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Causa Tantardini, pubblicata la relazione finale del Congresso teologico

Nei giorni scorsi sono pervenute alla Postulazione Generale alcune copie del fascicolo Relatio et Vota, che è il resoconto della discussione congressuale dei Consultori Teologi della Congregazione delle Cause dei Santi sul Servo di Dio Felice Tantardini.

Il “Congresso Peculiare” si è tenuto il 22 maggio 2018, sotto la presidenza del Promotore della Fede mons. Carmelo Pellegrino, per raggiungere la verità sull’eroicità delle virtù e sulla fama di santità del Servo di Dio.

Nel fascicolo, appena stampato, si riporta la relazione di ciascun teologo (otto, in tutto) e del Promotore della Fede. Essi, dopo di aver esaminato la Positio, integrata da un “Aggiornamento sulla fama di santità” di Fratel Felice redatto dal Postulatore padre Giovanni Musi, hanno espresso tutti “voto affermativo”. Il voto (o parere) affermativo significa che ciascun teologo, sulla base della documentazione e delle prove esibite, manifesta la sua convinzione che il Servo di Dio abbia realmente esercitato in grado eroico le virtù cristiane (teologali, cardinali e annesse).

L’iter della Causa, però, non è concluso. Manca ancora una tappa, prima del giudizio definitivo del Santo Padre sulla Causa. Si tratta della sessione ordinaria dei vescovi e cardinali membri della Congregazione, che saranno chiamati anch’essi – a quanto pare, in giugno prossimo – a esprimere il proprio parere riguardante la Causa e l’importanza ecclesiale della stessa. Se la valutazione sarà favorevole, come tutto fa prevedere, il Prefetto del Dicastero sottoporrà le conclusioni al Santo Padre, che autorizzerà la promulgazione del Decreto con il quale si riconosce l’eroicità delle virtù e si concede il titolo di Venerabile al Servo di Dio.

Per finire, riportiamo quanto afferma uno dei Consultori Teologi a conclusione della sua relazione:

Egli dedicò tutta la sua vita alla missione e se stupivano le sue rare capacità pratiche e manuali, quello che gli è valsa la stima e la venerazione dei fedeli e dei confratelli furono la sua semplicità, umiltà, obbedienza e, soprattutto, la sua squisita carità.

In quasi settant’anni «ha lasciato dappertutto - come opportunamente nota la Postulazione - non solo il risultato durevole del suo lavoro ma, quel che più conta, la testimonianza di una vita totalmente donata a Dio e ai fratelli» (Aggiornamento, 1).

È un modello di missionario ad gentesad extra e ad vitam, secondo il carisma del PIME.

Alcune ombre, come una relazione difficile con un confratello che a volte gli faceva perdere la pazienza, non toccano la sostanza di una figura luminosa ed esemplare.

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Un villaggio cariano degno di cronaca

Il 2019 è iniziato sotto una buona stella per una bella notizia giunta dal Myanmar (ex Birmania).

Padre Marco Villa, neo-segretario del PIME, elaborando la cronaca dell’ultimo mese del 2018, alla voce “Myanmar” ha diramato il seguente messaggio: “In data 14 e dicembre migliaia di persone hanno assistito alla benedizione del Centro Pastorale diocesano e della nuova cattedrale di Pekkon (già capoluogo del distretto orientale della missione di Toungoo). Erano presenti il Nunzio Apostolico, due arcivescovi, tre vescovi, molti sacerdoti, religiosi e suore. Pekkon è stata una delle missioni del PIME fino al 2007 e là ha lavorato Padre Paolo Noè (morto il 29.03.2007). Sono stati ricordati tutti i missionari del PIME. Per l’Istituto era presente Padre Robert Ngairi, primo sacerdote birmano, e il Referente”.

L’estensore della cronaca l’ha resa pubblica il 4 gennaio u.s. e il sottoscritto ha notato che si è attenuto all’insegnamento del Vangelo là dove è scritto che per il lavoro svolto i discepoli non sono ricompensati ugualmente nel tempo perché “molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi” (Mt 19,30).

Nel caso specifico la menzione è toccata all’ultimo parroco del PIME. Anche i primi sono stati collettivamente compresi nell’aggettivo pronominale “tutti”.

Tuttavia credo che per l’edificazione nostra e dei confratelli più giovani sia conveniente ricordare in dettaglio i nomi dei primi missionari del PIME, dopo il 1867 che contribuirono alla formazione dei cristiani tra le tribù ancestrali dei Ghekhù. Sokù, Padaung o Cariani. In ordine di tempo, nominando a volo, Padre Paolo Pastori a Pekkon nel 1922, indico prima il Beato Paolo Manna (1872-1952) e poi il Servo di Dio Fratel Felice Tantardini (1898-1991).

Padre Manna ebbe la destinazione per la Birmania nel 1895 e, dopo un anno per imparare il linguaggio ancestrale a Toungoo, fu assegnato (1896) all’evangelizzazione del villaggio di Momblò più interno di Pekkon, Momblé, Vary e Dorokó tutti abitati dai Cariani rossi. In quel villaggio costruì e benedisse (giugno 1897) una chiesetta in legno collocandovi una tela ad olio con l’immagine del Sacro Cuore di Gesù e un quadro della Madonna (ora a Ducenta) e istruendo con preghiere, catechismo, canto e la musica i catecumeni.

Si può dire che nella pastorale precorse più di un secolo fa le disposizioni della XV Assemblea generale dei vescovi che nel documento finale trattano della musica e del canto, nella liturgia (n. 47). Ma quello zelo fervoroso fu troncato presto per ematuria tubercolotica. Padre Manna nel 1901 fu obbligato a tornare in Italia una prima volta. Nel 1902, rimessosi alquanto in salute, ripartì. Tre anni dopo, nel 1905, i medici di Toungoo e Rangoon sentenziarono che i polmoni presentavano bacilli di tubercolosi. Da Milano, il direttore dell’Istituto mons. Filippo Roncari manda l’ordine di rientrare. Per la terza volta, “sufficientemente ristabilito” tornò in Birmania e fu assegnato a Dorokó. Il 4 giugno 1907, su ordine di altri medici che verificarono acuti dolori al petto e alle spalle con febbri violenti, il vescovo mons. Rocco Tornatore lo fece imbarcare definitivamente.[1]

L’altro missionario laico che ricordo qui è Fratel Felice Tantardini, dalla cui autobiografia ricavo che più volte eseguì lavori da fabbro, idraulico, costruttore edile ecc. a Pekkon. Egli racconta con brio che nel 1928, mentre si trovava a Kalaw per preparare blocchi di cemento per una chiesa in costruzione, fu chiamato a Pekkon per “installare una pompa a mano, per le canne con acqua ed altro cioè “completare il campanile e collocare tre grosse campane”. Il ritorno a Toungoo fu in parte camminando a piedi come un pellegrino e poi per via fiume su una barca fatta di tronchi di alberi scavati e spinti con remi azionati dalle gambe”. [2]

Nel pomeriggio del 17 gennaio 2019 il professor Sampietro ha illustrato la figura di Fratel Tantardini all’interno del “Caffè Letterario” presso l’ospedale Manzoni di Lecco.

Padre Alfredo Di Landa

 


[1] Vedi P. Gheddo, Paolo Manna, EMI, Bologna 2001, pp. 32: 36; 43; 47; 51; 53.

[2] Vedi F. Tantardini, Il fabbro di Dio, EMI, Bologna 2017, pp. 51; 66; 68; 69; 71.

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Il beato Paolo Manna: una vita per il Vangelo

 

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L’invito di Papa Francesco

Nell’ottobre scorso Papa Francesco indirizzava alla Chiesa il suo Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale. A conclusione del Messaggio, e per la prima volta, un Papa invitava tutta la Chiesa a pregare un Missionario che era stato definito da Papa San Paolo VI “la coscienza missionaria della Chiesa del ventesimo secolo”: il beato Padre Paolo Manna, del PIME.

Il beato Padre Paolo Manna, del PIME, nacque ad Avellino il 16 gennaio 1872 e morì a Napoli il 15 settembre 1952; con la santità della vita e la passione missionaria dell’anima, è stato veramente la coscienza missionaria della Chiesa del ventesimo secolo, un vero cuore missionario per la Chiesa e per il mondo, come il grande apostolo Paolo di cui portava il nome e nel cuore la stessa passione per Gesù Cristo e il suo Vangelo.

Padre Manna donò la vita per l’evangelizzazione dei non cristiani, prima come missionario in Birmania (l’attuale Myanmar), che fu costretto a lasciare per malattia a soli 35 anni, poi, da allora e fino alla fine della vita, come infaticabile animatore nella Chiesa per la missio ad gentes, cioè il primo annuncio del Vangelo a quanti ancora non l’hanno ricevuto e che sono, dopo duemila anni, ancora la stragrande maggioranza dell’umanità.

Come Paolo di Tarso, Padre Paolo Manna evangelizzava soprattutto con la stampa. Scrisse diversi libri che sono fondamentali per capire la natura missionaria della Chiesa e l’obbligo per tutti i battezzati di realizzarla. Rifondò Le Missioni Cattoliche, oggi Mondo e Missione, e fondò tre riviste, che animano tuttora la Chiesa verso l’ideale della missione: nel 1914, Propaganda Missionaria, un giornale popolare, con lo slogan che è impegno di vita cristiana: “tutti propagandisti”, oggi diremmo: tutti animatori missionari; nel 1919 pubblicò una rivista per i giovani: Italia Missionaria; nel 1943 l’ultima sua rivista, che indirizza alle famiglie: Venga il tuo Regno.

Sulla convinzione di fede che la missione segna la natura stessa della Chiesa, realizzò due istituzioni profetiche: la Pontificia Unione Missionaria, per ricordare la natura missionaria del sacerdozio cattolico, e il Seminario Missionario “Sacro Cuore” per l’Italia Meridionale, per significare il dovere di ogni Chiesa locale a provvedere direttamente alle vocazioni missionarie specifiche. La prima è diventata opera del Papa e dei vescovi, il secondo si è spento da alcuni anni per crisi di vocazioni, cioè di spirito veramente ecclesiale, missionario.

Per realizzare queste attività Padre Paolo Manna, come Paolo di Tarso, non aveva soste, non si concedeva tregua e non dava tregua, nella Chiesa, a nessuno perché come l’Apostolo, suo maestro, mostrava con la vita missionaria che “l’amore di Cristo ci tormenta…perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2 Cor 5, 14-15).

Le vocazioni missionarie

Paolo di Tarso nella folgorazione sulla strada di Damasco si sente chiamato ad annunciare il Vangelo ai Gentili. Rivendicherà sempre l’origine divina della sua vocazione, la difenderà appassionatamente contro ogni appiattimento, la vivrà con totalità di impegno e universalità di dedizione.

Nella storia missionaria di Padre Paolo Manna c’è innanzitutto la realtà della vocazione missionaria perché la missione si fa con i missionari. È il primo percorso della sua esperienza sacerdotale, il più appassionato e appassionante, vivissimo soprattutto perché è stato anche il suo primo percorso personale con la sofferenza umana delle lotte affrontate e vinte per dare la sua risposta alla chiamata di Dio per la missione. Questo sentimento sfocia nel suo primo libro, il più fortunato e letto: Operarii autem pauci!Riflessioni sulla vocazione alle Missioni Estere[1]. Padre Paolo Manna anche in questo campo si ispirava all’Apostolo, suo maestro.

Il 13 dicembre 1921 si realizzava, per volontà di Benedetto XV, il suo sogno vocazionale di un Seminario Missionario Meridionale a Trentola Ducenta, un paesino nella diocesi di Aversa e provincia di Caserta, poi terminato per mancanza di vocazioni. In settant’anni di vita questo seminario missionario ha donato alla Chiesa e alla sua missione circa 150 missionari, due vescovi, due martiri.

Il 26 maggio 1926 Pio XI sanciva l’unificazione del Seminario Lombardo per le Missioni Estere con il Pontificio Seminario Romano per le Missioni dando vita così al Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME). Padre Manna fu nominato dal Papa primo superiore generale.

Un altro assillo di Padre Manna fu la questione del metodo missionario, cioè come i missionari dovevano annunciare il Vangelo nelle varie parti del mondo.

Una preoccupazione emerge tra le altre: Padre Manna è convinto più che mai che non basta inviare missionari: è necessario che l’attività missionaria miri a fondare delle vere e proprie Chiese locali. Paolo di Tarso diede il primo esempio fondando le Chiese e ponendo a capo di esse vescovi e presbiteri presi dalle stesse comunità. Anche le altre fondamentali osservazioni sulla metodologia missionaria di Padre Paolo Manna sono esattamente le stesse dell’Apostolo: la santità, l’assimilazione a Cristo, la carità fraterna, l’ecumenismo, la condivisione, l’inculturazione.

Un’altra convinzione di fondo per il successo della missione evangelizzatrice della Chiesa è l’ecumenismo. Padre Manna è ben convinto, e anche documentato per esperienza diretta, che la separazione dei cristiani tra loro è il più grave scandalo per la missione della Chiesa e le fa perdere credibilità umana tra i non cristiani. Tutto lo spirito ecumenico di Padre Paolo Manna vibra dell’amaro rimprovero di Paolo di Tarso ai cristiani di Corinto: “Forse che Cristo è diviso?” (1 Cor 1,13).

L’altra grandissima preoccupazione missionaria di Padre Paolo Manna è per i Vescovi, che lui definisce nel suo opuscolo: I nostri vescovi e la propagazione del vangelo, “gli autentici successori degli apostoli che hanno avuto il mandato, assieme a Pietro, di evangelizzare il mondo…”.[2]

Giovanni Paolo II, prima volta, e finora unica, nella storia dei documenti pontifici, citerà nell’enciclica missionaria Redemptoris Missio questo spirito ecclesiale universale di Padre Paolo Manna riportando il suo motto: “Tutta le Chiese per la conversione di tutto il mondo!” (RM, 84).

Anche Benedetto XVI ha voluto porre come motto del messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale del 2007 questo motto di Padre Paolo Manna.

Il Rosario per la missione

Abbiamo ricordato all’inizio i rapporti di Padre Manna con il Santuario di Pompei; per lui la devozione a Maria è l’anima della santità del missionario e la preghiera del rosario la più efficace. Scrisse ai missionari, ricordando la sua esperienza sugli altipiani birmani: “Specialmente nei lunghi viaggi, attraverso piani e monti, nella solenne quiete delle foreste, tenete il vostro spirito raccolto, sgranate il vostro rosario, seminate preghiere: spunteranno sui vostri passi fiori di grazie”.

                                                                                                                                                                                                                             P. Giuseppe Buono, PIME

 


[1] Paolo Manna, Operarii autem pauci! Riflessioni sulla vocazione alle Missioni Estere, Milano 1909

[2] [2] P. Manna, Le nostre "Chiese" e la propagazione del Vangelo, 2 ed. Napoli 1952.

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La normalità di fratel Felice: straordinaria! Felici incontri: fratel Felice e la Birmania con la sua gente, i suoi usi e i suoi costumi

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Entrando in contatto con le varie tribù birmane, fratel Felice si dimostra un attento e preciso osservatore dei loro usi e costumi. Per quanto riguarda l’abbigliamento, osserva: “I Birmani non li avevo mai visti e sono di una razza tutta diversa sia nel fisico che nel costume. 99 per cento sono senza barba e baffi non perché si radono - allora neppure i capelli si tagliavano - ma perché di natura senza questi. Le gonnelle sono eguali a quelle delle donne: solo il modo da agganciarle alla vita è diversa. Al primo vederli sembrano tutte donne”[1]. L’osservazione feliciana può essere integrata con quanto scrive padre Brambilla: “Il vestito del campagnolo birmano consiste in una giacca di cotone dalle ampie maniche, una sottana, pure di cotone, che va fino al polpaccio ed un turbante. Nel vestito della donna la sottana arriva fino alle caviglie: la donna non porta turbante”[2]. Nel mese di aprile e di maggio del 1960 fratel Felice si trova a Kengtung nel nord della Birmania, sul confine con il Siam e la Cina. Lavora nella missione di padre Cesare Colombo[3] e ha modo di stare in mezzo alla tribù Akhà: resta colpito dal loro costume tradizionale, come si desume dalle didascalie riportate sul retro di alcune fotografie scattate in quel periodo.

Non mancano poi accenni alle abitazioni molto diverse da quella della sua Valsassina. “Le loro case sono di solito come palafitte per avere spazio sotto casa da rinchiudere i maiali di notte e la legna da ardere per il tempo delle piogge (queste durano dai 5 ai 6 mesi intercalate da qualche settimana). Ogni tanto lavorano i loro campi, tagliano i boschi: per questo si alzano molto presto al mattino, di solito al primo canto del gallo, perché chi fa l’orologio è il gallo. Anch’io fui parecchi anni senza orologio e sia il gallo che il sole non si sbaglia di molto riguardo a orario. Certamente che qui non si deve prendere né treno né pullman: queste cose non si vedono che in città. La maggior parte non videro mai né treno né camion e di pullman non ce ne sono in Birmania, almeno io non ne vidi uno ancora. Da questo è facile capire come il missionario per essere utile alla salvezza di questa gente deve dimenticare le comodità di cui era abituato in Europa e accettare con animo grande i disagi e conformarsi alla vita di questa gente”[4].

Un altro aspetto indagato da fratel Felice è quello della religione cariana. “Questa gente sono quasi tutti animisti[5]: senza idoli o religioni proprie credono agli spiriti e temono gli spiriti del male che li può far ammalare e morire. Tra di loro vi è sempre stato qualcuno che faceva lo stregone e aveva un ascendente molto temuto dalla povera gente. Naturalmente sentivano il bisogno di avere qualcuno che potesse propiziare questi spiriti più efficacemente che le loro offerte che facevano a seconda del bisogno. Con l’avvento dei Missionari a poco a poco la gente capì che gli stregoni non avevano alcun potere sugli spiriti e non erano nient’altro che imbroglioni. Tuttora ve ne sono ancora alcuni nei villaggi pagani, ma anche a questi il loro prestigio è diminuito di molto”[6].

In occasione, infine, dei funerali, si canta e si fa chiasso per tutta la notte: “così è il costume cariano per la loro di sacra tradizione”[7]. Completano il quadro, oltre alle fotografie, le seguenti, puntuali note di padre Brambilla: “Il morto vien messo in una cassa di legno, o, meglio, in un tronco d’albero scavato, la cui apertura è più stretta dell’interno di modo che il morto vi vien messo di traverso. Queste casse vengono preparate molto tempo prima e se ne vedono dappertutto. Il defunto vien vestito a nuovo, e involto in una coperta pure nuova. La cassa si lascia scoperta e tutti vanno a vedere; non si fanno condoglianze alla famiglia. Gli uomini o tacciono o chiacchierano come se nulla fosse. Solo le donne fanno un piagnisteo stereotipato. I parenti del defunto, anche se poveri, danno da mangiare ai visitatori. Anzi non si fa altro che mangiare più che si può fino alla sepoltura, dopo la quale, finisce la veglia e la crapula. I pagani amano seppellire assieme al morto cose di suo uso: braccialetti, collane di pietre dure, agate, utensili di cucina e strumenti musicali, specialmente i chisi, specie di tamburi generalmente di metallo. I cariani ci tengono molto a seppellire i loro morti nel cimitero dei loro antenati anche se venissero a morire lontani da casa. Spesso fanno loro delle oblazioni”[8].

Marco Sampietro

Da “L’Angelo della Famiglia”. Bollettino Parrocchiale di Introbio, a. 88, n. 1, gennaio-marzo 2019, pp. 7-9

 


[1] F. Tantardini, Quarant’anni in Birmania. Diario di vita missionaria, Introduzione a cura di don C. Luraghi e M. Sampietro, testo e note a cura di M. Sampietro, Parrocchia di S. Antonio abate, Introbio 2005, p. 37.

[2] G. Brambilla, Il Pontificio istituto missioni estere e le sue missioni, Memorie, vol. IV, Toungoo e Kengtung, Pime, Milano 1942, p. 10.

[3] Cfr. la lettera pubblicata in F. Tantardini, Il fabbro di Dio. Con rosario e martello missionario in Birmania. Autobiografia, lettere e testimonianze, EMI, Bologna 2016, pp. 178-179. Sul PIME in Birmania cfr. P. Gheddo, Missione Birmania 1867 - 2007. I 140 anni del Pime in Myanmar, EMI, Bologna 2007.

[4] Tantardini, Quarant’anni in Birmania, cit., pp. 45-46.

[5] I cariani erano ancora animisti, a differenza dei birmani (la terza razza maggioritaria in Birmania) che erano per lo più buddisti. Attualmente la religione predominante è il buddismo; cospicue sono le minoranze di musulmani e induisti.

[6] Tantardini, Quarant’anni in Birmania, cit., p. 38.

[7] Tantardini, Quarant’anni in Birmania, cit., p. 58.

[8] Brambilla, Memorie, vol. IV, Toungoo e Kengtung, pp. 26-27.

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La normalità di fratel Felice: straordinaria! Felici incontri: fratel Felice e i lebbrosi

mons Guercilena nel lebbrosario di Kengtung

Nella foto Mons. Guercilena nel lebbrosario di nel lebbrosario di Kengtung

 

Sul cammino della sua lunga, felice vita missionaria fratel Felice ha incontrato tante persone, conosciute e amate coi loro problemi, i loro difetti, le loro virtù. In questi felici incontri egli ha sempre avuto una predilezione speciale per gli ultimi, i poveri, gli emarginati della società.

Non a caso, in cima ai suoi pensieri, oltre agli orfani, c’erano i lebbrosi, che ai suoi tempi (e non solo) non erano soltanto malati, ma anche impuri e per questo banditi dalla società: un ostracismo al tempo stesso sociale e religioso che si fatica ad estirpare, oggi come ieri.

Fratel Felice, come Gesù nei Vangeli, si avvicinava a loro e si faceva subito loro amico: l’amore è più contagioso della lebbra! “I miei lebbrosi - scrive in una bellissima e tenerissima lettera padre Cesare Colombo - gli (a fratel Felice) vogliono un bene dell’anima. È un ruba cuori. E come fanno a non volergli bene subito? Di solito quelli che vengono a trovarmi fanno bella faccia ma stanno una buona distanza da loro. Fratel Felice si è messo in mezzo a loro come un amico di vecchia data. S’è messo subito a lavorare con loro”[1].

Per fratel Felice i lebbrosi non erano persone “intoccabili”, ma fratelli speciali da amare ancora di più degli altri. “Non ho mai avuto paura della lebbra - annota egli stesso nella sua autobiografia - e anche sopporto facilmente l’odore sgradevole che i lebbrosi emanano. La vista delle loro piaghe, di quelle mani e piedi senza dita e di quei moncherini e di quelle facce sformate, non è certo una cosa piacevole, ma chi sa quanti di quest’infelici hanno l’anima pulita e bella, ammirata dagli angeli, mentre tanti, che hanno il corpo sano, hanno l’anima sfigurata dal peccato e sono oggetto di orrore agli angeli. Ci sarebbe una forte ragione per andarsene sulla luna, per sfuggire al fetore di questa pestilenza, tanto piú nauseante della lebbra del corpo”[2].

Fratel Felice frequenta periodicamente il lebbrosario di Loilem, “il più bello fra i cinque lebbrosari cattolici della Birmania”[3]. Iniziato nel 1936 da padre Rocco Perego e dalle Suore di Maria Bambina e inaugurato nel 1938, il villaggio dei lebbrosi sorge a 1400 m slm, in una amena posizione, circondata da pini e da un laghetto. “I lebbrosi accolti a Loilem sono di varie nazionalità, birmani, cariani, shan, cinesi, indiani, ecc. e, sotto la guida del p. Perego[4] e delle suore, diventano esperti in vari mestieri, falegnami, muratori, fabbri, argentieri, agricoltori, autisti e persino scultori e pittori. Le accoglienti casette in blocchi di cemento, la leggiadra chiesina, l'ospedaletto, l'aula che fa da teatro (sicuro, c'è anche questo!) e da scuola di catechismo, sono tutte opere dei lebbrosi. Io feci solo la guglia della cupola della chiesa – stile birmano – e il campanile in ferro, sempre però aiutato dai lebbrosi e, purtroppo, sempre avendo il tempo strettamente misurato dall'obbedienza”[5].

È contento di spendere un po’ delle sue forze per il loro bene, come scrive alla mamma Maria nel 1940. “Ora sono qui a Loilem in una colonia di lebbrosi: sono 114 tra uomini e donne. In queste parti di lebbrosi ve ne sono ovunque. Questa lebbroseria fu incominciata circa un anno e mezzo fa e furono fatte già tante case per i lebbrosi e una grande per le suore di Maria Bambina che sono in carica per distribuzione medicine, fare iniezioni e cibo, di tutto insomma. Un giovine missionario è a capo di tutto. Il governo aiuta per il mantenimento e per le medicine.

É da tanto tempo che mi aspettavano qui specialmente per fare un acquedotto con canne e finalmente Sua Ecc. Monsignore Lanfranconi mi poté mandare. Questi poveri lebbrosi hanno voluto farmi un po' di festa e fecero il teatro e del ridere me ne fecero fare tanto.

Ora l'acqua arriva alla vasca di deposito e aspetto altre canne per fare la distribuzione, intanto ho un mucchio di altro lavoro da fare.

Questi lebbrosi sono tutti idolatri pagani, e un giorno ringrazieranno eternamente il Signore che a causa della lebbra avranno potuto conoscere il vero Dio e, trovata la salvezza della loro anima, che altrimenti sarebbero andati perduti eternamente”[6].

Nel settembre 1965 si trova a Loilem per fabbricare ben 300 letti di ferro per i lebbrosi. “Un’impresa di maggior lena è stata la fattura di trecento letti di ferro per i ricoverati (più di 420) della lebbroseria. Poverini, avevano solo rudimentali letti di legno, facile dimora di cimici, le quali diventano inersterminabili a meno che siano bruciate... assieme alla loro dimora. Ben volentieri mi son prestato a questa fatica, benché oltremodo pesante. Mi hanno aiutato sei lebbrosi fabbri, o meglio coltellinai, ché tra questa gente non ci sono veri fabbri, che facciano lavori pesanti. Comunque mi hanno aiutato nel montaggio dei letti – lavoro anche questo faticoso e noioso – man mano che io finivo il taglio dei ferri, la loro piegatura e la segnalazione dei buchi”[7].

In una lettera alla cara Rosina (Taunggyi 19 ottobre 1969) fratel Felice spedisce una cartolina con le case della colonia. Scrive: “Segnai coi numeri le case delle Rev.de Suore, la chiesa, la casa del Padre e il laghetto; le case bianche le più grandi, dispensari di medicine e vitto; le altre pure in muratura sono di abitazione di 8 lebbrosi per casa, quelle più oscure di legno e bambù per le famiglie con bambini; il bosco è esclusivamente una pineta”[8].

Vale la pena di riportare parzialmente un’altra lettera indirizzata alla Rosina (Loilem, lebbroseria 19 ottobre 1969): “Quasi quasi dati i miei frequenti contatti con questa gente colpita da questo male così obbrobrioso agl’europei in special modo mi fate venire il dubbio del sospetto che anche le mie lettere scritte dalla lebbroseria portassero in certo qual modo un po’ di infezione. Ma posso garantire che non solo la lettera, ma che io pure grazie al buon Dio e alla cara Madonna non ho neppure l’ombra di simile infezione. Per quanto che l’odore che emana dai loro corpi non sia gradevole e le loro membra, specialmente le mani e i piedi e la faccia a quelli più avanzati nella malattia farebbero ribrezzo a tanti e nessuno se non per amore del Signore si prenderebbe cura di loro, sebbene che in questi paesi è una malattia si può dire abbastanza comune. Mi ritorna sempre alla mente la guarigione dei dieci lebbrosi fatta da nostro Signore quando era sulla terra, e uno solo lo ringraziò del miracolo. Questi lebbrosi, invece, lo ringrazieranno perché salveranno la loro anima, morendo in grazia di Dio […] Certo che il buon Dio ha tanta tanta compassione di tutti e anche a questa terribile malattia tolse il dolore fisico. Cascano le dita o altre parti del corpo, oppure i topi li rosicchiano esportandoli, così le orecchie senza accorgersi neppure, il dolore morale è un po’ sentito dalle persone giovani. Certo che si sentono molto sollevati nel vedere che con tanto disinteresse vi è qualcuno che prende cura di loro, nei loro bisogni sia corporali che per l’anima loro […]”[9].

In una lettera del 1970 fratel Felice racconta al nipote Elio la ricostruzione dell’aula che fa da teatro per le feste e le celebrazioni eucaristiche e da scuola di catechismo spazzata via da un violento nubifragio: “Una ventina di giorni fa fui chiamato d’urgenza qui alla lebbroseria, per rifare il tetto al salone, ora adibito a tale che era la vecchia chiesa che era insufficiente, e ne fu costruita un’altra più ampia e più decente. Una tromba d’aria asportò completamente il tetto e alcune parti di casette dei lebbrosi, però grazie al buon Dio senza vittime. Appena arrivai, cioè il giorno seguente, essendo ormai sera al mio arrivo, mi misi subito all’opera con una trentina di lebbrosi: chi faceva un lavoro, chi un altro, io riparai in tre giorni le lastre di ferro zincate corrugate e, in due settimane, il salone fu coperto con incabriate nuove e lastre riparate. Si dovette lavorare senza tregua per la paura di essere sorpresi e non fare a tempo prima che ci cogliesse le prime forti e temporalesche piogge, in cui di solito incominciano in maggio. Questo salone serve a tante cose, sia per istruzioni religiose, sia per porvi il raccolto dei campi per poi essere distribuito ai vari locali e per fare dei lavori al riparo dal cocente sole e delle piogge, e anche una volta o due all’anno un po’ di teatro dei lebbrosi stessi, nel loro modo di farlo. Capendo la lingua è veramente divertente. Qui non vi è altro, né radio né tanto meno televisori o cinema né luce elettrica, appena scende le tenebre verso le 7 ½ tutto è silenzio fino alle 4 ½ del mattino”[10].

E per finire una riflessione spirituale profonda di fratel Felice: “Certo che è meglio essere lebbrosi di corpo che essere lebbrosi nell’anima questa è più contagiosa e mette in grave pericolo la salvezza dell’anima e se questa non si salva le conseguenze sono irreversibili e funeste per tutta l’eternità” (Birmania Loilem Leper Colony, 27 agosto 1978)[11].

Marco Sampietro

Da “L’Angelo della Famiglia - Bollettino parrocchiale di Introbio”, a. 87, n. 2, aprile/giugn 2018, pp. 5-8.

 


[1] F. Tantardini, Il fabbro di Dio. Con rosario e martello missionario in Birmania. Autobiografia, lettere e testimonianze, EMI, Bologna 2016, p. 178.

[2] Tantardini, Il fabbro di Dio, p. 73.

[3] Ibidem.

[4] Padre Rocco Perego (1903-1984) fu il primo direttore del lebbrosario. Cfr. R. Perego, Un pezzo di cielo caldo. Quarant’anni coi lebbrosi, EMI; Bologna 1974.

[5] Tantardini, Il fabbro di Dio, p. 73.

[6] Tantardini, Il fabbro di Dio, p. 151.

[7] Tantardini, Il fabbro di Dio, p. 142.

[8] Archivio Gruppo Missionario Introbio.

[9] Archivio Gruppo Missionario Introbio.

[10] Archivio Felice Spotti, Primaluna.

[11] Archivio Gruppo Missionario Introbio.

 

Santità

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La normalità di fratel Felice: straordinaria! La devozione al Sacro Cuore

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Nella spiritualità di fratel Felice si affianca alla sua proverbiale devozione alla “cara Madonna” anche quella, tutta speciale, al Sacro Cuore di Gesù[1], che, alla stessa stregua della sua Mamma Celeste, lo aiuta ad affrontare ogni genere di fatica e di prova, come si legge in una bella preghiera da lui stesso tradotta e recitata quotidianamente negli ultimi anni della sua lunga esistenza e come attestano alcune pagine della sua autobiografia e una sua lettera.

È il Sacro Cuore, infatti, che assiste e protegge più di una volta fratel Felice nei momenti più drammatici della sua vita missionaria.

Durante i bombardamenti del 1942, prima di lasciare Toungoo per trasferirsi al sicuro in un villaggio cattolico a circa tredici miglia dalla città, fratel Felice decide di mettere in salvo ad ogni costo la tela del Sacro Cuore, un’opera d’arte arrivata dall’Italia 50 anni prima che troneggiava sulla pala dell’altare maggiore della cattedrale. Ascoltiamo dalla viva voce di fratel Felice quel salvataggio “ispirato”: “Mi recai, dunque, alla chiesa, presi una scala di ferro a pioli, che io stesso avevo nascosto là nell'erba prima di lasciare Toungoo, e l'appoggiai sulla parete a fianco del quadro. L’artistica cornice di legno, grande e pesante, non era cosa agevole, né del resto necessaria, asportarla. Solo tagliai, con una vecchia lama di rasoio, la tela aderente alla cornice, la stesi sul pavimento, l'arrotolai e in tutta fretta la portai al villaggio. Ancora adesso non so spiegarmi come la scala, ch'era di ferro e poggiava sul pavimento di cemento, non sia scivolata e caduta. Certo che il pericolo lo avvertii, ma non c'era tempo da perdere, ché i bombardieri potevano essere addosso da un momento all'altro. Mi raccomandai al mio angelo custode e con il suo aiuto potei mettere in salvo questo bel quadro, che dopo la guerra fu rimesso nella sua splendida cornice reindorata ed è tuttora il più prezioso ornamento della cattedrale di Toungoo”[2]. La tela, grazie all’intervento provvidenziale di fratel Felice, troneggia ancora sulla pala dell’altare maggiore della cattedrale[3].

E ancora. Sempre durante la guerra, poco prima della liberazione del 1945, fratel Felice è protagonista di un’altra avventura con i giapponesi. Siamo a Donoku. Una banda di fuggiaschi giapponesi arrivano nel villaggio e lo requisiscono intimando ai missionari, alle suore e a tutti gli abitanti di sloggiare. Le suore si accorgono di aver lasciato nella loro casa al villaggio le coperte con cui coprirsi nelle fredde notti in foresta: fratel Felice va a ricuperarle mettendo a repentaglio la propria vita. Qualche giorno dopo si reca ancora a Donoku per prendere gli arredi: i militari giapponesi lo arrestano. Fratel Felice ricorda: “Con i miei due guardiani ai fianchi attraversai le strade del villaggio. Giunti alla chiesa, guardai di fronte a me la vicina foresta con i suoi alberi giganteschi, e pensai che mi avrebbero legato a uno di quei tronchi e con una baionetta o due mi avrebbero finito, come solevano fare con persone sospette. Mi sentivo già nelle carni il freddo della lama della baionetta. A qualche passo dalla chiesa, una suora aprì un tantino la finestra e mi disse di non temere, ché loro stavano supplicando il Sacro Cuore per me. Risposi che non volevo che pregassero, altrimenti sarei stato risparmiato davvero. Strano, io mi sentivo non solo calmo ma quasi felice di dover forse incontrare a momenti la morte. Uno dei miei guardiani diede un colpo con il calcio del fucile alla finestra e la rinchiuse. Un aeroplano passò allora sul villaggio e, nonostante volasse a bassa quota, non si poté discernere alcun segno per identificarlo, data la semioscurità del crepuscolo. I miei custodi ebbero paura, mi spinsero sotto il portichetto davanti alla chiesa e, uno davanti uno di dietro, mi spianarono il fucile contro, che quasi mi sfioravano con le baionette inastate, e intanto scrutavano ogni mia mossa. Forse, se avessi dato qualche segno di paura, sarebbe stata per loro una prova della mia colpevolezza, cioè che fossi un inglese. Io ero impaziente che facessero presto a mandarmi in Paradiso, ed ero già pronto a dir loro, nella loro lingua: «Arigató! (grazie!)»”[4]. E ancora una volta la “cara Madonna” lo protegge, lo salva assieme al Sacro Cuore. Un ufficiale giapponese gli chiede come mai si trova in quel villaggio, fratel Felice risponde con calma, racconta, spiega, la tensione crolla e finisce che il fratello offre un buon caffè caldo ai giapponesi, che va a preparare in missione. “Andai dalle suore, ne allestii una marmitta e l'addolcii con abbondante zucchero, di cui sapevo che i giapponesi son ghiotti. Portai a casa il caffè, e ne bevvero prima l'ufficiale che l'aveva chiesto poi altri due sopravvenuti. In un batter d'occhio cinque litri di caffè furono tracannati fino all'ultima goccia”[5].

La devozione al Sacro Cuore si intensifica negli ultimi anni di vita di fratel Felice. Alla fine del 1987, come risulta da una lettera datata Taunggyi, 2.12.87[6], riceve da una suora proveniente dall’America (Monastero del Sacro Cuore, Holes Corners, Wisconsin 53130) una ventina di immaginette del Sacro Cuore, una decina in inglese e una dozzina in birmano (“…Pochi giorni fa scrissi e mandai due lettere registrate che contengono una di auguri per il Santo Natale e una circa ventina di immaginette del Sacro cuore che ricevetti da una Reverenda Suora proveniente dall’America, una decina con la scrittura in inglese e una dozzina con la traduzione in Birmano”). Come al solito, fratel Felice non tiene niente per sé ma spedisce i santini ai nipoti allegando una sua traduzione italiana della preghiera stampata sull’immaginetta:

“Copia dello scritto stampato sulle immaginette del Sacro Cuore

Gesù, aiutami

In tutti i miei bisogni vengo da te con umile fiducia dicendo: Gesù, aiutami

In tutti i miei dubbi, perplessità e tentazioni: Gesù, aiutami

In ore di solidarietà e stanchezza e prove: Gesù, aiutami

In fallimento di miei progetti e speranze, in delusioni disturbi e dolori: Gesù, aiutami

Quando gli altri mi abbandoneranno e solo la tua grazia può assistermi: Gesù, aiutami

Quando mi getto nel tuo tenero amore come un Padre e Salvatore: Gesù, aiutami

Quando il mio cuore è abbattuto da fallimento in vedere che niente di buono viene dallo mio sforzo: Gesù, aiutami

Quando mi sento impaziente e la mia croce mi irrita: Gesù, aiutami

Quando sono ammalato e la mia testa e le mani non possono lavorare e rimango da solo: Gesù, aiutami

Sempre, sempre, nonostante le mie debolezze, fallimenti e difetti di ogni sorte e genere: Gesù, aiutami e mai abbandonarmi.

(Spero d’essere riuscito alla traduzione più corretta sia dall’Inglese che dalla Birmana. Il buon Dio e la cara Madonna portino a Loro tanti buoni pensieri)”.

Questa preghiera viene tuttora recitata il mercoledì e il sabato mattina durante il Rosario missionario di fratel Felice, curato dal compianto padre Giampiero Beretta.

Marco Sampietro

Da “L’Angelo della Famiglia - Bollettino parrocchiale di Introbio”, a. 87, n. 1, gennaio/marzo 2018, pp. 4-6.

 


[1] La devozione al Sacro Cuore è tipica dei primi anni del Novecento e successiva alla lettera enciclica Annum Sacrum (1899) con cui papa Leone XIII aveva consacrato l’umanità al Sacro Cuore. Questa devozione ebbe una rapida diffusione negli anni successivi come testimonia, ad esempio, la scelta operata da padre Agostino Gemelli di dedicare al Sacro Cuore l’Università Cattolica inaugurata a Milano nel 1921.

[2] F. Tantardini, Il fabbro di Dio. Con rosario e martello missionario in Birmania. Autobiografia, lettere e testimonianze, EMI, Bologna 2016, pp. 92-93.

[3] Ringrazio don Pio Ohn Ri per avermi gentilmente spedito una fotografia attuale della tela del Sacro Cuore che si venera nella cattedrale di Toungoo.

[4] F. Tantardini, Il fabbro di Dio. Con rosario e martello missionario in Birmania. Autobiografia, lettere e testimonianze, EMI, Bologna 2016, pp. 104-105.

[5] Ivi, p. 105.

[6] Archivio Felice Spotti - Primaluna.

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La normalità di fratel Felice: straordinaria! Due volte miracolato

 

 Madonna di Biandino Tantardini 1945

Fratel Felice era molto devoto a Maria, la sua “cara Madonna”, che egli invocava assiduamente con affetto e tenerezza filiale. “La sua devozione alla Madonna era proverbiale: aveva sempre in mano il rosario”, testimonia chi l’ha conosciuto.

“Il fabbro di Dio”, la sua autobiografia, non a caso, si apre per l’appunto con una dedica alla Mamma celeste: “Dedico queste pagine anzitutto alla cara Madonna, che mi ha sempre protetto con cura tutta particolare e mi ha liberato da tanti pericoli sia materiali che morali, e solo in Paradiso, ove spero di andare, potrò ringraziarla meno inadeguatamente”[1].

Fu proprio da questa Mamma Speciale che Felice nella sua lunga esistenza (93 anni) fu miracolato per ben due volte.

La prima volta nell’odissea della Prima Guerra Mondiale quando la “cara Madonna” lo salva dalla disperazione e dalla tentazione di lasciarsi morire per fame e freddo. Dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917) Felice, mandato al fronte, viene fatto prigioniero dai tedeschi con altri 60 compagni e condotto a Vittorio Veneto, dove viene assegnato ai campi di lavoro delle ferrovie. Passa quindi da un campo di lavoro all’altro: Udine, Gorizia e Belgrado. Finalmente, con altri quattro, progetta l’evasione: strisciando come un topo di fogna in un canale di scolo, guadagna la libertà e raggiunge poi con un viaggio avventuroso prima la Grecia e poi l’Italia. Nel giugno 1919 giunge finalmente a Introbio e riabbraccia sua mamma Maria[2] che, come segno di ringraziamento per il fausto ritorno a casa dei figli Giuseppe e Felice dal tremendo conflitto bellico, fa dipingere a Carlo Motta di Introbio un quadro su lastra di lamiera raffigurante la Madonna della Guardia di Genova.

Fratel Felice viene miracolato una seconda volta nel 1924, quando Maria lo guarisce miracolosamente da una appendicite acuta. Siamo a Leikthò e fratel Felice è colpito da forti dolori addominali e per raggiungere l’ospedale di Toungoo deve essere portato a spalla su una barella per 50 chilometri. Quando sta per essere messo sulla barella, si fa portare all’altare della Madonna: “Mia buona Madre, guariscimi subito da questa strana malattia e ti prometto di dire ogni giorno il Rosario intero”. La richiesta è esaudita: si alza da solo, il dolore scompare, la pancia sgonfia, esce dalla chiesa buttando via il bastone e gridando: “La Madonna mi ha guarito!”. Il parroco, i barellieri e la gente del villaggio gridano al miracolo. Felice, del tutto guarito, mantiene la promessa di recitare tre Rosari al giorno: 150 Ave Maria![3]

La “cara Madonna” è sempre accanto a fratel Felice: lo sostiene nella sua vocazione missionaria (“Certo che questa ferma volontà la devo alla cara Madonna che vegliava sulla mia vocazione, altrimenti avrei capitolato”[4]) e in terra di missione. Se vogliamo godere anche noi delle grazie di Maria, affidiamoci, come fratel Felice, alla sua materna protezione perché “la cara Madonna ci vuole immensamente bene e anche su questa terra non manca di farci gustare un po’ del suo dolce materno amore che ha per noi”[5]. E ancora: “Alla cara Madonna … non occorre fare l’elenco della carità perché alla cara Madonna non sfugge neppure un’Ave Maria recitata in suo onore e lei la ripaga con grazie”[6].

Marco Sampietro

Da “L’Angelo della Famiglia - Bollettino parrocchiale di Introbio”, a. 86, n. 4, ottobre/dicembre 2017, pp. 5-6.

 


[1] Felice Tantardini, Il fabbro di Dio. Con rosario e martello missionario in Birmania. Autobiografia, lettere e testimonianze, EMI, Bologna 2016, p. 17.

[2] Ivi, pp. 21-37.

[3] Ivi, pp. 56-57.

[4] Ivi, p. 45.

[5] Lettera alla nipote Maddalena Ossola Spotti (Prusoh, 30 dicembre 1958).

[6] Lettera alla nipote Maddalena Ossola Spotti (Taunggyi, 26 giugno 1985).

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La normalità di fratel Felice: straordinaria! Un bambino come tanti altri ma…

Fr. Felice con la sorella Adelaide a Vimogno

 

Felice trascorre spensieratamente la sua infanzia a Introbio con papà Battista, l’adorata mamma Maria, le sorelle Maria, Luisa, Adelaide (N.d.r. con lui nella foto, a Vimogno) e Anna, i fratelli Giuseppe e Primo. Quella di Felice è una famiglia non solo numerosa ma anche profondamente religiosa: alla sera recita del rosario in comune e, finito il rosario, tutti a letto. “Non dimenticherò mai - scrive fratel Felice nella sua autobiografia - la raccomandazione di mia madre: «Ricordatevi, figliuoli, di non tralasciar mai le vostre preghiere, per quanto brevi; e non mettersi a dormire come cani!». Quest’esortazione materna mi è sempre risonata nell’animo, spronandomi a esser fedele alle preghiere della sera, in qualsiasi luogo io fossi, solo o in compagnia, anche durante la vita militare e la prigionia”[1].

Il piccolo Felice frequenta con profitto la locale scuola elementare ed è sempre promosso con i massimi voti in tutte le materie, complici le cure premurose e attente della sorella maggiore Maria e della mamma che lo seguono in tutto, persino nella calligrafia. Terminata la terza elementare, la mamma gli fa ripetere la classe per fargli “acquistare un po’ più d’istruzione”[2]. Dopodiché comincia a lavorare come apprendista fabbro presso l’officina del fratello maggiore Giuseppe. Gli anni passano tra lavoro, giochi sul sagrato della chiesa con gli altri ragazzini del paese e letture di romanzi di avventure e altri libri. Nel 1911, all’età di 13 anni, Felice rimane orfano di padre, morto tragicamente in un’alluvione. La mamma Maria diventa il faro della sua vita ancora in crescita. “La mamma, «donna forte», non si lasciò abbattere dall’inattesa sciagura. A costo di sacrifici, che solo il Signore ha potuto registrare nel libro d’oro della sua vita, dimentica di se stessa e sollecita solo di noi suoi figli, ci sorresse e ci temprò con fortezza e amore. Oh quanto ringrazio il buon Dio di avermi dato una tal madre!”[3]. Mamma Maria è una madre molto attenta e premurosa, ma soprattutto una grande educatrice. Felice racconta che quando aveva circa 10 anni, tornando dal lavoro e passando di fianco ad un campo di granoturco vede delle belle pannocchie quasi mature e non resiste alla tentazione di prenderne una. “Arrivato a casa, con la mia pannocchia in mano, rimasi sorpreso a incontrare l’opposizione di mia madre. «Dov’hai preso questa pannocchia?». «L’ho colta nel campo di...» e dissi il nome. «Immediatamente vieni con me!» ─, fece lei con cipiglio risoluto. E mi condusse dalla famiglia del padrone di quel campo. C’era in casa solo la moglie. «Comare, questa pannocchia appartiene a voi; è stata presa dal vostro campo. Riprendetevela, e scusatemi della marachella di mio figlio». Dicendo così, me la tolse di mano e gliela porse. Quella buona donna si schermiva: «Ma no, Maria, non fa niente. È cosa da poco. E poi, si sa, i ragazzi son sempre ragazzi!». La mia mamma fu irremovibile: «Niente affatto. È cosa che non doveva fare. Deve imparare a non rubare!». E imparai la lezione, e non l’ho più dimenticata, e il vizio del rubare, sia pur piccole cose, non ha mai sfiorato il mio animo. Oh, se tutte le mamme facessero così, credo che di ladri ce ne sarebbero ben pochi!”[4].

Una vita, quella di Felice, semplice e normale ma improntata ad una forte educazione cristiana in famiglia.

Marco Sampietro

Da “L’Angelo della Famiglia - Bollettino parrocchiale di Introbio”, a. 86, n. 3, luglio/settembre 2017, pp. 4-5.


[1] Felice Tantardini, Il fabbro di Dio. Con rosario e martello missionario in Birmania. Autobiografia, lettere e testimonianze, EMI, Bologna 2016, p. 20.

[2] Ivi, p. 18.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 19.

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P. Leopoldo Pastori, a 22 anni dalla morte

P. Leopoldo Pastori 1 

26 maggio 1996: muore a Piacenza, stroncato dall’epatite a 57 anni, padre Leopoldo Pastori, della diocesi di Lodi, missionario del PIME in Guinea-Bissau.

Vogliamo ricordarlo in questa sezione Missione e santità perché, pur non essendo stata finora avviata per lui la Causa di beatificazione, la sua fama di santità è diffusa non solo tra i confratelli che l’hanno conosciuto, ma, ancor più, tra i tantissimi fedeli che hanno avuto contatti con lui sia in Italia (particolarmente in Lombardia: Lodi, Sotto il Monte, Monza, Milano…), sia in Guinea-Bissau.

 

Padre Leopoldo Pastori 2

In questo paese lusofono dell’Africa occidentale padre Leopoldo ha svolto attività missionaria in due periodi, dal 1974 al 1978 e dal 1990 al 1996: in tutto, meno di nove anni. Un tempo non lungo ma intenso, in cui il missionario lodigiano innamorato di Cristo, apostolo dell’affidamento a Maria, ha profuso le sue energie in una vita totalmente donata a servizio di Dio e dei fratelli. Attraeva particolarmente i giovani con la sua fede, ma anche con le sue doti umane e abilità musicali: suonava l’armonium, la chitarra, la tromba, la korà (strumento africano a corde); componeva e insegnava canti nelle lingue locali.

A partire dal 1975, il virus dell’epatite (il famoso antigene australe) sarà il suo “compagno” inseparabile. Terapie, diete… con alterne vicende. Una croce che egli abbraccerà con fede e pazienza, con fortezza ammirevole fino alla morte. Scrive: “Soffro volentieri, perché il dolore mi converte a Dio e mi fa capire di più l’umanità che soffre”.

Qualche confratello ha detto di lui: “Però… ogni tanto faceva di testa sua”. Beh, anche i santi hanno i loro difetti!

Aderisce con entusiasmo alla proposta di padre Mario Faccioli (1922-2015), uno dei “veterani” della Guinea-Bissau, di collaborare con lui, che aveva fondato la “Casa di spiritualità” di N’Dame, a circa tre chilometri da Bissau. Dedica alla preghiera dalle quattro alle cinque ore al giorno. Predica ritiri, confessa, guida spiritualmente preti, suore e laici (tra cui molti giovani catecumeni e neofiti), che si recano in pellegrinaggio alla chiesa-santuario “Regina degli Apostoli” di N’Dame. Si prodiga per i poveri, i bambini, gli ammalati dei villaggi della zona.

Il 13 maggio 1996 si aggrava ed è costretto a dire addio alla missione con un volo Bissau-Lisbona-Milano. È ricoverato di urgenza prima al “Negrar” di Verona, poi - grazie all’interessamento della dott.ssa Giuliana Rapacioli, sorella del nostro padre Francesco - all’ospedale di Piacenza.

Qualche giorno prima della morte chiama al suo capezzale l’amico e guida spirituale padre Andrea Gasparino (1923-2010), fondatore del “Movimento contemplativo missionario Beato Carlo De Foucauld” di Cuneo, che accorre immediatamente per l’ultima confessione.

In una sua lettera del 15 settembre 2005 a padre Gheddo, il monaco di Cuneo dichiarerà: “Con p. Leopoldo ho avuto un legame profondo. […] Credo che l’idea di iniziare la sua causa di canonizzazione sia stupenda! Abbiamo bisogno di missionari santi!”[1].

P. Giovanni Musi, PIME

 

 

Testamento di padre Leopoldo Pastori

2 novembre 1990

Prima di partire per la Guinea-Bissau, dono della bontà infinita del Signore, penso a tutta la mia vita e prego:

  • Grazie infinite, mio Dio, dei tuoi doni quotidiani, profondi, sempre pieni di tenerezza paterna.
  • Perdonami di non aver visto né accolto, per il mio egoismo, i tuoi consigli di vita evangelica e di aver approfittato della tua misericordia.
  • Chiedo perdono al mio Istituto che mi ha aiutato a vivere concretamente la mia vocazione missionaria; chiedo perdono ad ogni padre, fratello e seminarista, della mia incapacità ad amarlo, a stimarlo, a servirlo come Dio voleva che facessi.
  • Chiedo perdono ai miei cari familiari e amici, se non ho dato tutto l’esempio di prete missionario, innamorato di annunciare Cristo.
  • Chiedo perdono sinceramente a quanti ho offeso in qualsiasi modo: che mi perdonino di cuore e preghino per me. Io, già tante volte ho desiderato e pregato per perdonare volentieri chi mi avesse fatto del male: cose che passano!
  • Accetto e consacro fin d’ora, l’ultima chiamata di Dio, il dono della morte che offro a Dio, in unione alla morte crocifissa di Gesù e insieme a Maria ai piedi della croce. Vorrei che fosse una morte cosciente e vissuta fino alla fine, per amore di Gesù.
  • Benedico il Signore per qualsiasi sofferenza che avrò, perché sarà preziosa occasione di mostrargli con i fatti che lo amo.
  • Offro fin d’ora la mia vita con gioia, per le mani di Maria, al Padre, perché accolga la mia preghiera con Gesù Eucarestia: che N’Dame divenga santuario eucaristico-mariano, e che tutte le tabanche (villaggi, ndr) vicine si convertano al Vangelo.
  • Tutto quanto possiedo non è mio, ma della missione dove avrò vissuto fino al momento della mia morte.
  • Che i miei cari possano prendere qualche ricordo personale, se lo desiderano.
  • Maria, Regina degli Apostoli, mia madre, maestra e regina amata, mi affido a Te, fino all’ultimo istante della mia vita. Rendimi fedele a Gesù, e ti ringrazio per ogni volta che col tuo aiuto, ho trovato la gioia di amarlo e di farlo amare, di servirlo nei poveri, di annunciarlo a chi non lo conosceva.
  • Madre mia, fiducia mia. Amen

Gesù ti amo.

P. Leopoldo Pastori

(Trascrizione dal manoscritto originale conservato nell’Archivio Generale del PIME di Roma)

 


[1] Piero Gheddo, Leopoldo Pastori – Il missionario monaco della Guinea-Bissau (1939-1996), EMI 2006, pp. 131-132.

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