

 

Clicca qui per leggere la Preghiera di ringraziamento per il Beato Clemente Vismara.

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QUI POSTULAZIONE #24 ▪ Memoria liturgica del Beato Clemente Vismara

Il 15 giugno, giorno della sua morte avvenuta nel 1988 a Mong Ping in Myanmar, si celebra la memoria liturgica del Beato Clemente Vismara, così come proclamato durante la sua beatificazione avvenuta a Milano il 26 giugno 2011.

Classe 1897, egli era giunto nel paese asiatico, allora chiamato Birmania, nel 1923, alcuni mesi dopo la sua ordinazione sacerdotale avvenuta a Milano il 26 maggio.

Missionario come tutti gli altri, Padre Vismara è stato “straordinario nell’ordinario”, come fatto notare da un suo confratello, che di lui ha detto anche: «Ha vissuto per 65 anni la normale vita di missione in modo straordinario, per la fede, la carità, la preghiera, la donazione totale al suo popolo, la generosità, la gioia di vivere e l’entusiasmo del suo sacerdozio e della vocazione missionaria».

Una chiamata alla Missione, questa, fattasi forte durante la Prima Guerra Mondiale – alla quale ha partecipato una volta richiamato alle armi mentre era nel Seminario Arcivescovile di Milano – e da lui così ricordata: «Quanti morti ho visto in battaglia! Ma che senso ha la guerra? Fu proprio al fronte, in mezzo a tanta sofferenza e brutture, che maturai la decisione di essere missionario». Congedato col grado di Sergente Maggiore e insignito di tre medaglie al valore e una croce al merito, nel 1920 è entrato infatti nel PIME, l’Istituto anche di Padre Paolo Manna, autore di quel Operarii autem pauci che tanto lo infervorò alla vita missionaria e «che io lessi di sotterfugio nel Seminario diocesano”, come ammesso dallo stesso Beato.

Facendo bagaglio delle difficoltà affrontate in quel conflitto e affidandosi alla Divina Provvidenza, ha realizzato dispensari, orfanotrofi, scuole, chiese e tanto altro, ricordando sempre che Dio ci è vicino ogni giorno e non manca mai di darci ciò di cui abbiamo bisogno, soprattutto se cerchiamo di fare del bene agli altri.

Tutto questo sempre con forte amore per la vita, come ha testimoniato nell’articolo scritto in occasione del suo ottantesimo compleanno festeggiato il 6 settembre 1977: «La vita è bella quando ci si vuol bene: è l’amore che fa vincere la vita. Ma io, quando sono arrivato qui, ero solo, nessuno poteva amare me, straniero, il mondo che mi circondava era completamente pagano, non volevano, non potevano comprendere la mia dedizione. Io amavo senza essere amato. Chi acconsente a portare la Croce, presto o tardi sarà inchiodato. Tra vittorie e sconfitte, mi trovo sul campo da 55 anni e sempre battagliero. La vita è fatta per esplodere, per andare più lontano. Se essa rimane costretta entro i suoi limiti non può fiorire, se la conserviamo solo per noi stessi la si soffoca. La vita è radiosa dal momento in cui si comincia a donarla. Vivere solo la propria vita è asfissiante».

Per la sua intensa attività missionaria – vissuta con quella gioia che lo ha portato a dire «Invecchio senza accorgermi e di certo morrò senza rimorsi, ché uomo allegro il Ciel l’aiuta» – a sessant’anni da quando essa ha avuto inizio, la Conferenza episcopale del Myanmar, nel 1983 lo ha proclamato “Patriarca della Birmania”.

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QUI POSTULAZIONE #23 ▪ Isidoro, Mario e Pietro: testimoni della Fede in Myanmar

Dieci anni fa, il 24 maggio 2014, la Chiesa del Myanmar ha festeggiato il suo primo Beato, il martire Isidoro Ngei Ko Lat.

Come allora, anche oggi il PIME ringrazia con essa il Signore. Lo fa anche per il dono ricevuto con la beatificazione, in quella stessa celebrazione, del missionario Padre Mario Vergara, martirizzato assieme a Isidoro, suo catechista.

Entrambi sono stati uccisi il 25 maggio 1950 in prossimità del villaggio di Shadaw, dove risiedevano nella Prefettura Apostolica di Toungoo, ora Diocesi di Loikaw. Quel giorno avrebbero dovuto trattare, con il rappresentante governativo, la liberazione di un catechista catturato dai guerriglieri che certamente lo avrebbero ucciso. Essi, infatti, con l’appoggio degli amministratori locali, combattevano il governo birmano da quando il paese aveva ottenuto l’indipendenza dall’Inghilterra due anni prima. In quanto cattolici e sostenitori del dialogo e della pace, i missionari cattolici e i loro collaboratori erano visti come ostacolo al proselitismo protestante, alla sottomissione della popolazione, all’arruolamento nelle loro truppe reazionarie.

Al posto del funzionario statale, essi trovarono invece il capo dei sovversivi che, dopo averli interrogati perché considerati filogovernativi, li sottopose ad una marcia forzata fino al fiume Salween per ucciderli. Una volta fucilati, i loro corpi furono gettati nelle sue acque in due sacchi mai rinvenuti.

Padre Mario, originario di Frattamaggiore, dove era nato nel 1910, era giunto in Birmania nel 1934 e vi era tornato alla fine del 1946 dopo gli anni trascorsi nei campi di prigionia inglesi in India e poi alcuni mesi nella missione indiana dell’Istituto a Hyderabad.

Isidoro, nativo di Taw Pon Athet, aveva allora trentadue anni ed era stato scelto da Padre Vergara come catechista in appoggio alla nuova missione affidatagli. Era cresciuto nelle Missioni del PIME e ne aveva aiutato i missionari fino al suo ingresso in Seminario. Costretto a lasciarlo per motivi di salute, si era dedicato all’insegnamento avviando anche una scuola per i ragazzi dove insegnava inglese, birmano e dottrina cattolica.

La loro Causa di beatificazione e canonizzazione è stata avviata nel 2003 dalla Diocesi di Loikaw, il cui vescovo ha partecipato alla Messa nella quale sono stati proclamati Beati. La celebrazione presieduta dal Card. Angelo Amato, Prefetto delle Cause dei Santi, si è tenuta il 24 maggio 2014 nella cattedrale di Aversa, diocesi di origine del sacerdote missionario.

Padre Mario Vergara e Isidoro Ngei Ko Lat sono tutt’oggi ricordati congiuntamente dal PIME, che nel suo “Proprio Liturgico” ne ricorda la memoria liturgica il 25 maggio.

A morire in quel 25 maggio del 1950 nella missione di Shadaw è stato anche il trentaduenne Padre Pietro Galastri di Partina (Arezzo), in Birmania da due anni. Era in preghiera nella cappella durante la trattativa del confratello Vergara. Catturato dai guerriglieri è stato subito fucilato nella vicina boscaglia. Anche il sacco con il suo corpo è scomparso portato via dalla corrente del fiume Salween.

In allegato il testo integrale della Omelia del 24 maggio 2014.

 

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