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QUI POSTULAZIONE #52 ▪ Sarà un Natale povero ma vero

Come ci insegna il Venerabile Fratel Felice Tantardini, nella povertà è la ricchezza del Natale.

 

M.G. — Toungoo 5.12.60

Carissima nipote Maddalena e famiglia,

si avvicinano le belle S. Feste Natalizie, qui non sembra neppur vero, il caldo che fa, l’ambiente pagano che non sa nulla e indurito nel paganesimo trovano troppo dura la leg­ge che il buon Dio venne a portarci, per salvarci e raggiun­gere il Paradiso.

Però nei villaggi cristiani si fa tutto il possibile per rende­re questa festa bella specialmente ove possono avere il Mis­sionario e la S. Messa a mezzanotte. Sono ben pochi questi ma accorrono gente anche da altri villaggi e la chiesetta vie­ne ingrandita mediante tettoia di bambù coperte con paglia. La povera grotta di Betlemme può stare quasi a fianco per la povertà ma la gente è tanto contenta anche di questo poco, anzi è più contenta di quelli che hanno la fede languida e as­sistono a questo mistero tra i fulgori di luci e ricchi addobbi delle nostre chiese in Europa.

Vi spero tutti in ottima salute, io pure sto bene grazie al buon Dio e alla cara Madonna.

Vi auguro S. e liete Feste Natalizie il caro Bambino Gesù vi porti tanta pace e gioia al vostro cuore, ricordami anche me.

Vi abbraccio e bacio con tanto affetto

 

vostro aff.mo

zio Felice

 

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QUI POSTULAZIONE #51 ▪ Anna Maria Marowich, la Venerabile della Riparazione

La formazione spirituale di Carlo Salerio deve molto alla veneziana Serva di Dio Anna Maria Marovich, riconosciuta Venerabile il 17 dicembre 2007.

In particolare alle sue opere lette quand’era stato seminarista dell’Arcidiocesi di Milano fino al 1850. Testi, questi, che contribuirono infatti ad instillargli quella “spiritualità della Riparazione” che le era propria: riparare attraverso la preghiera, l’adorazione eucaristica e l’impegno sociale le offese quotidianamente fatte nel mondo al Signore. La stessa spiritualità che ha portato entrambi ad essere fondatori di istituti che potessero viverla quotidianamente.

Anna Maria Marovich, infatti, nella Venezia che le ha dato i natali il 7 febbraio 1815, è stata fondatrice delle “Riparatrici del Cuore Sacratissimo di Gesù”, le prime otto delle quali hanno preso il velo il 21 novembre 1868, festa della Visitazione, e si sono occupate dell’Istituto delle dismesse del carcere e delle ragazze vagabonde e traviate in Venezia”. Questa era la struttura sociale alla quale aveva collaborato col suo padre spirituale Daniele Canal fin dall’inizio del progetto nel 1858, forte anche dell’appoggio di Mons. Angelo Ramazzotti, che alla guida del patriarcato dall’anno prima le aveva detto «Se non accettate l’impresa, forse si risolverà in niente e n’avrete rimorso; se l’accettate ne verrà certo del bene. Che se in mezzo all’opera vi vedrete incapace di continuare, si vedrà come aiutarvi e come sostituirvi: intanto accettate quello che pare voler a Dio».

Il missionario le deve tanto anche per la collaborazione ricevuta da allora dalle sue “riparatrici” che assieme a lei nel 1868 sono entrate a far parte dell’istituto da lui fondato assieme a Carolina Orsenigo. Fondamentale fu l’invito, rivoltole nell’ottobre di quattro anni prima, a recarsi presso “Casa Nazareth” dove allora risiedevano le Suore della Riparazione: «Quanto sarebbe caro  a  me  e a tutta la comunità la presenza  della signoria vostra nella prossima solennità del giorno 16 corrente, in cui si festeggia l’apertura d’una nuova chiesa destinata esclusivamente all’Istituto. Venga a passare qualche ora di adorazione con noi e ad unire le valide sue orazioni per ottenere tante grazie di cui sentiamo più che mai vivo il bisogno. Sapendo ch’ella ha nell’animo una simile istituzione, dalla sua presenza spero giovamento di lumi e di direzione. S’assicuri che se ascolta ed accetta l’invito, ella raddoppia la nostra festa. Un’abitazione povera la troverà e vi potrà restare non come forestiera, ma come sorella».

Un cammino di collaborazione, questo, che a partire dai successivi scambi tra le suore dei due Istituti; proseguito con l’unione di quello di Venezia con quello di Milano, nel quale Marovich chiese di essere accolta come novizia; si concluse col superiorato della Venerabile nella comunità della città lagunare dove morì il 7 febbraio 1895 avendo più volte messo a frutto quanto Salerio le aveva condiviso.

I resti mortali di colei che da giovane voleva entrare in convento ma si sentì dire da Gesù in uno dei colloqui mistici con lui: «Voglio farti madre di un Ordine che mi glorifichi; voglio che questo Ordine sia addetto alla Riparazione», riposano finalmente nella Cappella del Sacro Volto annessa all’ex convento dei Serviti, sede originaria. Vi sono giunti dal cimitero comunale dove era stata fino ad allora ricordata con questa iscrizione sulla lastra tombale: «Ad Anna Maria Marovich / che la gloria di poetessa e di pittrice fuggendo / l’ebbe tuttavia suo malgrado / che in ciascuna età della vita / fulgori d’ogni cristiana virtù / umilmente diffuse / e l’Istituto ai Servi / da lei fondato / per anni XXIII resse con soave sapienza / qui la tomba assegnò il Comune / accanto al Padre dell’Anima sua / e le Pie Signore Riparatrici dei Sacri Cuori / sue comministre e sorelle / questa lapide posero».

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Nel 1836 Anna Maria Marovich, per i tipi della Tipografia Emiliana di Venezia, diede alle stampe la seconda edizione de “Il mese di luglio consacrato a Gesù Redentore”. Con “aggiunte e correzioni”, tornava ad offrire al “divoto lettore”, a partire da quella intitolata “La nascita di Gesù”, la sua raccolta di ascetiche meditazioni quotidiane, ognuna seguita da una preghiera e un esempio attinente.

 

– I –

AL

DIVOTO LETTORE

Chi compose questa operetta si prefisse per unico oggetto di dar gloria al Signore, e di procurare un qualche vantaggio alle anime. In questa sono descritte alcune principali azio­ni dell’amabilissimo Redentore nostro Gesù, affine di eccitare ad amarlo e ad imitare gli esempi ch’ Egli ci diede. Si dovettero quindi passar sotto silenzio tante altre nobilissime par­ti della sua vita e dottrina non meno impor­tanti, attesochè non si poteva restringere così ampia materia in sole trentuna considerazioni. E da confidare nella misericordia del Signore, che basteranno pel nostro spirituale profitto an; che queste poche, se’ davvero si cercherà di praticare ciò che esse insegnano:

Impegnamoci dunque a farlo, ed il Signore ci darà quella pace del cuore, che non gusta se non chi lo ama, e fedelmente lo serve.

Si raccomanda la carità di due Ave Maria ogni giorno di questo mese, una per chi compose questa operetta, e l’altra per chi ebbe parte a renderla di pubblico diritto.

 

– II –

LA NASCITA DI GESÙ

Trovandosi Giuseppe con Mari sua Consorte in Betlemme, avvenne, essendo quivi, che giunse per Lei il tempo del parto. E partorì il figlio suo primogenito, lo avvolse nelle fasce e lo depose in una mangiatoia, perchè non vi era luogo per essi in albergo.

Accostiamoci a quel presepio con riverenza ed amore. Questo celeste Pargoletto, sul cui volto risplende una bellezza di paradiso, è quello che viene ad assumere la pena ai nostri peccati dovuta, che viene a fare la nostra salvezza. Egli è veramente il nostro salvatore, il nostro Dio; ma ahimè in quale stato di patimento, di abbiezione e miseria si trova ridotto per amore nostro! Quegli che su ne’ Cieli regna glorioso e non trova qui sulla terra casa che lo ricoveri, fuoco che lo riscaldi, culla su cui riposare. Vien negato a Lui solo ciò che non manca alle volpi ed agli uccelletti. Adoriamolo con tutto il cuore, giacché le nostre colpe sono la sola cagione de’ suoi patimenti

Egli è venuto a farsi nostro Maestro: avviciniamoci a Lui con rispetto, ed apprendiamo la sua celeste dottrina.

Parlate, o Signore, diciamogli, che i vostri servi vi ascoltano. Diteci che volete da noi, che il nostro cuore è pronto ad ubbidirvi in tutto e per tutto, né vi sarà cosa alcuna per dura e penosa che sembri, la quale non ci riesca soave, e la facciamo per Voi, che tanto ardentemente ci amate. Ah sì, Gesù amabilissimo, v’intendiamo. Ci dite adesso coll’esempio de’ vostri patimenti quello, che scorso il giro di pochi anni, ripeterete colla voce ed inculcherete nel vostro Vangelo, cioè che chi vuol esser vostro seguace prima di tutto dee rinunziare a sé stesso, e prendere la sua croce.

Quindi apprendiamo quanto ne sia necessario il fuggire i piaceri: non solo i piaceri nefandi, la cui sola idea basta a far inorridire le anime caste, ma eziandio quelli che noi ci facciam leciti e concediamo in tanta copia alla nostra delicatezza.

Nella povertà che vi circonda Voi c’insegnate, con dottrina tutta opposta a quella del mondo, il disprezzo delle ricchezze. Voi dichiarate beati non già i ricchi, chè anzi lor minacciate guai e perdizione, ed in più modi esprimeste quanto difficile sarà la loro salvezza; ma bensì i poveri di spirito, e quelli specialmente che tali si fanno per amor vostro. E se lo stato che abbiamo abbracciato c’impedisce di rinunziare affatto a que’ beni, che la vostra liberalità ne concesse, per bocca del vostro Apostolo ci ammaestrate di usare dei beni di questo mondo come se non ne usassimo, cioè senza mettere in essi l’affetto, e di tutto il superfluo farne parte coi poveri. Quella povera stalla, quella vil mangiatoia, sì sconvenevoli all’eccelsa vostra Maestà, ci fanno conoscere che Voi amate ne’ vostri seguaci uno spirito di umiltà, che gli onori e le grandezze terrene sono immeritevoli della stima di chi si professa seguace di un Dio che fino dal suo nascere le calpestò, di quel Dio il quale protesta ch’Ei resiste ai superbi; ed agli umili dà la sua grazia, che a chi si umilia promette esaltazione ed onori, ed a chi s’innalza minaccia umiliazioni ed abbassamento.

O caro nostro Gesù, che bella lezione ci avete data! Felici noi, se la pratichiamo! Col fuggire i piaceri, col disprezzar le ricchezze, col rinunciar agli onori diseccheremo nel nostro cuore quelle tre avvelenate sorgenti, dalle quali tutti derivano quei sì mostruosi peccati che inondano il genere umano, e ci assicureremo un’eternità di delizie e di gloria nel Paradiso insieme con Voi, nostro amabilissimo Redentore.

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QUI POSTULAZIONE #50 ▪ Il Venerabile Fondatore in Tailandia

Era il 14 dicembre 2015 quando Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto sulle virtù eroiche del Servo di Dio Angelo Ramazzotti.

Da allora colui che fu l’artefice del Seminario per le Missioni Estere di Milano ci è stato dato dalla Chiesa, che lo ha riconosciuto Venerabile, come esempio di vita da seguire per praticare nella quotidianità l’integralità del Vangelo. Lui, l’uomo della totale donazione alla causa del Vangelo e l’attenzione per i poveri, come messo in rilievo durante la Sessione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi del precedente 1° dicembre, conclusasi unanimemente con sentenza affermativa.

Al nuovo Venerabile, nello scorso Mese Missionario, Padre Raffaele Pavesi, missionario del PIME in Tailandia, ha dedicato questa versione in lingua locale dell’immaginetta in italiano offerta dal compianto confratello Padre Mauro Mezzadonna.

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QUI POSTULAZIONE #49 ▪ «Più felice di me non vi è nessuno!»

Uomo di grande cultura e di profonda fede, al quale si deve la traduzione in diverse lingue del Myanmar di catechismi, libri di preghiera e catechismi, Eliodoro Farronato è stato ucciso in questa parte dell’Asia l’11 dicembre 1955.

Sacerdote del PIME da un anno, vi era giunto nel 1935, quando ancora il paese apparteneva alla Corona inglese e si chiamava Birmania, al termine di un lungo viaggio iniziato il 24 agosto, il giorno prima di scrivere ai suoi genitori da bordo della nave: «Se vi ho lasciati, è per Iddio. Perciò, dopo il dolore, sento una gioia ineffabile. E credo che la proviate anche voi (…) Più felice di me non vi è nessuno! Valeva la pena fare quel che ho fatto e di lasciare tutto per provare la consolazione di sentirsi unicamente di Dio, per amarlo e farlo amare! Nulla di più bello quaggiù!».

Quando venne assassinato stava raggiungendo Mongyong col desiderio di celebrarvi la Messa di Natale. Quel villaggio era stata la sua prima destinazione birmana diciannove anni prima e dal 1949, all’indomani della rivoluzione di Mao, risentiva negativamente della presenza dei nazionalisti cinesi del Kuo Min Tang.

A togliergli la vita, quando era ormai prossimo alla meta, furono 17 dei loro guerriglieri una volta lasciati liberi i suoi accompagnatori che subito diedero notizia della cattura.

Terminato con quattro colpi di fucile al petto, fu prima torturato con le braccia legate dietro le spalle e fermate al collo come risultato dal corpo trovato tre giorni dopo mezzo seppellito nel greto asciutto di un torrente. Senza scarpe e con i piedi nudi, aveva indosso la talare con i quatto fori d’uscita sul fianco destro ed in tasca una chiave, la corona del Rosario e, quasi a conferma di essere stato ucciso solo perché sacerdote, anche cinquanta rupie di carta.

I suoi resti mortali oggi riposano nel cimitero di Mongyong accanto alla tomba del fratello sacerdote Antonio, anche lui del PIME, che negli anni di seminario aveva desiderato raggiungere quanto prima e morto in quel villaggio per un attacco di febbre dell’acqua nera nel 1931.

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QUI POSTULAZIONE #48 ▪ Festeggiando l’Immacolata col Venerabile Ramazzotti

«Non ultimi per affetto, renderemo noi pure testimonianza solenne della nostra fede all’infallibile insegnamento della Chiesa, e della nostra divozione verso l’Immacolata nostra Madre e Regina».

Così scrisse nella Lettera Pastorale del 24 aprile 1855 il Venerabile Angelo Ramazzotti, allora vescovo di Pavia, nell’annunciare alla diocesi i festeggiamenti in onore del dogma mariano dell’8 dicembre 1854.

Quei momenti di festa li aveva già annunciati nella Pastorale del 4 febbraio dedicata a spiegare quanto «il Santo Padre ci dichiara e definisce come [verità] rilevata da Dio, cioè che la SS. Vergine a differenza degli altri uomini che nascono dal peccato originale, fu nel primo momento della sua Concezione per singolare grazia, e privilegio dell’Onnipotente Iddio in vista dei meriti di Gesù Cristo preservata immune da ogni macchia di colpa originale».

Le date scelte per essi furono l’8 e il 15 maggio come da lui desiderato per andare incontro a tutti i fedeli della diocesi: «E perciò destiniamo la prima Domenica del mese di Maggio a compiere questa divota solennità, sia nella nostra Cattedrale dove noi stessi celebreremo Pontificalmente la Messa votiva dell’Immacolata Concezione, sia nelle Parrocchie fuori della Città, dove pure sarà con decorosa solennità cantata la stessa Messa votiva. Le Parrocchie invece della città rimetteranno tale funzione alla seconda Domenica del mese, affinché nella prima possano i fedeli più facilmente intervenire all’Omelia ed alle funzioni Vescovili nel nostro Tempio Maggiore».

Furono eventi liturgici e di pietà popolare che espressero, in termini evidenti e inequivocabili, l’accoglienza della Chiesa diocesana di Pavia alla definizione dell’Immacolata, come anche evidenziato nella biografia del vescovo scritta dal suo segretario Cagliaroli.

Intestazione della Lettera Pastorale del 24 aprile 1855

 

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Pavia ringrazia per il Dogma dell’Immacolata Concezione

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Qual fosse poi la fede e la pietà in generale del Clero e del popolo Pavese in Maria concepita senza macchia di peccato, fu reso assai manifesto dalla solennità del giorno 8 maggio 1855, in cui si festeggiò la dommatica definizione. La precedette un devotissimo triduo di predicazione e di preghiere a Gesù esposto in Sacramento. La cattedrale addobbata splendidamente, a cura espressa del Vescovo, mostrava una bellissima effigie dipinta in tela, di Maria SS. Immacolata, che per essere locata in alto, e assai bene illuminata, aveva aspetto di paradiso. Alla mattina numerosissimo il concorso dei fedeli ai SS. Sacramenti; la folla di cittadini e di gente accorsa dai vicini paesi poteva appena esser contenuta nel vasto recinto del tempio. Alla messa pontificale, accompagnata da armoniosi concenti, intervennero il clero della città, le autorità militari ed amministrative, il Municipio, il magistero dell’Università. Al Vangelo il Vescovo asceso in pergamo per leggervi un’omelia già apparecchiata, alla vista di quella moltitudine raccolta a divoto silenzio, posto da parte lo scritto, volle piuttosto abbandonarsi alla parola estemporanea ispiratagli dalla piena de’ suoi affetti, e predicò con tale una robustezza di concetti ed unzione di spirito, che l’udienza ne rimase profondamente ammirata e commossa. Lungo il dì incredibile il concorso di popolo, che accorreva con edificante pietà a raccomandarsi a Maria Immacolata; a sera si chiuse co’ Vesperi solenni pontificati da Monsignore, e colla benedizione del venerabile Sacramento.

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Pietro Cagliaroli, Vita di Sua Eccellenza Reverendissima Monsignore Angelo Ra­mazzotti, Patriarca di Venezia, Rovigo, Stabilimento Minelli, 1862, pp. 128-129.

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QUI POSTULAZIONE #47 ▪ Morire per amore

«Il martirio è una grazia che bisogna meritare»: così è stato per Padre Emilio Teruzzi, classe 1881, al quale si deve questa riflessione.

Entrato nel Seminario delle Missioni Estere di Milano nel 1910 e destinato ad Hong Kong due anni dopo, il Signore gli ha dato infatti la grazia di testimoniare, fino alla morte, la Fede tra la popolazione del suo originario distretto missionario di Sai Kung.

Nel 1942, da tempo collaboratore del vescovo sull’isola di Hong Kong, ottenne di tornare nei villaggi dei Nuovi Territori, occupati dai Giapponesi e rimasti senza sacerdote perché ucciso dai ribelli cinesi. Ben sapeva che ciò avrebbe messo a rischio la vita. Non solo perché cittadino italiano, e quindi traditore della Cina, ma anche perché quei guerriglieri, come scritto da un confratello, appartenevano «al partito noto per l’avversione e per l’odio contro ogni religione, ma specialmente contro quella cattolica».

Morì certamente il 26 novembre di quell’anno, a dieci giorni dalla presa di possesso del Distretto, una volta portato al largo in barca dopo essere stato costretto a lasciare la casa dove stava per celebrare la Messa.

Il suo corpo fu trovato una decina di giorni più tardi lungo la riva: aveva il cranio sfracellato e i piedi stretti dalla corda usata per legarlo a una pietra e farlo affondare. Ora riposa nel Cimitero di Happy Valley ad Hong Kong.

A ottantadue anni dalla morte, quello che Padre Emilio ci ha donato è un grande esempio di Oblatio vitae, la nuova “via” per giungere alla beatificazione identificata da Papa Francesco nel suo Motu Proprio Maiorem hac dilectionem dell’11 luglio 2017: quella di un cristiano che, come lui, spinto da carità, offre eroicamente la sua esistenza per il prossimo.

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La morte di Padre Teruzzi nel ricordo della sua gente

A.M.D.M.

Sai-Kurg 3 Dicembre 1956

Reverendissimo Superiore,

Mi trovo ancora nel Distretto di Sai-Kung, che per molti anni fu il campo di lavoro di P. Teruzzi, di santa memoria.

I cristiani ricordano bene lo zelante e coraggioso Missionario. Alcune volte sono stato nel villaggio, in cui egli passò l’ultima notte tra i cristiani. Testimoni oculari mi hanno raccontato che mentre si accingeva a celebrare lì la S. Messa in una casa privata (dove ho celebrato anch’io, non essendovi Chiesa, né Oratorio) un gruppo di uomini armati, che facevano parte delle guerriglie comuniste, entrò improvvisamente nella casa e gli ordinò d’andare con loro. I1 Padre li pregò di concedergli almeno il tempo di celebrare la Messa. Ma essi furono irremovibili: bisognava partire subito. I cristiani erano pronti farsi garanti; ma non si ammetteva garanzia. Ogni tentativo di liberazione fu inutile. I1 Padre aveva con sé un maestro e un servo. Il maestro doveva andare anche lui, senza sapere né dove, né perché; il servo fu lasciato libero, o meglio, non si curarono di lui. Quegli sgherri assicuravano che i due, che essi dovevano condurre via, dopo breve tempo, sarebbero stati rimandati liberi. Ma ben sappiamo in che conto bisogna tenere le parole o promesse di simile gente... Essi partirono conducendo le due vittime. Il villaggio in questione dista circa un quarto d’ora dal mare: si tratta di una striscia di mare, una specie di canale, che in una mezz’ora di barca può essere attraversato. Sulla riva c’era appunto una barca già pronta, che aspettava la comitiva. Questa arrivò, salì sù (sic) e si diresse verso l’altra sponda.

Dopo un intervallo di tempo, ecco apparire di nuovo gli sgherri in quella stessa casa, cercando il servo. Per mala sorte e il servo era ancora lì aspettando il ritorno del Padre. Fu preso e condotto via, anche lui. “Se avessimo avuto il minimo sospetto, mi dicevano i cristiani con rammarico, l’avremmo potuto salvare facilmente; c’era tempo più che sufficiente per farlo nascondere o fuggire prima che essi venissero la seconda volta”. Non si previde il pericolo, non si prese rimedio, e così si ebbe una vittima di più. Sembra quasi certo che P. Teruzzi, i1 maestro e il servo furono uccisi insieme in quello stesso giorno, e nella stessa barca. È certo che il cadavere del Padre fu ritrovato nel mare, e sepolto dai cristiani di un villaggio, situato nell’altra sponda del mare.

Tutti quelli che hanno conosciuto P. Teruzzi, riconoscono il suo animo intrepido, che non indietreggiava dinanzi ai pericoli, pur di compiere il ministero per la salvezza delle anime. Cristiani di un altro villaggio m’hanno raccontato che, mentre egli una volta faceva il giro di missione, in via incappò in una squadra di guerriglie (anche queste comuniste), che lo legarono e volevano condurlo via... Per buona sorte, tutti i cristiani si fecero garanti, e riuscirono a stento a liberarlo: ma egli, come se nulla fosse stato, continuò il ministero come prima, e lo continuò sino al sacrificio della vita.

Io sto bene di salute; mi auguro altrettanto di Vostra Reverenza.

Le offro cordiali auguri di Buon Natale: il B. Gesù la ricolmi di grazie.

Mi creda

Suo Dev.mo in G.C.

P.Q.M. De Ascaniis

 

Lettera di Padre Quirino De Ascaniis al Superiore Generale del PIME, AGPIME 24, 19, 993-994.

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QUI POSTULAZIONE #46 ▪ Come ai tempi dei primi Martiri

Il 19 novembre 1941, nel villaggio cinese di Dingcun nell’Henan, ancora in festa per la visita del Amministratore Apostolico di Kaifeng giunto la sera prima, vennero uccisi lo stesso Mons. Antonio Barosi e i confratelli sacerdoti del PIME Gerolamo Lazzaroni, Bruno Zanella e Mario Zanardi.

A togliergli la vita furono alcuni soldati cinesi allo sbando durante la Guerra cino-giapponese – ribelli, secondo le autorità statali –, che nel pozzo del villaggio gettarono Padre Lazzaroni, forse ancora vivo; Mons. Barosi e Padre Zanardi, strangolati con le fasce militari che si rinvennero attorno ai loro colli; e Padre Zanella che avevano torturato facendogli bere acqua bollente e petrolio.

Estratte a fatica dal profondo e stretto pozzo, la cui bocca era stata ostruita dai mattoni divelti dalla struttura esterna, le loro salme furono oggetto delle attenzioni del responsabile del distretto di Zhoukou, del quale fu scritto: «Il P. Vitali compì un'opera veramente faticosa e non scevra di pericoli. Ottenuto il permesso, si recò in quella zona di nessuno... Incontrò molte scoraggianti difficoltà, ma dopo trattative e contrasti riuscì a far trasportare dai soldati i quattro feretri fino al fiume Chahe (distante da Dingcun parecchi chilometri). Caricate su una barca e controcorrente poté raggiungere Choukiakow (Zhoukou), residenza principale di P. Vitali. In cappella aprì le casse, fece ricomporre più decentemente le salme, compì un rito funebre invitando molti cristiani e le fece trasportare a Wangzhuang, piccola cristianità vicina, murando i feretri separati nella cappella, con la speranza di un definitivo trasloco al cimitero della missione nella città di Kaifeng».

Per lungo tempo le loro salme hanno riposato nella chiesa dedicata a San Giuseppe a Zhoukuo, eretta come ai tempi dei primi Martiri sul luogo dove esse erano conservate. Ovvero il pozzo nel quale, temendone la loro profanazione, erano state deposte provvisoriamente nel 1951 quando la cappella di Wangzhuang venne adibita a sala di riunione da un attivista comunista. Si sarebbe voluto dare ad esse una sepoltura più dignitosa altrove, ma le autorità locali non lo permisero perché si trattava di stranieri.

Successivamente raccolti in quattro urne, i resti mortali dei missionari sono ora conservati nella cappella costruita a lato della chiesa di San Giuseppe.

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QUI POSTULAZIONE #45 ▪ Ricordando la nascita del Beato Isidoro Ngei Ko Lat

Il 7 novembre 1918, nella Birmania Inglese dove dal 1868 era presente il Seminario delle Missioni Estere di Milano, è nato il primo Beato della Chiesa del Myanmar: Isidoro Ngei Ko Lat.

Figlio di poveri contadini convertiti al cattolicesimo da uno di quei missionari – Padre Paolo Manna, in seguito primo Superiore Generale del PIME e Beato anche lui del 2001 –, la sua vita di laico al servizio della Chiesa si è conclusa il 25 maggio 1950, quando è stato martirizzato assieme a Padre Mario Vergara, del quale aveva accolto l’invito a seguirlo come catechista nella missione di Shadaw due anni prima. Vi avrebbe messo a frutto la maturata esperienza di insegnante in favore della crescita culturale non solo dei bambini, ma di tutti gli abitanti dei villaggi che ne facevano parte.

Quando incontrò Padre Mario, Isidoro si trovava a Leikthò dove dirigeva la sua scuola elementare gratuita nella quale, oltre all’inglese e il birmano, insegnava anche catechismo, musica e canti sacri. Una istituzione, questa, nata per esser d’aiuto alla Chiesa dopo che l’asma bronchiale gli aveva impedito di continuare la formazione al sacerdozio nel Seminario di Toungoo, dove si distinse per semplicità, onestà e umiltà, come testimoniato di compagni di corso. Vi era entrato dando seguito all’anelito sacerdotale nato nell’accompagnare i missionari del PIME nelle loro visite ai villaggi quand’era ragazzino.

La sua morte in odium Fidei è avvenuta per mano dei ribelli birmani durante la guerra civile iniziata all’indomani dell’indipendenza del paese avvenuta nel 1948. Un conflitto fomentato anche dall’odio verso i cattolici perché ritenuti sostenitori del potere centrale. Il giorno prima era caduto nell’imboscata da loro tesa a Padre Vergara che stava accompagnando per trattare la liberazione di un catechista e così evitare che venisse ucciso come accaduto con un altro dei suoi. Dopo una marcia forzata di circa 24 chilometri vennero fatti bersaglio dei fucili dei reazionari che ne gettarono i corpi, ognuno in un sacco, nel fiume Salween dove non furono più rinvenuti.

A ricordo dell’affetto sempre mostrato nei suoi confronti da parte di Isidoro, il PIME ne celebra la memoria liturgica unitamene a quella di Padre Mario Vergara il 25 maggio di ogni anno.

Allegato: Preghiera ai Beati Mario e Isidoro

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QUI POSTULAZIONE #44 ▪ Il Venerabile Salerio e l’incontro dialogante

A centosessantacinque anni dalla sua redazione, questa esortazione di Padre Carlo Salerio continua ad essere di aiuto per la preghiera. Destinatarie originarie di quanto nato dalla sua esperienza personale furono le prime giovani lombarde con le quali ha preso vita l’Istituto delle Pie Signore Riparatrici di Nazareth, oggi conosciute come Suore della Riparazione, che aveva fondato il 2 ottobre 1859 insieme a Carolina Orsenigo.

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Nello stato di spirito in cui vi trovate una sola cosa io vi raccomando: trattate con Dio con familiarità e tenerezza. Tenete il metodo che vi insegna la vostra grande maestra e patrona S. Teresa. Mettendovi din­nanzi a Dio, fate sempre un atto di profonda adorazione e, quando lo potete, fatelo anche coll’esteriore positura del corpo; poi lasciate libero il cuore di spaziare dove vuole. Io ho sempre sperimentato questo me­todo di grande vantaggio per l’orazione e per l’interiore raccoglimento di intere giornate; qualche volta il Si­gnore mi ha fatto gustare delle ineffabili dolcezze. L’anima resta come chiusa in un giardino, o in casa propria, in una prigione anche, se volete, ma dove ne­cessariamente deve respirare un’atmosfera che è ap­punto quella che per lei si voleva. Praticatelo con co­stanza, ad onta delle freddezze e delle aridità di spirito: vedrete fiorire il deserto e distillarsi la rugiada anche sulle aride sabbie.

3 novembre 1859

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QUI POSTULAZIONE #43 ▪ Solennità di Ognissanti

A un anno dal suo primo numero, uscito in occasione della Solennità di Ognissanti, Qui Postulazione torna a ricordare l’odierna festa, che unisce cielo e terra, condividendo questa riflessione di San Bernardo tratta dalla Seconda lettura dell’Ufficio di quest’oggi: «I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. È chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro». E questo perché, come da egli stesso chiarito, «secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste [già] li onora».

Ricordare i Santi oggi, e tra loro anche coloro che Qui Postulazione porta ad esempio per la vita quotidiana, è guardare a chi già possiede l’eredità della gloria eterna, a quanti la Chiesa ci propone a esempio. Peccatori come ognuno di noi, essi hanno cercato di rinunciare al male e si sono lasciati incontrare da Gesù attraverso i loro desideri, le loro debolezze, le loro sofferenze e anche le loro tristezze e gioie, ma soprattutto attraverso l’esercizio di una carità operosa nella testimonianza di una fede salda. 

Ricordarli è fare nostro quanto lo stesso Bernardo ci ha altresì condiviso: «Il primo desiderio, che la memoria dei santi suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all'assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi».

La santità è il cammino della Chiesa, è il cammino di ogni battezzato perché «tutti i fedeli, secondo la propria condizione, devono dedicare le proprie energie al fine di condurre una vita santa e di promuovere la crescita della Chiesa e la sua continua santificazione». Proprio per questa ragione la santità esige totale dedizione, nonostante quegli ostacoli nel quotidiano che hanno saputo affrontare coloro che oggi ricordiamo e che possiamo tenere di esempio. Santi non solo del martirologio, ma anche quelli della porta accanto, come li ha chiamati Papa Francesco, ai quali possiamo chiedere l’intercessione proprio perché partecipano all’essere di Dio in Cristo mediante lo Spirito.

Santità che non può esserci senza la Preghiera, così come ci insegna Santa Teresa d’Avila che ha identificato il cammino della preghiera con il cammino della santità, cioè della vocazione cristiana. La Teresa Maestra dell’orazione ai cui insegnamenti lo stesso Pontefice si è rifatto quando, in occasione del V Centenario della sua nascita, ha affermato ciò che dovremmo sempre tener presente: «La vera santità è l’allegria, perché “un santo triste è un triste santo”». Alle sue monache, infatti, la santa spagnola rivolgeva sempre l’invito a «procedere con letizia», perché nulla può fare più felice una persona che camminare in santità con Cristo e questo deve vedersi riflesso nelle sue azioni.

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