QUI POSTULAZIONE #66 - Tullio Favali a quarant’anni dalla morte
Quando l’uccisero l’undici aprile del 1985, Tullio Favali nelle Filippine era giunto da diciasette mesi.
Abitava allora a Tulunan, sull’isola di Mindanao, da dove aveva scritto nell’agosto dell’anno prima: «Sono arrivato in questa "terra promessa" nel novembre scorso e sono aperto ad un futuro che si costruisce secondo un piano preciso e con l’apporto di tutti coloro che si lasciano guidare dallo Spirito. Sarò anch’io uno dei tanti che cercano di capire questo disegno attraverso le vicende quotidiane e darò il mio contributo perché il piano del Regno di Dio diventi reale e visibile».
L’Italia, dove nel mantovano era nato a Sacchetta di Sustinente il 10 dicembre 1946, l’aveva lasciata da sacerdote del Pime destinato originariamente in Papua Nuova Guinea dopo l’ordinazione del 6 giugno 1981. Protraendosi l’attesa dei visti necessari durante la quale servì l’Istituto in Patria, fu lui a chiedere un nuova destinazione desideroso di «vivere a fianco della gente e dare priorità alla persona umana che va accolta come tale, va rispettata e amata, perché mi rivela il volto di Cristo».
Nelle Filippine sapeva che avrebbe trovato un paese sotto il giogo del regime militare e delle compiacenti bande armate che opprimevano la popolazione e avversavano i missionari perché schierati dalla loro parte.
A dover morire quel giorno sarebbe dovuto esser proprio uno di loro, il suo confratello da lungo tempo sull’isola. Non era però nella casa parrocchiale quando giunse una richiesta di aiuto dal vicino villaggio di “La Esperanza”, dove il missionario divenuto parroco da pochi mesi, non esitò a dirigersi tempestivamente.
Padre Tullio venne ucciso fuori dell’abitazione nella quale si trovava l’uomo da poco ferito da una di quelle bande.
Vista la moto colla quale aveva viaggiato data alle fiamme, era uscito per dialogare pacificamente con gli incendiari, ben sapendo essere la banda che aveva cercato di uccidere quell’uomo perché impegnato nella difesa dei diritti della popolazione.
Nonostante avanzasse con le braccia alzate, fu prima colpito in pieno petto, poi bersagliato con altri colpi d’arma da fuoco una volta esanime al suolo. Il corpo fu martoriato a calci dagli assalitori che festeggianti gli ballarono intorno.
In quell’avvicinarsi pacifico era tutto il suo amore per il prossimo e la consapevolezza di quanto ci ha lasciato scritto: «La vita e la morte si intrecciano, come esperienza quotidiana e ci danno una concezione più realistica e più vera di noi. Ci ridimensiona dalle nostre pretese e dalle nostre vanaglorie e ci educa al senso del limite e della gratuità. La nostra vita è un dono, che ci è dato da amministrare, ma non da possedere».
Al funerale parteciparono circa ventimila persone, 150 suore e altrettanti sacerdoti: fu la prima delle tante manifestazioni pubbliche che portarono il popolo delle Filippine a riconquistare la libertà.
Affinché «possa servire da modello per i seminaristi che vi studiano», come dichiarato dal vescovo di Kidapawan che presiedette quella celebrazione, Padre Tullio è stato il primo ad essere accolto nell’allora nuovo cimitero per i sacerdoti della diocesi realizzato vicino al seminario.

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