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QUI POSTULAZIONE #59 ▪ «Voglio dalla misericordia di Dio un posticino nel suo Regno»

È stato uno dei Ragazzi del 99 Pietro Manghisimissionario del PIME morto in Birmania il 15 febbraio 1953.

Impegnato in prima linea sull’Asolone del Grappa dal dicembre 1917, al termine del conflitto mondiale, dopo un periodo trascorso a Milano presso l’Ufficio Perizie e Danni di Guerra, sull’intenzione di iscriversi a Ingegneria prevalse la chiamata al sacerdozio.

Nell’autunno del 21 riprese a Molfetta la formazione seminariale interrotta con lo scoppio della guerra al seminario di Monopoli, sua città natale, e il 12 settembre 1922 passò al Seminario per le Missioni Estere dell’Italia Meridionale diretto da Padre Paolo Manna. Lo stesso sacerdote che a fronte della sua piccola offerta economica per l’allestimento della scuola per le missioni da poco avviata gli aveva risposto: «Grazie per la sua offerta. Se l’offerta poi fosse Lei stesso, sarebbe molto più accetta».

Completati gli studi presso il Seminario delle Missioni Estere di Milano e l’ordinazione sacerdotale, nello stesso 1925 raggiunse la Birmania. Impegnato inizialmente tra i tagliatori di teste Wa, vi trascorse sotto gli invasori giapponesi gli anni della seconda guerra mondiale, al termine della quale potè riprendere il servizio nei villaggi. Specie in quelli lasciati dai suoi confratelli ai quali gli inglesi vietarono il rientro se non trascorsi cinque anni dalla cessazione delle ostilità\.

All’indomani dell’indipendenza della Birmania dall’Inghilterra nel 1948 venne richiamato in Italia come rettore del seminario di Ducenta, ma nel dicembre del 1949, dopo soli nove mesi di permanenza, vi faceva ritorno scrivendo: «Secondo la costituzione birmana, nessun missionario può più entrare in Birmania, ma io, essendovi già stato per molti anni, posso rientrare … Questo lavoro di Rettore lo farà un altro, … sono dispostissimo ad andare: conosco quei popoli, la loro lingua, i loro costumi… E poi li amo!»

Morì a poco più di due anni da quel rientro desiderato.

A ucciderlo furono i guerriglieri cinesi del Kuo Min Tang, che dalla creazione dello stato birmano erano ancora presenti nel territorio al di là del confine con la Cina.

Mentre sulla Burma-Road in jeep portava i conforti religiosi ai soldati regolari cattolici che stavano combattendo contro i guerriglieri, cadde in una imboscata nei pressi di Mongyu e morì crivellato da una mitragliatrice. Ad eccezione dell’autista, che gli aveva ceduto la guida, morirono anche le due anziane donne alle quali aveva dato un passaggio e un bambino.

Una croce bianca eretta al Miglio 91 di quella strada continua ad essere da allora il ricordo del missionario che nel 1937 così scrisse ai suoi genitori: «Passano gli anni! Non importa che gli anni passano. Il Paradiso si avvicina. Alle volte vorrei morire per andare in Paradiso. Ma penso che il Signore non mi vuole ancora, perché non ne sono degno. Il Signore mi ha messo qui. Ora chiedo al Signore di avere misericordia dell’anima mia e quando morrò mi dia un posticino in Paradiso. Voglio solo questo. Non voglio ricchezze, non voglio onori, voglio dalla misericordia di Dio un posticino nel suo Regno. Questo è nulla più. La morte non mi fa paura. Ho visto tanta gente morire». 

ALLEGATO

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