QUI POSTULAZIONE #55 ▪ Il Beato Paolo Manna «missionario fallito»?
Il Beato Paolo Manna, del quale oggi si celebra la memoria liturgica, fu missionario in Birmania, l’attuale Myanmar, dal 1895 al 1907, quando il peggioramento della salute lo costrinse a tornare definitivamente in Italia a soli trentacinque anni d’età. Fu allora che si definì “missionario fallito” per non poter più operare sul campo.
Come Superiore Generale del PIME vi tornò nel 1929, a tre anni dalla nomina, per far visita a tutte le Missioni dell’Istituto.
In quella di Kengtung, nata dalla Missione di Toungoo nel 1912, incontrò il confratello Padre Clemente Vismara, già testimone di quanto per essa la Provvidenza «si servì (di Manna) se non per fondarla, certo per stabilirla su solide basi, e renderla economicamente e giuridicamente autonoma». A lui, anch’egli beatificato, condivise con umiltà il ricordo di quanto vissuto allora e che non fu in grado di far venir meno il suo anelito missionario.
A 60 Km. da Kengtung ce ne capitò una brutta. Ci accampammo in una radura paludosa, sulla sponda del fiume Namlin, ove fan sosta obbligata e pernottano tutte le carovane di passaggio. […]
Le conversazioni erano animate da buon umore, punteggiate da allegre risate, ma sempre pervase dalla passione del problema missionario, come poteva esser vissuto là sul campo. Il re delle conversazioni era sempre p. Manna. E «un’anima di fuoco» che altro può irraggiare se non fuoco attorno a sé? Noi, ormai figli del bosco, eravamo avidi di notizie del gran mondo, e specie dell’Italia e del nostro Istituto. P. Manna accondiscendeva alla nostra curiosità, ma voleva anche esserne ripagato, sentendo da noi le nostre avventure, conquiste, fallimenti, piani e speranze. Era una gara ansiosa e deliziosa. Poi convergemmo la conversazione su di lui.
– Padre, ci narri un po’ la sua storia. Ci dica delle sue imprese nella missione di Toungoo; della sua duplice marcia indietro; del suo definitivo... fallimento. È vero che lei è un missionario fallito?... –.
– Sempre impertinente questo p. Vismara! – interruppe p. Bonetta. – Sono domande da farsi a un Superiore Generale? –.
– No, no, io sono davvero un missionario fallito: ha ragione p. Vismara – confermò candidamente p. Manna.
E, calmo e semplice, ci tessé la storia dei suoi dieci anni di apostolato tra i ghekkù di Momblò; del suo ardito tentativo di espansione verso i padaung a Loikaw; del suo sogno di conquista delle lontane tribù di Kengtung e della pressione da lui fatta ai vescovi Tornatore e Sagrada per vincere la loro esitazione di fronte a quest’audace impresa; poi del suo ostinato mal di fegato, refrattario a ogni cura in missione, e del suo reiterato rimpatrio e degl’ideali infranti e delle umiliazioni subite... Specialmente – diceva – dell’incomprensione da parte di superiori e confratelli.
– Pensate! Con nella carne infisso il pruno di un morbo infesto, col cuore sanguinante per il forzato distacco da un promettente campo di lavoro, sentirsi complimentare così, al primo incontro col Superiore Generale: «Ohi, p. Manna, non ha fatto ancora “el sciró” ed è già di ritorno!» (In milanese “el sciró” è il nucleo centrale del cavolo, le prime tenere foglie).
Che cuore!
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