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QUI POSTULAZIONE #62 ▪ Salerio e l'amicizia

Si deve alle Suore della Riparazione la Causa di beatificazione e canonizzazione di Padre Carlo Salerio, loro Fondatore e già membro del Seminario delle Missioni Estere di Milano.

Dopo la presentazione del Supplex libellus nel 2000 e il Nihil obstat della competente Congregazione vaticana l’anno seguente, il 1° marzo 2004 ha avuto inizio a Milano l’inchiesta diocesana che si sarebbe conclusa con il decreto di validità del 14 dicembre 2005.

Nel corso di sessanta sessioni vennero raccolti testimonianze e documenti che, in parte raccolti nella Positio, avrebbero portato il 19 giugno 2019 al riconoscimento della venerabilità del missionario nella successiva fase processuale romana.

Tra quella documentazione anche i suggerimenti, tutt’oggi arricchenti, per vivere un rapporto amicale come quello della Suora della Riparazione destinataria della sua lettera.

«Sapete che cosa vi dirò? Che avendo una buona amica, la dovete conservare con ogni studio; e il miglior mezzo per riescirvi (sic) è di ajutarvi mutuamente con lealtà e fran­chezza e crescere nel bene; tenendo mai sempre lontane da voi quelle leggerezze e quelle speciosità di ceremonie (sic) che non si combinano colle amicizie sante. In verità io godo di vedervi congiunte di spirito: perché da quanto a me risulta la vostra amicizia è vera, è secondo quella che raccomandava s. Teresa: amicizie sante perché hanno per principio, per vincolo, per fine crescere nel divino amore; cioè nell’esercizio pra­tico, sodo e perseverante di quelle virtù con cui si dimostra a Dio che Gli si vuole un vero bene del cuore. E un’altra cosa vorrei pur dirvi anche: e sarebbe che, con sollecita industria, vi adoperaste a trovar nuove vie per accrescere in voi i titoli al divino amore; a farvi amare cioè da G.C. Sono due cose ben diverse, benché intimamente unite: amare G.C. e farsi amare da G.C. Il primo implica piutosto una grazia che vi ha prevenuto; un atto di amore che il vostro divino Gesù ha fatto per la vostra anima, giacché se s. Paolo dice che nessuno proferisce il nome adorabile di Gesù se non per Sua grazia, molto meno potrà dire di amarLo, Gesù. Farsi amare da G.C. invece, vuol dire usare così bene di questa prima grazia e averla tanto a cuore; che ogni nostra sollecitudine sia diretta a far sì che G.C. ci abbia ad amare sempre più. Gara nobile e benedetta! Smania santa che le anime un po’ devote comprendono e sanno esprimere; ma io non lo so, non lo posso fare, e il perché ben lo potete indovinare voi, e risparmiarmi la vergogna di confessarlo». 

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QUI POSTULAZIONE #61 ▪ «Tutto ciò che mi può accadere sarà sempre una grazia»

«Tutto ciò che mi può accadere sarà sempre una grazia»
A centoventinove anni dal suo martirio nella rada dell’isola di Woodlark, Giovanni Battista
Mazzucconi veniva beatificato nella Basilica di San Pietro a Roma il 19 febbraio 1984.
Alunno del Seminario delle Missioni Estere di Milano fin dal giorno della sua fondazione, fu anche
tra i componenti del primo invio realizzato dal suo Istituto su invito della Sacra Congregazione per
la Propaganda della Fede nel 1852. Sua destinazione assieme a sei confratelli – quattro sacerdoti e
due laici, uno dei quali morto sul campo – fu il Vicariato Apostolico della Micronesia e Melanesia,
per operare assieme a loro sulle isole di Rook e Woodlark.
Il martirio avvenne nei primi del Settembre 1855, dopo cinque mesi trascorsi a Sydney per rimettere
in forze il cagionevole stato di salute reso tale difficile vita in missione. Al rientro avrebbe dovuto
ricongiungersi ai compagni che nel frattempo erano però stati costretti a lasciare la missione.
A toglierli la vita furono gli isolani saliti a bordo della nave col desiderio di ucciderlo, così come
avrebbero voluto fare coi suoi compagni. Fintisi felici di accoglierlo, lo colpirono con un’ascia in
piena fronte e ne gettarono il corpo in mare. Fu l’occasione per manifestare l’odio verso quella Fede
che aveva portato i missionari a condannarli anche per le violenze perpetrate nei villaggi, le
uccisioni dei bambini e anziani, le guerre interne e le prevaricazioni dei loro capi.
Nella sua “Protesta” redatta a Milano in occasione della Partenza aveva scritto: «Beato quel giorno
in cui mi sarà dato di soffrire molto per una causa si’ santa e si’ pietosa, ma più beato quello in cui
fossi trovato degno di spargere per essa il mio sangue, e incontrare fra i tormenti la morte».
Quanto accaduto fu il realizzarsi di questo desiderio spirituale avvenuto nella totale consegna al
Signore, come scrisse ricordando l’aver scampato la morte durante l’uragano incontrato nel viaggio
dall’Europa: «Quel Dio che mi salvò allora, sarà con me anche in questo viaggio; e se io non lo
abbandono, egli vuole essere con me sempre, e finché egli è con me, tutto ciò che mi può accadere
sarà sempre una grazia, una benedizione di cui dovrò ringraziare».

ALLEGATO

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QUI POSTULAZIONE #60 ▪ Padre Crescitelli è Beato

«Padre Crescitelli è Beato»
Era il 18 febbraio 1951 quando «Padre Crescitelli è Beato» echeggiò tra i fedeli raccolti nella
Basilica di San Pietro a Roma
Ucciso cinquantun anni prima in Cina, la Chiesa lo elevava agli altari dopo averne riconosciuto il
martirio il 5 marzo 1950.
«Egli si è dato a Dio e alle anime – avrebbe detto all’indomani della celebrazione Pio XII ai fedeli
giunti per la beatificazione –, e si è dato interamente, per sempre, senza esitazione, come senza
riserva. Ecco il segreto del suo eroico allenamento alla vittoria suprema. Per darsi completamente,
ha rinunziato a tutto».
Missionario nello Shensi, Padre Crescitelli, alunno del Seminario delle Missioni Estere dei Santi
Pietro e Paolo, era stato ucciso dopo aver perorato la causa della popolazione locale ingiustamente
privata dei sussidi alimentari governativi da parte delle autorità locali. Proditoriamente fatto
prigioniero in una imboscata, venne prima torturato quindi ucciso segandone il corpo, poi gettato
nel fiume da dove non fu più rinvenuto.
Il primo ottobre del 2000 fu canonizzato da Giovanni Paolo II assieme ad altri 119 martiri cinesi
Grato per la sua Litterae Apostolicae relativa alla beatificazione del confratello, il Postulatore
Generale del PIME, P. Mario Parodi, indirizzò da parte dell’Istituto «vivissime grazie» al Pontefice
riconoscendo come: «sommamente opportuna, nei calamitosi tempi in cui viviamo, è la
glorificazione di questo fortissimo atleta di Cristo, per mostrare al mondo quali siano, dove si
trovino e come si difendano i veri valori della vita, arra e pegno dell’eterna felicità».

ALLEGATO

 

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QUI POSTULAZIONE #59 ▪ «Voglio dalla misericordia di Dio un posticino nel suo Regno»

È stato uno dei Ragazzi del 99 Pietro Manghisimissionario del PIME morto in Birmania il 15 febbraio 1953.

Impegnato in prima linea sull’Asolone del Grappa dal dicembre 1917, al termine del conflitto mondiale, dopo un periodo trascorso a Milano presso l’Ufficio Perizie e Danni di Guerra, sull’intenzione di iscriversi a Ingegneria prevalse la chiamata al sacerdozio.

Nell’autunno del 21 riprese a Molfetta la formazione seminariale interrotta con lo scoppio della guerra al seminario di Monopoli, sua città natale, e il 12 settembre 1922 passò al Seminario per le Missioni Estere dell’Italia Meridionale diretto da Padre Paolo Manna. Lo stesso sacerdote che a fronte della sua piccola offerta economica per l’allestimento della scuola per le missioni da poco avviata gli aveva risposto: «Grazie per la sua offerta. Se l’offerta poi fosse Lei stesso, sarebbe molto più accetta».

Completati gli studi presso il Seminario delle Missioni Estere di Milano e l’ordinazione sacerdotale, nello stesso 1925 raggiunse la Birmania. Impegnato inizialmente tra i tagliatori di teste Wa, vi trascorse sotto gli invasori giapponesi gli anni della seconda guerra mondiale, al termine della quale potè riprendere il servizio nei villaggi. Specie in quelli lasciati dai suoi confratelli ai quali gli inglesi vietarono il rientro se non trascorsi cinque anni dalla cessazione delle ostilità\.

All’indomani dell’indipendenza della Birmania dall’Inghilterra nel 1948 venne richiamato in Italia come rettore del seminario di Ducenta, ma nel dicembre del 1949, dopo soli nove mesi di permanenza, vi faceva ritorno scrivendo: «Secondo la costituzione birmana, nessun missionario può più entrare in Birmania, ma io, essendovi già stato per molti anni, posso rientrare … Questo lavoro di Rettore lo farà un altro, … sono dispostissimo ad andare: conosco quei popoli, la loro lingua, i loro costumi… E poi li amo!»

Morì a poco più di due anni da quel rientro desiderato.

A ucciderlo furono i guerriglieri cinesi del Kuo Min Tang, che dalla creazione dello stato birmano erano ancora presenti nel territorio al di là del confine con la Cina.

Mentre sulla Burma-Road in jeep portava i conforti religiosi ai soldati regolari cattolici che stavano combattendo contro i guerriglieri, cadde in una imboscata nei pressi di Mongyu e morì crivellato da una mitragliatrice. Ad eccezione dell’autista, che gli aveva ceduto la guida, morirono anche le due anziane donne alle quali aveva dato un passaggio e un bambino.

Una croce bianca eretta al Miglio 91 di quella strada continua ad essere da allora il ricordo del missionario che nel 1937 così scrisse ai suoi genitori: «Passano gli anni! Non importa che gli anni passano. Il Paradiso si avvicina. Alle volte vorrei morire per andare in Paradiso. Ma penso che il Signore non mi vuole ancora, perché non ne sono degno. Il Signore mi ha messo qui. Ora chiedo al Signore di avere misericordia dell’anima mia e quando morrò mi dia un posticino in Paradiso. Voglio solo questo. Non voglio ricchezze, non voglio onori, voglio dalla misericordia di Dio un posticino nel suo Regno. Questo è nulla più. La morte non mi fa paura. Ho visto tanta gente morire». 

ALLEGATO

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QUI POSTULAZIONE #58 ▪ Primo passo verso gli altari

Era il 13 febbraio 1976 quando nella cappella della Curia arcivescovile di Milano veniva aperto il Processo d’inchiesta diocesano per la Causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Angelo Ramazzotti. Solo cinque giorni prima l’Arcivescovo Colombo aveva istituito il relativo Tribunale in essere fino al 16 febbraio 1978.

Nel corso di 16 udienze furono escussi 22 testi tutti concordi nell’affermare «che il Servo di Dio fu ritenuto ed è da ritenersi “santo” per l’esemplarità della sua vita sacerdotale, soprattutto per l’esercizio della carità e il suo spirito missionario».

Le loro deposizioni, assieme ai documenti acquisiti, furono trasmessi all’allora Congregazione – oggi Dicastero – delle Cause dei Santi per dare avvio alla cosiddetta “Fase Romana” nel corso della quale Ramazzotti è stato riconosciuto venerabile il 14 dicembre 2015.

Tra quei documenti anche la sua biografia redatta dal segretario Don Pietro Cagliaroli con quest’appassionante ricordo di chi lo conobbe e testimoniò il suo “amore disinteressato alla verità e al bello morale”: “È vero, è vero, è vero” e precisamente secondo il volgar nostro dialetto “l’è vera, l’è vera, l’è vera”. Era questo un epifonema, con cui Ramazzotti in una specie di trasporto e di passione per il bene e per la verità, talvolta colla lagrima spuntata, metteva sigillo all’approvazio­ne, alla parola buona udita nella conversazione famigliare; ed era così frequente l’uso di questa sua formola, che tra noi quasi d’un ritornello per celia lo si sarebbe voluto chiamar per soprannome: l’è vera, l’è vera, l’è vera.”.  

ALLEGATO

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QUI POSTULAZIONE #57 ▪ «E in quanto a riposare, c’è tanto tempo in Paradiso!»

Lo chiamavano “Il Moto Perpetuo” perché nella sua missione era sempre in piena attività.

Missionario in Birmania, oggi Myanmar, Padre Alfredo Cremonesi, originario di Ripalta Guerina (CR), vi era giunto ventitreenne nel 1925 a un anno dall’ordinazione sacerdotale.

Il Paese era allora sotto il governo britannico, lo stesso che, divenuto nemico dell’Italia allo scoppio del secondo conflitto mondiale, permise a lui e ad altri cinque missionari di rimanere in Birmania perché residenti da più di dieci anni. Gli altri membri del PIME furono invece internati in India.

Distaccato a Donoku tra la popolazioni cariana fu vicino anche durante la guerra scoppiata all’indomani dell’indipendenza del Paese avvenuta nel 1948. Un conflitto, questo, che vide la loro etnia contrapposta, non solo politicamente ma anche per la religione, a quella elitaria birmana alla quale appartenevano i militari e i rappresentanti del governo. A quest’ultima appartenevano infatti i buddisti, mentre della prima facevano parte i cristiani: battisti, impegnati nella lotta armata, e cattolici, favorevoli al dialogo e per questo considerati filogovernativi.

Impegnato a cercare un accordo tra i comandanti delle due fazioni armate, Padre Cremonesi perse la vita proprio a seguito di uno di quegli scontri tra militari e ribelli.

Il 7 febbraio 1953 fu infatti ucciso a Donoku dalle forze governative cadute in una imboscata dei ribelli subito dopo essersi recate da lui per chiedergli inutilmente la consegna del capo villaggio, catechista e responsabile dell’Azione Cattolica, ritenendolo un ribelle.

Nonostante al loro ritorno le avesse accolte con una bandiera bianca e ribadito l’estraneità del catechista e dei suoi cariani, egli venne mitragliato alle gambe. Trovatolo ancora in vita dopo aver bruciato il villaggio e uccisi molti degli abitanti, gli fu sparato intenzionalmente al volto per finirlo colpendolo nell’occhio e nello zigomo.

La sua uccisione fu da subito considerata martiriale da quanti aveva difeso, tanto da portarli a tagliare parte della sua barba da spedirsi in Italia accompagnata da queste parole: «Reliquie del martire padre Cremonesi da mandarsi ai suoi genitori».

Riconosciutala avvenuta in odium fidei durante la causa di beatificazione e canonizzazione avviata nel 2004, Padre Alfredo è stato iscritto nell’Albo dei Beati il 19 ottobre 2019.

Forte esempio di santità, del suo ardore spirituale che lo ha contraddistinto e che per ciascuno è d’aiuto per poterla raggiungere, così il Beato Alfredo ne scrisse ai suoi genitori il 25 giugno 1947, condividendo anche il soprannome col quale era conosciuto: «“il moto perpetuo”… perché non so mai stare fermo, nemmeno quando sono ammalato. Nell’ultima malattia dell’anno scorso, che a momenti mi porta al cimitero, non sono mai stato a letto una mezz’ora più del solito e non ho mai rinunciato ad alcun lavoro possibile, anche con la febbre addosso. Io penso che la salute va curata, sì, ma che poi non importa troppo. Anni più o anni meno, che sono di fronte all’eternità?  Il lavoro che si deve fare deve essere fatto adesso, quello che non si potrà fare lo faranno i successori. E in quanto a riposare, c’è tanto tempo in Paradiso!». 

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QUI POSTULAZIONE #56 ▪ "Iddio sa lui quello che fa"

Palate di terra, nella notte tra il 1° e il 2 febbraio 1942, hanno pian piano soffocato nel villaggio cinese di Yejigang la vita di Padre Carlo Osnaghi e del cuoco della sua missione, legati in una buca profonda due metri: il luogo del loro martirio.

Assieme ad un altro cinese era stato catturato la notte del 12 gennaio da “una squadra di circa 200-300 briganti”, che per la sua liberazione avrebbero chiesto, due settimane dopo, la somma di 200 mila dollari, pari a un milione di lire italiane di quel tempo.

La Cina era allora in guerra con il Giappone e le missioni del PIME erano spesso assaltate da ribelli o soldati sbandati, come accaduto il 19 novembre dell’anno prima a Dingcun dove persero la vita Mons. Barosi e i Padri Lazzaroni, Zanardi e Zanella.

Quasi presagendo la morte oramai prossima, all’indomani di quel triste evento, Padre Osnaghi scrisse alla madre una lunga lettera per raccontarle quanto accaduto ai confratelli.

Fu l’occasione per manifestare con queste parole il suo esser pronto ad affrontare il martirio:

«Mi sono deciso a scriverti solo per non tenerti in apprensione, perché, se avessi dovuto badare alla voglia mi sarei chiuso come tutti i miei confratelli in un silenzio religioso per meditare e pensare sulla fugacità di questa povera vita, sull'arduo compito affidato a noi.

Perdona! Prega, prega tanto per me e per tutti noi missionari di questo vicariato.

La vita è nelle mani di Dio e se lui, al par di quelli che ci hanno testè preceduti, vorrà il sacrificio della nostra vita, ben volentieri lo faremo, sicuri che i nostri cari avranno la fortezza di accettarlo generosamente e perdonare a coloro che saranno i nostri carnefici come noi l'abbiamo fatto per le nostre vittime e lo faremo se per caso sarà la medesima sorte per noi.

Che Iddio ci benedica tutti. Un ricordo a tutti i miei cari, a te un bacione grosso grosso, raccomandandoti ancora di stare tranquilla a mio riguardo. Iddio sa lui quello che fa. Siamo perciò in buone mani.

Aff.mo Carletto».

 

Ultimo saluto di p. Carlo Osnaghi da "Le Missioni Cattoliche", n.12, 18 giugno 1942, p. 114

 

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QUI POSTULAZIONE #55 ▪ Il Beato Paolo Manna «missionario fallito»?

Il Beato Paolo Manna, del quale oggi si celebra la memoria liturgica, fu missionario in Birmania, l’attuale Myanmar, dal 1895 al 1907, quando il peggioramento della salute lo costrinse a tornare definitivamente in Italia a soli trentacinque anni d’età. Fu allora che si definì “missionario fallito” per non poter più operare sul campo.

Come Superiore Generale del PIME vi tornò nel 1929, a tre anni dalla nomina, per far visita a tutte le Missioni dell’Istituto.

In quella di Kengtung, nata dalla Missione di Toungoo nel 1912, incontrò il confratello Padre Clemente Vismara, già testimone di quanto per essa la Provvidenza «si servì (di Manna) se non per fondarla, certo per stabilirla su solide ba­si, e renderla economicamente e giuridicamente autonoma». A lui, anch’egli beatificato, condivise con umiltà il ricordo di quanto vissuto allora e che non fu in grado di far venir meno il suo anelito missionario.

 

A 60 Km. da Kengtung ce ne capitò una brutta. Ci accampammo in una radura paludosa, sulla sponda del fiume Namlin, ove fan sosta obbligata e pernottano tutte le carovane di passaggio. […]

Le conversazioni erano animate da buon umore, punteggiate da allegre risate, ma sempre pervase dalla passione del problema missionario, come poteva esser vissuto là sul campo. Il re delle conversazioni era sempre p. Manna. E «un’anima di fuoco» che altro può irraggiare se non fuoco attorno a sé? Noi, ormai figli del bosco, eravamo avidi di notizie del gran mondo, e specie dell’Italia e del nostro Istituto. P. Manna accondiscendeva alla no­stra curiosità, ma voleva anche esserne ripagato, sentendo da noi le nostre avventure, conquiste, fallimenti, piani e speranze. Era una gara ansiosa e deliziosa. Poi convergemmo la conversazione su di lui.

– Padre, ci narri un po’ la sua storia. Ci dica delle sue impre­se nella missione di Toungoo; della sua duplice marcia indietro; del suo definitivo... fallimento. È vero che lei è un missionario fallito?... –.

– Sempre impertinente questo p. Vismara! – interruppe p. Bonetta. – Sono domande da farsi a un Superiore Generale? –.

– No, no, io sono davvero un missionario fallito: ha ragio­ne p. Vismara – confermò candidamente p. Manna.

E, calmo e semplice, ci tessé la storia dei suoi dieci anni di apostolato tra i ghekkù di Momblò; del suo ardito tentativo di espansione verso i padaung a Loikaw; del suo sogno di conquista delle lontane tribù di Kengtung e della pressione da lui fatta ai vescovi Tornatore e Sagrada per vincere la loro esitazione di fron­te a quest’audace impresa; poi del suo ostinato mal di fegato, refrattario a ogni cura in missione, e del suo reiterato rimpatrio e degl’ideali infranti e delle umiliazioni subite... Specialmente – diceva – dell’incomprensione da parte di superiori e confratelli.

– Pensate! Con nella carne infisso il pruno di un morbo infesto, col cuore sanguinante per il forzato distacco da un promettente campo di lavoro, sentirsi complimentare così, al primo incontro col Superiore Generale: «Ohi, p. Manna, non ha fatto ancora “el sciró” ed è già di ritorno!» (In milanese “el sciró” è il nucleo centrale del cavolo, le prime tenere foglie).

Che cuore!

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QUI POSTULAZIONE #54 ▪ Con Maria nel quotidiano

Affidiamo oggi a Maria il nostro cammino nel nuovo anno.

A lei, Madonna della Strada com’è venerata a Roma nella Chiesa del Gesù, nostra mediatrice di grazia che ci invita alla fiducia nel Figlio e intercede presso di lui, offriamo questa preghiera.

Torniamo a farlo con la semplicità dei bambini perché, anche sapendo di essere sempre sotto il suo manto, è bello poter dire in ogni momento: “Ti voglio bene, mamma”.

Grati con voi per la sua compagnia nel quotidiano, vi auguriamo un buon anno.

 

Dalla Postulazione Generale, 1 gennaio 2025

Padre Massimo Casaro e Paolo Labate

______________________

 

Preghiera

alla

Madonna della Strada

 

O Maria, Madonna della Strada,

accompagnaci sulle vie del mondo

tu che hai camminato:

sui monti della Giudea

portando, sollecita, Gesù e la sua gioia;

sulla strada da Nazareth a Betlemme

dove è nato Gesù, il nostro Redentore;

sul cammino dell’esilio

per proteggere il Figlio dell’Altissimo;

sulla via del Calvario

per ricevere la maternità della Chiesa.

Continua, ti preghiamo, a camminare

accanto a tutti noi sulle strade del mondo

affinché possiamo vivere e testimoniare

il Vangelo di salvezza.

 

Concedi a noi tutti serenità e forza

per compiere con fedeltà e dedizione

le nostre attività quotidiane

e rendere più vivibile e sicura

la nostra realtà.

Assistici col tuo materno aiuto

e allontana da noi ogni pericolo

perché possiamo costruire,

un mondo di verità,

di amore e di pace,

uniti nella preghiera

che innalziamo a te nella gioia.

 

Amen.

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QUI POSTULAZIONE #53 ▪ Tornare bambini a Natale col “preambolo” di Mazzucconi

Scrive Padre Scurati nel presentare questo particolare scritto del suo confratello martire nella pubblicazione dedicatagli in memoria: «Preamboli della dottrina cristiana, nella diocesi di Milano, si dicono de’ brevi componimenti in versi, sui misteri delle solennità del­l’anno, che vengono recitati da un bambino o da una bambina in chiesa, durante l’insegnamento della dottrina cristiana. Secondo l’istituzione di S. Carlo, a qualche ora dopo mezzogiorno, al suono della campana, i fedeli si raccolgono in chiesa, dove distribuiti in classi, dopo brevi ora­zioni, si fa da’ maestri la spiegazione del catechismo, cui il parroco dal pergamo fa seguire la sua catechesi. E’ a quest’ultima che viene preposto il preambolo».

Ora come allora, questo componimento redatto poco prima della partenza per l’Oceania, sia il dono del Beato Giovanni Battista Mazzucconi per contemplare il Mistero della Natività nei nostri presepi con quella stessa semplicità e partecipazione di quando eravamo bambini.

 

Gloria a Dio e pace in terra:

Oggi è vinta l’aspra guerra:

S’apre il ciel rimeritato;

E l’inferno è nel terror.

Oggi un pargolo ci è nato;

E’ l’atteso; il Redentor.

Era sola, abbandonata,

La capanna fortunata;

Quando intorno, come un giorno;

Quella notte sfolgorò;

Mille santi son davanti

Al Signor che s’umiliò.

Già degli Angioli coi cori

Qui s’affrettano i pastori.

L’hanno visto poveretto

Nel presepio esposto al gel!

E piangeva il pargoletto

Figlio d’Eva, re del ciel.

Scelse il pianto il mio Signore

Un tugurio ed il dolore,

A retaggio, nel viaggio

Dell’esiglio, in questo suol.

Al suo piede, sol la fede

Dell’umile scioglie il vol.

Da noi lunge il fasto, il vanto!

A lui dona il cor, ma santo

Di quell’umile sentire

Che diletto a Dio ti fa,

Di quel nobile patire

Che tua gloria un dì sarà.

                    

Giacomo Scurati, Cenni sul Sacerdote Giovanni Mazzucconi apostolo della Melanesia e Micronesia morto per la Fede il settembre 1855, Milano 1857, p. 288.

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