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QUI POSTULAZIONE #24 ▪ Memoria liturgica del Beato Clemente Vismara

Il 15 giugno, giorno della sua morte avvenuta nel 1988 a Mong Ping in Myanmar, si celebra la memoria liturgica del Beato Clemente Vismara, così come proclamato durante la sua beatificazione avvenuta a Milano il 26 giugno 2011.

Classe 1897, egli era giunto nel paese asiatico, allora chiamato Birmania, nel 1923, alcuni mesi dopo la sua ordinazione sacerdotale avvenuta a Milano il 26 maggio.

Missionario come tutti gli altri, Padre Vismara è stato “straordinario nell’ordinario”, come fatto notare da un suo confratello, che di lui ha detto anche: «Ha vissuto per 65 anni la normale vita di missione in modo straordinario, per la fede, la carità, la preghiera, la donazione totale al suo popolo, la generosità, la gioia di vivere e l’entusiasmo del suo sacerdozio e della vocazione missionaria».

Una chiamata alla Missione, questa, fattasi forte durante la Prima Guerra Mondiale – alla quale ha partecipato una volta richiamato alle armi mentre era nel Seminario Arcivescovile di Milano – e da lui così ricordata: «Quanti morti ho visto in battaglia! Ma che senso ha la guerra? Fu proprio al fronte, in mezzo a tanta sofferenza e brutture, che maturai la decisione di essere missionario». Congedato col grado di Sergente Maggiore e insignito di tre medaglie al valore e una croce al merito, nel 1920 è entrato infatti nel PIME, l’Istituto anche di Padre Paolo Manna, autore di quel Operarii autem pauci che tanto lo infervorò alla vita missionaria e «che io lessi di sotterfugio nel Seminario diocesano”, come ammesso dallo stesso Beato.

Facendo bagaglio delle difficoltà affrontate in quel conflitto e affidandosi alla Divina Provvidenza, ha realizzato dispensari, orfanotrofi, scuole, chiese e tanto altro, ricordando sempre che Dio ci è vicino ogni giorno e non manca mai di darci ciò di cui abbiamo bisogno, soprattutto se cerchiamo di fare del bene agli altri.

Tutto questo sempre con forte amore per la vita, come ha testimoniato nell’articolo scritto in occasione del suo ottantesimo compleanno festeggiato il 6 settembre 1977: «La vita è bella quando ci si vuol bene: è l’amore che fa vincere la vita. Ma io, quando sono arrivato qui, ero solo, nessuno poteva amare me, straniero, il mondo che mi circondava era completamente pagano, non volevano, non potevano comprendere la mia dedizione. Io amavo senza essere amato. Chi acconsente a portare la Croce, presto o tardi sarà inchiodato. Tra vittorie e sconfitte, mi trovo sul campo da 55 anni e sempre battagliero. La vita è fatta per esplodere, per andare più lontano. Se essa rimane costretta entro i suoi limiti non può fiorire, se la conserviamo solo per noi stessi la si soffoca. La vita è radiosa dal momento in cui si comincia a donarla. Vivere solo la propria vita è asfissiante».

Per la sua intensa attività missionaria – vissuta con quella gioia che lo ha portato a dire «Invecchio senza accorgermi e di certo morrò senza rimorsi, ché uomo allegro il Ciel l’aiuta» – a sessant’anni da quando essa ha avuto inizio, la Conferenza episcopale del Myanmar, nel 1983 lo ha proclamato “Patriarca della Birmania”.

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