Articolo su Fr. Felice Tantardini sul bollettino parrocchiale di Introbio
In allegato riportiamo un articolo pubblicato su "L'Angelo della famiglia", bollettino parrocchiale di Introbio (numero di luglio-settembre 2018).
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In allegato riportiamo un articolo pubblicato su "L'Angelo della famiglia", bollettino parrocchiale di Introbio (numero di luglio-settembre 2018).
DIOCESI DI CREMONA
03 novembre 2017
Anniversario dei Martiri dei Missionari PIME in Cina.
76 anni fa, il 19 novembre 1941 venivano uccisi in Cina un gruppo di missionari cattolici cui le nostre comunità sono profondamente legate: Mons.Antonio Barosi, P. Girolamo Lazzaroni, P. Mario Zanardi, P. Bruno Zanella e qualche mese dopo P. Carlo Osnaghi, P. Cesare Mencattini.
Le nostre Chiese diocesane e parrocchiali in Italia, la famiglia missionaria del PIME, le comunità cattoliche che in Cina sperimentano, ancor a distanza di tempo, i frutti del loro servizio fino al dono della vita, non possono dimenticare questa pagina di Vangelo vissuto. Il Signore risorto, infatti, guida e ama il mondo per cui ha dato se stesso, attraverso la testimonianza operosa ed anche spesso silenziosa, dei suoi discepoli, membra del suo corpo che è la Chiesa.
Mentre l’accelerazione del cambiamento socioculturale ed economico delinea sempre nuovi scenari sull’orizzonte planetario, il grande e nobile popolo cinese attira l’attenzione di tutti per il ruolo che la Provvidenza certamente gli affida nel presente e nel futuro del cammino verso la pace.
In questo spirito di fiducia e stima reciproca, anche l’esperienza cristiana può essere accolta e valorizzata, mentre ne riscopriamo le radici nell’eroico slancio missionario che i nostri sacerdoti hanno profuso in quel delicatissimo contesto.
L’anniversario della loro morte non ci chiama a bilanci né tantomeno a rivendicazioni, ma alla meditazione sul loro esempio, allo studio della loro vicenda, all’imitazione del loro amore a Dio e al prossimo, alla preghiera per il bene di tutti i popoli e le comunità religiose. Compiendo quotidianamente questi gesti, potremo far risplendere la santità della vita e il senso del sacrificio che i nostri missionari hanno compiuto.
Dio benedica questa memoria e i frutti che ancora porterà.
+ Antonio Napolioni, Vescovo di Cremona
8 ottobre 2017 a Introbio (Lecco), paese natale di Fr. Felice Tantardini
Per qualunque richiesta di informazioni ulteriori contattateci: pimevicar@pime.org
Vi aspettiamo.
La normalità di fratel Felice: straordinaria!
Un bambino come tanti altri ma…
Felice trascorre spensieratamente la sua infanzia a Introbio con papà Battista, l’adorata mamma Maria, le sorelle Maria, Luisa, Adelaide e Anna, i fratelli Giuseppe e Primo.
Quella di Felice è una famiglia non solo numerosa ma anche profondamente religiosa: alla sera recita del rosario in comune e, finito il rosario, tutti a letto. “Non dimenticherò mai - scrive fratel Felice nella sua autobiografia - la raccomandazione di mia madre: «Ricordatevi figliuoli, di non tralasciar mai le vostre preghiere, per quanto brevi; e non mettersi a dormire come cani!». Quest’esortazione materna mi è sempre risonata nell’animo, spronandomi a esser fedele alle preghiere della sera, in qualsiasi luogo io fossi, solo o in compagnia, anche durante la vita militare e la prigionia”[1].
Il piccolo Felice frequenta con profitto la locale scuola elementare ed è sempre promosso con i massimi voti in tutte le materie, complici le cure premurose e attente della sorella maggiore Maria e della mamma che lo seguono in tutto, persino nella calligrafia.
Terminata la terza elementare, la mamma gli fa ripetere la classe per fargli “acquistare un po’ più d’istruzione”[2]. Dopodiché comincia a lavorare come apprendista fabbro presso l’officina del fratello maggiore Giuseppe. Gli anni passano tra lavoro, giochi sul sagrato della chiesa con gli altri ragazzini del paese e letture di romanzi di avventure e altri libri.
Nel 1911, all’età di 13 anni, Felice rimane orfano di padre, morto tragicamente in un’alluvione. La mamma Maria diventa il faro della sua vita ancora in crescita. “La mamma, «donna forte», non si lasciò abbattere dall’inattesa sciagura. A costo di sacrifici, che solo il Signore ha potuto registrare nel libro d’oro della sua vita, dimentica di se stessa e sollecita solo di noi suoi figli, ci sorresse e ci temprò con fortezza e amore. Oh quanto ringrazio il buon Dio di avermi dato una tal madre!”[3].
Mamma Maria è una madre molto attenta e premurosa, ma soprattutto una grande educatrice. Felice racconta che quando aveva circa 10 anni, tornando dal lavoro e passando di fianco a un campo di granoturco, vede delle belle pannocchie quasi mature e non resiste alla tentazione di prenderne una. “Arrivato a casa, con la mia pannocchia in mano, rimasi sorpreso a incontrare l’opposizione di mia madre: «Dov’hai preso questa pannocchia?». «L’ho colta nel campo di...» e dissi il nome. «Immediatamente vieni con me!», fece lei con lo cipiglio risoluto. E mi condusse dalla famiglia del padrone di quel campo. C’era in casa solo la moglie. «Comare, questa pannocchia appartiene a voi; è stata presa dal vostro campo. Riprendetevela, e scusatemi della marachella di mio figlio». Dicendo così, me la tolse di mano e gliela porse. Quella buona donna si schermiva: «Ma no, Maria, non fa niente. È cosa da poco. E poi, si sa, i ragazzi son sempre ragazzi!». La mia mamma fu irremovibile: «Niente affatto. È cosa che non doveva fare. Deve imparare a non rubare!». E imparai la lezione, e non l’ho più dimenticata, e il vizio del rubare, sia pur piccole cose, non ha mai sfiorato il mio animo. Oh, se tutte le mamme facessero così, credo che di ladri ce ne sarebbero ben pochi!”[4].
Una vita, quella di Felice, semplice e normale ma improntata ad una forte educazione cristiana in famiglia.
Marco Sampietro
[1] FELICE TANTARDINI, Il fabbro di Dio. Con rosario e martello missionario in Birmania. Autobiografia, lettere e testimonianze, EMI, Bologna 2016, p. 20.
[2] Ivi, p. 18.
[3] Ibidem.
[4] Ivi, p. 19.

Servo di Dio Alfredo Cremonesi nel 64° anniversario del martirio
Omelia nella cattedrale di Crema, 07.02.2017
È la prima volta che vengo a Crema e vi dico subito la mia gioia per questa opportunità che mi è offerta di celebrare l’Eucaristia con voi in questa bella cattedrale, nella ricorrenza del 64° anniversario del martirio del Servo di Dio Alfredo Cremonesi. Ho scelto per questa celebrazione il formulario liturgico della Messa votiva per l’evangelizzazione dei popoli con letture proprie, che mi sembrano adatte per questa circostanza.
Vi propongo due intenzioni di preghiera per questa celebrazione eucaristica. La prima: il Signore renda le comunità parrocchiali della vostra diocesi, guidate dai propri pastori, sempre più aperte missionariamente e sensibili all’evangelizzazione del mondo. La seconda: per l’intercessione del Servo di Dio Alfredo Cremonesi il Signore conceda un incremento sia delle vocazioni sacerdotali diocesane sia delle vocazioni missionarie ad gentes tanto maschili quanto femminili.
Voi lo sentite “vostro”, questo missionario (dinamico, generoso e… martire), perché nella vostra diocesi è nato, in seno a una famiglia profondamente cristiana, è qui che ha sentito la vocazione al sacerdozio e ha ricevuto un’ottima formazione fino al secondo anno di teologia.
Anche noi del PIME lo sentiamo “nostro”, perché ha scelto il nostro Istituto per realizzare la sua “seconda” vocazione, quella missionaria, ha completato la sua formazione teologica nel nostro seminario teologico, è diventato membro del PIME col giuramento perpetuo nel 1924; nello stesso anno è stato ordinato sacerdote ed è partito per il Myanmar, dove ha lavorato con totale dedizione fino al martirio.
Perciò possiamo dire che tra la diocesi di Crema e il nostro Istituto c’è un legame forte, tanto più che p. Cremonesi non è il solo membro del PIME proveniente dalla diocesi di Crema; ce ne sono infatti altri sei. Di questi, due sono viventi e voi li conoscete bene: p. Gianbattista Zanchi, missionario in Bangladesh, che è stato anche superiore generale del nostro Istituto per ben dodici anni, e p. Alberto Sambusiti, missionario prima in Cameroun e poi in Algeria. Tra i defunti, c’è stato un grande vescovo, mons. Ferdinando Guercilena, vescovo di Kengtung, in Birmania. Conosceva bene e stimava p. Cremonesi: infatti lo invitò nel 1951 a tenere gli esercizi spirituali ai preti e alle religiose della sua diocesi.
Ma torniamo al nostro Servo di Dio. Mi sembra di poter applicare a lui le parole di san Paolo nella prima lettura di oggi: “Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, ma una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo” (1 Cor 9, 16). Alfredo sentiva fortemente in sé, come l’Apostolo, l’urgenza di andare ad annunciare il Vangelo in terre lontane. Sentite cosa scriveva il 17 maggio 1922, quando era ancora seminarista diocesano, in una lettera alla zia suor Gemma, che lo sosteneva con la preghiera e il consiglio: “Io mi riconosco straniero in diocesi. […] Io voglio essere missionario […], correre per lande inospitali e crudeli ad annunziare la buona novella, instancabilmente giorno e notte, a tutti e dappertutto, con la parola e con l’esempio, con la penna e soprattutto con la preghiera, e poi suggellare il mio apostolato con il martirio, fecondare con il mio sangue i germi che avrò gettato in quei solchi aridi e incolti”.
Penso sia opportuna una precisazione riguardo al termine “egoista” da lui usato (“a me l’apostolato ristretto ad un paese mi sembra egoista”). Probabilmente vuol dire che considererebbe se stesso egoista se si fermasse a svolgere il ministero in patria, sapendo bene che il Signore lo chiama alle missioni. Su questo possiamo essere d’accordo. È chiaro, però, che nessuno può dare la patente di “egoista” ai sacerdoti che si fermano a lavorare in diocesi, perché a questo si sentono chiamati dal Signore. A ognuno la sua vocazione. Ciascuno si santifica ed è missionario nel posto in cui il Signore lo ha collocato.
Ma torniamo alle parole belle, e anche poetiche, di Alfredo seminarista, che rivelano tutta la sua generosità e il suo zelo apostolico. Io vi vedo abbozzato tutto un programma di vita missionaria. Un programma da lui sognato e, quel che più conta, fedelmente attuato durante i 28 anni di lavoro evangelico instancabile in terra birmana: mente vulcanica, intraprendente, sempre in movimento, divorato dalla sete della salvezza delle anime.
Apostolato della parola e delle opere, della preghiera e dell’esempio, e anche della penna. Dagli scritti del Servo di Dio traspare infatti il suo talento di scrittore, di poeta, perfino di autore di scritti teatrali, talento che egli mette con entusiasmo a servizio del Vangelo fin dagli anni della formazione e poi in tutta la sua vita sacerdotale e missionaria. Un apostolato che egli – lo dice espressamente – desidera suggellare con il martirio. L’ideale della missione, dunque, è da lui associato a quello del martirio, considerato come un “dono”, una “grazia”, il coronamento di una vita donata.
Che coraggio ci vuole in questo, sorelle e fratelli miei! Non c’è dubbio che può coltivare il desiderio del martirio solo colui o colei che ha una fede granitica e un amore ardente, appassionato a Cristo.
C’è da notare che l’ideale del martirio era abbastanza comune una volta tra i missionari. Basti dire che, nel libretto di preghiere per i membri del PIME, ce n’è una intitolata: Offerta della vita per le Missioni, che certamente il Nostro recitava. Fu composta dal nostro primo martire, il Beato Giovanni Mazzucconi, trucidato per la fede in Oceania nel 1855. La preghiera contiene questa espressione significativa: “Beato quel giorno in cui mi sarà dato di soffrire molto per una causa così santa e umana, ma più beato quello in cui fossi trovato degno di spargere per essa il mio sangue e di incontrare fra i tormenti la morte”[1].
Qualcuno potrebbe dire: “ma questo è masochismo!”. Io direi di no. Il missionario prende solo sul serio la parola di Gesù: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Il discepolo che ama appassionatamente Gesù e il gregge che gli è stato affidato, è disposto anche a versare il sangue, se necessario, per il Vangelo e i fratelli.
Nella storia del nostro Istituto, dal 1850 a oggi, noi abbiamo avuto 19 martiri, di cui ben 5 in Birmania. L’ultimo martire (almeno finora!), p. Fausto Tentorio, è stato martirizzato nelle Filippine nel 2011, per aver difeso i diritti dei tribali. Solo alcuni di questi 19 martiri – un santo (sant’Alberico Crescitelli) e due beati (Giovanni Mazzucconi e Mario Vergara) – hanno per ora raggiunto, come si dice, “la gloria degli altari”, ma la meriterebbero tutti. Il prossimo a essere beatificato speriamo sia proprio il nostro Servo di Dio. Preghiamo per questa intenzione.
Come Gesù, p. Alfredo ha amato le sue pecorelle in modo gratuito, incondizionato, totale, fino a dare la vita per loro. Possiamo dire in tutta verità, secondo la famosa espressione di papa Francesco, che il “pastore” Cremonesi aveva l’odore delle pecore. Egli poteva tranquillamente applicare a sé le parole di san Paolo: “Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero... Mi sono fatto debole per i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (1 Cor 9, 19.22).
Pur cosciente dei rischi, il Servo di Dio, ritornato alla fine alla sua antica missione di Donokù (i birmani la chiamano Kyaukpon), ha voluto rimanere con i suoi cariani sino alla fine, condividendone le pene, le gioie e le speranze. Fino a quel 7 febbraio 1953, quando è stato crivellato di pallottole dai soldati governativi, “in odium fidei” e per aver difeso il capo villaggio, ottimo cristiano, dalla falsa accusa di essere connivente con i ribelli.
Nel brano evangelico che abbiamo ascoltato, Gesù avverte i suoi discepoli, all’atto di mandarli in missione: “Ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi…” (Lc 10,3). Si sa che gli agnelli corrono sempre il rischio di essere sbranati dai lupi. E tuttavia, è questa la potenza misteriosa del Vangelo di Cristo: quando penetra in profondità nel cuore degli uomini, a poco a poco può giungere a convertire anche le belve in agnelli. Fuori di metafora: il Vangelo vissuto può trasformare la società basata sulla violenza e la sopraffazione in una società umana, giusta, solidale, fraterna. È questa la speranza che p. Alfredo, uomo di dialogo, di pace e di riconciliazione, ha sempre coltivato nel proprio cuore nello svolgimento della sua missione.
Continuando la riflessione sul brano evangelico di oggi, fermiamo un momento la nostra attenzione su quell’altra parola di Gesù rivolta ai discepoli: “Non portate borsa, né sacca, né sandali”. Se gli evangelizzatori dovessero prendere alla lettera questo comando di Gesù, sarebbero tutti in difetto, eccetto, forse, quei primi 72 discepoli che furono inviati da Gesù in missione solo con quello che avevano addosso. Comunque, il senso è abbastanza chiaro: Gesù esige dai discepoli-missionari la povertà, il cuore libero da ogni tipo di attaccamento disordinato alle cose, ai beni materiali, il non fare affidamento sul denaro per la diffusione del Vangelo. Un altro nostro Beato, p. Paolo Manna, che era stato anche lui missionario in Birmania, da superiore generale, avvertiva i suoi missionari: “Il Vangelo non farà molta strada appoggiato alle grucce del denaro!”[2]. Una affermazione eloquente, la cui verità ha trovato sempre conferma nella storia della Chiesa lungo il corso dei secoli.
La povertà: ecco il consiglio evangelico che il nostro padre Alfredo ha vissuto con radicalismo impressionante, un po’ per scelta personale, un po’ perché gli aiuti materiali a quei tempi, in quella tribolata terra d’Oriente, tardavano ad arrivare o arrivavano proprio “col contagocce”. Povertà e spirito di sacrificio a tutta prova. E così… il missionario “tirava la cinghia”, come si suol dire, con una alimentazione veramente spartana (il più delle volte: riso bollito con sale, peperoncino piccante ed erbe amare bollite). Ovviamente l’organismo, maltrattato e indebolito dalla denutrizione, finiva con l’essere maggiormente esposto alle malattie, in particolare alle febbri malariche, che infatti attaccavano p. Alfredo a scadenze ravvicinate. Eppure lui non si deprimeva, anche se ogni tanto sfogava con i parenti e gli amici le proprie amarezze, come è umano.
Io vi confesso che nei miei trent’anni di vita missionaria in Guinea-Bissau, Africa occidentale, non ho sofferto neppure un terzo degli stenti, delle privazioni e delle tribolazioni di p. Alfredo, eccetto gli attacchi di malaria, che anche per me, come per lui, erano abbastanza frequenti e fastidiosi.
Il Nostro ha perseverato con tenacia, nonostante tutto, nei suoi viaggi apostolici, quasi sempre a piedi – non poteva permettersi il “lusso” di un cavallo – assoggettandosi a strapazzi e fatiche di ogni genere. Certo, non si vergognava di stendere la mano a parenti e amici, avendo tanti bisogni da soddisfare, in particolare durante gli anni terribili della seconda guerra mondiale e poi, dopo l’indipendenza, durante la guerra civile tra i birmani al governo e le etnie minoritarie. E non mancavano le anime generose che rispondevano ai suoi appelli. Purtroppo, come dicevamo, gli aiuti erano sempre inadeguati alle necessità, con tante bocche da sfamare, quelle degli orfani e della gente povera, catechisti da mantenere, chiese, case per missionari e suore da costruire, ecc.
Ci domandiamo: chi o che cosa gli dava la forza per affrontare un simile stile di vita al limite della resistenza umana? Per la risposta, basta leggere le sue lettere e le testimonianze dei confratelli. P. Alfredo era un uomo che coltivava una profonda vita interiore, con un amore ardente all’Eucaristia, alla Parola di Dio, alla Madonna, a santa Teresa del Bambino Gesù, Patrona delle Missioni. All’intercessione della Santa di Lisieux attribuiva la guarigione dal linfatismo che lo aveva colpito durante gli anni di liceo. In particolare il Nostro attingeva luce e forza dalla fedeltà quotidiana alla sua ora di adorazione notturna, dalla mezzanotte all’una e talvolta anche oltre.
Certo anche a lui, povera creatura umana, non mancavano le tentazioni di scoraggiamento, come quella volta che scriveva: “Vi dico il vero che molte volte mi son sorpreso a piangere come un bambino al pensiero di tanto bene da fare e alla mia assoluta miseria, e non una sola volta, schiacciato sotto il peso dello scoraggiamento, ho chiesto al Signore che era meglio che mi facesse morire, piuttosto che essere un operaio così forzatamente inattivo dinanzi alla messe biondeggiante” (lettera ai familiari, 24 novembre 1933). Ma tutto egli superava con la sua fede granitica e il suo filiale abbandono nelle mani del Signore e della Vergine Maria, Regina degli Apostoli, patrona del nostro Istituto fin dagli inizi.
Penso che p. Alfredo non abbia mai cambiato idea riguardo a quanto scriveva nel primo anno di missione (1926): “Se nascessi mille volte, mille volte tornerei in missione!”.
Forse ho già abusato della vostra pazienza. Mi piace concludere con le parole del vostro vescovo di quel tempo, mons. Giuseppe Piazzi, nella comunicazione che egli diede alla diocesi sul settimanale “Il Nuovo Torrazzo” il 14 febbraio 1953, a pochi giorni dal sacrificio del Servo di Dio:
“Il suo martirio risvegli la nostra neghittosità nel servizio del Signore e ci insegni che è glorioso dare per il nostro Dio anche la vita. E ravvivi nel nostro popolo la fiamma missionaria: chi sarà quel generoso che vorrà prenderne il posto? Per il sangue di padre Cremonesi Dio ci benedica tutti”.
Parole stupende! Siamo invitati a scolpirle nel nostro cuore.
P. Giovanni Musi
Postulatore Generale del PIME
[1] Pregare per essere apostoli, PIME Roma 1960, p. 59.
[2] Paolo Manna, Virtù apostoliche, EMI Bologna 1997, p. 170.
In allegato lettera del Superiore Generale relativa all'incontro con il Card. Amato della Congregazione delle Cause dei Santi in merito all'esame della Positio del Servo di Dio Fr. Felice Tantardini.
Consegnato al Postulatore Generale del PIME P. Giovanni Musi poco prima di Pasqua il Decreto sulle virtù del Servo di Dio Angelo Ramazzotti. Ricordiamo che il 14 dicembre scorso, il Papa aveva concesso al Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi l’autorizzazione a promulgare il Decreto concernente l’eroicità delle virtù del nostro Fondatore che ora ha il titolo di Venerabile.
Il 23 marzo prossimo si celebra il 25° anniversario della "nascita al cielo" del Servo di Dio Fr. Felice Tantardini. In occasione di tale ricorrenza è stata inviata a tutti i confratelli una lettera di P. Giovanni Musi, Postulatore Generale, assieme al file de "Il fabbro di Dio", autobiografia di Fr. Felice.
È stato inoltre creato un programma di power point (apri sezione "Missione e Santità" in intranet) che ripercorre le tappe della vita di Fr. Felice, missionario del PIME in Myanmar.
Santità, Tantardini, Beati, Myanmar
Il 1° dicembre 2015 i Cardinali e i Vescovi Membri della Congregazione delle Cause dei Santi, riuniti in sessione ordinaria, si sono espressi positivamente circa le virtù eroiche del Servo di Dio Angelo Ramazzotti. Non appena il Santo Padre approverà definitivamente tale parere, la stessa Congregazione promulgherà il relativo Decreto in base al quale al Fondatore del PIME verrà riconosciuto il titolo di Venerabile.