Italia - Ringraziamento finale alla S. Messa in ricordo dell'anniversario della morte del nostro Fondatore Mons. Angelo Ramazzotti
Brambillasca P.Ferruccio
Milano, 27 settembre 2015
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Brambillasca P.Ferruccio
"Sanguis martyrum semen cristianorum". La storia della Chiesa prova la verità di questo detto di Tertulliano, il sangue dei martiri è il seme di nuovi cristiani. L'ultima dimostrazione è nella beatificazione dei due martiri padre Mario Vergara missionario del PIME (1910-1950) e il suo catechista Isidoro Ngei Ko Lat (1918-1950), martirizzati il 25 maggio 1950 e beatificati oggi, 24 maggio 2014 nella Cattedrale di Aversa (Caserta) dal card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione dei Santi.
Della loro vita e del martirio si è già scritto molto. Isidoro è il primo cristiano nato in Birmania che diventa Beato e questo è un forte segno per la Chiesa di Myanmar e specialmente per la diocesi di Loikaw e dello Stato di Kayah, che nell'ultimo mezzo secolo ha conosciuto un incremento straordinario di battezzati e di catecumeni. Il Myanmar è uno Stato federale e Kayah è lo stato dei cariani (karen), l'etnia evangelizzata dai missionari del Pime che sono in Birmania dal 1867. Oggi, su circa 300.000 abitanti, i cattolici battezzati sono 80.000, circa il 25% della popolazione in gran parte animista (il culto degli spiriti), ma anche appartenenti a varie Chiese e sette protestanti.
In tutta la Birmania, su 53 milioni di abitanti, i cattolici sono circa 500.000, meno dell'1%. Quale il segreto di questo movimento di conversioni a Cristo fra le tribù? Lo spiega la storia delle missioni in Birmania, che hanno avuto un glorioso passato (1721-1830) di cui furono protagonisti i Barnabiti italiani (inventori e stampatori dell'"Alphabetum Barmanum") che avevano convertito alcuni membri della famiglia reale dell'Impero birmano che si estendeva anche all'attuale Thailandia. La missione moderna inizia nel 1834 con i Missionari di Parigi, che si fermano all'etnia dominante del paese, i birmani, di religione buddista. Ma i birmani sono circa il 60% degli abitanti, gli altri appartengono e numerose etnie tribali di religione animista.
Quando il Pime entra in Birmania nel 1867 all'inizio della colonizzazione inglese, vista l'impossibilità di convertire i buddisti, i missionari attraversano il fiume Sittang ed entrano nelle regioni tribali, contro il parere del governatore inglese che dice: "Se passate il fiume, noi inglesi non possiamo più proteggervi". Il capo missione, padre Eugenio Biffi, risponde: "Ma noi siamo protetti da Gesù Cristo". Così nasce la Chiesa del Myanmar, anche oggi formata in gran parte dalle popolazioni primitive che allora vivevano ancora in un tempo preistorico. Attraverso le scuole e l'assistenza sanitaria delle missioni cristiane (anche protestanti), oggi i tribali hanno acquisito una buona promozione sociale e una forte identità delle loro etnie e culture.
I missionari del Pime hanno evangelizzato la Birmania Orientale fondandovi una arcidiocesi e cinque diocesi (su 16), che complessivamente hanno poco meno della metà dei cattolici del paese; e hanno portato nel paese le due principali congregazioni femminili: le Suore della Riparazione (presenti dal 1895) e le Suore di Maria Bambina (dal 1912). Importante anche il metodo missionario: non aspettare in città i tribali che volevano convertirsi (come facevano i missionari protestanti), ma mettere missionari residenti sul posto nei punti più importanti di quei vasti territori; e poi visitare i villaggi, fermarsi a mangiare e dormire, vivere con la gente più umile, promuovere il loro sviluppo umano anche attraverso il Vangelo, insomma donare veramente la vita per il popolo, che infatti rispondeva bene. Nei primi 50 anni della missione in Birmania, l'età media in cui morivano i missionari italiani era sui 35 anni, morivano denutriti e di stenti perché non avevano soldi per acquistare cibo sostanzioso. Quando il Beato padre Paolo Manna visita la prefettura apostolica di Kengtung (1928), dice a mons. Bonetta: "Se ti muore ancora un missionario sotto i trent'anni, non ti mando più nessuno". Il povero Bonetta, anche lui strapelato, visitando i missionari quando ne trovava uno troppo magro, lo mandava per un mese nella casa episcopale "perché là potrai mangiare meglio". E il Beato Clemente Vismara, che allevava galline e anitre, quando veniva a trovarlo un confratello gli dava da bere due uova sbattute con un po' di zucchero, come ricostituente; una volta, un suo fratello gli manda un scatola di dolci italiani e lui ringrazia ma scrive: "Non mandarmene più, è meglio che io dimentichi che esistono queste dolcezze".
Ho scritto la storia del Pime in Birmania ("Missione Birmania", Emi 2007) e leggendo le lettere dei missionari, spesso mi sono commosso fino alle lacrime, quando raccontano eroismi oggi per noi impensabili come fatti ordinari della loro vita, avendo anche visitato più volte quelle montagne e foreste ai confini con Laos, Cina e Thailandia. Le conversioni a Loikaw e nella Birmania orientale vengono dai cinque martiri del Pime e dai tanti martiri fra i preti, i catechisti e i laici indigeni, ma anche da questo metodo di fare missione, vivere fra il popolo. Papa Francesco non lo conosce, altrimenti l'avrebbe citato nella sua "Evangelii Gaudium", dove insiste molto sulla povertà della Chiesa e dei pastori del gregge di Cristo.
P. Piero Gheddo
21/05/2014 - Città del Vaticano (AsiaNews) - L'invito a pregare per i cattolici cinesi nel giorno in cui si venera la Vergine di Sheshan e l'annuncio della beatificazione di Mario Vergara, sacerdote del PIME, e Isidoro Ngei Ko Lat fedele laico e catechista, uccisi nel 1950 in Birmania, in odio alla fede cristiana, hanno segnato l'udienza generale di oggi, nella quale papa Francesco, continuando a illustrare i doni dello Spirito Santo, ha parlato della "scienza". In tale ambito, papa Francesco ha sottolineato "il peccato" di non tutelare il "dono del Creato". "Se - ha aggiunto - noi distruggiamo il dono del creato, il creato ci distruggerà".
Alle 70mila persone presenti in piazza san Pietro, tra le quali è lungamente passato con la jeep, il Papa ha evidenziato che "la scienza che viene dallo Spirito Santo non si limita alla conoscenza umana: è un dono speciale, che ci porta a cogliere, attraverso il creato, la grandezza e l'amore di Dio e la sua relazione profonda con ogni creatura. Quando i nostri occhi sono illuminati dallo Spirito, si aprono alla contemplazione di Dio, nella bellezza della natura e nella grandiosità del cosmo, e ci portano a scoprire come ogni cosa ci parla di Lui, ogni cosa ci parla del suo amore. Tutto questo suscita in noi grande stupore e un profondo senso di gratitudine! È la sensazione che proviamo anche quando ammiriamo un'opera d'arte o qualsiasi meraviglia che sia frutto dell'ingegno e della creatività dell'uomo: di fronte a tutto questo, lo Spirito ci porta a lodare il Signore dal profondo del nostro cuore e a riconoscere, in tutto ciò che abbiamo e siamo, un dono inestimabile di Dio e un segno del suo infinito amore per noi".
"Nel primo capitolo della Genesi, proprio all'inizio di tutta la Bibbia - ha osservato - si mette in evidenza che Dio si compiace della sua creazione, sottolineando ripetutamente la bellezza e la bontà di ogni cosa. Al termine di ogni giornata, è scritto: «Dio vide che era cosa buona». Ma se Dio vede che il creato è una cosa buona e una cosa bella, anche noi dobbiamo andare in questo atteggiamento, di vedere che il creato è cosa buona e bella. Ecco il dono della scienza, di questa bellezza: lodiamo Dio, ringraziamo Dio, di averci dato tanta bellezza a noi. E questa è la strada. E quando Dio finì di creare l'uomo, non dice: 'Vide che era cosa buona', dice che era 'molto buona!'. Ci avvicina a Lui! Agli occhi di Dio noi siamo la cosa più bella, più grande, più buona, della creazione. 'Ma padre, gli angeli?'. No, gli angeli, sono sotto di noi, noi siamo più degli angeli! Lo abbiamo sentito nel libro dei Salmi, che ci vuole bene il Signore! Dobbiamo ringraziarlo per questo".
Il dono della scienza ci pone in profonda sintonia con il Creatore e ci fa partecipare alla limpidezza del suo sguardo e del suo giudizio. Ed è in questa prospettiva che riusciamo a cogliere nell'uomo e nella donna il vertice della creazione, come compimento di un disegno d'amore che è impresso in ognuno di noi e che ci fa riconoscere come fratelli e sorelle".
"Tutto questo è motivo di serenità e di pace e fa del cristiano un testimone gioioso di Dio, sulla scia di san Francesco d'Assisi e di tanti santi che hanno saputo lodare e cantare il suo amore attraverso la contemplazione del creato. Allo stesso tempo, però, il dono della scienza ci aiuta a non cadere in alcuni atteggiamenti eccessivi o sbagliati. Il primo è costituito dal rischio di considerarci padroni del creato. Il creato non è una proprietà, di cui possiamo spadroneggiare a nostro piacimento; né, tanto meno, è una proprietà solo di alcuni, di pochi: il creato è un dono, è un dono meraviglioso che Dio ci ha dato, perché ne abbiamo cura e lo utilizziamo a beneficio di tutti, sempre con grande rispetto e gratitudine.
"Il secondo atteggiamento sbagliato è rappresentato dalla tentazione di fermarci alle creature, come se queste possano offrire la risposta a tutte le nostre attese. È lo Spirito Santo, con il dono della scienza, che ci aiuta a non cadere in questo. Ma io vorrei ritornare sulla prima via sbagliata. Custodire il creato, non impadronirsi del creato. Dobbiamo custodire il creato. E' un dono che il Signore ci ha dato, per noi: è il regalo di Dio a noi. Noi siamo custodi del creato. Ma, quando noi sfruttiamo il creato, distruggiamo il segno di amore di Dio. Distruggere il creato è dire a Dio: 'Non mi piace, questo non è buono'. 'E cosa piace a te?' ... 'me stesso'. Ecco il peccato. Avete visto? E la custodia del creato è proprio la custodia del dono di Dio e anche è dire a Dio: 'Grazie, io sono il padrone del creato. Ma, per farlo avanti, io non distruggerò mai il tuo dono'. E questo deve essere l'atteggiamento nostro nei confronti del creato. Custodirlo, perché se noi distruggiamo il creato ci distruggerà. Non dimenticare quello! Una volta ero in campagna e ho sentito un detto da una persona semplice, alla quale piacevano tanto i fiori, e lui custodiva questi fiori, e mi ha detto: 'Dobbiamo custodire queste cose belle che Dio ci ha dato. Il creato è per noi perché noi ne approfittiamo bene. Non sfruttarlo, custodirlo. Perché lei sa, padre - così mi ha detto -, Dio perdona sempre'. 'Sì, questo è vero, Dio perdona sempre'. 'Noi persone umane, uomini e donne, perdoniamo alcune volte'. - Eh, sì, alcune non perdoniamo... - 'Ma il creato, padre, non perdona mai e se tu non lo custodisci, lui ti distruggerà'. Questo deve farci pensare e chiedere allo Spirito Santo il dono, questo della scienza, per capire bene che il creato è il più bel regalo di Dio, che Lui ha detto: questo è buono, questo è buono, questo è buono e questo è il regalo per la cosa più buona che ho creato che è la persona umana.
Alle persone presenti all'udienza generale, il Papa ha poi ricordato che "il 24 maggio ricorre la memoria liturgica della Beata Vergine Maria Aiuto dei Cristiani, venerata con molta devozione nel santuario di Sheshan a Shangai. Chiedo a tutti i fedeli di pregare affinché, sotto la protezione della Madre Ausiliatrice, i cattolici in Cina continuino a credere, a sperare e ad amare e siano, in ogni circostanza, fermento di armoniosa convivenza tra i loro concittadini".
"Sempre sabato prossimo - ha aggiunto - ad Aversa, verranno proclamati beati Mario Vergara, sacerdote del PIME, e Isidoro Ngei Ko Lat, fedele laico e catechista, uccisi nel 1950 in Birmania, in odio alla fede cristiana. La loro eroica fedeltà a Cristo possa essere di incoraggiamento e di esempio ai missionari e specialmente ai catechisti che nelle terre di missione svolgono una preziosa e insostituibile opera apostolica, per la quale tutta la Chiesa è loro grata".
Prima di concludere l'incontro, papa Francesco è tornato ancora a chiedere preghiere e aiuti per le popolazioni di Bosnia ed Erzegovina e Serbia e ha ricordato che sabato prossimo partirà per la Terra Santa, innanzi tutto per commemorare con il patriarca ecumenico Bartolomeo lo storico abbraccio di 50 anni fa tra Paolo VI e Atenagora - "Pietro e Andrea si incontreranno un'altra volta e questo è molto bello" - e poi "per la pace in quella terra che soffre tanto".
Pubblichiamo due lettere del Servo di Dio padre Vergara (ormai prossimo alla beatificazione) alla cognata Maria, moglie del fratello Luigi. La prima è scritta subito dopo la Pasqua del 1937 e la seconda, a distanza di un anno, in Quaresima.
Riteniamo siano interessanti per vari motivi. Innanzitutto perché lasciano trasparire le qualità umane del missionario frattese del PIME: saggezza, equilibrio, affettività premurosa e delicata. Rivelano inoltre il suo cuore amareggiato, sì, ma sgombro da ogni sia pur minimo risentimento verso il fratello che pure lo aveva cinicamente depredato, in patria, di quei beni che gli spettavano di diritto e di cui aveva tanto bisogno per sostenere le sue opere religiose, caritative e di promozione umana. Traspare inoltre, come sempre, il suo profondo spirito di fede, di fortezza e di pazienza nel sopportare avversità e grattacapi di ogni genere. Malattie gravi (in particolare il tifo, che lo aveva portato sull'orlo della tomba), caldo asfissiante, pregiudizi e diffidenze...: niente lo spaventa, mentre si sobbarca a un ritmo di lavoro apostolico che ha dell'incredibile.
P. Mario scrive da Htithasaw (pr. Citaciò), nel distretto affidatogli, alla fine del 1935, dal Vescovo del PIME mons. Vittorio Emanuele Sagrada, tra i Cariani rossi della tribù dei Soka, una delle più povere e primitive della Birmania. Il "novello Vescovo", cui accenna il Servo di Dio nella seconda lettera, è mons. Alfredo Lanfranconi (nella foto con p. Mario e i suoi catechisti), succeduto a mons. Sagrada come Vicario Apostolico di Toungoo nell'agosto 1937.
Htithasaw 16-4-1937
Venga il Tuo Regno!
Carissima Maria
Ho ricevuta con molto piacere la tua. Come vedi il Signore mi conserva ancora tra i vivi benché abbia avuto alcune settimane fa un altro attacco di tifo che mi ha lasciato molto debole. Qui però non si può guardare molto per il sottile perché il lavoro e i grattacapi sono molti e non si può stare in riposo anche se mancano le forze.Come buona notizia ti faccio sapere che sto per guadagnare alla Fede un villaggio di Protestanti: bisogna pregare! È troppo difficile convertire i protestanti: hanno troppi pregiudizi contro di noi cattolici.Qui è cominciata già da un mese la stagione dei grandi calori: ne avremo per quattro mesi: c'è da morire asfissiati!Spero che abbia passata bene la S. Pasqua, io l'ho passata a letto.Il tuo interessamento e le espressioni di affetto per la mia malattia mi commuovono; io però non ho paura di morire. Scrivo in pari data a Luigi rispondendo ad una sua, dopo due anni che non mi scriveva.Condiscendendo ai suoi desideri mi contento di solo £ 10mila come risarcimento della sala di pranzo e così spero ogni cosa possa finire. Non posso rinunziare a questo denaro perché sono stracarico di debiti e le mie necessità sono infinite. Ho saputo che il commercio non va tanto male per Luigi e ne godo di cuore. Ho da scrivere ancora 4 lettere e mi manca la volontà a causa del caldo, perciò contentati di queste poche parole. Abbraccio e bacio i miei cari nipoti di cui desidero notizie.
Ti saluto con affetto
Tuo cognato P. Mario Vergara.
P.S. Per qualche offerta indirizza al mio nome: Pontificio Istituto Missioni Estere, Via Monterosa 81 - Milano
Htithasaw 1-4-1938
Venga il Tuo Regno!
Carissima Maria
Non devi preoccuparti se la mia corrispondenza non è così frequente come tu vorresti.
Se io avessi a morire, ne riceveresti subito telegramma per via aerea; quindi da questo lato puoi essere sicura.
Io sono sempre in difficoltà per la corrispondenza. Se tu consideri che ho 29 villaggi cattolici da guardare - oltre i villaggi protestanti - e che io devo visitare almeno 4 volte all'anno e che ogni visita mi porta via al minimo 1 mese e mezzo, vedrai subito come almeno 6 mesi all'anno io non sono a casa. Vi sono poi ogni tanto visite in altri Distretti per aiutare i Confratelli o per confessarci scambievolmente etc. Quindi di tempo disponibile ce n'è poco, e molte volte quando si ha del tempo non si hanno le disposizioni morali per scrivervi.
A te basti sapere che assolutamente non ho alcun rancore verso dl te - né l'ho verso Luigi - anzi ti voglio bene, ti stimo, ti sono grato delle preoccupazioni che mostri nei miei riguardi, e prego per te e per la tua famiglia.
Non pretendo denaro da te, perché tu sei madre di famiglia e le mamme hanno sempre da fare tante spese e spesucce per i figli, di cui il padre non ne vuole e non ne deve sapere per la pace della casa. Delle pretese se le ho, le ho verso mio fratello il quale spende e spande inutilmente ma non pensa a sciogliere i debiti di giustizia che ha verso di me. Io non ho alcun rancore verso mio fratello ma lui poi davanti al Signore non può trovarsi bene in coscienza. Gli ho rimesso quasi tutto quello che avrebbe dovuto; speravo che lui avesse riparato con offerte spontanee alle mie opere, invece non mi dà nemmeno quel poco che mi deve.
Mia zia Orsolina benché deve ricevere ancora il debito di £ 6mila, pure quasi ogni mese mi manda £ 100. Oggi ho ricevuto un'altra sua lettera in cui mi annunzia £ 100 da parte sua e £ 200 da parte di D. Marco Farina. Quattro o cinque mesi fa mi mandò £ 4mila per una cappella di legno da costruire in un mio villaggio a memoria di Zio Luigi; e nella lettera di oggi mi promette per la prossima annata di commercio altre £ 4mila per un'altra cappella in memoria di zio Pasquale. Questo vorrei lo sapesse mio fratello il quale mi dà soltanto delle parole. Perfino nella colletta pubblica che fecero per me a Fratta, mia zia diede £ 100 e mio fratello solo £ 2.
Io ti ringrazio tanto e poi tanto per la cioccolata e l'offerta che mi mandasti tramite il mio novello Vescovo. Ricevetti pure le lettere con le fotografie e mi meraviglio vedere Gennaro diventato già un giovanotto, io lo penso ancora un ragazzino. La lettera che però mi ha scritta è fredda come il ghiaccio.
Io sto bene, ma quando vado in giro, le visceri non funzionano.
Dopo Pasqua devo seguire il Vescovo in giro per 2 mesi. Povere gambe!
Per la S. Pasqua farò gli auguri a te ed ai tuoi davanti all'Altare. Baci ai bimbi: tanti saluti. Prega per me.
Tuo aff.mo
Mario
È passato un anno dall'arrivo di padre Mario a Toungoo, in Birmania orientale. Si sa che uno dei primi impegni del missionario appena giunto in terra di missione è l'apprendimento delle lingue dei popoli ai quali è chiamato ad annunziare-testimoniare il Vangelo. P. Mario, accolto a braccia aperte dal vescovo mons. Vittorio Emanuele Sagrada, si applica subito con tenacia allo studio prima dell'inglese (essendo allora la Birmania un protettorato britannico), poi del birmano e delle lingue etniche. All'inizio è suo professore il padre Pasquale Ziello, che egli conosceva bene, essendo stato suo insegnante nel seminario diocesano di Aversa.
Toungoo, 7/10/1935
Venga il Tuo Regno, Gesù!
Carissimo mio piccolo Gennaro
Tuo zio è stato proprio molto contento di avere ancora una tua bella letterina dopo tanto tempo che non riceveva notizie da alcuno dei suoi parenti.
Bravo il mio piccolo Gennaro! Sono contento di vederti ancora buono ed affezionato verso lo zio.
Mi è dispiaciuto tanto che sia stato ammalato ed abbia dovuto subire l'operazioncina alla gola; ma meglio così, giacché ora sei una volta per sempre liberato da quelle continue seccature alla gola, Voglio pure congratularmi con te perché, benché tu sia stato ammalato tanto tempo, pure hai superati gli esami, ed anzi ti sentivi tanto sicuro da pensare ad un passaggio supplementare durante le vacanze; questo senza dubbio indica che durante l'anno hai studiato e fatto tutto il tuo dovere nel convitto. Peccato, che papà si sia deciso troppo tardi a farti andare in collegio.
Bravo, continua a studiare e soprattutto ad essere buono verso i tuoi compagni, rispettoso verso i tuoi superiori ed attaccato al collegio dove studi. E qui, permetti allo zio di raccomandarti qualche cosa più in particolare, cioè la fuga dei cattivi compagni. I cattivi compagni, lo sai, sono quelli che parlano di cose sporche, che mormorano sempre, e studiano mai. Sono come le mele fradicie che rovinano tutte le altre mele. Tu questi compagni non devi disprezzarli, ma devi evitarli, perché potrebbero tirarti al male. Sii perciò sempre un buon fanciullo, soprattutto nelle tue parole, nei tuoi pensieri, nelle azioni. Non aver vergogna di frequentare spesso la S. Comunione, ed abbi molta confidenza nel tuo confessore.
L'altra cosa di cui volevo congratularmi, era che ho trovato la tua scritta bene, senza alcun errore e soprattutto scritta con spigliatezza. Bravo! Questo però non ti deve mettere in orgasmo quando scrivi allo zio. Per imparare bene l'italiano devi leggere molto ed avere sempre il vocabolario tra le mani per trovare i termini di cui ignori il significato. Evita però di leggere libri cattivi, e quando non sai se un libro è buono o no, fallo vedere con confidenza filiale al tuo confessore o al tuo professore.
Ho notato che nella tua lettera mi dai solo notizie tue senza dirmi dei tuoi genitori, delle sorelline; perché? Nella prossima tua lettera che spero avrò subito, mi darai notizie di tutti di casa. Ho saputo che la nonna non è più a Fratta, ma a Castellamare.
Adesso tu vorresti sapere qualche notizia dello zio. Ebbene io non ne ho molte. Ho terminato oramai di studiare l'Inglese, e predico, parlo e confesso in questa lingua. Sto studiando il Birmano, che è una lingua proprio troppo difficile; per adesso riesco a confessare e a parlare un pochino ma devo studiarlo ancora molto per poterlo predicare.
Come vedi dall'indirizzo sono ancora a Toungoo, ma credo che verso la fine di questo mese, i miei superiori mi daranno la mia destinazione che probabilmente sarà qualche distretto sui monti, e quindi dovrò imparare la lingua che si parla in quel distretto. Come vedi caro Gennaro, qui al principio non si fa che imparare le lingue, giacché per convertire le anime non basta venire qui, ma bisogna sapere le loro lingue, e qui ci sono una quantità di lingue l'una più difficile dell'altra. Non ho battezzato nessuno ancora, ma sto lavorando attorno ad una famiglia buddista, e i buddisti sono i più difficili a convertirsi.
Qui c'è grande miseria, specialmente trai nostri cristiani dei monti, giacché il riso, l'unico prodotto che ricavano dalla terra, è stato tutto mangiato dai topi; molti villaggi, poi, sono stati inondati dalle acque, giacché molti fiumi sono straripati a causa delle forti piogge. Non ho nessuna fotografia da mandarti tranne una piccolina e mezzo rovinata. Ti invio pure una pagina di birmano scritta da me, per farti vedere la scrittura.
Di salute sto un poco male, ma fa niente perché sto sempre allegro di spirito. Prega sempre per lo zio.
Salutami i tuoi genitori. Baci a Titina e Rosetta la cinesina. A te tanti abbracci e baci.
Ti benedico
Tuo zio MARIO
"Noterelle" di padre Mario Vergara dopo due anni di missione(articolo pubblicato su Le Missioni Cattoliche, 1937, p. 238)
Son già due anni e mezzo che sono in terra di Missione e non mi sono ancora affacciato a questa pregiata rivista. Eppure quando ero in Seminario, appena ricevuta «Le Missioni Cattoliche» la sfogliavo con avidità e guardavo alla provenienza degli articoli, per vedere se fossero di Missionari da me conosciuti e amati. Non trovandovi loro articoli ne restavo male: suppongo lo stesso desiderio nei miei amici ed eccomi a soddisfarli.
IL MI0 DISTRETTO
Dopo aver imparato a balbettare alquanto tre lingue, mi fu affidata dall'ubbidienza la direzione del distretto di Cittacciò. Fuori di mano perché dista due buone giornate a cavallo, esso è situato tutto sui monti e conta ventinove villaggi cattolici. La popolazione di razza cariana, della tribù soccu, è buona ma molto povera ed arretrata, tanto che è disprezzata dalle altre tribù vicine. Il mio distretto è diviso in piccoli villaggi. Non vi sono strade di comunicazione, ma sentieri e viottoli che sono impraticabili durante i cinque mesi di pioggia. L'unica ricchezza del paese è costituita dal poco, dico poco, bestiame che si vende o si uccide in caso di sponsali. Unico cibo è il riso, mangiato con del sale ed un po' di erbe che il buon Dio fa crescere nella foresta. Vestiti? Disinvoltura massima: una camicia ed un paio di brachette per tutte le quattro stagioni, che una volta indossate non si depongono se non quando sono ridotte a brandelli; con quanto discapito dell'igiene ognuno se lo può immaginare.
FAME E TOPI
Quando venni qui, tutto il distretto soffriva la fame. Già da due anni non si faceva il raccolto del riso. Quale la causa? I topi! Sicuro. Questi piccoli roditori molto di frequente gettano la popolazione di due, tre distretti nella più squallida miseria. Capita così: La Cariania è il regno del bambù; col bambù questa gente fa gli strumenti per il lavoro della terra, gli utensili per la cucina, stuoie, corde, la casa, la chiesa, in breve quasi tutto. Ma quando il bambù fiorisce è una pasqua per i topi che sono ghiottissimi dei suoi fiori. È il tempo in cui i topi si moltiplicano all'inverosimile. Il fiore del bambù però, dura solo qualche mese ed allora i topi non avendo più da mangiare, invadono i campi di riso, ne rodono le tenere pianticelle ed in un giorno o due tutto è distrutto. Qualche cosa come la piaga delle cavallette. Appena perciò io misi piede in residenza, cominciarono le processioni degli affamati a chiedere l'aiuto del Prete. Quanto avevo con me, tutto finì. Quest'anno, grazie al Signore, si è avuto un po' di riso, ma un terzo del mio distretto è stato ancora provato. Per me e per loro le cose vanno male, perché io non ho più quel poco di riserva dell'anno scorso e non so come venire in soccorso di questa gente. Aggiungete che ho 82 orfani con me e 29 catechisti da pagare ed allora voi potete comprendere un po' le necessità di questa porzione della vigna del Signore.
LUX IN TENEBRIS
Fra tante preoccupazioni, però, il Signore ha voluto darmi una grande consolazione che io partecipo a voi. Il mio distretto è circondato da un lato da protestanti. Sembrava che tra di loro non si potesse avere alcuna conversione pei soliti pregiudizi contro la Chiesa Cattolica. Ma io non mi sapevo rassegnare a fare soltanto da custode dei miei villaggi già cattolici. Mirai perciò ad un villaggio di Battisti proprio al confine del distretto ed andai a visitarlo. La prima volta ebbi accoglienza apatica. Accettarono le medicine ma quando parlavo di religione, erano sordi come un muro. Dopo alcuni mesi vi andai di nuovo: trovai migliore accoglienza; qualcuno mostrava anche delle velleità, ma trovavo grave ostacolo nelle donne che non volevano saperne di cambiar religione. Conosciuto il lato debole, preparai il mio piano. Vi andai una terza volta in compagnia di due catechisti. Dissi loro di trattare solo con gli uomini e di tralasciare le donne a cui avrei pensato io. In che modo? Di preciso non lo sapevo neppur io: confidavo in un aiuto speciale del Signore. Mi attirai dapprima le simpatie dei bambini ai quali distribuivo confetti in quantità; con tutte fui generoso di medicine e consigli; quindi le feci radunare per sentire un mio discorsetto. Parlai per quattro ore consecutive; poi feci radunare i capi di famiglia. Altre due ore di conversazione terminata con questo bell'esito: tutti si fecero catecumeni. Adesso studiano preparandosi per il Battesimo che conferirò loro al prossimo S. Natale. Assistetemi colle vostre preghiere.
P. Mario Vergara