Skip to main content

La normalità di fratel Felice: straordinaria!

La normalità di fratel Felice: straordinaria!

 

Un bambino come tanti altri ma…

Felice trascorre spensieratamente la sua infanzia a Introbio con papà Battista, l’adorata mamma Maria, le sorelle Maria, Luisa, Adelaide e Anna, i fratelli Giuseppe e Primo.

Quella di Felice è una famiglia non solo numerosa ma anche profondamente religiosa: alla sera recita del rosario in comune e, finito il rosario, tutti a letto. “Non dimenticherò mai - scrive fratel Felice nella sua autobiografia - la raccomandazione di mia madre: «Ricordatevi figliuoli, di non tralasciar mai le vostre preghiere, per quanto brevi; e non mettersi a dormire come cani!». Quest’esortazione materna mi è sempre risonata nell’animo, spronandomi a esser fedele alle preghiere della sera, in qualsiasi luogo io fossi, solo o in compagnia, anche durante la vita militare e la prigionia”[1].

Il piccolo Felice frequenta con profitto la locale scuola elementare ed è sempre promosso con i massimi voti in tutte le materie, complici le cure premurose e attente della sorella maggiore Maria e della mamma che lo seguono in tutto, persino nella calligrafia.

Terminata la terza elementare, la mamma gli fa ripetere la classe per fargli “acquistare un po’ più d’istruzione”[2]. Dopodiché comincia a lavorare come apprendista fabbro presso l’officina del fratello maggiore Giuseppe. Gli anni passano tra lavoro, giochi sul sagrato della chiesa con gli altri ragazzini del paese e letture di romanzi di avventure e altri libri.

Nel 1911, all’età di 13 anni, Felice rimane orfano di padre, morto tragicamente in un’alluvione. La mamma Maria diventa il faro della sua vita ancora in crescita. “La mamma, «donna forte», non si lasciò abbattere dall’inattesa sciagura. A costo di sacrifici, che solo il Signore ha potuto registrare nel libro d’oro della sua vita, dimentica di se stessa e sollecita solo di noi suoi figli, ci sorresse e ci temprò con fortezza e amore. Oh quanto ringrazio il buon Dio di avermi dato una tal madre!”[3].

Mamma Maria è una madre molto attenta e premurosa, ma soprattutto una grande educatrice. Felice racconta che quando aveva circa 10 anni, tornando dal lavoro e passando di fianco a un campo di granoturco, vede delle belle pannocchie quasi mature e non resiste alla tentazione di prenderne una. “Arrivato a casa, con la mia pannocchia in mano, rimasi sorpreso a incontrare l’opposizione di mia madre: «Dov’hai preso questa pannocchia?». «L’ho colta nel campo di...» e dissi il nome. «Immediatamente vieni con me!», fece lei con lo cipiglio risoluto. E mi condusse dalla famiglia del padrone di quel campo. C’era in casa solo la moglie. «Comare, questa pannocchia appartiene a voi; è stata presa dal vostro campo. Riprendetevela, e scusatemi della marachella di mio figlio». Dicendo così, me la tolse di mano e gliela porse. Quella buona donna si schermiva: «Ma no, Maria, non fa niente. È cosa da poco. E poi, si sa, i ragazzi son sempre ragazzi!». La mia mamma fu irremovibile: «Niente affatto. È cosa che non doveva fare. Deve imparare a non rubare!». E imparai la lezione, e non l’ho più dimenticata, e il vizio del rubare, sia pur piccole cose, non ha mai sfiorato il mio animo. Oh, se tutte le mamme facessero così, credo che di ladri ce ne sarebbero ben pochi!”[4].

Una vita, quella di Felice, semplice e normale ma improntata ad una forte educazione cristiana in famiglia.

Marco Sampietro


[1] FELICE TANTARDINI, Il fabbro di Dio. Con rosario e martello missionario in Birmania. Autobiografia, lettere e testimonianze, EMI, Bologna 2016, p. 20.

[2] Ivi, p. 18.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 19.

  • Creato il .

Italia - Celebrazione a Crema per padre Cremonesi, martire in Myanmar

Celebrazione Cremonesi 2

 

Servo di Dio Alfredo Cremonesi nel 64° anniversario del martirio

Omelia nella cattedrale di Crema, 07.02.2017 

È la prima volta che vengo a Crema e vi dico subito la mia gioia per questa opportunità che mi è offerta di celebrare l’Eucaristia con voi in questa bella cattedrale, nella ricorrenza del 64° anniversario del martirio del Servo di Dio Alfredo Cremonesi. Ho scelto per questa celebrazione il formulario liturgico della Messa votiva per l’evangelizzazione dei popoli con letture proprie, che mi sembrano adatte per questa circostanza.

Vi propongo due intenzioni di preghiera per questa celebrazione eucaristica. La prima: il Signore renda le comunità parrocchiali della vostra diocesi, guidate dai propri pastori, sempre più aperte missionariamente e sensibili all’evangelizzazione del mondo. La seconda: per l’intercessione del Servo di Dio Alfredo Cremonesi il Signore conceda un incremento sia delle vocazioni sacerdotali diocesane sia delle vocazioni missionarie ad gentes tanto maschili quanto femminili.

Voi lo sentite “vostro”, questo missionario (dinamico, generoso e… martire), perché nella vostra diocesi è nato, in seno a una famiglia profondamente cristiana, è qui che ha sentito la vocazione al sacerdozio e ha ricevuto un’ottima formazione fino al secondo anno di teologia.

Anche noi del PIME lo sentiamo “nostro”, perché ha scelto il nostro Istituto per realizzare la sua “seconda” vocazione, quella missionaria, ha completato la sua formazione teologica nel nostro seminario teologico, è diventato membro del PIME col giuramento perpetuo nel 1924; nello stesso anno è stato ordinato sacerdote ed è partito per il Myanmar, dove ha lavorato con totale dedizione fino al martirio.

Perciò possiamo dire che tra la diocesi di Crema e il nostro Istituto c’è un legame forte, tanto più che p. Cremonesi non è il solo membro del PIME proveniente dalla diocesi di Crema; ce ne sono infatti altri sei. Di questi, due sono viventi e voi li conoscete bene: p. Gianbattista Zanchi, missionario in Bangladesh, che è stato anche superiore generale del nostro Istituto per ben dodici anni, e p. Alberto Sambusiti, missionario prima in Cameroun e poi in Algeria. Tra i defunti, c’è stato un grande vescovo, mons. Ferdinando Guercilena, vescovo di Kengtung, in Birmania. Conosceva bene e stimava p. Cremonesi: infatti lo invitò nel 1951 a tenere gli esercizi spirituali ai preti e alle religiose della sua diocesi.

Ma torniamo al nostro Servo di Dio. Mi sembra di poter applicare a lui le parole di san Paolo nella prima lettura di oggi: “Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, ma una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo” (1 Cor 9, 16). Alfredo sentiva fortemente in sé, come l’Apostolo, l’urgenza di andare ad annunciare il Vangelo in terre lontane. Sentite cosa scriveva il 17 maggio 1922, quando era ancora seminarista diocesano, in una lettera alla zia suor Gemma, che lo sosteneva con la preghiera e il consiglio: “Io mi riconosco straniero in diocesi. […] Io voglio essere missionario […], correre per lande inospitali e crudeli ad annunziare la buona novella, instancabilmente giorno e notte, a tutti e dappertutto, con la parola e con l’esempio, con la penna e soprattutto con la preghiera, e poi suggellare il mio apostolato con il martirio, fecondare con il mio sangue i germi che avrò gettato in quei solchi aridi e incolti”.

Penso sia opportuna una precisazione riguardo al termine “egoista” da lui usato (“a me l’apostolato ristretto ad un paese mi sembra egoista”). Probabilmente vuol dire che considererebbe se stesso egoista se si fermasse a svolgere il ministero in patria, sapendo bene che il Signore lo chiama alle missioni. Su questo possiamo essere d’accordo. È chiaro, però, che nessuno può dare la patente di “egoista” ai sacerdoti che si fermano a lavorare in diocesi, perché a questo si sentono chiamati dal Signore. A ognuno la sua vocazione. Ciascuno si santifica ed è missionario nel posto in cui il Signore lo ha collocato.

Ma torniamo alle parole belle, e anche poetiche, di Alfredo seminarista, che rivelano tutta la sua generosità e il suo zelo apostolico. Io vi vedo abbozzato tutto un programma di vita missionaria. Un programma da lui sognato e, quel che più conta, fedelmente attuato durante i 28 anni di lavoro evangelico instancabile in terra birmana: mente vulcanica, intraprendente, sempre in movimento, divorato dalla sete della salvezza delle anime.

Apostolato della parola e delle opere, della preghiera e dell’esempio, e anche della penna.  Dagli scritti del Servo di Dio traspare infatti il suo talento di scrittore, di poeta, perfino di autore di scritti teatrali, talento che egli mette con entusiasmo a servizio del Vangelo fin dagli anni della formazione e poi in tutta la sua vita sacerdotale e missionaria. Un apostolato che egli – lo dice espressamente – desidera suggellare con il martirio. L’ideale della missione, dunque, è da lui associato a quello del martirio, considerato come un “dono”, una “grazia”, il coronamento di una vita donata.

Che coraggio ci vuole in questo, sorelle e fratelli miei! Non c’è dubbio che può coltivare il desiderio del martirio solo colui o colei che ha una fede granitica e un amore ardente, appassionato a Cristo.

C’è da notare che l’ideale del martirio era abbastanza comune una volta tra i missionari. Basti dire che, nel libretto di preghiere per i membri del PIME, ce n’è una intitolata: Offerta della vita per le Missioni, che certamente il Nostro recitava. Fu composta dal nostro primo martire, il Beato Giovanni Mazzucconi, trucidato per la fede in Oceania nel 1855. La preghiera contiene questa espressione significativa: “Beato quel giorno in cui mi sarà dato di soffrire molto per una causa così santa e umana, ma più beato quello in cui fossi trovato degno di spargere per essa il mio sangue e di incontrare fra i tormenti la morte”[1].

Qualcuno potrebbe dire: “ma questo è masochismo!”. Io direi di no. Il missionario prende solo sul serio la parola di Gesù: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Il discepolo che ama appassionatamente Gesù e il gregge che gli è stato affidato, è disposto anche a versare il sangue, se necessario, per il Vangelo e i fratelli.

Nella storia del nostro Istituto, dal 1850 a oggi, noi abbiamo avuto 19 martiri, di cui ben 5 in Birmania. L’ultimo martire (almeno finora!), p. Fausto Tentorio, è stato martirizzato nelle Filippine nel 2011, per aver difeso i diritti dei tribali. Solo alcuni di questi 19 martiri – un santo (sant’Alberico Crescitelli) e due beati (Giovanni Mazzucconi e Mario Vergara) – hanno per ora raggiunto, come si dice, “la gloria degli altari”, ma la meriterebbero tutti. Il prossimo a essere beatificato speriamo sia proprio il nostro Servo di Dio. Preghiamo per questa intenzione.

Come Gesù, p. Alfredo ha amato le sue pecorelle in modo gratuito, incondizionato, totale, fino a dare la vita per loro. Possiamo dire in tutta verità, secondo la famosa espressione di papa Francesco, che il “pastore” Cremonesi aveva l’odore delle pecore. Egli poteva tranquillamente applicare a sé le parole di san Paolo: “Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero... Mi sono fatto debole per i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (1 Cor 9, 19.22).

Pur cosciente dei rischi, il Servo di Dio, ritornato alla fine alla sua antica missione di Donokù (i birmani la chiamano Kyaukpon), ha voluto rimanere con i suoi cariani sino alla fine, condividendone le pene, le gioie e le speranze. Fino a quel 7 febbraio 1953, quando è stato crivellato di pallottole dai soldati governativi, “in odium fidei” e per aver difeso il capo villaggio, ottimo cristiano, dalla falsa accusa di essere connivente con i ribelli.

Nel brano evangelico che abbiamo ascoltato, Gesù avverte i suoi discepoli, all’atto di mandarli in missione: “Ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi…” (Lc 10,3). Si sa che gli agnelli corrono sempre il rischio di essere sbranati dai lupi. E tuttavia, è questa la potenza misteriosa del Vangelo di Cristo: quando penetra in profondità nel cuore degli uomini, a poco a poco può giungere a convertire anche le belve in agnelli. Fuori di metafora: il Vangelo vissuto può trasformare la società basata sulla violenza e la sopraffazione in una società umana, giusta, solidale, fraterna. È questa la speranza che p. Alfredo, uomo di dialogo, di pace e di riconciliazione, ha sempre coltivato nel proprio cuore nello svolgimento della sua missione.

Continuando la riflessione sul brano evangelico di oggi, fermiamo un momento la nostra attenzione su quell’altra parola di Gesù rivolta ai discepoli: “Non portate borsa, né sacca, né sandali”. Se gli evangelizzatori dovessero prendere alla lettera questo comando di Gesù, sarebbero tutti in difetto, eccetto, forse, quei primi 72 discepoli che furono inviati da Gesù in missione solo con quello che avevano addosso. Comunque, il senso è abbastanza chiaro: Gesù esige dai discepoli-missionari la povertà, il cuore libero da ogni tipo di attaccamento disordinato alle cose, ai beni materiali, il non fare affidamento sul denaro per la diffusione del Vangelo. Un altro nostro Beato, p. Paolo Manna, che era stato anche lui missionario in Birmania, da superiore generale, avvertiva i suoi missionari: “Il Vangelo non farà molta strada appoggiato alle grucce del denaro!”[2]. Una affermazione eloquente, la cui verità ha trovato sempre conferma nella storia della Chiesa lungo il corso dei secoli.

La povertà: ecco il consiglio evangelico che il nostro padre Alfredo ha vissuto con radicalismo impressionante, un po’ per scelta personale, un po’ perché gli aiuti materiali a quei tempi, in quella tribolata terra d’Oriente, tardavano ad arrivare o arrivavano proprio “col contagocce”. Povertà e spirito di sacrificio a tutta prova. E così… il missionario “tirava la cinghia”, come si suol dire, con una alimentazione veramente spartana (il più delle volte: riso bollito con sale, peperoncino piccante ed erbe amare bollite). Ovviamente l’organismo, maltrattato e indebolito dalla denutrizione, finiva con l’essere maggiormente esposto alle malattie, in particolare alle febbri malariche, che infatti attaccavano p. Alfredo a scadenze ravvicinate. Eppure lui non si deprimeva, anche se ogni tanto sfogava con i parenti e gli amici le proprie amarezze, come è umano.

Io vi confesso che nei miei trent’anni di vita missionaria in Guinea-Bissau, Africa occidentale, non ho sofferto neppure un terzo degli stenti, delle privazioni e delle tribolazioni di p. Alfredo, eccetto gli attacchi di malaria, che anche per me, come per lui, erano abbastanza frequenti e fastidiosi.

Il Nostro ha perseverato con tenacia, nonostante tutto, nei suoi viaggi apostolici, quasi sempre a piedi – non poteva permettersi il “lusso” di un cavallo – assoggettandosi a strapazzi e fatiche di ogni genere. Certo, non si vergognava di stendere la mano a parenti e amici, avendo tanti bisogni da soddisfare, in particolare durante gli anni terribili della seconda guerra mondiale e poi, dopo l’indipendenza, durante la guerra civile tra i birmani al governo e le etnie minoritarie. E non mancavano le anime generose che rispondevano ai suoi appelli. Purtroppo, come dicevamo, gli aiuti erano sempre inadeguati alle necessità, con tante bocche da sfamare, quelle degli orfani e della gente povera, catechisti da mantenere, chiese, case per missionari e suore da costruire, ecc.

Ci domandiamo: chi o che cosa gli dava la forza per affrontare un simile stile di vita al limite della resistenza umana? Per la risposta, basta leggere le sue lettere e le testimonianze dei confratelli. P. Alfredo era un uomo che coltivava una profonda vita interiore, con un amore ardente all’Eucaristia, alla Parola di Dio, alla Madonna, a santa Teresa del Bambino Gesù, Patrona delle Missioni. All’intercessione della Santa di Lisieux attribuiva la guarigione dal linfatismo che lo aveva colpito durante gli anni di liceo. In particolare il Nostro attingeva luce e forza dalla fedeltà quotidiana alla sua ora di adorazione notturna, dalla mezzanotte all’una e talvolta anche oltre.

Certo anche a lui, povera creatura umana, non mancavano le tentazioni di scoraggiamento, come quella volta che scriveva: “Vi dico il vero che molte volte mi son sorpreso a piangere come un bambino al pensiero di tanto bene da fare e alla mia assoluta miseria, e non una sola volta, schiacciato sotto il peso dello scoraggiamento, ho chiesto al Signore che era meglio che mi facesse morire, piuttosto che essere un operaio così forzatamente inattivo dinanzi alla messe biondeggiante” (lettera ai familiari, 24 novembre 1933). Ma tutto egli superava con la sua fede granitica e il suo filiale abbandono nelle mani del Signore e della Vergine Maria, Regina degli Apostoli, patrona del nostro Istituto fin dagli inizi.

Penso che p. Alfredo non abbia mai cambiato idea riguardo a quanto scriveva nel primo anno di missione (1926): “Se nascessi mille volte, mille volte tornerei in missione!”.

Forse ho già abusato della vostra pazienza. Mi piace concludere con le parole del vostro vescovo di quel tempo, mons. Giuseppe Piazzi, nella comunicazione che egli diede alla diocesi sul settimanale “Il Nuovo Torrazzo” il 14 febbraio 1953, a pochi giorni dal sacrificio del Servo di Dio:

“Il suo martirio risvegli la nostra neghittosità nel servizio del Signore e ci insegni che è glorioso dare per il nostro Dio anche la vita. E ravvivi nel nostro popolo la fiamma missionaria: chi sarà quel generoso che vorrà prenderne il posto? Per il sangue di padre Cremonesi Dio ci benedica tutti”.

Parole stupende! Siamo invitati a scolpirle nel nostro cuore.

P. Giovanni Musi

Postulatore Generale del PIME


[1] Pregare per essere apostoli, PIME Roma 1960, p. 59.   

[2] Paolo Manna, Virtù apostoliche, EMI Bologna 1997, p. 170. 

  • Creato il .

Italia - Promulgazione decreto virtù del Servo di Dio Angelo Ramazzotti

Consegnato al Postulatore Generale del PIME P. Giovanni Musi poco prima di Pasqua il Decreto sulle virtù del Servo di Dio Angelo Ramazzotti. Ricordiamo che il 14 dicembre scorso, il Papa aveva concesso al Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi l’autorizzazione a promulgare il Decreto concernente l’eroicità delle virtù del nostro Fondatore che ora ha il titolo di Venerabile.

 

 

Ramazzotti

  • Creato il .

25° della morte del Servo di Dio Fr. Felice Tantardini

Il 23 marzo prossimo si celebra il 25° anniversario della "nascita al cielo" del Servo di Dio Fr. Felice Tantardini. In occasione di tale ricorrenza è stata inviata a tutti i confratelli una lettera di P. Giovanni Musi, Postulatore Generale, assieme al file de "Il fabbro di Dio", autobiografia di Fr. Felice.

È stato inoltre creato un programma di power point (apri sezione "Missione e Santità" in intranet) che ripercorre le tappe della vita di Fr. Felice, missionario del PIME in Myanmar.

 

Santità, Tantardini, Beati, Myanmar

  • Creato il .

Italia - Il Servo di Dio Angelo Ramazzotti prossimo Venerabile

Il 1° dicembre 2015 i Cardinali e i Vescovi Membri della Congregazione delle Cause dei Santi, riuniti in sessione ordinaria, si sono espressi positivamente circa le virtù eroiche del Servo di Dio Angelo Ramazzotti. Non appena il Santo Padre approverà definitivamente tale parere, la stessa Congregazione promulgherà il relativo Decreto in base al quale al Fondatore del PIME verrà riconosciuto il titolo di “Venerabile”.

Ramazzotti

  • Creato il .

Italia - Ringraziamento finale alla S. Messa in ricordo dell’'anniversario della morte del nostro Fondatore Mons. Angelo Ramazzotti

Brambillasca P.Ferruccio


Milano, 27 settembre 2015
Sua Eminenza Card. Angelo Scola, Mons. Elli Michele, Superiore degli Oblati di Rho e Vicario Episcopale del Card. Scola, sacerdoti, religiosi e religiose, superiori e seminaristi del nostro seminario teologico di Monza e tutti voi qui presenti a questa celebrazione, un grazie di cuore a nome di tutto il nostro Istituto.
Con questa celebrazione presieduta dal Card. Scola (che ringrazio ancora una volta per essere stato presente, nonostante i suoi tanti impegni, a questa funzione...) abbiamo voluto ricordare l’anniversario della morte del nostro Fondatore, Mons. Angelo Ramazzotti, di cui le spoglie mortali sono custodite in questa chiesa di san Francesco Saverio, presso la Casa Madre del nostro Istituto.
Qualche settimana fa abbiamo anche concluso un anno speciale dedicato al nostro Fondatore che, speriamo, entro la fine dell’anno possa essere dichiarato dal Papa Venerabile, attraverso la promulgazione del decreto per l’eroicità delle virtù.
In questo anno dedicato al nostro Fondatore, abbiamo svolto iniziative di vario genere. Tra queste ricordo, in modo particolare, una seria riflessione sul nostro carisma missionario in vista di una vera conversione a ciò che il Signore ci ha chiamato e una preghiera costante per la guarigione di due nostri confratelli gravemente ammalati, P. Vanin Bruno, morto qualche mese fa, e P. Nelson Meshian, un giovane padre indiano del Pime che ho incontrato proprio la settimana scorsa durante la mia visita in India.
Padre Nelson sta sopportando con molta fede e serenità la sua malattia, sempre sorridente con chi viene per visitarlo o per chi viene per un semplice saluto. Inoltre, pur non potendo esprimere con molte parole un senso di ringraziamento per coloro che lo stanno curando, attraverso un semplice inchino o un piccolo gesto con la mano, esprime con profondità il suo ringraziamento alla vita.
Fede, serenità e ringraziamento sono gli insegnamenti che P. Nelson, sicuramente attraverso l’aiuto del nostro Fondatore, ci sta donando in questi giorni.
Siano questi anche gli insegnamenti che vogliamo portare con noi al termine di questa celebrazione, sull’esempio del nostro Fondatore che ha sempre vissuto con fede il suo slancio pastorale e missionario.
Se noi missionari del Pime, in modo particolare al termine di questo anno dedicato al nostro Fondatore, sapremo vivere con fede e serenità la nostra missione qualunque essa sia, e sapremo sempre ringraziare il Signore per il grande dono che abbiamo ricevuto della vocazione missionaria, qualunque sia il nostro stato attuale, credo che tutto ciò sarà il primo risultato che tutti noi possiamo desiderare dopo un anno ricco di iniziative e di preghiere, prima di qualsiasi miracolo del nostro Fondatore che tutti noi comunque attendiamo felicemente.
Di nuovo grazie a tutti e che Maria, Regina degli Apostoli, ci accompagni sempre sulle strade della missione.
P. Ferruccio Brambillasca, Pime
Superiore Generale

Ramazzotti, Scola

  • Creato il .

Myanmar - I frutti del martirio di Mario e Isidoro

"Sanguis martyrum semen cristianorum". La storia della Chiesa prova la verità di questo detto di Tertulliano, il sangue dei martiri è il seme di nuovi cristiani. L'ultima dimostrazione è nella beatificazione dei due martiri padre Mario Vergara missionario del PIME (1910-1950) e il suo catechista Isidoro Ngei Ko Lat (1918-1950), martirizzati il 25 maggio 1950 e beatificati oggi, 24 maggio 2014 nella Cattedrale di Aversa (Caserta) dal card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione dei Santi.
Della loro vita e del martirio si è già scritto molto. Isidoro è il primo cristiano nato in Birmania che diventa Beato e questo è un forte segno per la Chiesa di Myanmar e specialmente per la diocesi di Loikaw e dello Stato di Kayah, che nell'ultimo mezzo secolo ha conosciuto un incremento straordinario di battezzati e di catecumeni. Il Myanmar è uno Stato federale e Kayah è lo stato dei cariani (karen), l'etnia evangelizzata dai missionari del Pime che sono in Birmania dal 1867. Oggi, su circa 300.000 abitanti, i cattolici battezzati sono 80.000, circa il 25% della popolazione in gran parte animista (il culto degli spiriti), ma anche appartenenti a varie Chiese e sette protestanti.
In tutta la Birmania, su 53 milioni di abitanti, i cattolici sono circa 500.000, meno dell'1%. Quale il segreto di questo movimento di conversioni a Cristo fra le tribù? Lo spiega la storia delle missioni in Birmania, che hanno avuto un glorioso passato (1721-1830) di cui furono protagonisti i Barnabiti italiani (inventori e stampatori dell'"Alphabetum Barmanum") che avevano convertito alcuni membri della famiglia reale dell'Impero birmano che si estendeva anche all'attuale Thailandia. La missione moderna inizia nel 1834 con i Missionari di Parigi, che si fermano all'etnia dominante del paese, i birmani, di religione buddista. Ma i birmani sono circa il 60% degli abitanti, gli altri appartengono e numerose etnie tribali di religione animista.
Quando il Pime entra in Birmania nel 1867 all'inizio della colonizzazione inglese, vista l'impossibilità di convertire i buddisti, i missionari attraversano il fiume Sittang ed entrano nelle regioni tribali, contro il parere del governatore inglese che dice: "Se passate il fiume, noi inglesi non possiamo più proteggervi". Il capo missione, padre Eugenio Biffi, risponde: "Ma noi siamo protetti da Gesù Cristo". Così nasce la Chiesa del Myanmar, anche oggi formata in gran parte dalle popolazioni primitive che allora vivevano ancora in un tempo preistorico. Attraverso le scuole e l'assistenza sanitaria delle missioni cristiane (anche protestanti), oggi i tribali hanno acquisito una buona promozione sociale e una forte identità delle loro etnie e culture.
I missionari del Pime hanno evangelizzato la Birmania Orientale fondandovi una arcidiocesi e cinque diocesi (su 16), che complessivamente hanno poco meno della metà dei cattolici del paese; e hanno portato nel paese le due principali congregazioni femminili: le Suore della Riparazione (presenti dal 1895) e le Suore di Maria Bambina (dal 1912). Importante anche il metodo missionario: non aspettare in città i tribali che volevano convertirsi (come facevano i missionari protestanti), ma mettere missionari residenti sul posto nei punti più importanti di quei vasti territori; e poi visitare i villaggi, fermarsi a mangiare e dormire, vivere con la gente più umile, promuovere il loro sviluppo umano anche attraverso il Vangelo, insomma donare veramente la vita per il popolo, che infatti rispondeva bene. Nei primi 50 anni della missione in Birmania, l'età media in cui morivano i missionari italiani era sui 35 anni, morivano denutriti e di stenti perché non avevano soldi per acquistare cibo sostanzioso. Quando il Beato padre Paolo Manna visita la prefettura apostolica di Kengtung (1928), dice a mons. Bonetta: "Se ti muore ancora un missionario sotto i trent'anni, non ti mando più nessuno". Il povero Bonetta, anche lui strapelato, visitando i missionari quando ne trovava uno troppo magro, lo mandava per un mese nella casa episcopale "perché là potrai mangiare meglio". E il Beato Clemente Vismara, che allevava galline e anitre, quando veniva a trovarlo un confratello gli dava da bere due uova sbattute con un po' di zucchero, come ricostituente; una volta, un suo fratello gli manda un scatola di dolci italiani e lui ringrazia ma scrive: "Non mandarmene più, è meglio che io dimentichi che esistono queste dolcezze".
Ho scritto la storia del Pime in Birmania ("Missione Birmania", Emi 2007) e leggendo le lettere dei missionari, spesso mi sono commosso fino alle lacrime, quando raccontano eroismi oggi per noi impensabili come fatti ordinari della loro vita, avendo anche visitato più volte quelle montagne e foreste ai confini con Laos, Cina e Thailandia. Le conversioni a Loikaw e nella Birmania orientale vengono dai cinque martiri del Pime e dai tanti martiri fra i preti, i catechisti e i laici indigeni, ma anche da questo metodo di fare missione, vivere fra il popolo. Papa Francesco non lo conosce, altrimenti l'avrebbe citato nella sua "Evangelii Gaudium", dove insiste molto sulla povertà della Chiesa e dei pastori del gregge di Cristo.
P. Piero Gheddo

  • Creato il .