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QUI POSTULAZIONE #46 ▪ Come ai tempi dei primi Martiri

Il 19 novembre 1941, nel villaggio cinese di Dingcun nell’Henan, ancora in festa per la visita del Amministratore Apostolico di Kaifeng giunto la sera prima, vennero uccisi lo stesso Mons. Antonio Barosi e i confratelli sacerdoti del PIME Gerolamo Lazzaroni, Bruno Zanella e Mario Zanardi.

A togliergli la vita furono alcuni soldati cinesi allo sbando durante la Guerra cino-giapponese – ribelli, secondo le autorità statali –, che nel pozzo del villaggio gettarono Padre Lazzaroni, forse ancora vivo; Mons. Barosi e Padre Zanardi, strangolati con le fasce militari che si rinvennero attorno ai loro colli; e Padre Zanella che avevano torturato facendogli bere acqua bollente e petrolio.

Estratte a fatica dal profondo e stretto pozzo, la cui bocca era stata ostruita dai mattoni divelti dalla struttura esterna, le loro salme furono oggetto delle attenzioni del responsabile del distretto di Zhoukou, del quale fu scritto: «Il P. Vitali compì un'opera veramente faticosa e non scevra di pericoli. Ottenuto il permesso, si recò in quella zona di nessuno... Incontrò molte scoraggianti difficoltà, ma dopo trattative e contrasti riuscì a far trasportare dai soldati i quattro feretri fino al fiume Chahe (distante da Dingcun parecchi chilometri). Caricate su una barca e controcorrente poté raggiungere Choukiakow (Zhoukou), residenza principale di P. Vitali. In cappella aprì le casse, fece ricomporre più decentemente le salme, compì un rito funebre invitando molti cristiani e le fece trasportare a Wangzhuang, piccola cristianità vicina, murando i feretri separati nella cappella, con la speranza di un definitivo trasloco al cimitero della missione nella città di Kaifeng».

Per lungo tempo le loro salme hanno riposato nella chiesa dedicata a San Giuseppe a Zhoukuo, eretta come ai tempi dei primi Martiri sul luogo dove esse erano conservate. Ovvero il pozzo nel quale, temendone la loro profanazione, erano state deposte provvisoriamente nel 1951 quando la cappella di Wangzhuang venne adibita a sala di riunione da un attivista comunista. Si sarebbe voluto dare ad esse una sepoltura più dignitosa altrove, ma le autorità locali non lo permisero perché si trattava di stranieri.

Successivamente raccolti in quattro urne, i resti mortali dei missionari sono ora conservati nella cappella costruita a lato della chiesa di San Giuseppe.

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QUI POSTULAZIONE #45 ▪ Ricordando la nascita del Beato Isidoro Ngei Ko Lat

Il 7 novembre 1918, nella Birmania Inglese dove dal 1868 era presente il Seminario delle Missioni Estere di Milano, è nato il primo Beato della Chiesa del Myanmar: Isidoro Ngei Ko Lat.

Figlio di poveri contadini convertiti al cattolicesimo da uno di quei missionari – Padre Paolo Manna, in seguito primo Superiore Generale del PIME e Beato anche lui del 2001 –, la sua vita di laico al servizio della Chiesa si è conclusa il 25 maggio 1950, quando è stato martirizzato assieme a Padre Mario Vergara, del quale aveva accolto l’invito a seguirlo come catechista nella missione di Shadaw due anni prima. Vi avrebbe messo a frutto la maturata esperienza di insegnante in favore della crescita culturale non solo dei bambini, ma di tutti gli abitanti dei villaggi che ne facevano parte.

Quando incontrò Padre Mario, Isidoro si trovava a Leikthò dove dirigeva la sua scuola elementare gratuita nella quale, oltre all’inglese e il birmano, insegnava anche catechismo, musica e canti sacri. Una istituzione, questa, nata per esser d’aiuto alla Chiesa dopo che l’asma bronchiale gli aveva impedito di continuare la formazione al sacerdozio nel Seminario di Toungoo, dove si distinse per semplicità, onestà e umiltà, come testimoniato di compagni di corso. Vi era entrato dando seguito all’anelito sacerdotale nato nell’accompagnare i missionari del PIME nelle loro visite ai villaggi quand’era ragazzino.

La sua morte in odium Fidei è avvenuta per mano dei ribelli birmani durante la guerra civile iniziata all’indomani dell’indipendenza del paese avvenuta nel 1948. Un conflitto fomentato anche dall’odio verso i cattolici perché ritenuti sostenitori del potere centrale. Il giorno prima era caduto nell’imboscata da loro tesa a Padre Vergara che stava accompagnando per trattare la liberazione di un catechista e così evitare che venisse ucciso come accaduto con un altro dei suoi. Dopo una marcia forzata di circa 24 chilometri vennero fatti bersaglio dei fucili dei reazionari che ne gettarono i corpi, ognuno in un sacco, nel fiume Salween dove non furono più rinvenuti.

A ricordo dell’affetto sempre mostrato nei suoi confronti da parte di Isidoro, il PIME ne celebra la memoria liturgica unitamene a quella di Padre Mario Vergara il 25 maggio di ogni anno.

Allegato: Preghiera ai Beati Mario e Isidoro

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QUI POSTULAZIONE #44 ▪ Il Venerabile Salerio e l’incontro dialogante

A centosessantacinque anni dalla sua redazione, questa esortazione di Padre Carlo Salerio continua ad essere di aiuto per la preghiera. Destinatarie originarie di quanto nato dalla sua esperienza personale furono le prime giovani lombarde con le quali ha preso vita l’Istituto delle Pie Signore Riparatrici di Nazareth, oggi conosciute come Suore della Riparazione, che aveva fondato il 2 ottobre 1859 insieme a Carolina Orsenigo.

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Nello stato di spirito in cui vi trovate una sola cosa io vi raccomando: trattate con Dio con familiarità e tenerezza. Tenete il metodo che vi insegna la vostra grande maestra e patrona S. Teresa. Mettendovi din­nanzi a Dio, fate sempre un atto di profonda adorazione e, quando lo potete, fatelo anche coll’esteriore positura del corpo; poi lasciate libero il cuore di spaziare dove vuole. Io ho sempre sperimentato questo me­todo di grande vantaggio per l’orazione e per l’interiore raccoglimento di intere giornate; qualche volta il Si­gnore mi ha fatto gustare delle ineffabili dolcezze. L’anima resta come chiusa in un giardino, o in casa propria, in una prigione anche, se volete, ma dove ne­cessariamente deve respirare un’atmosfera che è ap­punto quella che per lei si voleva. Praticatelo con co­stanza, ad onta delle freddezze e delle aridità di spirito: vedrete fiorire il deserto e distillarsi la rugiada anche sulle aride sabbie.

3 novembre 1859

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QUI POSTULAZIONE #43 ▪ Solennità di Ognissanti

A un anno dal suo primo numero, uscito in occasione della Solennità di Ognissanti, Qui Postulazione torna a ricordare l’odierna festa, che unisce cielo e terra, condividendo questa riflessione di San Bernardo tratta dalla Seconda lettura dell’Ufficio di quest’oggi: «I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. È chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro». E questo perché, come da egli stesso chiarito, «secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste [già] li onora».

Ricordare i Santi oggi, e tra loro anche coloro che Qui Postulazione porta ad esempio per la vita quotidiana, è guardare a chi già possiede l’eredità della gloria eterna, a quanti la Chiesa ci propone a esempio. Peccatori come ognuno di noi, essi hanno cercato di rinunciare al male e si sono lasciati incontrare da Gesù attraverso i loro desideri, le loro debolezze, le loro sofferenze e anche le loro tristezze e gioie, ma soprattutto attraverso l’esercizio di una carità operosa nella testimonianza di una fede salda. 

Ricordarli è fare nostro quanto lo stesso Bernardo ci ha altresì condiviso: «Il primo desiderio, che la memoria dei santi suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all'assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi».

La santità è il cammino della Chiesa, è il cammino di ogni battezzato perché «tutti i fedeli, secondo la propria condizione, devono dedicare le proprie energie al fine di condurre una vita santa e di promuovere la crescita della Chiesa e la sua continua santificazione». Proprio per questa ragione la santità esige totale dedizione, nonostante quegli ostacoli nel quotidiano che hanno saputo affrontare coloro che oggi ricordiamo e che possiamo tenere di esempio. Santi non solo del martirologio, ma anche quelli della porta accanto, come li ha chiamati Papa Francesco, ai quali possiamo chiedere l’intercessione proprio perché partecipano all’essere di Dio in Cristo mediante lo Spirito.

Santità che non può esserci senza la Preghiera, così come ci insegna Santa Teresa d’Avila che ha identificato il cammino della preghiera con il cammino della santità, cioè della vocazione cristiana. La Teresa Maestra dell’orazione ai cui insegnamenti lo stesso Pontefice si è rifatto quando, in occasione del V Centenario della sua nascita, ha affermato ciò che dovremmo sempre tener presente: «La vera santità è l’allegria, perché “un santo triste è un triste santo”». Alle sue monache, infatti, la santa spagnola rivolgeva sempre l’invito a «procedere con letizia», perché nulla può fare più felice una persona che camminare in santità con Cristo e questo deve vedersi riflesso nelle sue azioni.

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QUI POSTULAZIONE #42 ▪ Ricordando Padre Fausto Tentorio

Quando è stato ucciso il 17 ottobre 2011 ad Arakan, Padre Fausto Tentorio, cinquantanovenne missionario del PIME, era tornato da circa dieci anni nelle Filippine che lo avevano accolto nel 1978. Il soggiorno in Italia, richiamato dai Superiori tra il 1999 e il 2000, aveva interrotto la sua continua attività missionaria iniziata su quelle isole l’anno dopo la sua ordinazione sacerdotale.

In quel giorno era appena uscito dalla sua parrocchia di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso sull’isola di Mindanao. Ad ucciderlo furono dieci colpi di pistola esplosigli per mandato di quanti si opponevano al suo impegno in favore delle popolazioni indigene. In particolare per il suo combattere il disboscamento delle foreste in cui abitavano o per l’opporsi strenuamente allo sfruttamento minerario, altro elemento di distruzione di quelle popolazioni per le quali aveva avviato cooperative agricole e si era prodigato per l’alfabetizzazione e l’educazione sanitaria.

Il suo corpo tutt’oggi riposa nel cimitero di Balindog accanto alla tomba di Padre Tullio, suo confratello ucciso nel 1985.

Consapevole e pronto a dare la vita per il prossimo, così ha scritto ai suoi Superiori: «Riconoscente a Dio per il grande dono della vocazione missionaria, sono cosciente che essa comporta la possibilità di trovarmi coinvolto in situazioni di grave rischio per la mia salute ed incolumità personale, a causa di epidemie, rapimenti, assalti e guerre, fino all’eventualità di una morte violenta. Tutto accetto con fiducia dalle mani di Dio, e offro la mia vita per Cristo e la diffusione del suo Regno».

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QUI POSTULAZIONE #41 ▪ In ricordo del Beato Alfredo Cremonesi

Il PIME celebra il 12 ottobre la memoria liturgica del Beato Alfredo Cremonesi, morto il 7 febbraio 1953.

Ad ucciderlo in odium Fidei furono i militari birmani al termine di un infruttuoso rastrellamento in cerca di guerriglieri nel suo villaggio di Donokù. Dopo aver inutilmente difeso i pochi abitanti presenti, poi uccisi con lui, venne prima mitragliato poi colpito con un colpo di pistola nel volto.

Nel villaggio, dove giunse la prima volta nel 1926 a un anno dall’arrivo nella colonia inglese, era rientrato solo undici mesi prima del martirio, dopo circa un anno e mezzo di sofferenza per avervi lasciato le persone a lui care. Dall’agosto 1950 al marzo 1952 aveva vissuto a Toungoo, dove era stato costretto a fuggire dopo esser scampato all’assalto di Donokù da parte della guerriglia che già aveva ucciso i confratelli Mario Vergara e Pietro Galastri.

Del suo desiderio di tornare quanto prima ad essere il pastore del gregge lasciato solo e pronto a dare per esso la vita, ci rimane traccia in questa lettera indirizzate a Mons. Alfredo Lanfranconi, vescovo di Toungoo, l’11 gennaio 1951.

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Eccellenza reverendissima,

Lei non può davvero immaginare come sia aumentata in me l’ansia, la brama, l’agonia che mi è venuta addosso di ritornare presto al mio villaggio a raccogliere la mia povera gente dispersa, specie da quando ho incominciato a sperare che dovesse arrivare quest’ora di giorno in giorno. E’ una tale ansia che toglie tutto il gusto delle altre cose. Mi pare di sentire fisicamente il dolore della mia povera gente ed il loro cruccio e rimprovero per averla io abbandonata. Quindi può perdonare se penso magari di fare delle imprudenze. Dio vede e Dio provvederà.      

Io sono pronto ad andar giù anche adesso. Ho intenzione di andare il medesimo giorno che ci vanno i soldati: la mattina appresso vedere le cose come stanno, richiamare la gente indietro e poi tornare a Toungoo a prendere la roba che occorre. Ma solo la roba che occorre per poco, senza accumulare. Se troverò là ancora i registri, li porterò subito a Toungoo. E poi andrò a stare laggiù per sempre, e stavolta, almeno se l’anima mia sarà risoluta com’è adesso, non scapperò più capiti quello che capiti. Il peggio che mi può capitare è di essere massacrato dai ribelli, il che non sarà di gran danno, giacché adesso, al posto di un missionario ammazzato, lasceranno venire un missionario nuovo, pieno di salute, di brio e di entusiasmo che farà certamente mille volte meglio di me.

L’agonia di questi mesi di esilio, al pensiero di tante anime abbandonate senza pastore, in mezzo a così gravi pericoli e dolori, è stata certamente più dolorosa di qualunque morte. Ho molti protettori… ma il protettore più potente è Dio. Dunque se le arriva in tempo questa mia, mi mandi una benedizione speciale, perché il Signore e San Giuseppe abbiano a proteggere me e la mia povera gente.

P. Alfredo Cremonesi

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QUI POSTULAZIONE #40 ▪ «Umiltà, semplicità, aderenza verbo et opere al Vangelo, con mitezza intrepida…»

Don Angelo Ramazzotti e Don Angelo Roncalli mai avrebbero pensato che Venezia li avrebbe avuti come Patriarca.

Due Patriarchi dallo stesso nome e con lo stesso anelito missionario che già li aveva contraddistinti: l’uno Oblato Missionario di Rho e fondatore del Seminario delle Missioni Estere di Milano; l’altro Presidente dell’Opera della Propagazione della Fede in Italia, eppoi, missionario speciale per le piccole comunità cattoliche dei paesi dove fu diplomatico nell’Europa dell’Est.

Ugualmente profonda anche la loro umiltà, la forza tratta dalla preghiera – in particolare dalla recita del Rosario – e il prendersi cura dei più bisognosi. Un programma di vita al quale lo stesso Roncalli – il futuro Papa Giovanni XXIII, di cui oggi 11 ottobre si celebra la Memoria liturgica – fece presente ai partecipanti al ritiro spirituale coi vescovi della Provincia triveneta, tenutosi dal 15 al 21 maggio 1953 a Fietta nella villa del Seminario.

Di quella condivisione, resa due mesi dopo la presa di possesso del Patriarcato avvenuta il 15 marzo, rimane traccia nelle “Note sparse” riportate nel famoso “Il Giornale dell’Anima”, dono di riconoscenza di Don Loris Capovilla, suo segretario anche durante il pontificato, che raccolse gli scritti roncalliani dati alla stampa a soli otto mesi dalla morte dell’autore.

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  1. È interessante che la Provvidenza mi abbia ricondotto là dove la mia vocazione sacerdotale prese le prime mosse, cioè il servizio pastorale. Ora io mi trovo in pieno ministero diretto delle anime. In verità ho sempre ritenuto che per un ecclesiastico la diplomazia così detta deve essere permeata di spirito pastorale; diversamente non conta nulla, e volge al ridicolo una missione santa. Ora sono posto innanzi ai veri interessi delle anime e della Chiesa, in rapporto alla sua finalità che è quella di salvare le anime, di guidarle al cielo. Questo mi basta, e ne ringrazio il Signore. Lo dissi a Venezia in San Marco il 15 marzo, il giorno del mio ingresso. Non desidero, non penso ad altro che a vivere e morire per le anime che mi sono affidate. «Bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis… Veni  ut vitam habeant et abundantius habeant» (Gv 10,11 e 10).
  2. Inizio il mio ministero diretto in una età – anni settantadue – quando altri lo finisce. Mi trovo dunque sulla soglia dell’eternità. Gesù mio, primo pastore e vescovo delle nostre anime, il mistero della mia vita e della mia morte è nelle vostre mani, e vicino al vostro cuore. Da una parte tremo per l’avvicinarsi dell’ora estrema; dall’altra confido e guardo innanzi a me giorno per giorno. Mi sento nella condizione di san Luigi Gonzaga. Continuare le mie occupazioni, sempre con sforzo di perfezione, ma più ancora pensando alla divina misericordia.

Per i pochi anni che mi restano a vivere, voglio essere un santo pastore nella pienezza del termine, come il beato Pio X mio antecessore, come il venerato cardinal Ferrari; come il mio mgr Radini Tedeschi, finché visse e se avesse continuato a vivere. «Sic Deus me adiuvet».

  1. In questi giorni ho letto san Gregorio e san Bernardo, ambedue preoccupati della vita interiore del pastore che non deve soffrire delle cure materiali esteriori. La mia giornata deve essere sempre in preghiera; la preghiera è il mio respiro. Propongo di recitare ogni giorno il rosario intero di quindici poste, intendendo così di raccomandare al Signore e alla Madonna – possibilmente in cappella, innanzi al Ss. Sacramento – i bisogni più gravi dei miei figli di Venezia e diocesi: clero, giovani seminaristi, vergini sacre, pubbliche autorità e poveri peccatori.
  2. Due punte dolorose ho già qui, fra tanto splendore di dignità ecclesiastica e di rispetto, come cardinale e patriarca. La esiguità delle rendite della mensa, e la turba dei poveri e delle sollecitazioni per impieghi e per sussidi.

Per la mensa non mi è impedito di migliorarne le condizioni e per me ed anche a servizio dei miei successori. Amo però benedire il Signore per questa povertà un po’ umiliante e spesso imbarazzante. Essa mi fa meglio rassomigliare a Gesù povero e a san Francesco, ben sicuro come sono che non morirò di fame. O beata povertà che mi assicura una più grande benedizione per il resto e per ciò che è più importante del mio ministero pastorale.

  1. 6. L’ingresso trionfale a Venezia e questi due primi mesi di contatto coi miei figli, mi danno il segno della bontà nativa dei veneziani per il loro patriarca: mi sono di grande incoraggiamento. Non mi voglio dare altri precetti. Ma continuerò per la mia strada e col mio temperamento. Umiltà, semplicità, aderenza verbo et opere al Vangelo, con mitezza intrepida, con pazienza inespugnabile, con zelo paterno e insaziabile del bene delle anime. Vedo che mi si ascolta volentieri, e la mia semplice parola va direttamente al cuore. Porrò tuttavia ogni cura anche di prepararmi bene, così che il mio dire non manchi di dignità e riesca di sempre maggior edificazione.

 

Da Il Giornale dell’Anima, 15-21 maggio 1953, paragrafi 2-6

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QUI POSTULAZIONE #39 ▪ «Vorrei essere missionaria non soltanto per qualche anno…»

Oggi, primo giorno di ottobre, il mese missionario, la Chiesa ricorda Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, Patrona delle Missioni, dal 1927, assieme a San Francesco Saverio.

Familiarmente chiamata Santa Teresina, Thérèse Martin – che da piccola era iscritta alla Santa Infanzia e seguiva l’opera dei missionari in Cina – fu accolta quindicenne nel Carmelo francese di Lisieux il 9 aprile 1888 e vi rimase senza mai uscire fino alla morte avvenuta il 30 settembre 1897.

Preso l’abito il 10 gennaio 1889, emise la professione religiosa l’8 settembre dell’anno seguente quando, non potendo essere sacerdote ed andare in missione per salvare le anime, ne chiese uno a Gesù – “un’anima apostolica” come la chiamò – che avesse gli stessi desideri e le stesse aspirazioni di lei e delle quali avrebbe così scritto quello stesso giorno del 1896: «Sento la vocazione del sacerdote. Con quale amore, Gesù, ti porterei nelle mie mani quando, alla mia voce, discenderesti dal Cielo! Con quale amore ti darei alle anime! Ma, pur desiderando di essere sacerdote, ammiro e invidio l’umiltà di san Francesco d’Assisi, e sento la vocazione d’imitarlo, rifiutando la dignità sublime del sacerdozio. Gesù! Amore mio, vita mia, come conciliare questi contrasti? Come attuare i desideri della mia povera piccola anima? Nonostante la mia piccolezza, vorrei illuminare le anime come i profeti, i dottori, ho la vocazione di essere apostolo. Vorrei percorrere la terra, predicare il tuo nome, e piantare sul suolo infedele la tua Croce gloriosa, ma, o Amato, una sola missione non mi basterebbe, vorrei al tempo stesso annunciare il Vangelo nelle cinque parti del mondo, e fino nelle isole più remote. Vorrei essere missionaria non soltanto per qualche anno, ma vorrei esserlo stata fin dalla creazione del mondo, ed esserlo fino alla consumazione dei secoli.»

Quel sacerdote fu per lei, in modo particolare, Adolphe Rolland delle Missioni Estere di Parigi, classe 1870, ordinato il 28 giugno di quello stesso 1896, nel quale partì per la Cina il 2 agosto dopo aver fatto visita a Teresa il 3 luglio. A lui, affidatole dalla Madre superiora quand’ancora era seminarista, Teresa, sua “piccola sorella”, il 19 marzo 1897 scrisse condividendo l’anelito missionario sempre vivo e che la avrebbe voluta portare al Carmelo di Hanoi, da poco avviato dalle consorelle di Lisieux giunte a Saigon nel 1861. Un desiderio che non si sarebbe realizzato per l’aggravamento della salute tediata da quella tubercolosi che l’avrebbe condotta alla morte alcuni mesi più tardi.

* * *

«Dopo la tua partenza, ho letto la vita di diversi missionari (nella mia lettera, che forse non hai ricevuto, ti ho ringraziato per la Vita di Padre Nempon). Ho letto, tra gli altri, quello di Théophane Vénard che mi ha interessato e toccato più di quanto possa dire; sotto questa impressione, ho composto alcuni distici che sono del tutto personali per me, ma ve li mando, ma la nostra buona Madre mi ha detto che pensava che questi versi sarebbero stati graditi a mio fratello di Sutchuen. Il penultimo verso richiede qualche spiegazione: dico che con gioia partirei per il Tonchino se il buon Dio si degnasse di chiamarmi là. Questo potrebbe sorprenderti, non è davvero un sogno che una suora carmelitana pensi di partire per il Tonchino? BENE! no, non è un sogno e vi posso anche assicurare che se Gesù non viene a prendermi presto per il Carmelo del Paradiso, io un giorno partirò per quello di Hanoi, perché ora c’è un Carmelo in questa città, è quella di Saigon che l’ha fondata di recente. Hai visitato quest’ultimo e sai che in Cocincina un ordine come il nostro non può sostenersi senza sudditi francesi, ma ahimè! le vocazioni sono molto rare e spesso le superiore non vogliono lasciare andare le suore che ritengono capaci di rendere un servizio alla propria comunità. Così, nella sua giovinezza, la nostra buona Madre fu impedita dalla volontà della sua superiora di andare a sostenere il Carmelo di Saigon, non sta a me lamentarmene, ringrazio Dio per aver ispirato così bene la sua rappresentante, ma ricordo che i desideri delle mamme a volte si realizzano nei bambini e non mi stupirei di andare sulla riva infedele a pregare e soffrire come avrebbe voluto nostra Madre... Bisogna ammettere che le notizie pervenuteci dal Tonchino non sono però molto rassicuranti: alla fine dello scorso anno i ladri sono entrati nel povero monastero, sono entrati nella cella della priora che non si è svegliata, ma al mattino lei non aveva trovato accanto il suo crocifisso (di notte il crocifisso di una carmelitana riposa sempre vicino alla sua testa attaccato al cuscino), si era rotto un piccolo armadio ed erano scomparsi i pochi soldi che costituivano tutto il tesoro materiale della Comunità.

Vuoi forse sapere cosa pensa nostra Madre del mio desiderio di andare nel Tonchino? Crede nella mia vocazione (perché in realtà ce ne vuole una a parte e non tutti i carmelitani si sentono chiamati ad andare in esilio) ma non crede che la mia vocazione possa mai realizzarsi, perché il fodero dovrebbe essere solido come il spada e forse (nostra Madre lo crede) il fodero verrebbe gettato in mare prima di arrivare nel Tonchino. Non è proprio conveniente essere composti da un corpo e da un’anima! questo miserabile fratello asino, come lo chiamava San Francesco d’Assisi, spesso intralcia la nobile sorella e le impedisce di andare dove vuole... Comunque non voglio maledirlo nonostante i suoi difetti, è ancora buono a qualcosa poiché fa vincere il Cielo al suo compagno e lo vince a se stesso ed è altrettanto gradito.

Non mi preoccupo per niente del futuro, sono sicuro che il buon Dio farà la sua volontà, è l’unica grazia che voglio, non si può essere più monarchici del re... Gesù non ha bisogno di qualcuno per fare il suo lavoro e se mi accettasse, sarebbe per pura bontà, ma a dirti la verità, fratello mio, credo piuttosto che Gesù mi tratterà come una bambina pigra; Io non lo voglio, perché sarei molto felice di lavorare e soffrire a lungo per Lui, perciò gli chiedo di accontentarsi di me, cioè di non badare ai miei desideri, né di amare soffrendo, o per andare a goderlo in Paradiso. Spero, fratello mio, che se lasciassi l’esilio, non dimenticheresti la tua promessa di pregare per me, hai sempre accolto le mie richieste con tanta gentilezza che ancora oso fartene una. Non voglio che tu chieda al buon Dio di liberarmi dalle fiamme del purgatorio; Santa Teresa diceva alle sue figlie quando volevano pregare per sé: “Che m’importa restare fino alla fine del mondo in purgatorio se con le mie preghiere salvo una sola anima!” Questa parola trova eco nel mio cuore, vorrei salvare le anime e dimenticare me stesso per loro; Vorrei salvarne qualcuno anche dopo la mia morte, quindi sarei felice se poi diceste invece della piccola preghiera che fate e che si esaudirà per sempre: “Mio Dio, permetti alla mia sorella di farti amare ancora”. Se Gesù ti ascolta, saprò dimostrarti la mia gratitudine.»

Dalla lettera a Padre Adolphe Rolland del 19 marzo 1897

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ROMA. – Santa Teresa di Lisieux patrona delle Missioni di tutto il mondo.

  1. Em. il Card. Vico prefetto della Congregazione dei Riti in data 14 di­cembre scorso ha pubblicato il seguen­te consolante decreto:

«La diffusione della devozione a S. Teresa del Bambin Gesù sul mondo in­tero manifesta con quale sentimento di gioia i fedeli dell'universo cattolico hanno accolto la sua canonizzazione. Non vi è regione, fino a quelle lontane e infedeli, ove la Vergine del Carmelo non si sia degnata di far cadere la pioggia di rose promessa.

Questa è la ragione per la quale nu­merosi vescovi hanno la convinzione che frutti ben più abbondanti sarebbe­ro raccolti sulle vigne del Signore, se Santa Teresa del Bambin Gesù che brillò di zelo ardente nel diffondere la fede e di cui ognuno conosce la mi­racolosa azione nei paesi pagani, fosse proclamata patrona di tutti i missio­nari nelle missioni nelle quali lavorano. I vescovi missionari presentarono dunque umilmente al Beatissimo nostro Padre, Pio XI, delle suppliche raccol­te nel mondo intero domandando che la suprema sanzione apostolica ratifi­chi i loro voti comuni,

Ora Sua Santità, dietro il rapporto del Card. Prefetto della S. Congreg. dei Riti, accogliendo con la più grande bene­volenza le domande dei vescovi presen­tate in così gran numero, si è degnata di dichiarare Santa Teresa del Bambin Gesù patrona, per titolo speciale, di tutti i missionari uomini e donne, e così del­le missioni esistenti in tutto l'universo.

Ella diventa così loro Patrona prin­cipale come S. Francesco Saverio, con tutti i diritti e i privilegi che un tale titolo comporta.

Non ostante qualunque cosa in contrario».

Le Missioni Cattoliche, 1 febbraio 1928, p. 41

 

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QUI POSTULAZIONE #38 ▪ L’Umiltà del missionario Salerio

Padre Carlo Salerio, Venerabile Servo di Dio morto il 29 settembre 1870 nella sua natia Milano all’età di quarantatré anni, è stato il “portabandiera” del Seminario delle Missioni Estere di Milano allorché per esso, nel 1852, ha perorato e difeso a spada tratta l’assegnazione di una missione in Oceania. A motivarlo, come successo anche per suoi giovani futuri compagni di missione, era stata la possibilità di continuare in quel continente il lavoro apostolico di Pietro Chanel, Padre Marista martirizzato nel 1841 sull’Isola di Futuna dove era giunto quattro anni prima.

Quando nel Vicariato Apostolico di Micronesia e Melanesia questa missione sulle isole di Rook (oggi Umbai) e Woodlark si concluse nel 1855, dopo solo tre anni per l’impossibilità di affrontare quelle difficoltà che avevano costretto ad abbandonarle i Padri Maristi con più esperienza missionaria rispetto alla loro, Padre Salerio riconobbe i suoi errori. Primo tra tutti il non aver ascoltato quanti lo avevano invitato a soprassedervi perché l’anelito missionario non poteva compensare i soli due anni di formazione trascorsi a Milano.

Prova di questa sua consapevolezza è la corrispondenza inoltrata da Sydney, raggiunta il 10 agosto di quel 1855 dopo l’abbandono definitivo delle isole. In particolare la lettera del successivo 3 dicembre inviata al confratello Alessandro Ripamonti nella quale, rivolgendosi ai Superiori dell’Istituto, ha testimoniato così la propria Umiltà: «Padri! (Parlo per me) Ho attristato i vostri giorni: ho disonorato una bandiera che non suol condurre che i prodi, e che voi tenete sì degnamente inalberati (sic); perdonatemi! Se vi ha ancora un posto o inutile o di estremo periglio è il solo che mi conviene; non per presunzione, ma per bisogno, coll'ansia di riguadagnare il perduto e di meritarmi d’essere ancora uno dei vostri figli; l’ultimo, pazienza! Ma pure fra questi!».

Rientrato a Milano «magro come un chiodo», la richiesta di collaborazione avanzatagli dal sacerdote Giuseppe Marinoni, direttore del seminario missionario, sarebbe stata la prova della stima e dell’affetto nutriti per lui da tutta la comunità dell’Istituto. Lo stesso che aveva visto nascere a Saronno il 30 luglio 1850 e col quale avrebbe anche collaborato prima e dopo l’avvio a Milano della congregazione delle Suore della Riparazione, il 2 ottobre 1859, che lo aveva avuto come Fondatore assieme a Carolina Orsenigo.

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QUI POSTULAZIONE # 37 ▪ Ricordando P. Valeriano Fraccaro a cinquant’anni dalla morte

Tutto può accadere. Anzi, tutto accade. Senza quel “può”, perché Dio sa.

Questo anche per Padre Valeriano Fraccaro, classe 1913, ucciso il 28 settembre 1974 a Hong Kong – per motivi tutt’oggi ancora sconosciuti alla polizia – con un colpo di mannaia nella cucina della sua abitazione. La cucina, il cuore della casa la cui porta sull’esterno teneva sempre aperta come il suo cuore. Aperto per accogliere, ascoltare e aiutare il prossimo… fosse questi anche uno di quei maoisti che in Cina lo avevano espulso nel 1952 dopo quindici anni di missione.

Costretto a lasciare la sua Hanzhong, da allora aveva iniziato ad occuparsi dei cinesi fuggiti dalla Cina e a creare piccole comunità come quella di Cairn, nei Nuovi Territori, dove insegnava il catechismo e celebrava la messa sulle barche.

Per loro, boat people, si prodigò anche per offrirgli case sulla terraferma fatte realizzare dai disoccupati della zona giustamente retribuiti. Coi proventi degli affitti, si sarebbero realizzati nuovi alloggi per i bisognosi, sempre nella baia di Sai-kung, una delle più belle della zona. Terreno allettante per gli immobiliaristi per i quali la sua iniziativa era certamente d’ostacolo ai loro investimenti.

Forse questa ingerenza a buon fine sui loro progetti può esser stata la causa della morte, per mano di un loro sicario. Certo è che, se anche la sua uccisione sia stata dovuta a una delle tante bande che negli ultimi tempi andavano ricattando e compiendo rapine e delitti a Cairn, egli è morto come Testimone della Fede, ottemperando a quanto scritto il 31 agosto, a quasi un mese dalla sua morte: «Penso di lavorare come prima, e continuerò finché avrò vita».

Di lui ha così testimoniato una sua giovane catechista: «Conobbi Padre Valeriano nel 1965, appena arrivò a Cairn perché allora frequentavo la scuola superiore della missione. Sorrideva sempre. Era buffo con quel paio di occhiali fuori moda che gli scivolavano spesso sul naso. L’unica cosa che immediatamente attraeva era il suo sorriso. All’inizio Al momento poteva apparire di una “bambinesca semplicità”, ignara dei problemi; ma vivendo accanto a lui mi sono accorta della sua profonda conoscenza della realtà e della sua capacità di discutere e approfondire le cose. Un fatto indubitabile è che era accolto da tutti: vecchi, bambini, giovani: con ognuna di queste categorie di persone sapeva adattarsi e vivere all’unisono».

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