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QUI POSTULAZIONE #36 ▪ Di nuovo in forma per la Missione

Porta la data del 12 maggio 1855 questa lettera del Beato Giovanni Battista Mazzucconi, martire nella Papua Nuova Guinea appena visitata da Papa Francesco, del quale il PIME ne celebra memoria liturgia oggi 25 settembre.

Beatificato a Milano il 19 febbraio 1984, quando la scrisse aveva ventinove anni ed era da poco giunto a Sydney, dove il Superiore della sua Missione lo aveva inviato per rimettersi in forze. Le sue condizioni di salute erano infatti più gravi di quelle dei confratelli impegnati con lui dal 1852 sulle isole di Woodlark e Rook (ora Umbai), il primo campo operativo affidato da Propaganda Fide al Seminario delle Missioni Estere di Milano, il futuro PIME.

Essa è una testimonianza del suo anelito missionario e del desiderio, che non potè realizzare, di mettersi quanto prima «al servizio del Signore». Partito dalla città australiana il 18 agosto, sarebbe morto nella prima metà del successivo mese di settembre sulla nave che lo riportava a Woodlark incagliatasi in una delle sue rade. A ucciderlo in odium fidei fu uno dei «suoi figli» saliti a bordo a tale scopo e che poi ne gettarono il corpo in mare.

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Sydney, Australia 12 Maggio 1855

 

Amatissimi Genitori, Cari fratelli, Carissimo Michele

         Spero che avrete ricevuta la mia lettera in data 20 Aprile p.p. nella quale io vi diceva come essendo stato in questi tre anni un pò (sic) maltrattato dalla febbre, il mio buon Superiore m’inviò a Sydney per vedere di ristabilirmi; e che vi giunsi il 19 Aprile p.p. ricevuto come un fratello da questi buoni Padri Maristi presso i quali mi trovo. Ora a queste notizie devo aggiungerne un’altra, ed è che la mia salute diviene migliore e visibilmente i miei denti che erano neri come la mia veste, cominciano ad im­biancarsi, e il mio volto pare proprio una primavera, benché vi si vedano ancora i segnali dell’inverno, ma dapertutto (sic) compari­scono i fiori.

         Questa salute, voi lo sapete, è un dono del Signore, bisogna quindi vedere di adoperarla per il Signore; ed ecco come farò. Col primo naviglio mi metterò in mare di nuovo, e così potrò rientrare nell’isole, rivedere i miei figli, abbracciare i fratelli, rimettermi al servizio del Signore, poi Egli avrà cura del resto. Giacché vi dirò tutto; vi sono nell’antica scrittura certe parole che in apparenza sembrano dette da un soldato di nome Uria a Davide, ma che in realtà sembrano scritte apposta per me, e mi stanno sempre davanti alla mente e non si vogliono muovere: «Potrò io, diceva quel buon soldato, potrò io entrare nella mia casa, banchettare, mentre il mio signore è sotto l’armi al campo e dorme sulla faccia della terra». Però non so ancora quan­do potranno allestire un naviglio, ad ogni modo prima di par­tire di qui vi scriverò ancora qualche volta. Addio, addio nei cuori di Gesù e Maria e sono

                                                                                                                                                      Vostro affez.
                                                                                                                                                    figlio e fratello
                                                                                                                                                P. Gio. Mazzucconi

 

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QUI POSTULAZIONE #35 ▪ «Io bramerei che le mie ossa…»

Il Venerabile Servo di Dio Angelo Ramazzotti, Fondatore del Seminario delle Missioni Estere di Milano, è morto il 24 settembre 1861 a Gherla di Crespano del Grappa, in provincia di Treviso.

Vescovo di Pavia dal 1850 al 1858, quindi Patriarca di Venezia, dalla città lagunare vi era giunto sul finire del mese di luglio per rimettersi in salute dopo un nuovo aggravarsi dei suoi problemi cardiaci. I medici gli avevano consigliato «l’aria campestre» ed egli, avendo ceduto al Comune di Mirano la casa di villeggiatura del Patriarcato per farne un ospedale per i militari, aveva accolto l’ospitalità offertagli dai Conti Canal nella loro casa di campagna. Ameno luogo da dove, sul finire di agosto, comunicò a Pio IX che le sue condizioni di salute erano tali da non permettergli di presenziare al Concistoro in programma per la fine di settembre, durante il quale egli sarebbe stato elevato alla dignità cardinalizia. Tantomeno, come fatto presente in precedenza al Cardinale Antonelli, si trovava economicamente nella possibilità di «sostenere le spese che occorrono a farsi all’occasione di nomine Cardinalizie».

Ad assisterlo negli ultimi giorni vita sono stati anche Fra Prosdrocimo – fratello di Padre Carlo Salerio e sacerdote medico dei Fatebenefratelli – trasferitosi nella villa per dargli assistenza e il segretario patriarcale Don Pietro Cagliaroli, che nella Biografia dedicatagli nel 1862 così li ha narrati: «Al martedì giorno 24, dedicato alla Madonna della Mercede, alle ore 3 % mi domanda di fare più per tempo del solito la SS. Comunione. Ed io mi dispongo tosto a celebrare la S. Messa. Pertanto, dopo aver­gli significato che intendevo d'applicare il divin sacrifizio per lui ago­nizzante, ed egli rispostomi che a me si univa nella stessa intenzione, m'affretto a dar principio alla Messa. Arrivato al Sanctus, il Patriar­ca rivolgendosi al religioso infermiere che lo assisteva disse: «Temo di non arrivarvi...» cioè alla comunione. Infatti appena compiuta la con­secrazione perdette l'uso dei sensi; ed io ne fui avvertito. Poco appresso sento che gli viene raccomandata l'anima, e questa finisce col chiudere che io faceva della colletta per gli agonizzanti, nella quale è così sup­plicato il Signore: Preghiamo la tua clemenza, onnipotente Iddio, che per virtù di questo sacramento ti degni di confermare colla tua grazia il tuo servo, acciocché nell'ora della sua morte non prevalga contro di lui l'avversario, ma cogli angeli tuoi abbia il passaggio alla vita. Al finire di queste parole egli placidamente spirò l'anima in seno a Dio, confortato negli estremi momenti dai meriti infiniti del divin Sacrifizio, mercè i quali andò subito, come ne giova sperare, a sedersi al convi­to della gloria nella comunione dell'Immacolato Agnello, che in quella mattina non avea potuto ricevere in sacramento.»

Con riferimento a quanto accaduto il 23 settembre – «all'anti­vigilia della sua morte» –, Don Cagliaroli ci ha anche partecipato con queste parole come il Servo di Do sia rimato fino alla fine della sua vita un esempio di umiltà: «Pensando quindi alla sua sepoltura, mi domandò: «Dove mi seppelliranno? Io bramerei che le mie ossa riposassero nel comun Cimitero a s. Michele, in mezzo agli ama­ti miei Veneziani.» E rispostogli che ai Vescovi davasi sepoltura nelle chiese, v'assentì, non senza qualche rincrescimento. Continuandomi il discorso: «Io non vorrei, soggiunse, che dopo la morte si operasse sul mio corpo (per amore alla sua immacolata purezza), se non fosse che qualche vantaggio ne dovesse tornare alla scienza.» 

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QUI POSTULAZIONE #34 ▪ Il Beato Paolo Manna e il dono del Tempo

Paolo Manna, avellinese classe 1872 e beatificato nel 2001, moriva a Napoli il 15 settembre 1952.

Ordinato sacerdote quando già era nel Seminario delle Missioni Estere di Milano nel 1894, l’anno seguente ne raggiunse una delle sue missioni in Birmana, oggi Myanmar.

Costretto ad abbandonarla nel 1907 perché malato, continuò a servire l’Istituto in Italia dove assunse nel 1926 la carica di primo Superiore Generale del PIME, nato quell’anno dalla fusione di esso con il Pontificio Seminario per le Missioni Estere di Roma.

Rimasto in carica per quasi otto anni, durante il discorso per la partenza dei missionari del 1931 pronunciò queste parole che sono tutt’oggi valida esortazione a contingentare il tempo per vivere al meglio il dono della Vita ricevuto dal Signore.

«Dopo l’orazione, l’azione. Fatevi una legge di lavorare sempre indefessamente nella vostra vita e di non perdere mai il tempo vostro. Siate perciò uomini d’ordine; sulla nave, nel tempo di studio e di preparazione che dovrete ancora passare in mis­sione, durante tutti gli anni della vostra vita mis­sionaria, fatevi guidare sempre da un orario, che distribuisca saviamente il vostro tempo fra le varie occupazioni di preghiera, di studio, di ministero. Non si capisce come tante volte si passino vuoti ed oziosi giorni e mesi, la cui perdita è irreparabile.

Abituiamoci ad apprezzare il nostro tempo co­me lo si apprezzerà un giorno in cielo. Ora che l’ab­biamo, facciamone tesoro. Vi ho raccomandato l’o­perosità, l’operosità più santamente indefessa. […] Siano dunque la vostra regola queste cinque parole: tutto, sempre, solo per Dio. Nel le­varvi la mattina dopo un buon segno di croce, fate questa semplice offerta che cambia anticipatamen­te in oro tutto quello che farete e soffrirete nella giornata. Siate fedeli a questa pratica ed alla fine dei vostri giorni vi troverete assai ricchi di meriti per la vita eterna».

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QUI POSTULAZIONE #33 ▪ Le ultime volontà del Beato Mazzucconi

Il Calendario Liturgico del PIME ricorda oggi, 1° settembre, la morte di Padre Giovanni Battista Mazzucconi. Una data simbolica, questa, perché il suo martirio avvenne non prima di dieci-quindici giorni dopo il 18 agosto 1855, quando egli lasciò Sydney, dove il suo superiore lo aveva mandato per rimettersi in salute. Tanto tempo, infatti, durava in media la navigazione per raggiungere l’isola di Woodlark, dove in una delle sue baie fu martirizzato dagli indigeni con un colpo d’ascia nella testa. Il suo corpo fu poi gettato in mare assieme a quelli dell’equipaggio della Gazelle sulla quale aveva viaggiato.

Riconosciuto martire e beatificato il 19 febbraio 1984, prima di partire per l’Oceania, egli aveva fatto testamento e nominato erede universale il fratello Domenico, già Padrino di Messa e suo rappresentante legale. A lui specificò anche come meglio operare in merito alle eventuali somme che sarebbero derivate dalla morte del loro padre: avviare un oratorio per la crescita spirituale dei ragazzi del suo paese natio, Rancio di Lecco, e di quelli circostanti.

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Ultima mia volontà

Io, sano di mente e di corpo, con questo mio testamento olo­grafo, scritto tutto di mio pugno dichiaro e nomino mio erede universale ed assoluto mio fratello Domenico, erede di quanto possiedo ora e di quanto potessi possedere in avvenire.

Con questo mio scritto intendo annullare ogni altro foglio, e lo pongo sotto la tutela di tutte le leggi, essendo questa l’ultima mia volontà e disposizione assoluta. In conferma di ciò mi dico

 

prete Missionario

Gio. Batt. Mazzucconi

21 Febbr. 1852 Rancio

 

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Allegato del testamento, 23 febbr. 1852

 

Le mie intenzioni dettagliate che non ho esposto nel testa­mento per non complicarlo, te le espongo ora in questo foglio privato e sono le seguenti:

  1. Se Dio mi concede di arrivare alle mie isole e di poterti inviare qualche lettera, ti indicherò se mi trovo in bisogno, e sei soccorsi pecuniarii mi possono essere di vero giovamento, al­lora ma solo dietro mia richiesta tu mi spedirai in circa la som­ma di [Lire] Aus [triache]. 500 o qualche cosa di più se potrai. Quanto al mez­zo di spedirli ti consulterai col Superiore del Seminario nostro.
  2. Se i miei giorni terminano prima della morte del padre io possiedo quasi nulla e tu quindi non potrai che farmi cele­brare un officio a Rancio avendo cura di farmi porre o una cro­ce o una piccola lapide nel campo santo, ma chiara onde tutti la possano leggere e recitarmi qualche Requiem che mi farà be­ne; si potrebbe scrivere queste parole: il Prete G. B. Mazzuc­coni prima di abbandonare quelli del suo paese lasciò che si po­nesse questa memoria onde i suoi si ricordassero di pregare per lui morto lontano.
  3. Se poi non morissi o sopravivessi alla morte del padre; allora io vorrei che in generale la mia parte l’impiegassi nel ve­dere di erigere un oratorio per i poveri figli dei nostri paesi che hanno sommo bisogno d’essere raccolti, e vi sarebbero anche dei buoni giovani che si istruirebbero se vi fosse chi preparasse per loro una corte comoda e riparata per raccoglierli, farli diverti­re ed istruirli. Riguardo alla maniera di costruirlo un oratorio scriverò delle idee in un altro foglio, le scriverò questa sera e le unirò a questo.

Ti raccomando l’Oratorio e se non lo effettuassi darai alla mia morte qualche mille lire, al Seminario delle Missioni onde ci recitino 20 messe tutti gli anni. Tutto questo non è che consiglio.

Addio.

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QUI POSTULAZIONE #32 ▪ Sacerdote missionario… nonostante la pleurite

Il 26 agosto di novant'anni fa il Beato Mario Vergara diventava sacerdote.

A conferirgli il Sacramento dell’Ordine, nella chiesa di Santa Maria Nascente a Bernareggio, fu l’arcivescovo di Milano Card. Ildefonso Schuster. Lo stesso che lo aveva ordinato suddiacono il precedente 5 agosto e dispensato dal dover attendere un anno per ricevere il diaconato. Lo ricevette infatti il giorno 24 di quel mese a Bergamo, dalle mani di Mons. Luigi Marelli, vescovo dell’omonima diocesi.

Padre Vergara sarebbe partito per la Birmania, l’attuale Myanmar, il 30 settembre di quell’anno, grato al Signore di avergli permesso di realizzare il desiderio di andare in missione.

Quel desiderio che quando frequentava il Pontificio Seminario Regionale Campano lo aveva portato a presentare al PIME, l’11 agosto 1929, la domanda per potervi continuare, come studente del terzo anno di filosofia, il cammino verso sacerdozio. Percorso formativo che dovette però forzatamente interrompere per una sopraggiunta pleurite e che, proseguito nel seminario di provenienza, concluse assieme ai suoi futuri confratelli nell’Istituto missionario che lo riammise nell’estate 1933.

Novello sacerdote, l’indomani celebrava la prima Messa a Frattamaggiore, sua città natale in provincia di Napoli, nella Basilica di San Sossio Levita e Martire.

 

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QUI POSTULAZIONE #31 ▪ Ricordando Padre Angelo Maggioni (1917-1972)

Era tornato da meno di un anno dall’Italia quando venne ucciso la notte del 14 agosto 1972.

Lo uccisero alcuni ladri entrati nella casa della Missione di Andharkota, in quel Pakistan Orientale divenuto Bangladesh con l’indipendenza dal Pakistan Occidentale dichiarata il 25 marzo 1971 e riconosciuta il successivo 17 dicembre.

Gli amici della sua nativa Trezzo sull’Adda non avrebbero voluto quel rientro avvenuto quattro mesi dopo l’indipendenza dichiarata unilateralmente. A loro, però, aveva risposto. «Non posso stare qui, quando laggiù la gente soffre e muore. Il mio posto è là».

Là, in terra pakistana, era giunto per la prima volta nel 1961 ed ora che una guerra civile la insanguinava egli non poteva esimersi dallo stare accanto alla sua gente. Non solo ai suoi cattolici, ma anche agli indù e ai musulmani dei villaggi del territorio affidatogli. Specie quando erano costretti ad abbandonare quei villaggi per salvarsi dalle incursioni dei militari pakistani in cerca dei guerriglieri bengalesi. A chi non era battezzato poi, considerato che i cattolici erano rispettati da quei soldati, non esitava a donar loro un crocifisso da tenere al collo e ad insegnargli a tracciare sulla propria persona il segno della croce. Il tutto per avere meno problemi alla frontiera con l’India, attraversata la quale si sarebbero messi in salvo nei campi profughi.

Chi lo uccise sperava di trovare denaro perché la Missione di Andharkota era divenuta punto di riferimento per i molti colpiti dalla guerra civile, tanto da fargli scrivere: «Tutto il giorno la mia casa è assediata da turbe di gente che invocano aiuto: chi vuole essere aiutato a fare la casa, chi vuole vestiti, chi un po’ di riso o frumento, qualche donna domanda latte in polvere per i suoi bambini; chi domanda aiuto per comprare i buoi o recuperarli.  Durante l’occupazione sono fuggiti in India e i buoi sono finiti in altre mani o li hanno venduti a poco prezzo; ora occorrono i soldi per riscattarli».

Quando i ladri arrivarono, messo in allarme dai ragazzi che dormivano al sottostante pian terreno, inutilmente li aveva esortati ad andarsene prima che, saliti al piano superiore, lo uccidessero con una fucilata nella sua camera. Della tragica morte così scrisse un suo confratello della missione, tra i primi a giungere sul posto perché impegnato altrove: «Il colpo che lo ha colpito ha attraversato il fianco destro all’altezza del diaframma, bucato l’intestino, rotto una grossa arteria e una vertebra, uscito dall’altra parte parallelo all’entrata. I banditi avevano fucili-carabine e fucili-pistole. Furono trovati bossoli e pallottole esplose sia all’interno che all’esterno. Una decina di colpi».

Dal 16 agosto 1972, giorno delle sue esequie, le spoglie mortali di Padre Maggioni riposano ad Andharkota, nella nuova chiesa da lui voluta. Ciò grazie al vescovo di Dinajpur che presiedette quella funzione e che rinunciò a traslarle in cattedrale accogliendo il desiderio degli abitanti della stessa Andharkota e dei villaggi circostanti di poter continuare ad avere in mezzo a loro il missionario.

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QUI POSTULAZIONE #30 ▪ Duecentoventiquattro candeline per Ramazzotti

Ricordando oggi la nascita del Venerabile Angelo Ramazzotti, pubblichiamo l’incipit della sua biografia redatta da Don Pietro Cagliaroli, che gli fu segretario negli ultimi quattro anni di episcopato e per tutto il patriarcato. Pubblicata nel 1862 col titolo Vita di Sua Eccellenza Reverendissima Monsignore Angelo Ramazzotti e rieditata nel 2015 dall’Ufficio Storico del PIME con nuove note, essa costituisce uno strumento impareggiabile per conoscere la personalità e la spiritualità del Ramazzotti «tanta è l’abbondanza dei fatti – come scritto dall’Autore – che altamente ragionano della sua pietà, dello zelo, d’una carità sopra tutto che mai non conobbe confine».

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LIBRO PRIMO

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 Capo I

Nascita, studii, virtù giovanili

 ANGELO RAMAZZOTTI, di cui con animo divoto imprendiamo a raccontare la storia, trasse i natali in Milano, l’anno del Signore 1800, ai 3 di agosto, dal ragioniere Giuseppe Cristoforo Ramazzotti e Giulia Maderna. Il giorno appresso fu battezzato in s. Agostino, succursale di s. Ambrogio e, al nome di Angelo, che non ismentì mai, fu aggiunto l’altro di Francesco. Non ispiacerà, credo, al lettore di sapere ch’ebbe a ministro del Sacramento della sua spirituale rigenerazione, il suo antecessore alla sede Vescovile di Pavia, Monsignor D. Luigi Tosi, allora Canonico coadjutore della Parrocchia di s. Ambrogio. Bene avventurato nei genitori che gli diedero la vita, meglio che per l’agiata loro condizione, per l’interezza di costumi, e la specchiatissima religione che li rendevano commendabili davanti a Dio e agli uomini. Il padre di lui, sig. Cristoforo, oltrechè savio nell’amministrare il proprio e l’altrui, ed ottimo capo di famiglia, costumava d’ascoltare ognidì la s. Messa, di visi­tare Gesù in Sacramento, di recitare ogni sera colla sua gente il Rosario, e devoto alle persone ecclesiastiche ne amava la conversazione. Sua madre, signora Giulia, era lo­data da tutti per donna di raro senno, di grande pru­denza, di una pietà non punto spigolistra, ma schietta e soda, che informa l’animo al sacrificio e lo rende amoro­samente soggetto al Divino volere. E frutto primaticcio del timor santo di Dio e dell’abborrimento ad ogni minima colpa, a cui la pia genitrice veniva educando dall’età più tenera questo caro suo figliuoletto, lo abbiamo nel fatto seguente. Un dì, piccino ancora, entrò in una vigna. La vista dell’uva, che pendeva matura dai tralci, gli fece nascer voglia di mangiarne un grappolo, ma per non recar danno al padrone, nella sua semplicità ed amore alla giustizia, pose lì a pagamento una piccola moneta, credendo che il padrone, il solo padrone l’avrebbe raccolta. 

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QUI POSTULAZIONE #29 ▪ Un calesse targato “Santità”

«Noi andiamo ora a Sa­ronno con un misero calesse, e forse ci prece­dono, a schiere, gli angioli».

Così Mons. Angelo Ramazzotti si rivolse ai suoi compagni di viaggio che da Milano erano andati a prenderlo al Santuario dell’Addolorata di Rho per celebrare con lui l’avvio del Seminario delle Missioni Estere a Saronno.

Essi erano i giovani sacerdoti Carlo Salerio e Giovanni Battista Mazzucconi, tra i primi alunni di quella nuova istituzione al servizio della Chiesa, la cui inaugurazione aveva richiamato diversi sacerdoti del circondario.

Ad attendere i passeggeri di quel calesse nella casa messa a disposizione dallo stesso Ramazzotti per avviarvi il seminario missionario, vi furono anche Don Paolo Reina, primo ad aver presentato la domanda per esservi ammesso, Don Alessandro Ripamonti, che ne fece anch’egli parte, e Don Giuseppe Marinoni chiamato ad esserne il primo Direttore.

Era il 30 luglio 1850, dies natalis dell’Istituto che ha dato vita al PIME, che tutt’oggi lo ricorda in molte sue comunità con la “Festa del calesse”.

Un calesse che allora nessuno avrebbe immaginato avesse trasportato quelli che sarebbero divenuti tre punti di riferimento spirituale per il cammino di ciascuno verso la santità: i Venerabili Angelo Ramazzotti, Carlo Salerio e il Beato Giovanni Battista Mazzucconi.

Imperscrutabile disegno di quella Provvidenza che ha voluto essere Mazzucconi a celebrare la prima messa per la comunità missionaria il successivo 31 luglio, giorno per il rito ambrosiano dedicato alla memoria di San Calimero, quarto vescovo di Milano e martire come lui.

Chiesa di San Francesco a Saronno

Allegato

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QUI POSTULAZIONE #28 ▪ Ricordando San Alberico Crescitelli (1863-1900)

Originario di Altavilla Irpina, in Provincia di Benevento, sacerdote nel 1887 a completamento del cammino formativo nel Seminario delle Missioni Estere dei Santi Pietro e Paolo di Roma, dall’anno seguente all’ordinazione ha vissuto nella Prefettura apostolica dello Shaanxi Meridionale, affidata al suo Istituto in Cina.

Vi è morto il 21 luglio 1900 nel villaggio di Yanzibian per mano di alcuni locali che, dopo averlo catturato e torturato, «con un coltellaccio con cui usano i cinesi trinciare la paglia» ne recisero la testa, fecero a pezzi il corpo e gettarono il tutto nel vicino fiume Jialing «per far scomparire ogni traccia del delitto». Sua colpa l’essere straniero, sacerdote cattolico, difensore dei diritti della popolazione angariata dai signorotti locali, emissario del governo centrale per controllare l’equa spartizione, da parte degli amministratori locali, del sussidio imperiale in favore della popolazione colpita dalla carestia.

«In 12 anni di sacro ministero e di apostoliche peregrinazioni – è stato scritto di lui – fu sempre zelante nella gloria di Dio e nella salute delle anime, così che in sì breve tempo fu carico di molti e tanti meriti, e raccolse non pochi frutti e conversioni. Onde come in Seminario a Roma dai superiori e compagni, così in Cina, era venerato dai cristiani, benedetto dai poveri, amato dai compagni, e carissimo ai superiori, un missionario d’intemerata condotta, pio e zelante».

Da subito considerato martire, la sua uccisione in odium fidei è stata riconosciuta come tale nel corso della causa di beatificazione e canonizzazione avviata il 12 luglio 1925 dal suo Istituto che, alcuni mesi più tardi, unendosi col Seminario delle Missioni Estere di Milano avrebbe dato vita al PIME.

Beatificato il 18 febbraio 1951, Padre Alberico Crescitelli è stato canonizzato il 1° ottobre 2000, sempre nella Città Eterna, assieme ad altri 119 martiri uccisi in Cina tra il 1747 e il 1930.

 

Allegati:

1. Testimonianza sul martirio tratta dagli atti processuali.

2. Preghiera per l’intercessione di San Alberico Crescitelli.

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QUI POSTULAZIONE # 27 ▪ Ricordando Padre Cesare Mencattini (1910-1941)

In Cina da sei anni, Padre Cesare Mencattini moriva il 12 luglio 1941 alle porte del villaggio di Qimen nella provincia dello Henan.

Un colpo di fucile lo colpì mortalmente al collo mentre in bicicletta si stava recando al mercato di quel villaggio. Doveva trattarvi l’acquisto di un appezzamento di terreno per la scuola femminile della sua missione di Pa-­li-ying.

A ucciderlo furono alcuni soldati cinesi sbandati che avevano visto in lui, e nei due confratelli che in moto lo stavano accompagnando, i nemici del loro paese. Era in corso il Secondo Conflitto mondiale, la Cina era stata invasa dalle truppe giapponesi e l’Italia era alleata del Paese del Sol levante. A riferire ciò uno dei due missionari, anch’essi rimasti feriti dalle fucilate, fatti prigionieri dagli aggressori e poi liberati grazie all’intervento di un ufficiale dell’esercito regolare cinese che li fece portare all’ospedale di

I funerali di Padre Cesare, che si tennero anche nella sua missione di Pa-­li-ying, «riuscirono un vero plebiscito di affetto, di venerazione e di rimpianto, non solo da parte dei cristiani, ma ancora da parte delle autorità civili e di quei pagani che lo avevano conosciuto».

 

Poco più di un anno prima egli era fortunatamente uscito indenne da un altro attentato alla sua vita e aveva scritto: «Qualche giorno fa, proprio il 25 aprile, mi capitò un grave incidente. Mentre in bicicletta tornavo da un giro di Missione, un proiettile mi sfiorò la faccia. Non feci in tempo a pensare a quel che accadeva, che un altro venne a sfiorarmi la testa. Un terzo, per poco, non colpì il mio servo che era dietro di me. Intanto un gruppo di soldatacci a cavallo m'inseguiva. Mi fermai e andai loro incontro, lasciando loro che mi circondassero. Franco, dissi loro buone parole, li lodai che tiravano bene, essi mi fecero dei complimenti che parlavo perfettamente il cinese, mi chiesero scusa e mi lasciarono anda­re. Erano comunisti. In due anni questa è la terza volta che faccio da bersaglio alle fucilate o dei soldati o dei briganti, mentre due volte mi sono trovato in posizioni bombardate dagli aeroplani o dal cannone dei giapponesi».

Dinanzi a lui era ancora aperta la strada della Testimonianza che aveva intrapreso tenendo fermo quanto scritto ai genitori appena giunto nella sua terra di Missione: «Qualunque cosa mi accadrà, sono nelle mani del Signore. Non si può essere più sicuri di così».

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