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QUI POSTULAZIONE # 26 ▪ A un secolo dalla morte del Servo di Dio Silvio Pasquali

Classe 1864, sacerdote per il Clero di Cremona dal 1886, il Servo di Dio Silvio Pasquali è stato dal 1897 missionario in India, dove è morto il 7 luglio di cento anni fa a Eluru.

Vi era giunto a un anno dalla sua entrata nel PIME, allora Seminario per le Missioni Estere di Milano, dopo una intensa attività sociale al servizio della sua diocesi. Parroco a Genivolta poi a Cremona, ha istituito nella prima parrocchia una società di mutuo soccorso e nella seconda la Società di Mutua Carità fra i Sacerdoti della Diocesi di Cremona, tutt’oggi attiva, e la Unione Cattolica Cremonese destinata all’aiuto reciproco.

Suo campo d’azione è stato quello che oggi corrisponde agli Stati della federazione indiana dell’Andhra Pradesh e del Telengana, dove grazie a lui e ai suoi confratelli negli Anni 20 ha avuto inizio il grande movimento di conversione alla Chiesa cattolica da parte dei “dalit”, i senza casta. Ben 400 i suoi battesimi a Vatluru nel 1918; 700 quelli a Denduluru nel 1921; più di mille, come riferito in diocesi, quelli che ha amministrato ogni anno dal 1921 al 1923.

Ideatore di una piccola Scuola di Catechisti nel 1905, a lui si deve la fondazione delle Suore Catechiste di Sant’Anna, la Congregazione avviata nel 1914, sotto gli auspici del vescovo di Hyderabad, con sette ragazze disposte ad essere sue collaboratrici nelle attività della missione e che presero l’abito il 25 marzo 1918.

È a queste Suore che si deve, nel 2013, l’avvio della Causa di beatificazione e canonizzazione di Padre Pasquali, proclamato Servo di Dio il 25 aprile 2015 a Eluru durante una solenne celebrazione eucaristica alla quale hanno partecipato anche 700 suore e 70 sacerdoti diocesani e religiosi.

Apostolo zelante e leader carismatico, Padre Pasquali è stato sepolto nella chiesa di St. Michel a Eluru. La sua tomba è stata da subito meta di pellegrinaggio e continua ad esserlo anche ora che si trova, dal 20 aprile 2015, nella “Divine Grace Chapel” all’interno del villaggio dedicato alla Terra Santa che le Suore Catechiste di Sant’Anna hanno realizzato a Duggirala, alla periferia di Eluru, accanto alla scuola e al convento dedicati al missionario.

 

Preghiera per la beatificazione di Padre Silvio Pasquali

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QUI POSTULAZIONE #25 ▪ Padre Clemente Vismara da tredici anni è Beato

La sua proclamazione è avvenuta il 26 giugno 2011, durante la Messa celebrata dinanzi al Duomo di Milano presieduta dal Card. Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano e concelebrata anche dal Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, Card. Angelo Amato. Il quale, nel leggere la formula di beatificazione lo ha definito: «instancabile annunciatore e testimone del Signore Gesù in terra d’Oriente e difensore degli ultimi tra i poveri e i malati».

Assieme a Padre Vismara – per 65 anni missionario in Myanmar, ancora Birmania quando vi è giunto nel 1923 – sono stati beatificati il sacerdote Serafino Morazzone (1742-1822), detto «il curato d’Ars ante-litteram» ed Enrichetta Alfieri (1891-1951), della Congregazione delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, conosciuta come l’«angelo di San Vittore» per il servizio svolto per molti anni nel grande carcere milanese. Tre Beati che fanno brillare la «grandezza della piccolezza evangelica», come fatto notare dal Cardinale Tettamanzi durante la sua Omelia­.

Quel giorno la Chiesa celebrava la Solennità Corpo e Sangue del Signore, e con riferimento ad essa, in quella stessa omelia, l’Arcivescovo ha anche messo in evidenza la relazione che lega i tre Beati all’Eucaristia: «amata, celebrata e vissuta ogni giorno, risplende in tutta la sua forza nel loro cammino di santità. Nutrendosi del Corpo di Cristo essi hanno trovato l’energia di superare ogni avversità». Aggiungendo poi, in relazione al missionario: «Padre Clemente sentì come sue stesse membra le famiglie che gli chiedevano il dono del Battesimo per condividere la fede nell’unico Dio e poi i tantissimi bambini che gli erano affidati perché li salvasse. Questi stessi orfani vedevano il beato uscire per ultimo dalla chiesa e rimanervi a lungo per contemplare nel Tabernacolo la divina Presenza, il Santissimo Sacramento per lui così prezioso perché ‘vita della sua vita’. Ecco il messaggio sempre attuale che ci viene dai tre beati: siamo costituiti per formare l’unico Corpo di Cristo, siamo nutriti e santificati dall’Eucaristia, perché ‘una sola fede illumini e una sola carità riunisca l’umanità diffusa su tutta la terra’».

Alla cerimonia hanno partecipato circa ottomila persone, le cui offerte, come proposto dal Comitato per le beatificazioni, sono state devolute per ricostruire l’orfanotrofio, la chiesa, e la casa di Monglin, prima missione di padre Vismara, andate distrutte dal terremoto del precedente 24 marzo.

 

Clicca qui per leggere la Preghiera di ringraziamento per il Beato Clemente Vismara.

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QUI POSTULAZIONE #24 ▪ Memoria liturgica del Beato Clemente Vismara

Il 15 giugno, giorno della sua morte avvenuta nel 1988 a Mong Ping in Myanmar, si celebra la memoria liturgica del Beato Clemente Vismara, così come proclamato durante la sua beatificazione avvenuta a Milano il 26 giugno 2011.

Classe 1897, egli era giunto nel paese asiatico, allora chiamato Birmania, nel 1923, alcuni mesi dopo la sua ordinazione sacerdotale avvenuta a Milano il 26 maggio.

Missionario come tutti gli altri, Padre Vismara è stato “straordinario nell’ordinario”, come fatto notare da un suo confratello, che di lui ha detto anche: «Ha vissuto per 65 anni la normale vita di missione in modo straordinario, per la fede, la carità, la preghiera, la donazione totale al suo popolo, la generosità, la gioia di vivere e l’entusiasmo del suo sacerdozio e della vocazione missionaria».

Una chiamata alla Missione, questa, fattasi forte durante la Prima Guerra Mondiale – alla quale ha partecipato una volta richiamato alle armi mentre era nel Seminario Arcivescovile di Milano – e da lui così ricordata: «Quanti morti ho visto in battaglia! Ma che senso ha la guerra? Fu proprio al fronte, in mezzo a tanta sofferenza e brutture, che maturai la decisione di essere missionario». Congedato col grado di Sergente Maggiore e insignito di tre medaglie al valore e una croce al merito, nel 1920 è entrato infatti nel PIME, l’Istituto anche di Padre Paolo Manna, autore di quel Operarii autem pauci che tanto lo infervorò alla vita missionaria e «che io lessi di sotterfugio nel Seminario diocesano”, come ammesso dallo stesso Beato.

Facendo bagaglio delle difficoltà affrontate in quel conflitto e affidandosi alla Divina Provvidenza, ha realizzato dispensari, orfanotrofi, scuole, chiese e tanto altro, ricordando sempre che Dio ci è vicino ogni giorno e non manca mai di darci ciò di cui abbiamo bisogno, soprattutto se cerchiamo di fare del bene agli altri.

Tutto questo sempre con forte amore per la vita, come ha testimoniato nell’articolo scritto in occasione del suo ottantesimo compleanno festeggiato il 6 settembre 1977: «La vita è bella quando ci si vuol bene: è l’amore che fa vincere la vita. Ma io, quando sono arrivato qui, ero solo, nessuno poteva amare me, straniero, il mondo che mi circondava era completamente pagano, non volevano, non potevano comprendere la mia dedizione. Io amavo senza essere amato. Chi acconsente a portare la Croce, presto o tardi sarà inchiodato. Tra vittorie e sconfitte, mi trovo sul campo da 55 anni e sempre battagliero. La vita è fatta per esplodere, per andare più lontano. Se essa rimane costretta entro i suoi limiti non può fiorire, se la conserviamo solo per noi stessi la si soffoca. La vita è radiosa dal momento in cui si comincia a donarla. Vivere solo la propria vita è asfissiante».

Per la sua intensa attività missionaria – vissuta con quella gioia che lo ha portato a dire «Invecchio senza accorgermi e di certo morrò senza rimorsi, ché uomo allegro il Ciel l’aiuta» – a sessant’anni da quando essa ha avuto inizio, la Conferenza episcopale del Myanmar, nel 1983 lo ha proclamato “Patriarca della Birmania”.

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QUI POSTULAZIONE #23 ▪ Isidoro, Mario e Pietro: testimoni della Fede in Myanmar

Dieci anni fa, il 24 maggio 2014, la Chiesa del Myanmar ha festeggiato il suo primo Beato, il martire Isidoro Ngei Ko Lat.

Come allora, anche oggi il PIME ringrazia con essa il Signore. Lo fa anche per il dono ricevuto con la beatificazione, in quella stessa celebrazione, del missionario Padre Mario Vergara, martirizzato assieme a Isidoro, suo catechista.

Entrambi sono stati uccisi il 25 maggio 1950 in prossimità del villaggio di Shadaw, dove risiedevano nella Prefettura Apostolica di Toungoo, ora Diocesi di Loikaw. Quel giorno avrebbero dovuto trattare, con il rappresentante governativo, la liberazione di un catechista catturato dai guerriglieri che certamente lo avrebbero ucciso. Essi, infatti, con l’appoggio degli amministratori locali, combattevano il governo birmano da quando il paese aveva ottenuto l’indipendenza dall’Inghilterra due anni prima. In quanto cattolici e sostenitori del dialogo e della pace, i missionari cattolici e i loro collaboratori erano visti come ostacolo al proselitismo protestante, alla sottomissione della popolazione, all’arruolamento nelle loro truppe reazionarie.

Al posto del funzionario statale, essi trovarono invece il capo dei sovversivi che, dopo averli interrogati perché considerati filogovernativi, li sottopose ad una marcia forzata fino al fiume Salween per ucciderli. Una volta fucilati, i loro corpi furono gettati nelle sue acque in due sacchi mai rinvenuti.

Padre Mario, originario di Frattamaggiore, dove era nato nel 1910, era giunto in Birmania nel 1934 e vi era tornato alla fine del 1946 dopo gli anni trascorsi nei campi di prigionia inglesi in India e poi alcuni mesi nella missione indiana dell’Istituto a Hyderabad.

Isidoro, nativo di Taw Pon Athet, aveva allora trentadue anni ed era stato scelto da Padre Vergara come catechista in appoggio alla nuova missione affidatagli. Era cresciuto nelle Missioni del PIME e ne aveva aiutato i missionari fino al suo ingresso in Seminario. Costretto a lasciarlo per motivi di salute, si era dedicato all’insegnamento avviando anche una scuola per i ragazzi dove insegnava inglese, birmano e dottrina cattolica.

La loro Causa di beatificazione e canonizzazione è stata avviata nel 2003 dalla Diocesi di Loikaw, il cui vescovo ha partecipato alla Messa nella quale sono stati proclamati Beati. La celebrazione presieduta dal Card. Angelo Amato, Prefetto delle Cause dei Santi, si è tenuta il 24 maggio 2014 nella cattedrale di Aversa, diocesi di origine del sacerdote missionario.

Padre Mario Vergara e Isidoro Ngei Ko Lat sono tutt’oggi ricordati congiuntamente dal PIME, che nel suo “Proprio Liturgico” ne ricorda la memoria liturgica il 25 maggio.

A morire in quel 25 maggio del 1950 nella missione di Shadaw è stato anche il trentaduenne Padre Pietro Galastri di Partina (Arezzo), in Birmania da due anni. Era in preghiera nella cappella durante la trattativa del confratello Vergara. Catturato dai guerriglieri è stato subito fucilato nella vicina boscaglia. Anche il sacco con il suo corpo è scomparso portato via dalla corrente del fiume Salween.

In allegato il testo integrale della Omelia del 24 maggio 2014.

 

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QUI POSTULAZIONE #22 ▪ Ricordando Padre Salvatore Carzedda (1943-1992)

Martire del dialogo interreligioso, Padre Salvatore Carzedda è morto nelle Filippine il 20 maggio di trentadue anni fa. Quel giorno tornava in auto a casa al termine di un seminario tra cattolici e musulmani organizzato da Silsilah, il movimento per il dialogo che aveva fondato assieme al confratello Sebastiano D’Ambra.

A ucciderlo con diversi colpi pistola a Zamboanga, sull’isola di Mindanao, sono stati due integralisti islamici che con le loro moto hanno affiancato l’autovettura che guidava, schiantatasi poi contro un palo della luce.

La sua salma, onorata anche dai musulmani prima di lasciare le Filippine, ora riposa nel cimitero di Bitti, la cittadina nel nuorese dove è nato ed è stato anche ordinato sacerdote nel 1971.

Ben lontano dall’essere uno strumento di conversione, ma considerato come l’unica strada per costruire una società nuova anche nella pluralità delle confessioni, il dialogo interreligioso è stato per lui il punto fermo per la sua missione nelle Filippine. Tanto da aver sfruttato i tre anni della trasferta negli USA per motivi d’Istituto, per frequentare la facoltà di Missiologia della Catholic Theological Union e laurearsi difendendo la tesi: Il Gesù del Corano alla luce del Vangelo. Alla ricerca di una via per il dialogo.

Tesi universitaria, poi stampata da Silsilah, nella quale Padre Carzedda ha espresso così l’auspicio a lui caro: «I musulmani sul Nuovo Testamento e i cristiani sul Corano dovrebbero cominciare a fare i conti con una nuova comprensione di quanto i Libri Sacri rappresentano. Entrambi sbaglierebbero ad abbandonare la sfida del dialogo e l’esperienza dell’incontro a causa delle incongruenze tra le due fedi. Il mio tentativo è invece quello di facilitare una nuova comprensione e un nuovo ascolto reciproco, senza livellare le differenze tra le tradizioni religiose. E a guidarmi è la convinzione che il dialogo con l’Islam è possibile e necessario per porre fine alle dolorose incomprensioni che vanno avanti da secoli».

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QUI POSTULAZIONE #21 ▪ «Cella serena e secreta» cercansi

Il 16 maggio 1902 a Ripalta Guerina, in provincia di Crema, nasce Padre Alfredo Cremonesi.

Martirizzato in Myanmar nel 1953, lo ricordiamo con questo passaggio di una sua lettera redatta quando già era in missione da quasi 12 anni. Il suo bisogno di un silenzioso spazio interiore è invito a trovarlo nella nostra quotidianità per fermarsi e arricchirsi spiritualmente non solo con la preghiera.

Nella mia vita ho sempre avuto un desi­derio immenso di vita solitaria e claustra­le. Mi è sempre sembrato bello e sublime vivere una vita di preghiera, di meditazione, di silenzio e di ritiro, ed invece mi tocca fare la vita del missionario, che è la vita più varia, più zeppa di gente e di parole, più esterna e rumorosa di qualunque altra vita. Le confesso davvero che quando scri­vo a delle claustrali, mi si rinnova questa immensa nostalgia per questa bella vita e devo fare dei begli atti di rassegnazione alla volontà di Dio. Dunque mi aiuti lei a essere claustrale almeno di fatto, se non di apparenza. Mi interceda da Gesù la gra­zia di una intensa vita interiore, in modo che anche in mezzo ad una vita necessa­riamente dissipata, io mi abitui a trovare nel mio cuore la mia cella serena e secreta dove solo Gesù è ammesso. Non è poco questo che le chiedo. È nullameno che un aiuto necessario ed efficace per realizzare la mia santificazione.

(Lettera a suor Agnese, 4 agosto 1937)

 

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QUI POSTULAZIONE #20 ▪ Il Papa missionario

Dieci anni fa veniva canonizzato Giovanni XXIII.

Non solo il Papa buono, il Papa del sorriso, ma anche il Papa del PIME, che nel “Proprio” liturgico dell’Istituto ne fa memoria il 27 aprile. Lo stesso giorno in cui nel 2014 il pontefice è stato canonizzato assieme a Giovanni Paolo II.

Grande infatti è la stima e l’affetto da sempre nutrito dal PIME per Angelo Roncalli, il quale non mancava di ricordare con piacere quanto accadutogli nell’autunno del 1910: poter consegnare presso la Casa Madre dell’Istituto a Milano i crocifissi ai missionari partenti. Una visita della quale avrebbe poi detto: «Nelle conversazioni confidenti con alcuno degli anziani tornati dai campi di evangelizzazione, mi sentivo come preso da una edificazione e da tenerezza ineffabile, che non era ancora a tal punto da accendere in me una vocazione missionaria, ma educava il mio spirito alla ammirazione per chi si sentiva chiamato e rispondeva correndo per quella via audace e misteriosa».

Allora Don Angelo era segretario particolare del Vescovo di Bergamo e quello fu uno dei suoi primi contatti con la realtà missionaria al servizio della quale fu chiamato, tra il 1920 e il 1926, come Presidente del Consiglio Nazionale Italiano dell’Opera della Propagazione della Fede. «Anni passati a Propaganda Fide – avrebbe scritto –, durante i quali, tra altre esperienze, avemmo occasione di conoscere di persona tanti Missionari, di apprezzarne la solida formazione, l’ardente spirito apostolico, i sacrifici noti soltanto a Dio». Chiamato a coordinare la cooperazione missionaria in Italia si ritroverà accanto a Padre Paolo Manna, futuro superiore generale del Pime e fondatore della Unione Missionaria del Clero nel 1916, alla quale era stato uno dei primi ad iscriversi.

Se le spoglie mortali del suo Fondatore riposano a Milano, il PIME lo deve proprio a Roncalli, che da Patriarca di Venezia, come lo è stato Angelo Ramazzotti, ne ha accolto la richiesta di traslarle dalla città lagunare. Lui stesso le ha anche accompagnate durante il viaggio conclusosi il 3 marzo 1958 nella Chiesa di San Francesco Saverio.

Così è sempre grazie a lui se l’Istituto, per il quale egli ha sempre mostrato grande ammirazione, può tutt’oggi disporre della sua casa natale a Sotto il Monte. Una donazione che è stata sempre a cuore al pontefice, così come il Seminario missionario costruitovi accanto e del quale ha benedetto la prima pietra il 18 marzo 1963 e con affetto ne ha fatto ricordo prima. Doni fatti con affetto e ricordati con queste parole a missionari del PIME che gli hanno fatto visita poco prima che morisse il successivo 3 giugno: «Sono contento di partire da questa terra pensando che dal mio piccolo paese partiranno tanti missionari per portare al mondo Gesù e il suo amore».

Del suo breve pontificato, rimangono tante altre manifestazioni di affetto per l’Istituto e le Missioni.

Tra di esse quanto accaduto l’11 ottobre 1959 nella Basilica di San Pietro: la consegna del Crocifisso a 510 missionari, dei quali quindici del PIME, a cui ha rivolto anche queste parole in una omelia dalla quale emerse il suo profondo animo missionario: «Diletti figli! L’immagine del Crocefisso, che abbiamo consegnata a ciascuno di voi, come suggello e viatico della vostra missione, vi ricorderà la via da percorrere per assicurare piena fecondità al vostro lavoro. Il Cristo confitto sul legno, annientato dal doloroso supplizio, tende le mani come per abbracciare tutti gli uomini. Egli vi insegnerà a qual prezzo si ottiene la salvezza del mondo. Egli è il modello e l’esempio da seguire: “a Lui arriva solo chi cammina – sono ancora parole di S. Leone – per il sentiero della sua pazienza e della sua umiltà. In tale cammino non manca la pena affannosa della fatica, né la nube della tristezza, né la procella della paura. Voi troverete le insidie dei cattivi, le persecuzioni degli infedeli, le minacce dei potenti, le offese dei superbi: tutte cose che il Signore delle virtù ed il Re della gloria – Dominus virtutum et Rex gloriae – ha percorso nella figura della nostra infermità ... proprio perché, fra i pericoli della vita presente, non desideriamo di scansarli con la fuga, ma piuttosto di superarli con la pazienza” (Serm. 67, 6; PL 54, 371‑2). Non riponete fiducia in altre astuzie o sussidi di umana ispirazione».

 

In allegato il testo integrale della Omelia dell’11 ottobre 1959

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QUI POSTULAZIONE #19 ▪ Ricordando Padre Tullio Favali

L’undici aprile 1985 perdeva la vita sull’isola filippina di Mindanao Padre Tullio Favali.

Nato a Sacchetta di Sustinente (MN) il 10 dicembre 1946, egli era entrato nel PIME nel 1978 per iniziarvi nuovamente il cammino verso il sacerdozio, interrotto otto anni prima nel Seminario diocesano di Mantova quando era prossimo al suddiaconato. La fede vissuta nel modo più semplice e diretto e la «solidarietà con gli ultimi nel condividere la durezza della vita» avevano fatto chiarezza sulla sua vocazione missionaria.

Sull’isola era giunto diciassette mesi prima per aiutare il confratello Padre Peter Geremia, parroco di Tulunan, tra la popolazione oppressa dal governo dittatoriale del Generale Marcos. «La Chiesa è solidale ed alza la voce di protesta, in difesa degli oppressi – avrebbe scritto al riguardo il nuovo arrivato circa l’impegno ecclesiale –. Spesso i poveri e gli indifesi trovano unico appoggio e sostegno nella Chiesa, che si muove tra molte difficoltà e con poco risultato, dovendo affrontare un potere troppo forte e corrotto. Siamo dunque un segno di speranza e promotori della giustizia… Il nostro lavoro pastorale si svolge tra la gente di condizioni più umili e il nostro stile di vita tende a uniformarsi allo stile semplice ed essenziale della gente comune. È una scelta di vita, e non solo condizione sofferta e subita. Mi accorgo che la gente si aspetta molto dal prete. Voglio essere più partecipe e coinvolto nel cammino di questo popolo duramente provato dalla sofferenza».

Sarebbe dovuto partire per la Papua Nuova Guinea, ma continuando a tardare i visti necessari, aveva ottenuto di recarsi nelle Filippine per esser più vicino ai bisognosi e condividere con essi la durezza della vita. Sempre ponendosi nelle mani del Signore come scrisse nell’agosto del 1984: «Sono arrivato in questa ‘terra promessa’ nel novembre scorso e sono aperto ad un futuro che si costruisce secondo un piano preciso e con l’apporto di tutti coloro che si lasciano guidare dallo Spirito. Sarò anch’io uno dei tanti che cercano di capire questo disegno attraverso le vicende quotidiane e darò il mio contributo perché il piano del Regno di Dio diventi reale e visibile».

A ucciderlo furono i membri di una banda armata filogovernativa che, dopo un primo colpo al torace e un altro una volta caduto in ginocchio, continuarono a sparare sul suo corpo inerme per poi pestarlo e farne oggetto di scherno. Loro bersaglio, come in seguito appurato, sarebbe dovuto essere il confratello Geremia considerato comunista per l’appoggio dato alla popolazione angariata. Questi, però, quando gli giunse da una frazione vicina la richiesta di aiuto di un parrocchiano ferito dalla stessa banda, non si trovava in parrocchia e a prestare soccorso fu lo stesso missionario che vi giunse in moto.

«Vivere a fianco della gente e dare priorità alla persona umana che va accolta come tale, va rispettata e amata, perché mi rivela il volto di Cristo», aveva scritto Padre Favali all’inizio della sua missione e coerente a questo impegno ha vissuto. A testimoniarlo furono anche le oltre tremila persone che parteciparono al suo funerale, dopo il quale le spoglie mortali furono portate nel cimitero di Balindog dove tutt’oggi riposano

Sua questa preghiera a ringraziamento dell’essere dono per il prossimo, così come lui è sempre stato:

O Signore,

dacci la forza di rinnovare ogni giorno il nostro impegno,

dacci il coraggio di continuare nei momenti di oscurità,

illumina le nostre menti perché possiamo trovare le vie migliori

per arrivare al cuore dei nostri fratelli.

Mantienici svegli perché siamo tentati di adagiarci.

Dacci la passione per gli altri

anche se ciò comporta maggiore sofferenza.

Grazie, Signore,

per questa giornata, per le persone che ho incontrato, per le cose che ho scoperto.

Affido a te

le mie preoccupazioni e la mia gente, con tutti i suoi problemi.

Ti chiedo

di poter rispondere alle tue aspettative a quelle della gente.

Amen.

 

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QUI POSTULAZIONE #18 ▪ Una Santa Pasqua in navigazione

L’otto aprile 1855 Giovanni Battista Mazzucconi trascorse la sua ultima Pasqua in alto mare. Stremato per i giorni di tempesta che l’avevano preceduta, ma felice di sentirsi, lui e l’equipaggio, “veramente come resuscitati”, circondato da un mare calmo sul quale il sole tanto desiderato risplendeva come “una cosa nuova”.

Era in viaggio verso Sydney per rimettersi in salute come desiderio del suo Superiore, e di quanto accaduto durante quella Settimana Santa ne raccontò ai famigliari quando era prossimo al rientro in Missione con la Gazelle, a bordo della quale sarebbe stato martirizzato nel successivo mese di settembre.

Una morte, la sua, che aveva visto da vicino durante quella navigazione e lo fece riflettere, come deve far riflettere anche noi, che ci si deve sempre mettere nella mani del Signore, dal quale qualsiasi cosa si riceva “è sempre una grazia, una benedizione” per la quale ringraziarlo.

 

Carissimi Genitori, miei cari Fratelli e Sorelle.

Dopo quasi 4 mesi che mi trovo qui in Sydney lontano dalle mie isole, dai miei compagni, da’ miei figli, eccomi finalmente alla vigilia della mia partenza.

Domani mi metterò a bordo e sabato, dopodomani, sarò già in alto [mare] alla volta di Woodlark. Quest’anno, quando io mi trovavo in mare per venire a Sydney, il Mercoledì della Settimana Santa ci sorprese un uragano che ci ruppe le vele, le corde e la metà superiore di un albero; poi ci spinse ad errare pel mare senza direzione, e con poca speranza per quattro giorni finché il sole di Pasqua risplendé come una cosa nuova sopra di noi e noi eravamo veramente come risuscitati. Ebbene quel Dio che mi salvò in allora sarà con me anche in questo viaggio e se io non l’abbandono, Egli vuole essere con me per sempre, e finché Egli è con me, tutto ciò che mi può accadere sarà sempre una grazia, una benedizione di cui lo dovrò ringraziare.

Se nel pericolo Egli vorrà ritirarsi o farà mostra di dormire sulla punta della nave, io, come gli apostoli, anderò a risvegliarlo e a fargli vedere il mio pericolo. Che se poi non volesse ascoltare, allora gli dirò: Signore comanda ch’io venga a Voi; e la mia anima camminerà sulle acque, anderà ai suoi piedi e starà con Lui contenta per sempre.  

Sì, miei cari, abbiamo un altro paese, un’altra patria, un regno dove ci dobbiamo radunar tutti, dove non vi saranno più separazioni né partenze, dove i dolori e i pericoli passati non serviranno che ad aumentare la consolazione e la gloria. 

Dalla Lettera di Giovanni Battista Mazzucconi datata Sydney 16 agosto 1855

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QUI POSTULAZIONE #17 ▪ Ricordando Fratel Felice Tantardini

Felice Tantardini, originario di Introbio nella lombarda Valsassina, è stato un missionario del Pime che per sessantanove anni ha vissuto in Myanmar, ancora Birmania quando vi giunse ventiquattrenne nel 1922. Non un sacerdote ma un “fratello cooperatore”, come allora erano chiamati i laici consacrati del Pontificio Istituto Missioni Estere che, accogliendolo nel 1921, gli permise di aiutare con la sua maestria nell’arte del ferro quella parte dell’Asia dove è morto il 23 marzo 1991 ed ancora è ricordato come il Fabbro di Dio.

 

Basso di altezza, il che lo “confondeva” tra la popolazione per la quale ha lavorato ricevendo grande stima, è stato “alto” nel testimoniare una vita totalmente dedicata a Dio e ai fratelli. Per essi è stato un faro spirituale, vero esempio del cammino verso la santità tanto da essere riconosciuto “Venerabile” nel 2019 durante la Causa di beatificazione e canonizzazione avviata nei suoi confronti dallo stesso Pime.

Fratel Tantardini ha vissuto al servizio della Missione con totale donazione di se stesso, non solo come fabbro, ma anche quale falegname, idraulico, carpentiere, sacrista o catechista. Il suo lavorare, che viveva come “passione indomabile”, era solo per il Signore tanto da fargli affermare: «Per me il lavoro è una passione, grazie al buon Dio mi è indifferente sia il luogo come le persone. Il lavoro lo faccio per il buon Dio, è da lui che aspetto la pensione dopo la mia morte». Per questo, fintantoché la salute glielo permise, trovò naturale prestare aiuto alle missioni anche di altri istituti.

 

Grande apostolo tra le montagne e le valli delle diocesi di Taungngu e Taungyyi, egli, l’uomo dell’incudine e del martello, usati in compagnia della fedelissima pipa, è stato anche l’uomo del Rosario. Nessun nuovo lavoro intrapreso senza prima averlo recitato e offerto a Maria assieme all’accensione di una candela; mai uno spostamento da un villaggio all’altro fatto senza sgranare la corona mariana, nessun giorno in cui non abbia recitato le centocinquanta Ave Maria. La preghiera mariana per eccellenza difatti, fin da bambino lo legava strettamente alla Madonna, la sua “mamma celeste” che, come affermò, «mi ha sempre protetto con cura tutta particolare e mi ha liberato da tanti pericoli sia materiali che morali, e solo in Paradiso, ove spero di andare, potrò ringraziarla meno inadeguatamente».

 

Definito “amico di Dio, amico degli uomini e nemico di nessuno”, Tantardini ha vissuto la quotidianità col sorriso sempre sul volto perché era “felice” di nome e di fatto all’insegna di quel nomen omen di latina memoria. Felice in modo particolare di seguire la volontà del Signore anche dinanzi alle privazioni di cui scrisse: «la mia passione per i lavori specialmente di ferro, non potendo più stare nelle mie mani è quasi completamente scomparsa e si è riversata più verso i poveri più bisognosi e, materialmente e spiritualmente». Oppure nell’obbedire agli ordini dei suoi superiori, che spesso erano vere dimostrazioni di affetto come quando il vescovo di Taungyyi, constatato il calo della vista e l’aumento della sordità, lo invitò a limitarsi alla sola preghiera. Occasione che lo portò ad appuntare: «Ora invece è il tempo di pregare il buon Dio e la Madonna molto anche per me per ottenere la grazia di una totale conversione per me e anche per gli altri».

 

Della sua avvincente e spiritualmente esemplare vita rimane traccia nelle memorie autobiografiche redatte su invito del suo vescovo e pubblicate nel 1972 con l’emblematico titolo di “Il Fabbro di Dio”: un inestimabile dono come le chiese, le case e le scuole che ha realizzato in quella Birmania a lui cara dove la sua tomba continua ad essere meta di pellegrinaggio a Paya Phyu.

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