Nel ricordo della morte del Beato Padre Alfredo Cremonesi (7 febbraio 1953)
Padre Alfredo Cremonesi, originario di Ripalta Guerina dove era nato il 16 maggio 1902, trascorse gli ultimi due anni di formazione al sacerdozio nel seminario del PIME, e ricevuta l’ordinazione nel 1924 l’anno seguente fu inviato in Myanmar, paese asiatico allora chiamato Birmania.
Destinato al Vicariato Apostolico di Toungoo, operò tra i Cariani anche durante la Seconda Guerra Mondiale, subendo limitazioni di libertà nel suo ministero in quanto italiano, prima dagli inglesi poi dai giapponesi.
Terminato il conflitto, forte anche delle preghiere delle persone care, ritornò ai suoi villaggi, dove prestò assistenza agli abitanti anche durante il conflitto successivo all’indipendenza del Paese nel 1948.
Fu proprio in quello di Donokù (oggi Kyaukpon) che diede la vita per difenderne la popolazione dalle truppe governative che la ritenevano a favore dei reazionari. Era il 7 febbraio 1953.
Martire per la fede, è stato beatificato a Crema il 19 ottobre 2019.
Della bellezza della Missione così ne scriveva:
«Ma voi vedete che un povero missionario, già indebitato, non può certo moltiplicare i catechisti.
E’ una cosa umiliante parlare così, ma non si scappa.
Noi missionari domandiamo sempre per prima cosa la preghiera.
Il nostro è il più misterioso e il più meraviglioso lavoro che sia dato all’uomo non di compiere, ma di vedere: convertire anime ed anime così rozze che non hanno nessuna idea di soprannaturale.
È un miracolo più grande di ogni altro miracolo.
Per questo abbiamo un immenso, urgente bisogno di preghiere».
Padre Carlo Osnaghi (Milano, 25.10.1899 - Yejigang, Cina, 2.2.1942)
Cinquecentomila dollari, tanto era, per i suoi sequestratori filo-comunisti, il valore della vita di Padre Carlo Osnaghi, missionario del PIME rapito il 12 gennaio 1942 in Cina. Una somma che mai avrebbero però percepito: la notte del successivo 2 febbraio, essi lo uccisero seppellendolo vivo, con le mani e i piedi legati, in una fossa scavata fuori del villaggio di Yejigang.
La Cina era allora in guerra con il Giappone e la missione di Padre Osnaghi, laddove fu rapito, si trovava nella “terra di nessuno” dove operavano bande brigantesche insieme alla IV Armata rossa.
Prima di lui, il 19 novembre, i militari cinesi avevano ucciso a Dingcun i confratelli Mons. Antonio Barosi e i sacerdoti Mario Zanardi, Bruno Zanella, Gerolamo Lazzaroni.
Nel darne notizia alla madre, Padre Osnaghi – partito dall’Italia per la missione cinese di Kaifeng nel 1924 – concluse la lettera indirizzatale per il Santo Natale del 1941 con queste parole che possono costituire il suo testamento spirituale:
«La vita è nelle mani di Dio e se a Lui, al par di quelli che ci hanno testé preceduti, vorrà il sacrificio della nostra vita, ben volentieri lo faremo, sicuri che i nostri cari avranno la fortezza di accettarlo generosamente e perdonare a coloro che saranno i nostri carnefici come noi oggi l’abbiamo fatto per le nostre vittime e lo faremo se per caso sarà la medesima sorte per noi»[1].
Padre Manna e la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani
Padre Paolo Manna è stato definito da Paolo VI “il più grande ecumenista del secolo”, tale è stato l’impegno che ha profuso per l’unità dei cristiani. Il suo pensiero ha segnato la strada al cammino fatto dalla Chiesa e che l’ha portata alla costituzione del Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani, al Concilio Vaticano II e alla promulgazione dei tre documenti conciliari relativi alla stessa: Unitatis Redintegratio, Nostra Aetate e Dei Verbum.
Nel 1941 il suo libro I Fratelli Separati e Noi. Considerazioni e Testimonianze sulla riunione dei Cristiani fu fondamentale per «diffondere una sempre più larga conoscenza del problema, e – come si legge nella Presentazione alla seconda edizione dell’opera – contribuire a formare nei cattolici quella psicologia unionista tanto necessaria se questa grande causa di Dio deve avvicinarsi verso una felice soluzione». Esso fu un vero e proprio “manuale di Ecumenismo”, le cui pagine, come scrisse l’Autore, «non hanno altra pretesa fuori di quella di far presente a quanti leggeranno che esiste un problema della divisione dei cristiani, di farne sentire la realtà e di ispirare propositi di cooperare alla sua missione». Ossia quella missione che il Manna identificava nella Chiesa come «la realizzazione del grande programma di Gesù Cristo, di raccogliere tutti gli uomini in un solo Ovile e sotto la guida di un solo Pastore».
Stiamo vivendo la Settimana per l’unità dei Cristiani (18-25 gennaio 2024), iniziativa alle cui origini sono anche le “Settimane di studio” e l’“Ottavario di preghiere” in essere al tempo del Manna e finalizzate “per l’unità della Chiesa”. Ovvero «per il ritorno all’unità dei nostri fratelli che se ne allontanarono», come egli scrisse aggiungendo al riguardo: «È come quando preghiamo per la nostra conversione, o per quale degli altri peccatori. Non preghiamo per la santità della Chiesa, ma per il nostro ritorno a questa santità, che col peccato disonorammo, ma non potemmo intaccare».
Un ritorno alle origini, questo, che il sacerdote invitava ad attuare partendo dallo studio dell’ecumenismo nei seminari, dai contatti con i cristiani divisi, dalla promozione di conferenze, dialoghi o quant’altro idoneo a creare una base di conoscenza e di confidenza reciproca. Sottolineando, però, come tutto sia inutile «se non vien tolto l’ostacolo del peccato, che sta all’origine della grave situazione ed è pure causa del suo perpetuarsi. Bisogna che i cristiani divisi rientrino in se stessi, si umilino nel riconoscimento dei loro torti, aderiscano di più a Dio e ne implorino l’aiuto con fervide preghiere. La ricostruzione della cristianità unita nella sua originaria unità è un fatto assolutamente spirituale e solo per le vie dello Spirito si può effettuare».
A tutti noi oggi è dato, seguire le orme di Padre Manna e, accogliendo l’invito del Dicastero per l’Unità dei Cristiani, trovare opportunità in tutto l’arco dell’anno per esprimere il grado di comunione già raggiunto tra le chiese e per pregare insieme per il raggiungimento della piena unità che è il volere di Cristo stesso.
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I brani citati e quelli riportati in allegato sono tratti dalla terza edizione, data alle stampe nel 1944, del libro di Padre Paolo Manna I Fratelli separati e noi. Considerazioni e testimonianze sulla riunione dei Cristiani.
Padre Paolo Manna è stato beatificato il 4 novembre 2001. Da allora la memoria liturgica viene celebrata il 16 gennaio, suo dies natalis.
Superiore Generale del PIME dal 1926 al 1934, nei due anni precedenti guidò il Seminario delle Missioni Estere di Milano.
Il 4 ottobre 1925 partecipò per la prima volta alla cerimonia per la partenza dei suoi missionari e a loro rivolse un discorso d’addio. Fu l’occasione per manifestare la gioia nell’inviarli nella vigna del Signore e per offrire consigli spirituali per il servizio in terra di missione. Tra di essi l’invito a rivolgersi alla SS. Vergine e a mettere sotto la sua materna protezione la nuova vita in cui stavano per entrare.
È un’esortazione rivolta anche a noi e che dobbiamo accogliere con certezza figliare. La stessa che è stata di S. Teresa d’Avila quando, da bambina, chiese alla Madonna di esserle accanto nel cammino della vita dopo la morte della madre.
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Ma non posso chiudere queste brevi parole senza aggiungere un'altra raccomandazione.
Voi partite e lasciate qui le vostre famiglie; lasciate, molti di voi, un'amatissima madre, un padre, dei fratelli, delle sorelle. Troverete, sì nelle missioni chi terrà per voi il posto del padre, dei fratelli, delle sorelle, ma la madre nelle missioni non c'è; la madre non è sostituibile. Perciò vedete con quanto ardore dovete fin da questo momento rivolgervi alla SS. Vergine e mettere sotto la sua materna protezione la nuova vita in cui state per entrare e dirle: Mater, monstra te esse matrem [Madre, mostra di essere madre]. E non dubitate della efficacissima, potentissima assistenza di questa divina Madre su di voi.
Essa vi è obbligata: partite per gli interessi del suo divin Figlio, partite anche per Lei, -per farla conoscere, amare, venerare da nuovi figli. È anche per voi che continuerà ad avverarsi la profezia: Ecce enim ex hoc beatam me dicent omnes generationes [D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata (Lc 1, 48)].
La vostra vocazione è la vocazione di Maria: dare Gesù al mondo e con Gesù ogni bene, con Gesù la vita eterna. Voi siete ancor più fortunati, voi date al mondo anche Maria. SiateLe dunque devotissimi: fatevene un proposito speciale. Siate devotissimi della Madonna e dalla sua protezione avrete un aiuto quasi infinito. E se avrete a favor vostro la protezione della Madre di Dio, chi sarà contro di voi? E a favore di chi sarà Maria se non dei continuatori della grande opera del suo Figliuolo e dei propagatori del Suo culto?
(dal 1° Discorso ai Partenti - Milano, 4 ottobre 1925)
Il 1° novembre 2023, Solennità di Tutti i Santi, dalla Postulazione Generale del PIME abbiamo iniziato a condividere con voi quanto di spiritualmente arricchente per il cammino verso la santità alla quale ognuno di noi è chiamato.
Null’altro che condivisioni familiari – alle quali stanno seguendo i vostri graditi riscontri – partecipate in occasione di significativi momenti per la vita del nostro Istituto e della Chiesa, così come lo è l’odierna Solennità di Maria SS. Madre di Dio.
Maria è la nostra Madre celeste che rende “visibile” la via della santità sulla quale ci conduce con sicurezza.
A lei offriamo con voi questa preghiera di San Giovanni Paolo II condivisa nell’Angelus del 1° novembre 1993, lo stesso giorno in cui, trent’anni più tardi, vi abbiamo raggiunto per la prima volta con “Qui Postulazione”.
Vergine Maria,
Regina dei Santi e modello di santità!
Tu oggi esulti con l’immensa schiera
di coloro che hanno lavato le vesti
nel “sangue dell'Agnello” (Ap 7, 14).
Tu sei la prima dei salvati,
la tutta Santa, l’Immacolata.
Aiutaci a vincere la nostra mediocrità.
Mettici nel cuore il desiderio
e il proposito della perfezione.
Suscita nella Chiesa,
a beneficio degli uomini d’oggi,
una grande primavera di santità.
A Maria chiediamo anche di accompagnare il nostro servizio ecclesiale: alla Postulazione Generale è chiesto di offrire modelli sicuri da seguire, per i quali vi sia stata o sia in corso la Causa di beatificazione e canonizzazione; inoltre di far conosce silenti testimoni della Fede, per la quale alcuni hanno anche dato la vita.
Come un guardiano del faro, essa cerca di far sì che la luce di Santi, Beati, Venerabili, Servi di Dio e Battezzati illumini il cammino del Popolo di Dio.
Tutti loro, come noi, sono stati chiamati ad assumere l’umanità perché il santo, come detto da G. Bernanos, “si sforza di realizzarla nel miglior modo possibile, si sforza di avvicinarsi il più possibile al suo modello Gesù Cristo, cioè a colui che è stato perfettamente uomo”.
Maria, che l’ha visto accadere per trent’anni nella casa di Nazareth ed è rimasta vicina al Figlio sino ai piedi della Croce, sempre con Lui e accanto a Lui anche nell’Oggi, ci sia di aiuto.
Otto anni fa Angelo Ramazzotti veniva riconosciuto Venerabile.
Era il 14 dicembre 2015, infatti, quando Papa Francesco, ricevendo il Cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ed accogliendo e ratificando i voti espressi dalla stessa nella relazione presentatagli, dichiarava: «Nel caso presente e per gli scopi prefissi, consta che il Servo di Dio Angelo Ramazzotti, Vescovo di Pavia e Patriarca di Venezia, Fondatore del Pontificio Istituto per le Missioni Estere, ha esercitato in grado eroico le virtù teologali della Fede, della Speranza e della Carità sia verso Dio che verso il prossimo; e ha esercitato allo stesso modo le virtù cardinali della Prudenza, della Giustizia, della Temperanza e della Fortezza e quelle ad esse annesse».
Questo riconoscimento – così riportato al termine dell’allegato Decreto sulla eroicità delle virtù. la cui pubblicazione fu disposta dal Papa quello stesso giorno – fa di Angelo Ramazzotti, per la Chiesa cattolica, un esempio sicuro da seguire nel cammino di ciascuno verso la santità.
E’ un cammino durante il quale, qualora il Signore compierà un miracolo grazie alla sua intercessione, potremo vedere il Venerabile Ramazzotti iscritto nel libro dei Beati, ulteriore tappa nel procedere della sua Causa di beatificazione e canonizzazione, il cui percorso compiuto fino alla pubblicazione di questo decreto è stato così condensato nello stesso documento: «In virtù della fama di santità goduta dal Servo di Dio, dal 13 febbraio 1976 al 16 febbraio 1978 presso la Curia ecclesiastica di Milano fu celebrato il Processo Diocesano, la cui validità giuridica è stata riconosciuta da questa Congregazione con decreto del 4 dicembre 1998. Preparata la Positio, si è discusso, secondo le norme, se il Servo di Dio avesse esercitato le virtù in modo eroico. Con esito positivo si svolsero il Congresso peculiare dei Consultori Teologi, il 3 marzo 2015, e il l° dicembre dello stesso anno la Sessione ordinaria dei Padri Cardinali e Vescovi (presieduta dallo stesso Card. Amato, n.d.r.)».
Il suo corpo fu ritrovato ricoperto di sassi nel greto di un torrente del Myanmar. A ucciderlo 17 guerriglieri del Kuo Min Tang, l’organizzazione politico militare cinese insediatasi, dopo la vittoria di Mao Tze Tung del 1949, nei territori settentrionali della Birmania, come allora veniva chiamato il paese asiatico dove il sacerdote del PIME diede la vita l’11 dicembre 1955.
Padre Eliodoro rientrava a Mongyong, la sua antica missione, col desiderio di celebrare la Messa di Natale laddove era giunto per la prima volta nel 1935. Poco tempo dopo sarebbe stato assegnato al distretto di Mong-tsat, il più lontano e difficile, nella Birmania occidentale a una settimana intera di viaggio a cavallo da Kengtung, il capoluogo della missione.
Poi la Guerra, l’internamento in India ai piedi dell’Himalaya, lo studio degli idiomi locali per dar vita a catechismi, libri liturgici e dei canti, trattati di storia sacra fino ad allora mancanti in lingua Shan, Lahu e Ahka. Successivamente, su richiesta del suo vescovo, anche in khun, la lingua colta parlata dalla dinastia regnante e scritta per tramandare nei secoli i testi sacri custoditi nelle pagode. Lavoro durato diversi anni e terminato alcuni mesi prima della morte.
Il suo corpo fu ritrovato tre giorni dopo dagli amici del villaggio birmano che ne avevano perso le tracce.
Come riferì poi un suo confratello della vicina Mongphyak, che aveva accolto Farronato qualche giorno prima dell’uccisione, «il cadavere del Padre fu trovato mezzo seppellito nel torrentello asciutto, con le braccia legate dietro la schiena e fermate al collo, con il petto trapassato da 4 pallottole di carabina e con evidenti segni di percosse». Senza scarpe e a piedi nudi, il sacerdote vestiva ancora la talare con in tasca la corona del Rosario e una discreta somma di denaro.
Lo seppellirono a Mongyong accanto alla tomba del fratello Antonio, anche lui sacerdote del PIME, morto per la febbre dell’acqua nera in quel villaggio nel 1931, quattro anni prima del suo arrivo.
Desiderio di Eliodoro era seguirne l’esempio e aiutarlo in missione, quella missione per la quale felice era partito dall’Italia il 24 agosto 1935 e il giorno dopo aveva scritto ai suoi genitori: «Se vi ho lasciati, è per Iddio. Perciò, dopo il dolore, sento una gioia ineffabile. E credo che la proviate anche voi (…) Più felice di me non vi è nessuno! Valeva la pena fare quel che ho fatto e di lasciare tutto per provare la consolazione di sentirsi unicamente di Dio, per amarlo e farlo amare! Nulla di più bello quaggiù!».
Il giorno 8 dicembre del 1855 Pio IX, con la Lettera apostolica Ineffabilis Deum, dava la definizione dogmatica dell’immacolato concepimento della B. V. Maria.
Il documento pontificio, inviato a tutti i vescovi, il successivo 17 gennaio giunse al Venerabile Servo di Dio Angelo Ramazzotti, allora alla guida della diocesi di Pavia,
Subito egli provvide alla traduzione in italiano che, stampata in molte copie, venne distribuita accompagnata da una sua lettera pastorale con lo scopo non solo di presentare il testo, ma anche di renderlo più agevole nella lettura in considerazione dei molti riferimenti biblici, patristici e delle tante dichiarazioni e disposizioni proprie della Chiesa di Roma.
Datata Pavia 4 febbraio 1855, la sua Pastorale si apriva con queste parole di giubilo:
Finalmente possiamo comunicarvi, o Venerabili Fratelli e Dilettissimi Figlj, le Lettere Apostoliche di Sua Santità il nostro Sommo Pontefice Pio IX, colle quali ci dà la dogmatica definizione dell'Immacolata Concezione della SS. Vergine Madre di Dio; e siamo ben lieti di avere un così caro argomento per tornare a trattenerci con Voi dopo la nostra malattia, dalla quale riteniamo di essere ormai liberi principalmente per la carità delle vostre preghiere.
Pavia era stata da sempre legata alla Immacolata Concezione e di questo legame, lui vescovo pavese da cinque anni – nonché studente che in città visse gli anni dell’Università e si laureò nel 1823 – ne era consapevole. Tanto da scrivere nel suo documento:
Con vero giubilo noi abbiamo lette e rilette le memorie di questa pietà dei vostri maggiori; che cioè la divozione verso l’Immacolata Concezione della SS. Vergine avevasi per ingenita nei Pavesi, che nel 1501 tutta questa Città per mezzo de’ suoi Rappresentanti si dedicò alla Vergine SS. Concepita senza peccato, che nel 1670 tutta la Città istessa fece voto di credere e sostenere questo privilegio dell’Immacolata Concezione della Madre di Dio, e che circa questo stesso tempo edificati dall’ottimo esempio dei Rappresentanti ed Ottimati della Città tutti i pubblici Professori di questa Università avanti all’altare della SS. Vergine Immacolata fecero voto e giuramento di credere non solo, ma anche di insegnare e sostenere sempre virilmente l’Immacolata Concezione della Vergine Madre di Dio, voto e giuramento di cui ebbe la consolazione di essere depositario Monsignor Melzi Vescovo in quel tempo di Pavia.
Sicuro che, nonostante questa profonda devozione mariana, qualche obiezione al dogma ci sarebbe stata – come in effetti fu da parte di quattro sacerdoti della sua diocesi –, con esitò anche ad esortare così i fedeli affidatigli a dare obbedienza al Papa nell’accogliere la definizione dogmatica:
A noi tutti basta il sapere che al Sommo Pontefice fu da Gesù Cristo stesso nella persona del Principe degli Apostoli affidata la cura suprema e la podestà di pascere gli agnelli e le pecore, di confermare i fratelli, e di reggere e governare tutta la Chiesa, per ricevere questa definizione con pienissima amorosa adesione della mente e del cuore, ripetendo anche noi come dicevano i Padri della Chiesa: Roma ha parlato, la causa è finita.
Alla distribuzione della Lettera pastorale fece seguito una solenne Messa di ringraziamento che si tenne nella Cattedrale il seguente 8 maggio e l’istituzione della Confraternita del Cuore Immacolato di Maria.
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In allegato la lettera pastorale tratta da: Domenico Colombo (a cura), Un Pastore secondo il cuore di Dio - Lettere del Servo di Dio Mons. Angelo Ramazzotti. Vescovo di Pavia e Patriarca di Venezia 1850-1861, EMI, Bologna, 2003, pp. 169-176.
Il 26 novembre 1942 veniva ucciso a Sai Kung, sull’isola di Hong Kong, Emilio Teruzzi, cinquantenne sacerdote del PIME originario di Lesmo (MB), dove era nato il 17 agosto 1887. Distaccato dal 1912 al 1937 nel Vicariato Apostolico di Hong Kong, allora nella omonima colonia inglese, vi aveva fatto ritorno dall’Italia due anni dopo su invito del Vicario apostolico Mons. Pasquale Valtorta, suo confratello, per prestare aiuto grazie all’esperienza maturata.
Durante gran parte dei primi vent’anni della sua vita a Hong Kong p. Teruzzi era stato in missione nei Nuovi Territori, nel Distretto di Sai Kung dove, seguendo nobilmente le orme dei confratelli che lo avevano preceduto, aveva raggiunto una posizione di leadership tale da esser considerato dalla gente il loro vero “Padre”. E come tale fu per i suoi “figli” anche intercessore in tutti i rapporti con le autorità governative, compresa la polizia quando qualcuno si fosse trovato nei guai. Per i suo vicari apostolici, però, era stato anche archivista, maestro delle cerimonie, direttore del seminario e cappellano del carcere.
Tornato sull’isola riprese l’allenamento alla vita orientale, rioccupò le varie cariche di un tempo e si preparò a dividere coi confratelli ad Hong Kong le ansie della guerra, lontana prima, poi alle porte stesse della residenza episcopale quando nel 1941 l’isola fu occupata dai giapponesi.
Venuta meno la richiesta di incarichi ufficiali tornò a Sai Kung, in quella che era la più antica comunità cattolica di Hong Kong, con circa 2.500 battezzati distribuiti in trenta villaggi, molti dei quali cattolici da quattro generazioni.
Fu proprio quando si trovava a Sai Kung, dove grazie al suo stretto legame con la gente poté dare aiuto meglio di chiunque altro, che perse la vita, «ucciso, a quanto pare, da briganti cinesi nel distretto di Cairn» come riportato nel telegramma del vescovo a Propaganda Fide che lo pubblicò il 2 dicembre.
Come successivamente raccontato da testimoni, Padre Emilio fu catturato mentre si preparava a celebrare l’Eucaristia in una casa di cristiani, condotto in mare su una barca ed ucciso a colpi di pietra sulla testa.
Degli ultimi giorni di vita del missionario rimane quanto riportato in latino, sicuramente da un sacerdote cinese, in questa relazione datata 3 dicembre 1942: «Otto giorni fa, o anche prima, Han Ah Kung (il custode della chiesa di Cairn) ha consigliato a p. Teruzzi di non andare in giro a visitare i piccoli villaggi perché le yiu-kit-dui (squadre di guerriglieri) lo consideravano un traditore della Cina; però p. Teruzzi ha risposto di non essere un traditore, ma di curare semplicemente le anime dei cristiani e di non avere perciò nulla da temere. Quello stesso giorno si recò a visitare Taitung, Tsengtau e Wukaisa, dicendo che sarebbe rientrato dopo due giorni. Non è più tornato. Ieri sera un cristiano dell’isola, che fa commercio a Cairn disse ad Ah Kung che p. Teruzzi era stato ucciso. Il cadavere era già stato trovato e sepolto, ma dove, quando e come non lo sa».
La sua tomba si trova oggi a Hong Kong nel cimitero di Happy Valley.
Il 19 novembre 1941 venivano uccisi nel villaggio di Dingcun quattro sacerdoti del PIME: Gerolamo Lazzaroni, Mario Zanardi, Bruno Zanella e Antonio Barosi, il vescovo della loro diocesi di Kaifeng.
Il loro martirio ci è raccontato nell'allegata relazione del confratello Padre Gaetano Pollio, allora missionario in quel territorio e poi alla guida delle diocesi di Otranto e Salerno, riportata, come anche le seguenti schede biografiche, in Sergio Ticozzi, A Sud del Fiume Giallo. Breve storia del PIME in Henan e Shaanxi, Hong Kong 2010.
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Mons. BAROSI Antonio Nato a Salarolo Rainerio (Cremona) il 23 novembre 1901, entra nell’Istituto nel 1919. Ordinato sacerdote il 6 giugno 1925, parte per Nanyang il 6 ottobre, ed è quasi subito mandato in aiuto P. Pietro Massa a Tanghe. Dimostra doti speciali per l’educazione scolastica della gioventù. Nel 1928-29 con P. Massa deve affrontare una grande carestia e nel febbraio 1929 una cattura da parte di una banda di briganti e solo grazie ad un sopravvento dei soldati regolari riesce a mettersi in salvo. Nel giugno 1930 il vescovo lo chiama a Jingang come procuratore della missione. Qui, nella residenza centrale apre una scuola (Collegio Simeone [Volonteri]) iniziando con 80 alunni per arrivare a 560 in breve tempo. Nel 1939, è fatto anche pro-vicario da Mons. Massa. Nella primavera del 1940 viene nominato amministratore apostolico di Kaifeng. Il suo primo impegno è quello di visitare tutti i distretti posti sotto la sua giurisdizione. Nel novembre 1941 gli rimane da far visita al distretto di Dingcun, che riesce a raggiungere il 18 di quel mese. Il giorno successivo un gruppo di guerriglieri fa irruzione nella residenza e lo uccidono insieme a tre confratelli, i padri Zanardi, Zanella e Lazzaroni. I loro resti sono conservati sotto l’altare della chiesa di Zhoukou.
P. LAZZARONI Gerolamo Nato a Colere di Scalve (Bergamo) il 27 settembre 1914; entrato nell’Istituto dal seminario diocesano nel 1935, è ordinato sacerdote il 24 settembre 1938 e parte per Hanzhong nell'agosto 1939. Si ferma a Kaifeng per lo studio del cinese. Nel giugno 1940, mentre gli altri si recavano nel proprio vicariato, i due di Hangzhong, i padri Lazzaroni e Valentino Corti si vedono impossibilitati al viaggio, a causa della guerra. Mons. Civelli prega Mons. Barosi di tenere intanto i due suoi missionari e dar loro qualche impiego. P. Lazzaroni è mandato coadiutore a P. Zanella a Dingcun, dove viene ucciso il 19 novembre 1941.
P. ZANARDI Mario Nato a Soncino (Cremona) l‟8 ottobre 1904, entra nell'Istituto dal seminario diocesano nell‟autunno 1925. Ordinato sacerdote l‟11 giugno 1927 parte per Kaifeng il 27 settembre. Qui, dopo lo studio del cinese, è mandato nel 1928 a Qixian ad aiutare P. Filipin e poi a Luyi in aiuto a P. Carrara. Nel luglio 1929 diviene responsabile del nuovo distretto di Weishi. Nel 1931 è spostato a Dingcun per sei anni, per poi passare a Luyi nel 1937. Subisce il martirio a Dingcun il 19 novembre.
P. ZANELLA Bruno Nato il 27 agosto 1909 a Piovene (Vicenza), entra nell’Istituto nel 1923. Ordinato sacerdote nel 1935, parte per Kaifeng il 2 settembre 1936 e dopo il tirocinio linguistico alla casa regionale, viene incaricato dapprima del distretto di Zhongmou, poi di Yejigang e Dongzhang. Nel 1940 è trasferito a Dingcun, dove è ucciso il 19 novembre 1941.