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QUI POSTULAZIONE #66 - Tullio Favali a quarant’anni dalla morte

Quando l’uccisero l’undici aprile del 1985, Tullio Favali nelle Filippine era giunto da diciasette mesi.

Abitava allora a Tulunan, sull’isola di Mindanao, da dove aveva scritto nell’agosto dell’anno prima: «Sono arrivato in questa "terra promessa" nel novembre scorso e sono aperto ad un futuro che si costruisce secondo un piano preciso e con l’apporto di tutti coloro che si lasciano guidare dallo Spirito. Sarò anch’io uno dei tanti che cercano di capire questo disegno attraverso le vicende quotidiane e darò il mio contributo perché il piano del Regno di Dio diventi reale e visibile».

L’Italia, dove nel mantovano era nato a Sacchetta di Sustinente il 10 dicembre 1946, l’aveva lasciata da sacerdote del Pime destinato originariamente in Papua Nuova Guinea dopo l’ordinazione del 6 giugno 1981. Protraendosi l’attesa dei visti necessari durante la quale servì l’Istituto in Patria, fu lui a chiedere un nuova destinazione desideroso di «vivere a fianco della gente e dare priorità alla persona umana che va accolta come tale, va rispettata e amata, perché mi rivela il volto di Cristo».

Nelle Filippine sapeva che avrebbe trovato un paese sotto il giogo del regime militare e delle compiacenti bande armate che opprimevano la popolazione e avversavano i missionari perché schierati dalla loro parte.

A dover morire quel giorno sarebbe dovuto esser proprio uno di loro, il suo confratello da lungo tempo sull’isola. Non era però nella casa parrocchiale quando giunse una richiesta di aiuto dal vicino villaggio di “La Esperanza”, dove il missionario divenuto parroco da pochi mesi, non esitò a dirigersi tempestivamente.

Padre Tullio venne ucciso fuori dell’abitazione nella quale si trovava l’uomo da poco ferito da una di quelle bande.

Vista la moto colla quale aveva viaggiato data alle fiamme, era uscito per dialogare pacificamente con gli incendiari, ben sapendo essere la banda che aveva cercato di uccidere quell’uomo perché impegnato nella difesa dei diritti della popolazione.

Nonostante avanzasse con le braccia alzate, fu prima colpito in pieno petto, poi bersagliato con altri colpi d’arma da fuoco una volta esanime al suolo. Il corpo fu martoriato a calci dagli assalitori che festeggianti gli ballarono intorno.

In quell’avvicinarsi pacifico era tutto il suo amore per il prossimo e la consapevolezza di quanto ci ha lasciato scritto: «La vita e la morte si intrecciano, come esperienza quotidiana e ci danno una concezione più realistica e più vera di noi. Ci ridimensiona dalle nostre pretese e dalle nostre vanaglorie e ci educa al senso del limite e della gratuità. La nostra vita è un dono, che ci è dato da amministrare, ma non da possedere».

Al funerale parteciparono circa ventimila persone, 150 suore e altrettanti sacerdoti: fu la prima delle tante manifestazioni pubbliche che portarono il popolo delle Filippine a riconquistare la libertà.

Affinché «possa servire da modello per i seminaristi che vi studiano», come dichiarato dal vescovo di Kidapawan che presiedette quella celebrazione, Padre Tullio è stato il primo ad essere accolto nell’allora nuovo cimitero per i sacerdoti della diocesi realizzato vicino al seminario. 


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QUI POSTULAZIONE #65 - Don Pietro Avanzini, Fondatore per le Missioni

Il 7 aprile del 1874 moriva a Roma il quarantunenne Pietro Avanzini, fondatore del Seminario delle Missioni Estere dei Santi Pietro e Paolo di Roma che tra i suoi alunni ha avuto anche San Alberico Crescitelli.

Ordinato sacerdote per il Clero di Roma nel 1850, ne avviò il progetto col desiderio che, come scrisse egli stesso, «anche la Sede Apostolica di Pietro, in quanto Madre e Capo di tutte le Chiese, avesse un Seminario speciale, che raccolga adolescenti ed ecclesiastici, almeno da Roma e dall’Italia, li formi nelle scienze e dottrine opportune, e perché la stessa Santa Sede possa poi destinarli ai luoghi più bisognosi come sue milizie».

Per raggiungere lo scopo utilizzò anche la rivista Acta Apostolicae Sedis che, da eccelso canonista quale era, aveva fondato nel 1865 per proporre e commentare i principali documenti pontifici. La vendita dei fascicoli avrebbe difatti permesso di sovvenzionare l’iniziativa e farla conoscere sempre più tra i lettori. Constatato poi che le entrate non sarebbero state sufficienti, fondò la Pia Società dei Principi degli Apostoli, che si sarebbe presa cura della raccolta di ulteriori fondi, e la presentò il 29 giugno 1867 sulle pagine della rivista assieme al proclama Vivens monumentum dedicato al programma per la realizzazione del Seminario.

Quando dopo gli sconvolgimenti politici successivi alla Presa di Roma del 20 settembre 1870 fu nuovamente possibile pensare al suo avvio, Avanzini non esitò a farne come sede la sua abitazione a Trastevere. Assieme a sua madre vi ospitò i primi quattro alunni provenienti dalle “Scuole Apostoliche” del canonico Giuseppe Ortalda a Torino il 23 dicembre 1871, giorno fondativo della nuova realtà missionaria.

Di essa, però, il Fondatore non ne vide il riconoscimento canonico avvenuto col Breve di erezione Duc in altum navicula il 21 giugno 1874 a poco più di due mesi dalla sua morte

A sottoscriverlo fu Pio IX, lo stesso pontefice il cui cognome apparve in seguito nel titolo Missionari del Mastai dato agli alunni del Seminario a ricordo della nuova sede da lui donata: il Palazzo della Manifattura Pontificia dei Tabacchi costruito a Trastevere tra il 1860 e il 1863. E questo fino al 1926 quando Pio XI unì il loro Istituto al Seminario missionario di Milano dando vita al Pontificio Istituto Missioni Estere.

Il corpo di Don Pietro Avanzini oggi riposa a Roma nella cappella della Casa dell’Istituto a lui dedicata.

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QUI POSTULAZIONE #64 - Fratel Felice, missionario felice nelle mani di Maria

Alto quanto i bassi Cariani della Birmania dove fu missionario, Felice Tantardini è stato anche non alto ma altissimo esempio di vita cristiana. Lo prova il riconoscimento della sua venerabilità nella Causa di beatificazione e canonizzazione tutt’oggi in corso.

Morto novantatreenne il 23 marzo 1991, nell’attuale Myanmar era giunto da laico nel 1922 a quattro anni dalla nascita del PIME. Come Fratello dell’allora Seminario delle Missioni Estere di Milano suo desiderio era di contribuire all’evangelizzazione come fabbro e così ha fatto anche con quanto ha realizzato nelle missioni dell'Istituto.

Sempre sorridente con la fedelissima pipa, sua insostituibile compagna di missione è stata la corona del Rosario sgranata più volte al giorno… anche lungo i sentieri resi pericolosi dalle tigri in agguato, come narrato in questa sua lettera: un esempio per tutti a mettersi con filiale fiducia nelle mani di Maria.

Andavo accompagnato da due ragazzetti che conoscevano la strada, per un minuscolo sentiero attraverso la foresta. Ero davanti, a una ventina di passi da loro, e sgranando la mia corona, come di solito nei miei viaggi. Quand’ecco sento un fruscio di foglie e uno scuotere di canne di bambù, a pochi passi sopra il sentiero. Vento non ce n’era affatto. Cosa poteva essere? Mi fermai e scrutai da quella parte. Niente. Allora sussurrai ai ragazzi che intanto mi avevano raggiunto, di andar loro più avanti, un po’ vicino, a guardare.

Dopo alcuni momenti tornarono da me allibiti e mi dissero sottovoce: ‘‘La tigre! È grossa!’’. Era davvero una grossa tigre, che si stirava, come fanno le belve verso sera nel destarsi.

Feci cenno ai ragazzi che si affrettassero e io sarei venuto dietro.

Mandai avanti i ragazzi perché loro, essendo a piedi nudi, non facevano rumore, e poi perché, quando una tigre vede più persone in fila, non assale mai la prima ma quella in coda, per sua precauzione.

Quando dunque i ragazzi scomparvero alla prima svolta, anch’io ripresi il cammino. Stringevo forte il mio rosario e il cuore sembrava mi fosse salito in gola. Veramente di carne addosso ne avevo ben poca e la tigre, assaltandomi, avrebbe fatto un pranzetto piuttosto magro. Ma queste sono battute che si fanno solo quando è passato il pericolo!

Arrivato a Hoya, parlai alla gente di questo incontro, mi dissero che quella tigre faceva frequenti incursioni nel loro abitato e proprio la notte precedente aveva in due riprese sfondato il porcile delle suore e asportato due maiali.

 

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QUI POSTULAZIONE #63 ▪ Mons. Ramazzotti torna a Milano

Alla presenza dei futuri pontefici Roncalli, allora patriarca di Venezia, e Montini, arcivescovo di Milano, di quattordici vescovi e di centinaia di fedeli, il 3 marzo 1958 avveniva la solenne traslazione della salma di Mons. Angelo Ramazzotti nella chiesa di San Francesco Saverio annessa alla Casa Madre del PIME a Milano.

Fino ad allora era stata custodita nella Chiesa della Salute a Venezia assieme a quelle di chi lo aveva preceduto nella guida del patriarcato

In vista del loro trasferimento nella cappella del Palazzo patriarcale, il PIME avanzò la proposta della traslazione al Patriarca Roncalli che, da sempre legato all’Istituto missionario, l’accolse benevolmente dicendosi pronto a parteciparvi.

La salma venne tumulata al lato destro dell’altare e vi rimase fino al 2021, quando fu trasferita nell’attuale sede sul lato destro della navata nel corso dei lavori di ristrutturazione della chiesa.

Nel 1895 a celebrare la Messa sulla tomba di Mons. Ramazzotti fu Padre Paolo Manna, diretto a Trieste da dove avrebbe raggiunto per la prima volta la Birmania.

Fu l’occasione per manifestare al suo Superiore il desiderio di quanto lui stesso avrebbe raccomandato una volta assunta la guida del PIME: che i confratelli diretti in Missione potessero fermarsi in preghiera dinanzi alle spoglie del Fondatore.

Un invito alla venerazione e all’affidamento valido ancor più oggi che è Venerabile. 

ALLEGATO

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QUI POSTULAZIONE #62 ▪ Salerio e l'amicizia

Si deve alle Suore della Riparazione la Causa di beatificazione e canonizzazione di Padre Carlo Salerio, loro Fondatore e già membro del Seminario delle Missioni Estere di Milano.

Dopo la presentazione del Supplex libellus nel 2000 e il Nihil obstat della competente Congregazione vaticana l’anno seguente, il 1° marzo 2004 ha avuto inizio a Milano l’inchiesta diocesana che si sarebbe conclusa con il decreto di validità del 14 dicembre 2005.

Nel corso di sessanta sessioni vennero raccolti testimonianze e documenti che, in parte raccolti nella Positio, avrebbero portato il 19 giugno 2019 al riconoscimento della venerabilità del missionario nella successiva fase processuale romana.

Tra quella documentazione anche i suggerimenti, tutt’oggi arricchenti, per vivere un rapporto amicale come quello della Suora della Riparazione destinataria della sua lettera.

«Sapete che cosa vi dirò? Che avendo una buona amica, la dovete conservare con ogni studio; e il miglior mezzo per riescirvi (sic) è di ajutarvi mutuamente con lealtà e fran­chezza e crescere nel bene; tenendo mai sempre lontane da voi quelle leggerezze e quelle speciosità di ceremonie (sic) che non si combinano colle amicizie sante. In verità io godo di vedervi congiunte di spirito: perché da quanto a me risulta la vostra amicizia è vera, è secondo quella che raccomandava s. Teresa: amicizie sante perché hanno per principio, per vincolo, per fine crescere nel divino amore; cioè nell’esercizio pra­tico, sodo e perseverante di quelle virtù con cui si dimostra a Dio che Gli si vuole un vero bene del cuore. E un’altra cosa vorrei pur dirvi anche: e sarebbe che, con sollecita industria, vi adoperaste a trovar nuove vie per accrescere in voi i titoli al divino amore; a farvi amare cioè da G.C. Sono due cose ben diverse, benché intimamente unite: amare G.C. e farsi amare da G.C. Il primo implica piutosto una grazia che vi ha prevenuto; un atto di amore che il vostro divino Gesù ha fatto per la vostra anima, giacché se s. Paolo dice che nessuno proferisce il nome adorabile di Gesù se non per Sua grazia, molto meno potrà dire di amarLo, Gesù. Farsi amare da G.C. invece, vuol dire usare così bene di questa prima grazia e averla tanto a cuore; che ogni nostra sollecitudine sia diretta a far sì che G.C. ci abbia ad amare sempre più. Gara nobile e benedetta! Smania santa che le anime un po’ devote comprendono e sanno esprimere; ma io non lo so, non lo posso fare, e il perché ben lo potete indovinare voi, e risparmiarmi la vergogna di confessarlo». 

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QUI POSTULAZIONE #61 ▪ «Tutto ciò che mi può accadere sarà sempre una grazia»

«Tutto ciò che mi può accadere sarà sempre una grazia»
A centoventinove anni dal suo martirio nella rada dell’isola di Woodlark, Giovanni Battista
Mazzucconi veniva beatificato nella Basilica di San Pietro a Roma il 19 febbraio 1984.
Alunno del Seminario delle Missioni Estere di Milano fin dal giorno della sua fondazione, fu anche
tra i componenti del primo invio realizzato dal suo Istituto su invito della Sacra Congregazione per
la Propaganda della Fede nel 1852. Sua destinazione assieme a sei confratelli – quattro sacerdoti e
due laici, uno dei quali morto sul campo – fu il Vicariato Apostolico della Micronesia e Melanesia,
per operare assieme a loro sulle isole di Rook e Woodlark.
Il martirio avvenne nei primi del Settembre 1855, dopo cinque mesi trascorsi a Sydney per rimettere
in forze il cagionevole stato di salute reso tale difficile vita in missione. Al rientro avrebbe dovuto
ricongiungersi ai compagni che nel frattempo erano però stati costretti a lasciare la missione.
A toglierli la vita furono gli isolani saliti a bordo della nave col desiderio di ucciderlo, così come
avrebbero voluto fare coi suoi compagni. Fintisi felici di accoglierlo, lo colpirono con un’ascia in
piena fronte e ne gettarono il corpo in mare. Fu l’occasione per manifestare l’odio verso quella Fede
che aveva portato i missionari a condannarli anche per le violenze perpetrate nei villaggi, le
uccisioni dei bambini e anziani, le guerre interne e le prevaricazioni dei loro capi.
Nella sua “Protesta” redatta a Milano in occasione della Partenza aveva scritto: «Beato quel giorno
in cui mi sarà dato di soffrire molto per una causa si’ santa e si’ pietosa, ma più beato quello in cui
fossi trovato degno di spargere per essa il mio sangue, e incontrare fra i tormenti la morte».
Quanto accaduto fu il realizzarsi di questo desiderio spirituale avvenuto nella totale consegna al
Signore, come scrisse ricordando l’aver scampato la morte durante l’uragano incontrato nel viaggio
dall’Europa: «Quel Dio che mi salvò allora, sarà con me anche in questo viaggio; e se io non lo
abbandono, egli vuole essere con me sempre, e finché egli è con me, tutto ciò che mi può accadere
sarà sempre una grazia, una benedizione di cui dovrò ringraziare».

ALLEGATO

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QUI POSTULAZIONE #60 ▪ Padre Crescitelli è Beato

«Padre Crescitelli è Beato»
Era il 18 febbraio 1951 quando «Padre Crescitelli è Beato» echeggiò tra i fedeli raccolti nella
Basilica di San Pietro a Roma
Ucciso cinquantun anni prima in Cina, la Chiesa lo elevava agli altari dopo averne riconosciuto il
martirio il 5 marzo 1950.
«Egli si è dato a Dio e alle anime – avrebbe detto all’indomani della celebrazione Pio XII ai fedeli
giunti per la beatificazione –, e si è dato interamente, per sempre, senza esitazione, come senza
riserva. Ecco il segreto del suo eroico allenamento alla vittoria suprema. Per darsi completamente,
ha rinunziato a tutto».
Missionario nello Shensi, Padre Crescitelli, alunno del Seminario delle Missioni Estere dei Santi
Pietro e Paolo, era stato ucciso dopo aver perorato la causa della popolazione locale ingiustamente
privata dei sussidi alimentari governativi da parte delle autorità locali. Proditoriamente fatto
prigioniero in una imboscata, venne prima torturato quindi ucciso segandone il corpo, poi gettato
nel fiume da dove non fu più rinvenuto.
Il primo ottobre del 2000 fu canonizzato da Giovanni Paolo II assieme ad altri 119 martiri cinesi
Grato per la sua Litterae Apostolicae relativa alla beatificazione del confratello, il Postulatore
Generale del PIME, P. Mario Parodi, indirizzò da parte dell’Istituto «vivissime grazie» al Pontefice
riconoscendo come: «sommamente opportuna, nei calamitosi tempi in cui viviamo, è la
glorificazione di questo fortissimo atleta di Cristo, per mostrare al mondo quali siano, dove si
trovino e come si difendano i veri valori della vita, arra e pegno dell’eterna felicità».

ALLEGATO

 

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QUI POSTULAZIONE #59 ▪ «Voglio dalla misericordia di Dio un posticino nel suo Regno»

È stato uno dei Ragazzi del 99 Pietro Manghisimissionario del PIME morto in Birmania il 15 febbraio 1953.

Impegnato in prima linea sull’Asolone del Grappa dal dicembre 1917, al termine del conflitto mondiale, dopo un periodo trascorso a Milano presso l’Ufficio Perizie e Danni di Guerra, sull’intenzione di iscriversi a Ingegneria prevalse la chiamata al sacerdozio.

Nell’autunno del 21 riprese a Molfetta la formazione seminariale interrotta con lo scoppio della guerra al seminario di Monopoli, sua città natale, e il 12 settembre 1922 passò al Seminario per le Missioni Estere dell’Italia Meridionale diretto da Padre Paolo Manna. Lo stesso sacerdote che a fronte della sua piccola offerta economica per l’allestimento della scuola per le missioni da poco avviata gli aveva risposto: «Grazie per la sua offerta. Se l’offerta poi fosse Lei stesso, sarebbe molto più accetta».

Completati gli studi presso il Seminario delle Missioni Estere di Milano e l’ordinazione sacerdotale, nello stesso 1925 raggiunse la Birmania. Impegnato inizialmente tra i tagliatori di teste Wa, vi trascorse sotto gli invasori giapponesi gli anni della seconda guerra mondiale, al termine della quale potè riprendere il servizio nei villaggi. Specie in quelli lasciati dai suoi confratelli ai quali gli inglesi vietarono il rientro se non trascorsi cinque anni dalla cessazione delle ostilità\.

All’indomani dell’indipendenza della Birmania dall’Inghilterra nel 1948 venne richiamato in Italia come rettore del seminario di Ducenta, ma nel dicembre del 1949, dopo soli nove mesi di permanenza, vi faceva ritorno scrivendo: «Secondo la costituzione birmana, nessun missionario può più entrare in Birmania, ma io, essendovi già stato per molti anni, posso rientrare … Questo lavoro di Rettore lo farà un altro, … sono dispostissimo ad andare: conosco quei popoli, la loro lingua, i loro costumi… E poi li amo!»

Morì a poco più di due anni da quel rientro desiderato.

A ucciderlo furono i guerriglieri cinesi del Kuo Min Tang, che dalla creazione dello stato birmano erano ancora presenti nel territorio al di là del confine con la Cina.

Mentre sulla Burma-Road in jeep portava i conforti religiosi ai soldati regolari cattolici che stavano combattendo contro i guerriglieri, cadde in una imboscata nei pressi di Mongyu e morì crivellato da una mitragliatrice. Ad eccezione dell’autista, che gli aveva ceduto la guida, morirono anche le due anziane donne alle quali aveva dato un passaggio e un bambino.

Una croce bianca eretta al Miglio 91 di quella strada continua ad essere da allora il ricordo del missionario che nel 1937 così scrisse ai suoi genitori: «Passano gli anni! Non importa che gli anni passano. Il Paradiso si avvicina. Alle volte vorrei morire per andare in Paradiso. Ma penso che il Signore non mi vuole ancora, perché non ne sono degno. Il Signore mi ha messo qui. Ora chiedo al Signore di avere misericordia dell’anima mia e quando morrò mi dia un posticino in Paradiso. Voglio solo questo. Non voglio ricchezze, non voglio onori, voglio dalla misericordia di Dio un posticino nel suo Regno. Questo è nulla più. La morte non mi fa paura. Ho visto tanta gente morire». 

ALLEGATO

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QUI POSTULAZIONE #58 ▪ Primo passo verso gli altari

Era il 13 febbraio 1976 quando nella cappella della Curia arcivescovile di Milano veniva aperto il Processo d’inchiesta diocesano per la Causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Angelo Ramazzotti. Solo cinque giorni prima l’Arcivescovo Colombo aveva istituito il relativo Tribunale in essere fino al 16 febbraio 1978.

Nel corso di 16 udienze furono escussi 22 testi tutti concordi nell’affermare «che il Servo di Dio fu ritenuto ed è da ritenersi “santo” per l’esemplarità della sua vita sacerdotale, soprattutto per l’esercizio della carità e il suo spirito missionario».

Le loro deposizioni, assieme ai documenti acquisiti, furono trasmessi all’allora Congregazione – oggi Dicastero – delle Cause dei Santi per dare avvio alla cosiddetta “Fase Romana” nel corso della quale Ramazzotti è stato riconosciuto venerabile il 14 dicembre 2015.

Tra quei documenti anche la sua biografia redatta dal segretario Don Pietro Cagliaroli con quest’appassionante ricordo di chi lo conobbe e testimoniò il suo “amore disinteressato alla verità e al bello morale”: “È vero, è vero, è vero” e precisamente secondo il volgar nostro dialetto “l’è vera, l’è vera, l’è vera”. Era questo un epifonema, con cui Ramazzotti in una specie di trasporto e di passione per il bene e per la verità, talvolta colla lagrima spuntata, metteva sigillo all’approvazio­ne, alla parola buona udita nella conversazione famigliare; ed era così frequente l’uso di questa sua formola, che tra noi quasi d’un ritornello per celia lo si sarebbe voluto chiamar per soprannome: l’è vera, l’è vera, l’è vera.”.  

ALLEGATO

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QUI POSTULAZIONE #57 ▪ «E in quanto a riposare, c’è tanto tempo in Paradiso!»

Lo chiamavano “Il Moto Perpetuo” perché nella sua missione era sempre in piena attività.

Missionario in Birmania, oggi Myanmar, Padre Alfredo Cremonesi, originario di Ripalta Guerina (CR), vi era giunto ventitreenne nel 1925 a un anno dall’ordinazione sacerdotale.

Il Paese era allora sotto il governo britannico, lo stesso che, divenuto nemico dell’Italia allo scoppio del secondo conflitto mondiale, permise a lui e ad altri cinque missionari di rimanere in Birmania perché residenti da più di dieci anni. Gli altri membri del PIME furono invece internati in India.

Distaccato a Donoku tra la popolazioni cariana fu vicino anche durante la guerra scoppiata all’indomani dell’indipendenza del Paese avvenuta nel 1948. Un conflitto, questo, che vide la loro etnia contrapposta, non solo politicamente ma anche per la religione, a quella elitaria birmana alla quale appartenevano i militari e i rappresentanti del governo. A quest’ultima appartenevano infatti i buddisti, mentre della prima facevano parte i cristiani: battisti, impegnati nella lotta armata, e cattolici, favorevoli al dialogo e per questo considerati filogovernativi.

Impegnato a cercare un accordo tra i comandanti delle due fazioni armate, Padre Cremonesi perse la vita proprio a seguito di uno di quegli scontri tra militari e ribelli.

Il 7 febbraio 1953 fu infatti ucciso a Donoku dalle forze governative cadute in una imboscata dei ribelli subito dopo essersi recate da lui per chiedergli inutilmente la consegna del capo villaggio, catechista e responsabile dell’Azione Cattolica, ritenendolo un ribelle.

Nonostante al loro ritorno le avesse accolte con una bandiera bianca e ribadito l’estraneità del catechista e dei suoi cariani, egli venne mitragliato alle gambe. Trovatolo ancora in vita dopo aver bruciato il villaggio e uccisi molti degli abitanti, gli fu sparato intenzionalmente al volto per finirlo colpendolo nell’occhio e nello zigomo.

La sua uccisione fu da subito considerata martiriale da quanti aveva difeso, tanto da portarli a tagliare parte della sua barba da spedirsi in Italia accompagnata da queste parole: «Reliquie del martire padre Cremonesi da mandarsi ai suoi genitori».

Riconosciutala avvenuta in odium fidei durante la causa di beatificazione e canonizzazione avviata nel 2004, Padre Alfredo è stato iscritto nell’Albo dei Beati il 19 ottobre 2019.

Forte esempio di santità, del suo ardore spirituale che lo ha contraddistinto e che per ciascuno è d’aiuto per poterla raggiungere, così il Beato Alfredo ne scrisse ai suoi genitori il 25 giugno 1947, condividendo anche il soprannome col quale era conosciuto: «“il moto perpetuo”… perché non so mai stare fermo, nemmeno quando sono ammalato. Nell’ultima malattia dell’anno scorso, che a momenti mi porta al cimitero, non sono mai stato a letto una mezz’ora più del solito e non ho mai rinunciato ad alcun lavoro possibile, anche con la febbre addosso. Io penso che la salute va curata, sì, ma che poi non importa troppo. Anni più o anni meno, che sono di fronte all’eternità?  Il lavoro che si deve fare deve essere fatto adesso, quello che non si potrà fare lo faranno i successori. E in quanto a riposare, c’è tanto tempo in Paradiso!». 

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