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QUI POSTULAZIONE #40 ▪ «Umiltà, semplicità, aderenza verbo et opere al Vangelo, con mitezza intrepida…»

Don Angelo Ramazzotti e Don Angelo Roncalli mai avrebbero pensato che Venezia li avrebbe avuti come Patriarca.

Due Patriarchi dallo stesso nome e con lo stesso anelito missionario che già li aveva contraddistinti: l’uno Oblato Missionario di Rho e fondatore del Seminario delle Missioni Estere di Milano; l’altro Presidente dell’Opera della Propagazione della Fede in Italia, eppoi, missionario speciale per le piccole comunità cattoliche dei paesi dove fu diplomatico nell’Europa dell’Est.

Ugualmente profonda anche la loro umiltà, la forza tratta dalla preghiera – in particolare dalla recita del Rosario – e il prendersi cura dei più bisognosi. Un programma di vita al quale lo stesso Roncalli – il futuro Papa Giovanni XXIII, di cui oggi 11 ottobre si celebra la Memoria liturgica – fece presente ai partecipanti al ritiro spirituale coi vescovi della Provincia triveneta, tenutosi dal 15 al 21 maggio 1953 a Fietta nella villa del Seminario.

Di quella condivisione, resa due mesi dopo la presa di possesso del Patriarcato avvenuta il 15 marzo, rimane traccia nelle “Note sparse” riportate nel famoso “Il Giornale dell’Anima”, dono di riconoscenza di Don Loris Capovilla, suo segretario anche durante il pontificato, che raccolse gli scritti roncalliani dati alla stampa a soli otto mesi dalla morte dell’autore.

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  1. È interessante che la Provvidenza mi abbia ricondotto là dove la mia vocazione sacerdotale prese le prime mosse, cioè il servizio pastorale. Ora io mi trovo in pieno ministero diretto delle anime. In verità ho sempre ritenuto che per un ecclesiastico la diplomazia così detta deve essere permeata di spirito pastorale; diversamente non conta nulla, e volge al ridicolo una missione santa. Ora sono posto innanzi ai veri interessi delle anime e della Chiesa, in rapporto alla sua finalità che è quella di salvare le anime, di guidarle al cielo. Questo mi basta, e ne ringrazio il Signore. Lo dissi a Venezia in San Marco il 15 marzo, il giorno del mio ingresso. Non desidero, non penso ad altro che a vivere e morire per le anime che mi sono affidate. «Bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis… Veni  ut vitam habeant et abundantius habeant» (Gv 10,11 e 10).
  2. Inizio il mio ministero diretto in una età – anni settantadue – quando altri lo finisce. Mi trovo dunque sulla soglia dell’eternità. Gesù mio, primo pastore e vescovo delle nostre anime, il mistero della mia vita e della mia morte è nelle vostre mani, e vicino al vostro cuore. Da una parte tremo per l’avvicinarsi dell’ora estrema; dall’altra confido e guardo innanzi a me giorno per giorno. Mi sento nella condizione di san Luigi Gonzaga. Continuare le mie occupazioni, sempre con sforzo di perfezione, ma più ancora pensando alla divina misericordia.

Per i pochi anni che mi restano a vivere, voglio essere un santo pastore nella pienezza del termine, come il beato Pio X mio antecessore, come il venerato cardinal Ferrari; come il mio mgr Radini Tedeschi, finché visse e se avesse continuato a vivere. «Sic Deus me adiuvet».

  1. In questi giorni ho letto san Gregorio e san Bernardo, ambedue preoccupati della vita interiore del pastore che non deve soffrire delle cure materiali esteriori. La mia giornata deve essere sempre in preghiera; la preghiera è il mio respiro. Propongo di recitare ogni giorno il rosario intero di quindici poste, intendendo così di raccomandare al Signore e alla Madonna – possibilmente in cappella, innanzi al Ss. Sacramento – i bisogni più gravi dei miei figli di Venezia e diocesi: clero, giovani seminaristi, vergini sacre, pubbliche autorità e poveri peccatori.
  2. Due punte dolorose ho già qui, fra tanto splendore di dignità ecclesiastica e di rispetto, come cardinale e patriarca. La esiguità delle rendite della mensa, e la turba dei poveri e delle sollecitazioni per impieghi e per sussidi.

Per la mensa non mi è impedito di migliorarne le condizioni e per me ed anche a servizio dei miei successori. Amo però benedire il Signore per questa povertà un po’ umiliante e spesso imbarazzante. Essa mi fa meglio rassomigliare a Gesù povero e a san Francesco, ben sicuro come sono che non morirò di fame. O beata povertà che mi assicura una più grande benedizione per il resto e per ciò che è più importante del mio ministero pastorale.

  1. 6. L’ingresso trionfale a Venezia e questi due primi mesi di contatto coi miei figli, mi danno il segno della bontà nativa dei veneziani per il loro patriarca: mi sono di grande incoraggiamento. Non mi voglio dare altri precetti. Ma continuerò per la mia strada e col mio temperamento. Umiltà, semplicità, aderenza verbo et opere al Vangelo, con mitezza intrepida, con pazienza inespugnabile, con zelo paterno e insaziabile del bene delle anime. Vedo che mi si ascolta volentieri, e la mia semplice parola va direttamente al cuore. Porrò tuttavia ogni cura anche di prepararmi bene, così che il mio dire non manchi di dignità e riesca di sempre maggior edificazione.

 

Da Il Giornale dell’Anima, 15-21 maggio 1953, paragrafi 2-6

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