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QUI POSTULAZIONE #2 ▪ XXII Anniversario Beatificazione Padre Paolo Manna

Padre Paolo Manna è stato beatificato a Roma il 4 novembre 2001.

Lo ricordiamo con questo brano tratto da una delle sue circolari inviate ai missionari del PIME quando fu loro Superiore Generale dal 1924 al 1934.

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Marta e Maria

«Si lavora, sì, e tante volte con il fine, pur buono, di salvare anime, di stabilire cristianità; ma per mancanza di spirito di fede, non tenuto vivo dall'orazione, si trattano i ministeri, le opere dell'apostolato, come si trattano gli affari terreni, con vedute e metodi troppo umani: ci si appoggia troppo a mezzi terreni e sulla propria abilità ed energia. In tale stato d'animo non si vede neppure la necessità dell'orazione, e si può perfino giungere, come Marta, a lamentarsi ed a criticare il confratello, al quale piace dare come è suo dovere il primo posto nelle sue occupazioni quotidiane all'orazione ed alle altre pratiche di pietà sacerdotale.

E giacché ho richiamato l'evangelico episodio di Marta, voglio fare un'altra riflessione.

Generalmente si dice che Marta rappresenta la vita attiva e Maria la contemplativa. Al lamento di Marta, Gesù dice: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». Questa cosa di cui c'è bisogno è la contemplazione, che è detta pure la parte migliore. Se la contemplazione è necessaria, ed è la parte migliore, in qual modo possono dispensarsene i missionari?

Ma noi, si dirà, abbiamo abbracciato la vita attiva...! Io vi dico di no. Noi abbiamo abbracciato l'apostolato, che è la vita completa e veramente perfetta, perché è la vita condotta in terra dal Figlio di Dio. Vita puramente attiva non esiste. Maria scelse la parte migliore: noi abbiamo scelto il tutto, che contiene, deve contenere principalmente e necessariamente la parte migliore, che è l'Orazione. Il missionario è Maria nella contemplazione, è Marta nell'azione esteriore. Il missionario che volesse fare solo la parte di Marta è riprovato da N. Signore, non è benedetto e non conclude nulla.»

Beato Padre Paolo Manna, dalla Lettera Circolare n. 17, Milano 30 dicembre 1931

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QUI POSTULAZIONE #1 ▪ Solennità di Tutti i Santi

«In una delle sue Lettere ai missionari egli afferma: "Il missionario di fatto non è niente se non impersona Gesù Cristo... Solo il missionario che copia fedelmente Gesù Cristo in se stesso... può riprodurne l'immagine nelle anime degli altri" (Lettera 6). In realtà, non c'è missione senza santità, come ho ribadito nell'Enciclica Redemptoris missio: "La spiritualità missionaria della Chiesa è un cammino verso la santità. Occorre suscitare un nuovo ardore di santità fra i missionari e in tutta la comunità cristiana" (n. 90).»

Giovanni Paolo II, dalla Omelia per la Beatificazione di P. Paolo Manna, 4 novembre 2001

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Decreto di venerabilità di Fr. Felice Tantardini - trad. italiana

Il Decreto di Venerabilità di fratel Felice Tantardini

Nel trentesimo anniversario dalla morte di fratel Felice Tantardini (23 marzo 1991 - 23 marzo 2021) giunge da Roma il Decreto di Venerabilità (Decretum super virtutibus) del nostro comparrocchiano e compaesano. L’11 giugno 2019, durante l’Udienza con Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare il decreto sulle virtù eroiche di fratel Felice Tantardini, missionario laico del Pime vissuto per quasi 70 anni in Birmania.

Il testo del Decreto è in latino. Se ne fornisce qui di seguito una traduzione italiana che è sia aderente al testo, conservandone quindi l’impianto e la struttura, sia il più possibile ‘leggibile, rendendo così più agile e moderna la comunicazione. Si ringrazia per la consulenza padre Giovanni Musi.

Congregazione delle Cause dei Santi

Diocesi di Taunggy

Causa di Beatificazione e Canonizzazione

del Servo di Dio Felice Tantardini

Fratello del Pontificio Istituto Missioni Estere

(1898 – 1991)

Decreto sulle virtù

“Sforzarmi di essere felice, sempre e ad ogni costo, ed essere intento a far felici gli altri”

Il Servo di Dio Felice Tantardini scoprì nel suo nome di battesimo quasi una “vocazione alla gioia” e così divenne apostolo della pace in tutti i luoghi in cui si svolse la sua vita di cristiano consacrato alla missione.

Il Servo di Dio nacque il 28 giugno 1898 a Introbio, Diocesi di Milano e provincia di Lecco. Educato cristianamente in famiglia, dopo la terza elementare incominciò a lavorare come fabbro. Durante la Prima Guerra Mondiale, dopo la disfatta di Caporetto nel 1917, venne richiamato alle armi e inviato al fronte. Fatto prigioniero, rischiò di morire di fame. Evaso riuscì a fare ritorno in Italia.

Al termine della guerra, grazie alla lettura di riviste missionarie, maturò la decisione di consacrare la vita alla propagazione della fede. All’età di ventitré anni entrò nel Pontificio Istituto per le Missioni Estere. Dieci mesi dopo, venne destinato come fratello laico alla Birmania, dove rimase ininterrottamente per sessantotto anni, con un solo rientro di pochi mesi in Italia nel 1956.

Era stato destinato alla missione di Toungoo, ma si spostava da una missione all’altra. In qualità di fabbro, dotato di una eccezionale forza fisica, edificò chiese, case, scuole, conventi, seminari, ospedali e orfanotrofi. Offrì la sua opera anche presso un lebbrosario, conquistandosi l’affetto dei malati.

Durante la Seconda Guerra Mondiale venne imprigionato in un campo di detenzione giapponese.

Il Servo di Dio ebbe una fede semplice e genuina, nutrita da un profondo spirito di preghiera. Ogni giorno recitava tre rosari in onore di colei che era solito chiamare la sua “cara Madonna”. Umile e sincero nel suo stile di vita, pieno di bontà con i confratelli e con quanti venivano a contatto con lui, era capace di fare dell’umorismo sui propri limiti e acciacchi. Diede un notevole contributo in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale che si tenne a Rangoon nel 1955. Nel 1973 la Repubblica Italiana lo insignì della Stella al Merito del Lavoro.

Quando compì ottantacinque anni i Superiori gli imposero di “andare in pensione” per potersi dedicare ancora di più alla preghiera. Con la sua consueta prontezza obbedì e intensificò ancora di più la sua comunione con il Signore. Rese la sua anima a Dio il 23 marzo 1991. Ai suoi funerali intervennero moltissime persone, tra cui anche molti non cristiani. Furono proprio loro a testimoniare la fama di santità che aveva accompagnato quell’umile missionario per tutta la sua vita.

Perdurando la sua fama di santità, presso la Curia ecclesiastica di Taunggyi, dal 31 luglio 2001 al 4 agosto 2002, fu celebrata l’Inchiesta diocesana, la cui validità giuridica fu riconosciuta da questa Congregazione delle Cause dei Santi con decreto del 28 gennaio 2005. Preparata la Positio, si è discusso, secondo la consueta procedura, se il Servo di Dio abbia esercitato in grado eroico le virtù. Con esito positivo, il 22 maggio 2018 si è tenuto il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi. I Padri Cardinali e Vescovi riuniti nella Sessione Ordinaria del 4 giugno 2019 hanno riconosciuto che il Servo di Dio ha esercitato in grado eroico le virtù teologali, cardinali ed annesse.

Presentata, quindi, un’attenta relazione di tutte queste fasi al Sommo Pontefice Francesco da parte del sottoscritto Cardinale Prefetto, il santo Padre, accogliendo e ratificando i voti della Congregazione delle Cause dei Santi, nel presente giorno ha dichiarato: Constano le virtù teologali della Fede, Speranza e Carità sia verso Dio sia verso il prossimo, nonché le cardinali della Prudenza, Giustizia, Temperanza e Fortezza e di quelle annesse, in grado eroico, del Servo di Dio Felice Tantardini, Fratello del Pontificio Istituto per le Missioni Estere, nel caso e per il fine di cui si tratta (Constare de virtutibus theologalibus Fide, Spe et Caritate tum in Deum tum in proximum, necnon de cardinalibus Prudentia, Iustitia, Temperantia et Fortitudine, iisque adnexis, in gradu eroico, Servi Dei Felicis Tantardini, Fratris e Pontificio Instituto pro Missionibus Exteris, in casu et ad effectum de quo agitur).

Il Beatissimo Padre ha dato incarico di rendere pubblico questo decreto e di trascriverlo negli Atti della Congregazione delle Cause dei Santi.

Roma, 11 giugno 2019.

Angelus Card. Becciu

Praefectus

+ Marcellus Bartolucci

Archiep. tit. Mevaniensis

a Secretis

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Il Cardinale Achille Locatelli: insigne benefattore del PIME

Su Inforpime del maggio 2016 è apparso un mio articolo sul Card. Giovanni Bonzano (1867-1927), unico porporato appartenuto al nostro Istituto. Fu pubblicato in forma ridotta ma sufficiente, mentre l’edizione integrale, di 19 pagine, fu messa su Intranet (www.pime.org).

Nella speranza che i confratelli abbiano apprezzato quell’articolo, ora ne propongo un altro, anche questo su di un Cardinale, ancor meno noto del primo. Mi riferisco al Card. Achille Locatelli (1856-1935), creato cardinale da Pio XI nel Concistoro dell’11 dicembre 1922 nel quale figurava anche il nostro Bonzano. Locatelli ha diritto ad essere conosciuto e ricordato anche dal PIME di oggi perché lasciò in eredità la sua villa romana al PIME, un bene quindi assai particolare e consistente.

Questa villa era situata in una zona speciale di Roma, in Via Maurizio Bufalini, civico 4 (oggi 2) angolo Piazza Rio de Janeiro civico 3, lungo la via Nomentana, vicino alla Villa Mirafiori (dove abitò la Contessa Rosa Mirafiori, seconda moglie, “morganatica”, di Vittorio Emanuele II) e alla famosa Villa Torlonia, residenza privata della famiglia Mussolini fino al 1943. Non distante vi era la chiesa Parrocchiale di S. Giuseppe al Nomentano, gestita come la vicina S. Agnese dai Canonici Regolari Lateranensi, una Congregazione di origine francese.

La villa poi fu venduta nel 1977 dal Superiore Generale, Mons. Aristide Pirovano, all’Ambasciata di Svezia presso la Santa Sede. Ne riferiremo poi le complicate vicende. Ma vogliamo anticiparvi subito la notizia (a quasi nessuno nota), che i mobili della camera da letto del Cardinale sono stati trattenuti e conservati dapprima nella nostra Sede Generalizia di Via S. Teresa, 12 al Corso d’Italia, 36 a Roma, quindi in Via S. Erasmo 3 (Sede in affitto al PIME per alcuni anni), e per ultimo in questa sede di Via Guerrazzi, civico 11, nella stanza 333 al terzo piano. Camera spesso destinata a Vescovi di passaggio, essendo l’unica che ha mobili antichi, risalenti agli anni Venti del secolo scorso.

Io, da ex Archivista, ho avuto modo di ricercare notizie più volte su Locatelli e altri su richiesta del dott. Franco Cajani, dal 1998 Segretario Generale del “Centro Internazionale di Studi e Documentazione Pio XI – CISD Pio XI” di Desio, autore di vari libri su Pio XI e su diversi personaggi a lui collegati, tra cui appunto il card. Locatelli. Tra l’altro il dott. Cajani è stato incaricato dal salesiano Card. Raffaele Farina, Archivista e Bibliotecario emerito di Santa Romana Chiesa, il 16 ottobre 2015 di riscrivere i primi quattro capoversi della biografia di Pio XI posti nel dicembre 2015 sul sito informatico della Città del Vaticano. Il dott. Cajani, d’altra parte, mi ha fornito gran parte delle notizie che qui riporto.

A questo proposito mi ha anche informato che in occasione del 160° anniversario della nascita di Locatelli a Seregno nel 1856, e Ratti a Desio, nel 1857, egli ha suggerito al Comune di Seregno di ricordarli ponendo una lapide sul muro dove una volta sorgeva la scuola privata della maestra Maria Cantù (1842-1908) dove studiò sia Achille Locatelli che Achille Ratti. Lo scorso anno era stata proposta una lapide sul muro esterno della Villa Odescalchi dove l’11 marzo 1856 nacque Achille Locatelli. Nella Villa Odescalchi la tradizione dice che il 19 maggio 1661 sia nato il Pontefice Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi, 1611-1689), poi beatificato nel 1956 da Papa Pacelli. Il neonato nella stessa notte però fu portato a Como, forse perché a Como vi era la residenza principale della illustre e ricca famiglia, elevata poi al rango principesco dall’Imperatore dopo la battaglia di Vienna. La Villa Odescalchi a Seregno si trova in Piazza Italia 8 (già piazza Sant’Ambrogio e poi piazza Savoia). È di proprietà della Famiglia Silva, che però non par essere favorevole alla dedicazione di una lapide sul muro del palazzo.

Nascita e studi

Achille Giacomo Eutimio nacque nella casa dei nonni a Seregno, l’11 marzo 1856 da Giovanni Battista [Ornato] Locatelli (1823-1894) di Villa d’Adda (Bergamo), ingegnere di estimo (catasto), e da Albina Maria [Gaetana Giuseppa Liberata] Ripamonti (1827- 1909) di Seregno. Seregno è a 22 km da Milano, oggi in Provincia di Monza e Brianza, che da modesto borgo conta quasi 45.000 abitanti.

Quanto alla data di nascita di Achille Locatelli, non è facile venirne a capo. Nei documenti del Comune di Seregno risulta nato il 10, in quelli della Parrocchia l’11, ma in tutti gli altri documenti, a cominciare dall’Annuario Pontificio, risulta nato il 15. Il Cardinale stesso usa questa data nel suo Testamento olografo, di cui parleremo in seguito. Questa data risulta anche nei certificati di morte a Roma. Piccoli misteri ormai insolubili. Il Cardinale preferiva il 15 marzo! Bisogna ricordare che per il periodo antecedente il 1° settembre 1871 le funzioni di Ufficiale di Stato Civile erano espletati dai Parroci. Verificate queste varianti con i dati dei Duplicati di Battesimo conservati nell’Archivio Storico Diocesano di Milano, si è giunti a far stilare all’attuale Prevosto Mitrato della Basilica Collegiata S. Giuseppe, Mons. Bruno Molinari, un certificato, in data 9 febbraio 2015, ineccepibile che conferma la data di nascita dell’11 marzo 1856.

Il bambino fu battezzato il giorno seguente alla sua nascita (sempre secondo i registri parrocchiali), il 12 marzo, coi nomi di Achille, Giacomo ed Eutimio. Il terzo nome, Eutimio, per via del padrino, Eutimio Ripamonti (1786-1866), nonno materno.

Il primo figlio dei Locatelli, dunque, nacque a Seregno, nella casa dei nonni materni, Eutimio Ripamonti e Francesca Formenti (1792-1878), nella Villa Odescalchi, acquistata nel 1765 da Giovanni Battista Formenti. Gli altri due figli sono Matilde, nata il 22 febbraio 1857 a Villa d’Adda (Bergamo) e Pietro Antonio Andrea a Seregno il 18 gennaio 1858. La famiglia si spostò varie volte per lavoro. Dalle Alfabetanze del Seminario Arcivescovile di Milano (anni 1869-70 e 1872-73) il nucleo è segnato domiciliato a Zelo Buon Persico, mandamento di Paullo (Lodi). Questo fino al 1878, quando i familiari tornarono definitivamente a Seregno in Via Pozzolano, civico 13. Successivamente la famiglia risulta il 17 marzo 1880 trasferita, prima, a Zelo Buon Persico e poi nel Comune di Merlino (Lodi). Il 24 aprile 1894 è annotato che emigra dalla frazione di Lavagna del Comune di Comazzo (Lodi) al paese natio del capostipite Giovanni Battista che a Villa D’Adda muore il 30 ottobre 1894. La madre Albina Ripamonti morirà il 13 dicembre 1909 e verrà sepolta nella cappella gentilizia di famiglia commissionata dal Cardinale a Ettore Strauss (1860-1966), un lustro dalla morte del padre. Attualmente è di proprietà della Famiglia Luigi Zuccotti che l’ha ereditata dalla nonna Ida Locatelli (1900-1987).

Il bambino Achille Locatelli frequentò la prima e la seconda classe elementare a Seregno, nella scuola della maestra Maria Barbara Angela Cantù (1842-1908), detta Marzellina, dove dicevamo innanzi studiò pure il futuro Pio XI.

Il 7 ottobre 1864 entrò nel Seminario Minore Diocesano di S. Pietro Martire a Seveso e, caso assai singolare, non essendovi la terza, quarta e quinta elementare, fu ammesso in prima ginnasio. Evidentemente era giudicato di intelligenza eccezionale, ma il ragazzo aveva appena 8 anni, ed il salto fu per lui assai duro, tanto che fu bocciato e dovette ripetere la classe. Poi proseguì e completò il ginnasio con successo. Qui ricevette la Cresima il 28 luglio 1865 da Mons. Carlo Caccia Dominioni, Vicario Generale di Milano, giusto il certificato rilasciato in data 9 febbraio 2015 dal Prevosto Molinari.

Il 7 novembre 1876 fu mandato a Roma per la prima Teologia nel Pontificio Seminario Romano, dove nelle Alfabetanze (anni 1824-1912) è registrato cronologicamente al n. 833. Riceve la Tonsura nella cappella privata del Vicegerente di Roma, Mons. Giuseppe Angelini; il 21 dicembre 1878 e il 16 marzo 1874 riceve gli Ordini minori, sino al conferimento il 12 aprile 1879 del Suddiaconato e il 20 settembre 1879 il Diaconato dal Card. Raffaele Monaco La Valletta, Cardinale Vicario di Roma. Il 20 dicembre del medesimo anno fu ordinato al Presbiterato, in S. Giovanni in Laterano, insieme ad Achille Ratti. Entrato il 6 novembre 1880 nella Pontificia Accademia Ecclesiastica in Piazza della Minerva, 74 a Roma dove si laureò in Teologia e Diritto Ecclesiastico.

Carriera ecclesiastica

Il 10 settembre 1884 Locatelli venne nominato Cameriere Segreto Sopranumerario di Leone XIII e il 10 maggio 1886 è attestato quale membro della Commissione istituita per la revisione delle relazioni nelle Diocesi presso Propaganda Fide. Il 15 settembre dello stesso anno il suo primo incarico fu quello di essere mandato a consegnare la berretta cardinalizia al neo Cardinale di Siviglia, Zeferino Gonzàles y Diaz Tunon (1821-1894). E ancora il 1° dicembre 1886 con biglietto della Segreteria di Stato di Leone XIII fu inviato come Uditore nella Nunziatura di Monaco in Baviera e nel 1887 in quella del Belgio, poi Parigi e infine in quella di Vienna. Il 20 agosto 1902 fu nominato Prelato Domestico di Sua Santità e assegnato al lavoro presso la Sezione Affari Straordinari della Segreteria di Stato.

Il 6 dicembre 1906 fu nominato Arcivescovo Titolare di Tessalonica. Lo consacrò il 27 il Cardinale Merry del Val, Segretario di Stato. L’8 luglio 1916 fu inviato Internunzio in Argentina, poi nel 1918 Nunzio in Portogallo. In seguito fu trasferito come Nunzio in Belgio e insieme come Internunzio in Olanda e Lussemburgo.

Achille Locatelli visse per tanti anni all’estero. A noi risulta che tornò a Seregno soltanto due volte: la prima dopo la sua consacrazione episcopale, nel 1906, e la seconda volta, nel 1930, per la consacrazione del nuovo Santuario di S. Valeria.

Deceduto Benedetto XV, il 22 gennaio 1922, il nuovo Papa Pio XI lo richiamò a Roma da Lisbona e lo promosse Cardinale col Titolo di S. Bernardo alle Terme, assieme ad altri tre tra cui il nostro Card. Bonzano.

A Roma fu assegnato a vari incarichi riguardanti la Congregazione dei Sacramenti, del Cerimoniale, dei Religiosi e alla Segreteria di Stato, settore Affari Ecclesiastici Straordinari. Prima di morire era diventato anche Camerlengo di S. Romana Chiesa, cioè Tesoriere, che entra in funzione con poteri speciali alla morte di un Papa.

Sull’Annuario Pontificio risulta Cardinale Protettore soltanto di quattro Congregazioni religiose femminili, mentre il nostro Card. Bonzano ne aveva una ventina, e di grandi Ordini come i Minori Francescani, i Barnabiti, gli Olivetani, la Consolata ecc.

I due Cardinali ebbero in comune successivamente la carica di Protettori dell’Arciconfraternita di Gesù Maria e Giuseppe, antica istituzione romana per il suffragio alle anime del Purgatorio, soppressa il 5 ottobre 2013.

Morte del Cardinale e Testamento

E arriviamo così al finale della storia, alla parte che più ci interessa.

Il Cardinale Locatelli, come abbiamo detto, abitava in Roma nella sua villetta in Via Maurizio Bufalini 4 (oggi n. 2) con ingresso anche a Piazza Rio de Janeiro 3.

Il 1° aprile 1935 il Cardinale aveva partecipato al Concistoro con Pio XI per la Canonizzazione dei Beati John Fisher e Thomas More (avvenuta poi il 1° maggio). La salute sembrava buona.

La mattina del 5 aprile 1935 invece i domestici si accorsero che il Cardinale non usciva di camera. Entrati col dottore, si accorsero subito che stava morendo, colpito da una improvvisa polmonite fulminante. Il Cardinale era ancora cosciente, per cui il Parroco della vicina chiesa di S. Giuseppe, l’Abate Giovenale Pascucci (1889-1958), gli impartì gli ultimi Sacramenti. Il Papa gli mandò subito il Card. Alfredo Ottaviani per una benedizione speciale, che egli mostrò di apprezzare assai. Poco dopo però serenamente spirava.

Le esequie si tennero nella chiesa di SS. Ambrogio e Carlo al Corso Umberto il 9 aprile, e poi il feretro proseguì per treno fino a Seregno dove fu accolto dal Card. Ildefonso Schuster, Arcivescovo di Milano. Fu inumato il 10 nella Prepositurale di S. Giuseppe, divenuta Collegiata nel 1925, nella cappella posta nella parete laterale sinistra, entrando dalla porta della attuale Basilica.

È conservata una fitta corrispondenza tra Mons. Enrico Ratti (1870-1957), Preposto Mitrato di Seregno, titolo ricevuto nel 1923 da Pio XI (non parente del Papa, che rimase parroco di Seregno per un quarantennio) e il Card. Locatelli in merito alla erezione del Capitolo della chiesa prepositurale, al trasporto a Seregno dell’antica Cappellania Locatelli-Formenti ed alla costruzione in chiesa del suo monumento sepolcrale. Di Ratti, il 23 febbraio 2017, si è celebrato il 60° della morte e Mons. Bruno Molinari, nell’omelia si è soffermato sull’epigrafe incisa sulla sua pietra tombale: “Nelle sue opere splendido, per il suo grande cuore amatissimo” sintetizzando sia le opere da lui promosse che il suo aiuto a tutti i seregnesi nei due conflitti mondiali, sempre vicino al suo popolo di parrocchiani per un quarantennio.

Nella parete laterale destra, si trova invece la tomba del Patriarca Paolo Angelo Ballerini, nato a Milano nel 1814. Designato dall’Imperatore e confermato da Pio IX come Arcivescovo di Milano nel Concistoro del 20 giugno 1859, impedito dal Governo del Re a prendere possesso della Diocesi fu consacrato segretamente nella Certosa di Pavia nella notte tra l’8 e il 9 dicembre 1860. Mons. Ballerini si ritirò il 6 luglio prima a Cantù poi nel settembre 1863 nella frazione di Vighizzolo, governando la Diocesi tramite il Vicario Generale e Vicario Capitolare Mons. Carlo Caccia Dominioni. Il triste caso fu risolto solo il 27 marzo 1867 quando per Milano il Papa scelse un altro Arcivescovo, Mons. Luigi Nazari di Calabiana, ben accetto al Governo italiano perché anche Senatore del Regno, traslandolo dalla sede di Casale Monferrato, e promosse Mons. Ballerini Patriarca titolare di Alessandria d’Egitto di rito latino. Il Patriarca Ballerini dal luglio 1868 esercitò il suo ministero soprattutto a Seregno, ma anche altrove, e ivi morì il 27 marzo 1897. Sepolto nel cimitero di Seregno, dal 1908, la sua salma fu traslata nella Prepositurale S. Giuseppe in un sepolcro costruito nel 1898 per lui tramite una colletta dallo scultore Francesco Confalonieri (1850-1925). Il Processo di Beatificazione promosso il 31 maggio 1994 da un Comitato non è stato ancora formalizzato presso il Servizio delle Cause dei Santi della Diocesi di Milano.

Il Cardinale Locatelli si era fatto preparare la tomba nella Collegiata S. Giuseppe, d’accordo col Prevosto Mons. Enrico Ratti. Chiesa del suo Battesimo, che poi fu elevata al rango di Basilica Minore da San Giovanni Paolo II nel 1981. Parlando della sua tomba il Cardinale aveva accennato al Prevosto che egli aveva in mente di istituire una Cappellania a Seregno, alla sua morte. Fu così che la tomba, progettata e dal sacerdote e architetto Don Spirito Maria Chiapetta (1868-1948), che il Santuario di S. Valeria elaborato in stile neogotico, fu pronta giusto in tempo dopo la morte del Cardinale.

Il Prevosto di Seregno, Mons. Enrico Ratti accorso a Roma per la morte del Cardinale, il 6 aprile, l’8 scrisse da Roma due lettere al Card. Ildefonso Schuster, Arcivescovo di Milano. Il Prevosto riferiva al Cardinale Arcivescovo che il Testamento olografo del Cardinale era stato pubblicato la mattina dell’8 aprile 1935, riferendosi però alla seconda parte del verbale con la lettura completa del documento locatelliano. Dalle copie conformi agli originali recuperati presso l’Archivio Notarile Distrettuale di Roma, il Prevosto Ratti non figura tra i presenti sottoscrittori dei verbali stesi in due tempi alla presenza del Pretore Mario Di Nola. Il Ratti fa intendere che fu lui stesso ad aver suggerito al Card. Locatelli di lasciare la villa di Roma al PIME con l’obbligo di istituire una Cappellania perpetua presso la Parrocchia di S. Giuseppe a Seregno, con un sacerdote che celebrasse ogni giorno per lui e per i suoi defunti “potendo anche in qualche modo servire per il mantenimento di un altro Sacerdote nell’amatissimo paese”.

Aggiungiamo che, il testamento del Cardinale Locatelli porta la data del 16 maggio 1928, ed è stato pubblicato a Roma dal Notaio Gerolamo Buttaoni in due fasi verbalizzate avanti il Pretore e naturalmente con numero e repertori diversi: il 6 aprile [n. 28733 e rep. 116900] l’8 aprile [n. 28735 e rep. 116902] dell’anno 1935.

I primi due verbali sono strati stesi e sottoscritti alla presenza anche del nipote Giovanni Locatelli (1891-1972) di professione agente di cambio figlio di Pietro (1858-1939) [fratello del Cardinale] coniugato l’11 ottobre 1924 con Lucia Anna Burkhardt (1889-1979) citata per un lascito.

Infatti dal testamento olografo integrale stilato il 16 maggio 1928 di cui l’allegato B dell’atto dell’8 aprile 1935 apprendiamo questa volontà: “Se il mio nipote Giovanni Locatelli avesse, all’epoca della mia morte, uno o più figli maschi, nati da legittimo matrimonio, lascio a questi il mio villino, posto in Roma […] Nel caso poi che il predetto mio nipote non avesse figli maschi e legittimi, voglio che il citato mio villino, col giardino e mobilio, che si trovava in esso all’epoca dell’acquisto da me fatto, passi in libera proprietà del Pontificio Istituto delle Missione Estere di Milano perché serva alla propagazione della Fede, fra gli infedeli delle Missioni a lui affidate, con l’obbligo di fondare in Seregno una Cappellania con l’impegno di una messa quotidiana da applicarsi in suffragio dell’anima mia e di tutti i miei cari defunti […]. Costituisco mio esecutore testamentario il mio nipote Avv. Giovanni Gibelli, ed in mancanza di questo o non volendo, l’altro mio nipote Avv. Ettore Tacchini […]”. Giovanni Gibelli (1882-1932) è figlio della sorella Matilde (1857-1945) coniugata il 6 gennaio 1979 con Battista Pasquale Gibelli (1842-1891). Ettore Tacchini è il marito di Maria Gibelli figlia di Matilde Locatelli.

Qualche settimana dopo la pubblicazione dei due verbali si presenta al Notaio Buttaoni e al Pretore Giovanni Spagnoletti di Roma, Pietro Spinelli per la pubblicazione di due codicilli “rinvenuti fra le carte lasciate dal medesimo [Cardinale] nella casa di sua abitazione” redatti in data 1° febbraio 1932 dai quali veniamo a conoscenza che “In seguito alla morte dei miei esecutori testamentari nominati nel mio suddetto testamento, cioè i Signori Avvocati Giovanni Gibelli e Ettore Tacchini, nomino ora in loro luogo il signor Pietro Spinelli fu Luigi domiciliato a Roma colla sua consorte Giuseppina Aquari ed il sac. Gerardo Brambilla del fu Angelo, Procuratore del P.I. delle Missioni Estere di Milano […]sac. Giovanni Bricco del fu Giacomo […]. Non lascio nulla, direttamente, al mio nipote Giannino Locatelli per ciò che egli sa e conosce”. Infatti Giovanni Locatelli avrà indirettamente, dopo la morte del padre Pietro, la quota della casa di Villa d’Adda, unitamente al fratello Achille (1904-1963) e alla sorella Ida (1900-1987). La cappella gentilizia di Villa d’Adda passerà alla sorella Ida che ha sposato il torinese Attilio Calzia il 28 maggio 1923, ha due figli Giancarlo (1924-1947) e Annamaria (1929-2012) che ha sposato il 26 ottobre 1955 Luigi Zuccotti e ha generato due figli Raffaele e Gabriele (eredi legittimi che hanno posto in vendita il monumento di famiglia al migliore offerente).

L’obbligo delle Messe

Una parte del testamento, quella riguardante proprio la clausola a carico del PIME, fu poi pubblicata su “L’Amico della Famiglia” di Seregno, si veda Un grave lutto, maggio 1935, pp. 53-61. Interessante è la fotografia, pubblicata alla pagina 58, della tomba completata con il cancelletto in ferro battuto, di pregevole fattura, asportato successivamente per rendere meglio visibile la tomba interna e conservato nei magazzeni della Basilica.

Il PIME, da parte sua, il 29 dicembre 1935 chiese a Propaganda Fide, come di regola, il consenso ad accettare il lascito, valutato a quel tempo in ben 450.000 lire. Il lascito fu accettato quindi il 17 agosto 1936.

Tutto chiaro. E invece no, un paio di anni dopo il PIME cadde in un grosso equivoco. Scambiarono un modesto lascito del 1900 di un certo Locatelli con quello del 1935 del card. Achille Locatelli. Chiesero la riduzione di Messe a Propaganda Fide, la quale concesse ma chiese di indagare meglio sulla faccenda. E fu così che il PIME riscoprì il lascito e l’obbligo per il Card. Locatelli.

Il PIME dapprima passò al Prevosto di Seregno, Mons. Ratti, dal 1937 al 1946 un tot ogni anno per le Messe quotidiane, poi, su proposta dello stesso Prevosto, versò lire 25.000 per l’acquisto di una casa ove far abitare il cappellano che doveva celebrare la Messa quotidiana secondo le intenzioni del Cardinale. Ma essendo la somma insufficiente all’acquisto, il Prevosto la passò all’Ufficio preposto presso la Curia Arcivescovile di Milano per il Fondo lasciti per Messe, nella speranza che il capitale aumentasse. Ed invece diminuì, e così al Cardinale rimase soltanto, il ricordo annuale a novembre nella Parrocchia di S. Giuseppe a Seregno e quello del PIME i cui membri, come noto, celebrano ogni anno una Messa a novembre per i benefattori defunti. Ma in Economato mi è stato pure detto che la Direzione Generale usufruisce ogni anno di ben 10.000 Messe ad mentem Superioris, celebrate dai membri PIME, e queste – mi fu detto – in gran parte vanno ai nostri benefattori defunti (tra i quali quindi anche il Cardinale Locatelli).

Vicissitudini della villa

Preso possesso della villa, il PIME dovette pensare a utilizzarla. Si pensava di affittarla all’Ambasciata di Polonia, che offriva 2.000 lire annue, ma poi la scelta cadde su Renzo De Angelis, che nel 1937 vi installò una piccola Casa di Cura. Io, quando ero studente a Roma nel 1954-56 per la licenza in Missiologia, da Via S. Teresa mi spinsi un giorno fino alla vicina via Nomentana e così vidi la villa di cui tra noi studenti si parlava. La villa nel 1961 era stimata del valore di 150 milioni.

Ad un certo punto, nel 1964, l’Istituto chiese l’aumento dell’affitto, ma De Angelis si impuntò, così che la vertenza si prolungò tra avvocati e tribunali civili ed ecclesiastici (anche la Sacra Rota). Infine il PIME la spuntò e De Angelis lasciò la villa l’8 agosto 1964 con una buonuscita di 7 milioni di lire (l’Istituto ne aveva spesi altri tre per avvocati, ed accessori). In tutto 10 milioni.

Sappiamo che la villa nel 1967 venne affittata all’Ambasciata di Svezia. Questa pagava regolarmente, ma molto spesso richiedeva il nostro intervento per riparazioni agli impianti vari.

Un bel giorno il Superiore Generale, Mons. Aristide Pirovano, si stancò, e decise di demolire la villa stessa e altre dipendenze riedificandola con criteri moderni, prima che scadessero i relativi permessi del Comune di Roma. La rinnovata villa, ormai una palazzina a tre piani, rimase ancora in affitto alla Svezia, sino a che Mons. Pirovano decise di venderla alla stessa nazione.

Il 23 dicembre 2016, dopo lunghe e vane ricerche nei nostri Archivi di Roma e di Milano, riuscii a rintracciare il già citato Testamento olografo del Card. Locatelli e l’Atto confermativo di vendita della villa il 18 dicembre 1979 [atto n. 960 rogato dal notaio Augusto Paulillo al n. 2337 di repertorio presso l’Archivio Notarile Distrettuale di Roma]. Il 12 gennaio di questo 2017 vi trovai finalmente anche l’Atto di vendita in sospensiva del 5 aprile 1977 [atto n. 15829 rogato dal notaio Pietro Fea al n. 595823 di repertorio] e quello confermativo steso solo a due anni di distanza dal primo. Perché? Il PIME, come da legge italiana, aveva chiesto il placet del Governo italiano per la vendita della Palazzina al Regno di Svezia, e l’Italia aveva mandato al PIME il documento, che però non era mai stato consegnato a noi. Quindi, solo con l’Atto confermativo stipulato il 18 dicembre 1979 fu interamente valido l’Atto del 5 aprile 1977. Solo in questo Atto del 1977 era specificata la cifra a cui la palazzina era stata venduta: esattamente 1.771.897.500 lire. Quasi due miliardi. La palazzina era costituita da 54 vani catastali, assai di più di quelli iniziali.

Oggi la palazzina è sede dell’Ambasciata di Svezia presso la Santa Sede.

Altre disposizioni del Cardinale

Circa il lungo testamento del Cardinale, possiamo dire che era stato steso da lui il 16 maggio 1928, ma in seguito vi aveva aggiunto alcune note. Circa il suo villino, lo lasciava al nipote Giovanni Locatelli se colui, all’epoca della morte dello zio Cardinale, avesse avuto figli maschi da legittimo matrimonio come già anticipato sopra. In caso diverso il villino sarebbe andato al PIME.

Naturalmente il Cardinale dispose anche per dei lasciti al fratello Pietro, alla sorella Matilde, a tutti i suoi nipoti, nonché per i servizi prestati dalle Clarisse di Bertinoro [la Congregazione venne fondata nel 1895 a Bertinoro (FC) da Francesca Farolfi (1853-1917)] e ai Fratelli Concezionisti [la Congregazione venne fondata nel 1857 da Luigi Maria Monti (1825-1900)], ai suoi domestici ed ai due sacerdoti responsabili delle Parrocchie di Roma (l’Abate Pascucci) e Seregno (il Prevosto Ratti) “perché vengano distribuiti fra i poveri delle loro rispettive parrocchie”. Proibì la vendita degli “indumenti personali, sotto pena della perdita della parte loro lasciata”. Perché? Dispose delle altre sue cose in specificato elenco per il P.I.M.E., per il Seminario Maggiore Romano, per S. Bernardo alle Terme (suo Titolo cardinalizio) e per i parenti.

E con questo facciamo punto, non avendo potuto e voluto approfondire in questa sede la conoscenza del Cardinale tramite eventuali suoi scritti o altre fonti. Ci auguriamo che a Seregno si pensi a far scrivere una esaustiva biografia di questo che, dopo il Patriarca Ballerini, è il secondo personaggio del luogo per importanza, conoscenza e stima da parte del popolo di Seregno.

A me basta quindi aver segnalato a confratelli e amici l’esistenza e la carità di questo Cardinale, che preferì il nostro Istituto per la specifica sua intenzione di raccomandare a Dio la sua anima, pensando insieme al bene spirituale dei suoi concittadini, continuando pure a collaborare anche dopo la propria morte, attraverso i nostri Missionari, allo sviluppo del Regno di Dio nel vasto mondo. Le sue parole sopra citate sono ben chiare ed espressive.

Roma, 31 marzo 2017

P. Mauro Mezzadonna

Archivista emerito del PIME

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Causa Tantardini, pubblicata la relazione finale del Congresso teologico

Nei giorni scorsi sono pervenute alla Postulazione Generale alcune copie del fascicolo Relatio et Vota, che è il resoconto della discussione congressuale dei Consultori Teologi della Congregazione delle Cause dei Santi sul Servo di Dio Felice Tantardini.

Il “Congresso Peculiare” si è tenuto il 22 maggio 2018, sotto la presidenza del Promotore della Fede mons. Carmelo Pellegrino, per raggiungere la verità sull’eroicità delle virtù e sulla fama di santità del Servo di Dio.

Nel fascicolo, appena stampato, si riporta la relazione di ciascun teologo (otto, in tutto) e del Promotore della Fede. Essi, dopo di aver esaminato la Positio, integrata da un “Aggiornamento sulla fama di santità” di Fratel Felice redatto dal Postulatore padre Giovanni Musi, hanno espresso tutti “voto affermativo”. Il voto (o parere) affermativo significa che ciascun teologo, sulla base della documentazione e delle prove esibite, manifesta la sua convinzione che il Servo di Dio abbia realmente esercitato in grado eroico le virtù cristiane (teologali, cardinali e annesse).

L’iter della Causa, però, non è concluso. Manca ancora una tappa, prima del giudizio definitivo del Santo Padre sulla Causa. Si tratta della sessione ordinaria dei vescovi e cardinali membri della Congregazione, che saranno chiamati anch’essi – a quanto pare, in giugno prossimo – a esprimere il proprio parere riguardante la Causa e l’importanza ecclesiale della stessa. Se la valutazione sarà favorevole, come tutto fa prevedere, il Prefetto del Dicastero sottoporrà le conclusioni al Santo Padre, che autorizzerà la promulgazione del Decreto con il quale si riconosce l’eroicità delle virtù e si concede il titolo di Venerabile al Servo di Dio.

Per finire, riportiamo quanto afferma uno dei Consultori Teologi a conclusione della sua relazione:

Egli dedicò tutta la sua vita alla missione e se stupivano le sue rare capacità pratiche e manuali, quello che gli è valsa la stima e la venerazione dei fedeli e dei confratelli furono la sua semplicità, umiltà, obbedienza e, soprattutto, la sua squisita carità.

In quasi settant’anni «ha lasciato dappertutto - come opportunamente nota la Postulazione - non solo il risultato durevole del suo lavoro ma, quel che più conta, la testimonianza di una vita totalmente donata a Dio e ai fratelli» (Aggiornamento, 1).

È un modello di missionario ad gentesad extra e ad vitam, secondo il carisma del PIME.

Alcune ombre, come una relazione difficile con un confratello che a volte gli faceva perdere la pazienza, non toccano la sostanza di una figura luminosa ed esemplare.

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Un villaggio cariano degno di cronaca

Il 2019 è iniziato sotto una buona stella per una bella notizia giunta dal Myanmar (ex Birmania).

Padre Marco Villa, neo-segretario del PIME, elaborando la cronaca dell’ultimo mese del 2018, alla voce “Myanmar” ha diramato il seguente messaggio: “In data 14 e dicembre migliaia di persone hanno assistito alla benedizione del Centro Pastorale diocesano e della nuova cattedrale di Pekkon (già capoluogo del distretto orientale della missione di Toungoo). Erano presenti il Nunzio Apostolico, due arcivescovi, tre vescovi, molti sacerdoti, religiosi e suore. Pekkon è stata una delle missioni del PIME fino al 2007 e là ha lavorato Padre Paolo Noè (morto il 29.03.2007). Sono stati ricordati tutti i missionari del PIME. Per l’Istituto era presente Padre Robert Ngairi, primo sacerdote birmano, e il Referente”.

L’estensore della cronaca l’ha resa pubblica il 4 gennaio u.s. e il sottoscritto ha notato che si è attenuto all’insegnamento del Vangelo là dove è scritto che per il lavoro svolto i discepoli non sono ricompensati ugualmente nel tempo perché “molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi” (Mt 19,30).

Nel caso specifico la menzione è toccata all’ultimo parroco del PIME. Anche i primi sono stati collettivamente compresi nell’aggettivo pronominale “tutti”.

Tuttavia credo che per l’edificazione nostra e dei confratelli più giovani sia conveniente ricordare in dettaglio i nomi dei primi missionari del PIME, dopo il 1867 che contribuirono alla formazione dei cristiani tra le tribù ancestrali dei Ghekhù. Sokù, Padaung o Cariani. In ordine di tempo, nominando a volo, Padre Paolo Pastori a Pekkon nel 1922, indico prima il Beato Paolo Manna (1872-1952) e poi il Servo di Dio Fratel Felice Tantardini (1898-1991).

Padre Manna ebbe la destinazione per la Birmania nel 1895 e, dopo un anno per imparare il linguaggio ancestrale a Toungoo, fu assegnato (1896) all’evangelizzazione del villaggio di Momblò più interno di Pekkon, Momblé, Vary e Dorokó tutti abitati dai Cariani rossi. In quel villaggio costruì e benedisse (giugno 1897) una chiesetta in legno collocandovi una tela ad olio con l’immagine del Sacro Cuore di Gesù e un quadro della Madonna (ora a Ducenta) e istruendo con preghiere, catechismo, canto e la musica i catecumeni.

Si può dire che nella pastorale precorse più di un secolo fa le disposizioni della XV Assemblea generale dei vescovi che nel documento finale trattano della musica e del canto, nella liturgia (n. 47). Ma quello zelo fervoroso fu troncato presto per ematuria tubercolotica. Padre Manna nel 1901 fu obbligato a tornare in Italia una prima volta. Nel 1902, rimessosi alquanto in salute, ripartì. Tre anni dopo, nel 1905, i medici di Toungoo e Rangoon sentenziarono che i polmoni presentavano bacilli di tubercolosi. Da Milano, il direttore dell’Istituto mons. Filippo Roncari manda l’ordine di rientrare. Per la terza volta, “sufficientemente ristabilito” tornò in Birmania e fu assegnato a Dorokó. Il 4 giugno 1907, su ordine di altri medici che verificarono acuti dolori al petto e alle spalle con febbri violenti, il vescovo mons. Rocco Tornatore lo fece imbarcare definitivamente.[1]

L’altro missionario laico che ricordo qui è Fratel Felice Tantardini, dalla cui autobiografia ricavo che più volte eseguì lavori da fabbro, idraulico, costruttore edile ecc. a Pekkon. Egli racconta con brio che nel 1928, mentre si trovava a Kalaw per preparare blocchi di cemento per una chiesa in costruzione, fu chiamato a Pekkon per “installare una pompa a mano, per le canne con acqua ed altro cioè “completare il campanile e collocare tre grosse campane”. Il ritorno a Toungoo fu in parte camminando a piedi come un pellegrino e poi per via fiume su una barca fatta di tronchi di alberi scavati e spinti con remi azionati dalle gambe”. [2]

Nel pomeriggio del 17 gennaio 2019 il professor Sampietro ha illustrato la figura di Fratel Tantardini all’interno del “Caffè Letterario” presso l’ospedale Manzoni di Lecco.

Padre Alfredo Di Landa

 


[1] Vedi P. Gheddo, Paolo Manna, EMI, Bologna 2001, pp. 32: 36; 43; 47; 51; 53.

[2] Vedi F. Tantardini, Il fabbro di Dio, EMI, Bologna 2017, pp. 51; 66; 68; 69; 71.

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Il beato Paolo Manna: una vita per il Vangelo

 

21 b Manna classica

 

L’invito di Papa Francesco

Nell’ottobre scorso Papa Francesco indirizzava alla Chiesa il suo Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale. A conclusione del Messaggio, e per la prima volta, un Papa invitava tutta la Chiesa a pregare un Missionario che era stato definito da Papa San Paolo VI “la coscienza missionaria della Chiesa del ventesimo secolo”: il beato Padre Paolo Manna, del PIME.

Il beato Padre Paolo Manna, del PIME, nacque ad Avellino il 16 gennaio 1872 e morì a Napoli il 15 settembre 1952; con la santità della vita e la passione missionaria dell’anima, è stato veramente la coscienza missionaria della Chiesa del ventesimo secolo, un vero cuore missionario per la Chiesa e per il mondo, come il grande apostolo Paolo di cui portava il nome e nel cuore la stessa passione per Gesù Cristo e il suo Vangelo.

Padre Manna donò la vita per l’evangelizzazione dei non cristiani, prima come missionario in Birmania (l’attuale Myanmar), che fu costretto a lasciare per malattia a soli 35 anni, poi, da allora e fino alla fine della vita, come infaticabile animatore nella Chiesa per la missio ad gentes, cioè il primo annuncio del Vangelo a quanti ancora non l’hanno ricevuto e che sono, dopo duemila anni, ancora la stragrande maggioranza dell’umanità.

Come Paolo di Tarso, Padre Paolo Manna evangelizzava soprattutto con la stampa. Scrisse diversi libri che sono fondamentali per capire la natura missionaria della Chiesa e l’obbligo per tutti i battezzati di realizzarla. Rifondò Le Missioni Cattoliche, oggi Mondo e Missione, e fondò tre riviste, che animano tuttora la Chiesa verso l’ideale della missione: nel 1914, Propaganda Missionaria, un giornale popolare, con lo slogan che è impegno di vita cristiana: “tutti propagandisti”, oggi diremmo: tutti animatori missionari; nel 1919 pubblicò una rivista per i giovani: Italia Missionaria; nel 1943 l’ultima sua rivista, che indirizza alle famiglie: Venga il tuo Regno.

Sulla convinzione di fede che la missione segna la natura stessa della Chiesa, realizzò due istituzioni profetiche: la Pontificia Unione Missionaria, per ricordare la natura missionaria del sacerdozio cattolico, e il Seminario Missionario “Sacro Cuore” per l’Italia Meridionale, per significare il dovere di ogni Chiesa locale a provvedere direttamente alle vocazioni missionarie specifiche. La prima è diventata opera del Papa e dei vescovi, il secondo si è spento da alcuni anni per crisi di vocazioni, cioè di spirito veramente ecclesiale, missionario.

Per realizzare queste attività Padre Paolo Manna, come Paolo di Tarso, non aveva soste, non si concedeva tregua e non dava tregua, nella Chiesa, a nessuno perché come l’Apostolo, suo maestro, mostrava con la vita missionaria che “l’amore di Cristo ci tormenta…perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2 Cor 5, 14-15).

Le vocazioni missionarie

Paolo di Tarso nella folgorazione sulla strada di Damasco si sente chiamato ad annunciare il Vangelo ai Gentili. Rivendicherà sempre l’origine divina della sua vocazione, la difenderà appassionatamente contro ogni appiattimento, la vivrà con totalità di impegno e universalità di dedizione.

Nella storia missionaria di Padre Paolo Manna c’è innanzitutto la realtà della vocazione missionaria perché la missione si fa con i missionari. È il primo percorso della sua esperienza sacerdotale, il più appassionato e appassionante, vivissimo soprattutto perché è stato anche il suo primo percorso personale con la sofferenza umana delle lotte affrontate e vinte per dare la sua risposta alla chiamata di Dio per la missione. Questo sentimento sfocia nel suo primo libro, il più fortunato e letto: Operarii autem pauci!Riflessioni sulla vocazione alle Missioni Estere[1]. Padre Paolo Manna anche in questo campo si ispirava all’Apostolo, suo maestro.

Il 13 dicembre 1921 si realizzava, per volontà di Benedetto XV, il suo sogno vocazionale di un Seminario Missionario Meridionale a Trentola Ducenta, un paesino nella diocesi di Aversa e provincia di Caserta, poi terminato per mancanza di vocazioni. In settant’anni di vita questo seminario missionario ha donato alla Chiesa e alla sua missione circa 150 missionari, due vescovi, due martiri.

Il 26 maggio 1926 Pio XI sanciva l’unificazione del Seminario Lombardo per le Missioni Estere con il Pontificio Seminario Romano per le Missioni dando vita così al Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME). Padre Manna fu nominato dal Papa primo superiore generale.

Un altro assillo di Padre Manna fu la questione del metodo missionario, cioè come i missionari dovevano annunciare il Vangelo nelle varie parti del mondo.

Una preoccupazione emerge tra le altre: Padre Manna è convinto più che mai che non basta inviare missionari: è necessario che l’attività missionaria miri a fondare delle vere e proprie Chiese locali. Paolo di Tarso diede il primo esempio fondando le Chiese e ponendo a capo di esse vescovi e presbiteri presi dalle stesse comunità. Anche le altre fondamentali osservazioni sulla metodologia missionaria di Padre Paolo Manna sono esattamente le stesse dell’Apostolo: la santità, l’assimilazione a Cristo, la carità fraterna, l’ecumenismo, la condivisione, l’inculturazione.

Un’altra convinzione di fondo per il successo della missione evangelizzatrice della Chiesa è l’ecumenismo. Padre Manna è ben convinto, e anche documentato per esperienza diretta, che la separazione dei cristiani tra loro è il più grave scandalo per la missione della Chiesa e le fa perdere credibilità umana tra i non cristiani. Tutto lo spirito ecumenico di Padre Paolo Manna vibra dell’amaro rimprovero di Paolo di Tarso ai cristiani di Corinto: “Forse che Cristo è diviso?” (1 Cor 1,13).

L’altra grandissima preoccupazione missionaria di Padre Paolo Manna è per i Vescovi, che lui definisce nel suo opuscolo: I nostri vescovi e la propagazione del vangelo, “gli autentici successori degli apostoli che hanno avuto il mandato, assieme a Pietro, di evangelizzare il mondo…”.[2]

Giovanni Paolo II, prima volta, e finora unica, nella storia dei documenti pontifici, citerà nell’enciclica missionaria Redemptoris Missio questo spirito ecclesiale universale di Padre Paolo Manna riportando il suo motto: “Tutta le Chiese per la conversione di tutto il mondo!” (RM, 84).

Anche Benedetto XVI ha voluto porre come motto del messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale del 2007 questo motto di Padre Paolo Manna.

Il Rosario per la missione

Abbiamo ricordato all’inizio i rapporti di Padre Manna con il Santuario di Pompei; per lui la devozione a Maria è l’anima della santità del missionario e la preghiera del rosario la più efficace. Scrisse ai missionari, ricordando la sua esperienza sugli altipiani birmani: “Specialmente nei lunghi viaggi, attraverso piani e monti, nella solenne quiete delle foreste, tenete il vostro spirito raccolto, sgranate il vostro rosario, seminate preghiere: spunteranno sui vostri passi fiori di grazie”.

                                                                                                                                                                                                                             P. Giuseppe Buono, PIME

 


[1] Paolo Manna, Operarii autem pauci! Riflessioni sulla vocazione alle Missioni Estere, Milano 1909

[2] [2] P. Manna, Le nostre "Chiese" e la propagazione del Vangelo, 2 ed. Napoli 1952.

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