Skip to main content

QUI POSTULAZIONE #130 - Sempre con la Missione nel cuore

L’undici settembre si celebra la memoria liturgica di San Giovanni XXIII.

La data è quella proclamata alla sua canonizzazione nel 2014, nel ricordo di un giorno particolare della vita del Pontefice e della stessa Chiesa. Quello, nel 1962, dell’inizio del Concilio Vaticano II che trattò anche delle Missioni a lui da sempre care.

Tanto gli erano a cuore che l’anno seguente donò al PIME la sua casa natale a Sotto il Monte, in provincia e diocesi di Bergamo, per farne un seminario e poter dire prima di morire il 3 giugno di quell’anno: «Sono contento di partire da questa terra pensando che dal mio piccolo paese partiranno tanti missionari per portare al mondo Gesù e il suo amore».

Già animatore della cooperazione missionaria nella sua diocesi, Benedetto XV lo volle a Roma nel 1921 come Presidente (il primo) del­l'Opera della Propagazione della Fede in Italia con l'incarico di riorganizzarla nel nostro paese. Quanto appreso e realizzato nei successivi quattro anni, alla luce anche dell’enciclica Maximum Illiud, contribuì a rendere “missionaria” la sua diplomazia durante il successivo servizio all’estero per conto della Santa Sede, affidatogli da Pio XI nonostante la mancanza di formazione accademica. Come vescovo fu prima Visitatore e quindi Delegato Apostolico in Bulgaria (1925-1934), poi Delegato Apostolico in Turchia e Grecia (1934-1944), infine Nunzio Apostolico in Francia (1944-1953) prima di essere creato cardinale e promosso Patriarca di Venezia.

Proprio durante la nunziatura visitò l'Africa, per lui, allora, «la parte del mondo che offre più promesse per il regno di Cristo». Occasione fu il viaggio nei territori francesi d’Oltremare: la Tunisia e l’Algeria dove si recò anche ad Orano, oggi sede vescovile di Mons. Davide Carraro del PIME.

Di quella visita pastorale il 15 marzo 1950 da Parigi ne anticipò le tappe alla nipote Anna, ventisettenne suora comboniana in Eritrea. Dispiaciuto di non poterla incontrare, fu l’occasione per ricordare tanto come il suo affetto per l’Africa già lo era ai tempi della Grande Guerra, quanto i momenti missionari trascorsi a Bergamo con le Suore Comboniane a “Banco Seta”. Era l’ospedale militare, così chiamato perché collocato nei locali del mercato serico, dove Roncalli prestò servizio come Cappellano militare. 

Don Roncalli Cappellano militare a Bergamo

Allegato

  • Creato il .

QUI POSTULAZIONE #129 - Tra le derelitte di Venezia e Milano

Nel 1864, desiderosa di assistere e recuperare le giovani abbandonate, povere o appena dimesse dal carcere – chiamate allora “derelitte” –, avviò per loro a Venezia “Casa Sacra Famiglia”, istituzione colle stesse finalità di “Casa di Nazareth” fondata da Padre Carlo Salerio e Carolina Orsenigo cinque anni prima a Milano.

Era Anna Maria Marovich, quarantanovenne al momento della fondazione, nata a Venezia da commerciati montenegrini stabilitisi in quella città da dove tanto di spirituale diede al Patriarcato e non solo. Furono meditazioni, racconti, liriche e dipinti con grandi estimatori come Pio IX, i Patriarchi Jacopo Monico ed Angelo Ramazzotti e lo stesso Salerio, che da seminarista si formò sulla sua spiritualità della Riparazione.

Per prendersi cura di “Casa Sacra Famiglia” fondò le “Riparatrici del Sacratissimo Cuore di Gesù”, che in seguito volle portare in seno alle “Pie Signore Riparatrici”: avevano il loro stesso carisma e lei ne stimava i Fondatori Salerio e Orsenigo. Tanto da rinunciare alla carica di Superiora e a mettersi sotto la guida di quest’ultima quando prese l’abito delle future Suore della Riparazione nel 1868.

Morì a Venezia il 3 ottobre 1887 all’età di settantadue anni.

Nel corso della Causa di Beatificazione e Canonizzazione avviata dalle consorelle è stata riconosciuta Venerabile Serva di Dio il 17 dicembre 2007.

* * * * * * *

LAUDE

Della Pia Donzella Anna Marovich

Verginella immacolata,

Bella più ch’ alba nascente,

Più che luna rilucente,

Nostra speme e nostro amor:

Ti rammenta che sei nata

Per ben nostro in quest’esiglio;

E pietosa abbassa il ciglio

Su chi cerca il tuo favor.

Vaga stella del mattino,

Nunzia a noi del sole eterno,

Che sgomenti il cupo inferno

Col brillar del tuo fulgor:

A te umil la fronte inchino,

Alzo a te la mia preghiera:

Deh consola chi ‘n te spera,

O letizia d’ogni cor.

Niun richiese a te mercede

Che non fosse consolato,

Vergin scevra da peccato,

Ma rifugio al peccator.

Deh se afflitto alcun non riede,

Vergin bella, dal tuo trono,

Fa che impetri anch’io perdono

De’ miei molti e lunghi error.

_______________________________

Da La fede e la devozione a Maria Immacolata dichiarata e proposta coi sentimenti e colle parole dei SS. Padri da Luigi Parodi D.C.D.G., coi tipi della Civiltà Cattolica, Roma, 1856, p. 236.

  • Creato il .

QUI POSTULAZIONE #128 - «Vorrei essere missionaria non soltanto per qualche anno…»

Originaria di Alençon, allora piccolo villaggio della Normandia dove nacque nel 1873, il suo nome è legato alla cittadina francese di Lisieux dove le Carmelitane Scalze l’accolsero nel loro Carmelo all’età di quindici anni: Thérèse Martin, Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo dal 1925.

Oggi 1° ottobre, inizio del Mese Missionario, la Chiesa ne celebra la memoria liturgica.

Figlia dei Beati Louis e Zélie Guérin, in quel Carmelo vi morì il 30 settembre 1897, vivendo nella clausura l’apertura della Missione al mondo.

Lei, che sulla porta della sua cella aveva inciso “Gesù il mio unico amore” e nel Carmelo era entrata «per salvare le anime» attraverso l’«amare Gesù e farlo amare», tanto da esprimere così la sua anima missionaria: «Sento che quanto più il fuoco dell’amore infiammerà il mio cuore (…) tanto più le anime che si avvicineranno a me – povero piccolo rottame di ferro inutile, se mi allontanassi dal braciere divino – correranno rapidamente all’effluvio dei profumi del loro amato, perché un’anima  infiammata di amore non può  restare inattiva».

Lei, che aveva dichiarato: «Vorrei essere missionaria non soltanto per qualche anno, ma vorrei esserlo stata fin dalla creazione del mondo, ed esserlo fino alla consumazione dei secoli».

Lei, che dalla superiora del Carmelo venne incaricata di offrire le sue preghiere e i suoi sacrifici per sostenere l’apostolato di due sacerdoti missionari: Maurice Bellière dei Padri Bianchi e Adolphe Roulland della Società delle Missioni Estere di Parigi. A loro si rivolgerà come una sorella, tanto da scrivere al missionario delle MEP: «Fratello mio, sono sicura che mi permetterà di non chiamarlo con altro nome, dal momento che Gesù si è degnato unirci con i vincoli dell’apostolato. Mi dà tanta gioia pensare che da tutta l’eternità nostro Signore ha formato questa unione, e che sono stata creata per essere la sua sorella». Ed ancora allo stesso: «La ringrazio di trattarmi come una vera sorella… titolo che mi è tanto caro».

Lei, che a Padre Roulland scrisse pure: «La vita non è che un giorno, lavoriamo insieme all’opera della salvezza delle anime. Io posso fare ben poco, o assolutamente nulla da sola, ma mi conforta il pensiero che al suo fianco posso servire a qualche cosa. Infatti lo zero, per se stesso, non vale nulla; se però si mette vicino all’uno, diventa potente, purché s’intende, si collochi al posto giusto e non prima! È proprio lì che Gesù mi ha collocata e spero di rimanervi sempre, seguendola da lontano con la preghiera e il sacrificio».

Santa Teresina, come familiarmente è chiamata in ogni parte del mondo, per il suo cuore appassionato verso i missionari e il desiderio di amare e far amare nella Chiesa, nel 1927 è stata dichiarata Patrona Universale delle Missioni con San Francesco Saverio da Pio XI, che l’aveva canonizzata due anni prima.

Papa Giovanni Paolo II, riconosciutane «l’eminente dottrina (…) spesso sintetizzata nella cosiddetta “piccola via”, che non è altro che la via evangelica della santità per tutti», l’ha proclamata “Dottore della Chiesa universale” il 19 ottobre 1997. Quattro giorni prima si era celebrata la memoria liturgica di Santa Teresa di Gesù, Fondatrice delle Carmelitane Scalze, alla quale il Dottorato era stato riconosciuto nel 1970.

 

E morte o vita che m’importa.

Gesù, mia sola gioia, è amare Te.

S. Teresa del Bambino Gesù

  • Creato il .

QUI POSTULAZIONE #127 - «E poi non più nulla della terra; Paradiso! Paradiso!»

«Devo annunciarle una ben dolorosa perdita che abbiamo fatta il 29 del pp. settembre colla morte dell’ottimo nostro collega Don Carlo Salerio. Lo assistei fino all’ultimo e fece la morte più preziosa – per quanto possiamo noi dire – al cospetto del Signore … Ricevette per ben due volte il Santo Viatico; l’ultima sera gli diedi l’Estrema Unzione; poi la notte mi fece chiamare, volle di nuovo riconciliarsi, ricevette la benedizione in articulo mortis, e poco dopo spirò la sua bell’anima nel bacio del Signore».

Così scrisse nel 1870 Don Giuseppe Marinoni, Direttore del Seminario delle Missioni Estere di Milano, del ritorno alla Casa del Padre del suo alunno già membro della prima esperienza missionaria dell’Istituto nel 1852. Lo fu assieme al defunto Don Paolo Reina e al destinatario di quella lettera: Timoleone Raimondi, allora Prefetto Apostolico di Hong Kong, preoccupato da tempo per la salute cagionevole del confratello che nel 1856 dall’Oceania era tornato a Milano «magro come un chiodo».

Era lo stesso Marinoni al quale il missionario, la cui salute allora andava sempre più compromettendosi, aveva detto di rientro dal Santuario mariano di Oropa due mesi prima: «Eccomi nelle sue mani; in questa stanza moriva Don Paolo Reina; ecco è venuta la mia ora. Ho già disposto le mie cose in modo da non aver d’ora innanzi altro pensiero che per l’anima».

Don Carlo morì nel seminario dell’Istituto a San Calocero alle «cinque del mattino nel giorno di San Michele, l’Arcangelo Riparatore per eccellenza», come appuntò la sua biografa. Era delle Suore della Riparazione, l’Istituto da lui fondato con Suor Carolina Orsenigo nel 1859, alle cui religiose – chiamate allora “Pie Signore Riparatrici di Nazareth” – il sacerdote aveva rivolto queste parole alcune ore prima di morire: «Saluto e benedico tutte: e poi non più nulla della terra; Paradiso! Paradiso!».

I suoi funerali si tennero nella chiesa di San Calocero il successivo 30 settembre.

Vennero officiati anche da Marinoni, paterno autore di quanto così riportato sulla lapide per la tomba del missionario nel cimitero milanese di Porta Magenta:

«In attesa di più degno avello

quivi riposano le venerate ossa

del

Sac. Carlo Salerio

alunno tra i primi del Seminario

delle Missioni Estere

d’ingegno vasto, perspicace ardente generoso

portò la fede ai barbari di Oceania

per malattia costretto al rimpatrio

fondò l’istituto della Casa di Nazareth

aprendo asilo alle derelitte, alle povere sordo-mute

eresse casa di appoggio alle domestiche

promosse l’esenzione dei chierici dalla milizia

consunto da fatiche, da malattie

il 29 settembre 1870, in età di anni 43

spirava nel bacio del Signore, ammirato, compianto

lasciando inestinguibile desiderio di sé

sulle sue spoglie pregate l’eterna requie dei giusti».

Carlo Salerio, la cui Causa di Beatificazione e Canonizzazione è stata avviata dalle Suore della Riparazione, è Venerabile Servo di Dio dal 13 maggio 2019. 

  • Creato il .

QUI POSTULAZIONE #126 - Senza valigie… si fa ugualmente Missione

Padre Valeriano Fraccaro, allora ventiquattrenne, ne era certo quando nel 1937 giunse in Cina.

Ad aiutarlo a fare il Missionario, con i bagagli rimasti in un magazzino portuale a causa della guerra, sarebbe stata la Provvidenza… e i confratelli del PIME che lo accolsero al suo arrivo a Hanzhong.

Quando «ormai non ne avevo più bisogno» – come era solito ricordare – quei bagagli gli vennero consegnati otto anni più tardi.

Rinchiuso in un campo di concentramento durante l’occupazione giapponese, condannato all’ergastolo dai comunisti cinesi, pena convertita in arresti domiciliari, nel suo distretto missionario composto da trentasette villaggi rimase fino all’espulsione da parte di Mao Zedong nel 1952.

Dall’anno seguente continuò la sua missione nella colonia inglese di Hong Kong, dove per la sua somiglianza al pontefice Roncalli veniva chiamato “Papa Giovanni”. Di Roncalli aveva pure la benevola apertura verso il prossimo e i bisognosi per i quali era anche “Prete Fornaio”. A loro faceva dono di pane e panettoni che, grazie a quanto appreso da piccolo nell’impresa dolciaria di famiglia, preparava lui stesso nel forno che si era costruito.

Nel 1966 si stabilì a Sai Kung, nei Nuovi Territori, dove iniziò a prodigarsi per i pescatori, non solo quelli cattolici per i quali celebrava la messa sulle loro barche, dove, come scrisse a casa, «devo stare in ginocchio, perché il soffitto è troppo basso o perché il tavolino è alto mezzo metro».

Per le loro famiglie, molte fuggite dalla Cina, decise anche di realizzare delle confortevoli abitazioni lungo quella costa che faceva gola agli immobiliaristi della zona. Forse gli stessi, perché l’assassino non fu mai trovato, che lo volevano morto per fermare il suo progetto sociale,

Padre Valeriano, ben voluto da tutti, venne infatti ucciso nella notte del 28 settembre 1974 da mano tutt’oggi ignota quand’era solo casa nella dove abitava con altri missionari del PIME.

Lo trovarono nella sua stanza da letto, in una pozza di sangue per i colpi infertigli con la mannaia. Era di quelle usate per pulire le cotolette di maiali e che, come in quelle di ogni cinese, era nella cucina del missionario la cui porta era sempre aperta per accogliere chi avesse bisogno di aiuto.

Di quel tragico evento così ne scrisse un confratello: «Che qualcuno… forzasse la porta della sua residenza e si presentasse, non per chiedere pane, ma per chiedere la sua stessa vita, uccidendolo “barbaramente”… per noi resta un mistero inspiegabile e terribile. Il mistero non è mai stato risolto, nonostante le indagini della polizia, i sospetti di una “vendetta”, di uno scambio di persona, di un “maniaco”.

Mistero di un “martirio” che resta nei segreti del cuore di Dio.

Mistero di un Prete che, quando spezza il pane sull’altare, deve sempre pensare che anche la sua vita può essere spezzata in comunione con Cristo, “agnello innocente”.

  • Creato il .

QUI POSTULAZIONE #125 - «Signore comanda che io venga a Voi»

Padre Giovanni Battista Mazzucconi è stato tra i primi a far parte del Seminario per le Missioni Estere di Milano nel 1850 e il PIME lo ricorda come suo primo Martire,

Morì nel settembre del 1855, di rientro nella sua missione di Rook da Sydney, dove il suo Superiore lo aveva inviato per rimettersi in salute. A ucciderlo con un colpo d’ascia in fronte, come narrato dal testimone che non fece riferimento alla data, fu uno degli indigeni saliti a bordo della nave incagliatasi nella rada dell’isola di Woodlark fingendogli benevola accoglienza. Riconosciuta esser avvenuta in odium fidei, quell’uccisione portò alla sua beatificazione il 19 febbraio 1984.

Nel giungere a Sydney egli si trovò coinvolto in una tempesta e di essa ne accennò ai suoi familiari il 16 agosto 1855, il giorno prima di far ritorno in missione.

A loro indirizzò anche questa profonda riflessione sull’esser sempre pronti a fare la volontà del Signore, così come avrebbe fatto lui stesso da lì a due settimane, tanto sarebbe durata la navigazione per giungere nel luogo del martirio: «Ebbene, quel Dio che mi salvò [in] allora, sarà con me anche in questo viaggio e, se io non l’abbandono, Egli vuol essere con me per sempre, e finché Egli è con me tutto ciò che mi può accadere sarà sempre una grazia, una benedizione di cui lo dovrò ringraziare. Se nel pericolo Egli vorrà ritirarsi o farà mostra di dormire sulla punta della nave, io, come gli Apostoli, andrò a risvegliarlo e a fargli vedere il mio pericolo. Che se poi non mi volesse ascoltare, gli dirò: Signore, comanda che io venga a Voi; e la mia anima camminerà sulle acque, andrà ai suoi piedi e starà contenta per sempre. Sì, miei cari, abbiamo un altro paese, un’altra patria, un regno dove ci dobbiamo radunare tutti, dove non vi sa­ranno più separazioni né partenze, dove i dolori e i pericoli passati non serviranno che ad aumentare la consolazione e la gloria».

Del Beato Giovanni Mazzucconi il Pontificio Istituto Missioni Estere, al quale il Seminario missionario del Martire diede origine cento anni fa, ne celebra la memoria liturgica il 25 settembre. 

Allegato

  • Creato il .

QUI POSTULAZIONE #124 - In morte di Mons. Ramazzotti

Sofferente per il cuore, nulla servendo il periodo di riposo prescrittogli dai medici, Angelo Ramazzotti, allora Patriarca di Venezia, moriva il 24 settembre 1861 in quello che è oggi Crespano del Grappa.

Avendo donata la residenza estiva del Patriarcato per destinarla ad ospedale, per potersi rimettere in salute da qualche settimana egli era ospite dei Conti Canal nella loro “Villa Gherla” in provincia di Treviso

Fu lì, da dove la sua salma raggiunse Venezia per le esequie, che Mons. Ramazzotti seppe della promozione al cardinalato per il concistoro del 27 settembre. Per essa si sentiva inadeguato e sapeva di non potervi far fronte avendo dato tutto il suo denaro ai poveri, ma dopo aver inutilmente tentato di evitarla si disse pronto ad accettarla in obbedienza al desiderio di Pio IX.

Diletto figlio, Salute ed Apostolica Benedizione. Abbiamo ricevuto la tua lettera a Noi spedita il dì 24 dello scorso mese, colla quale a nome anche di cotesto Patriarcale Collegio di Canonici Ci significhi, che dopo i travagli di lunga e penosa malattia il Venerabile Fratello Angelo Ramazzotti, vigilantissimo Patriarca della Veneta Chiesa, passò di questa vita, munito di tutti i conforti di Nostra Religione Santissima. Non abbiamo potuto non rammaricarci fortemente per la morte di cotesto Antistite, il quale insigne per singolare religione, pietà ed esimia fede e riverenza verso di Noi e di questa Cattedra di Pietro, non meno che per altre egregie doti di animo e di mente distinto, adempiendo con ogni sollecitudine il gravissimo Episcopale ministero avevasi conciliato meritamente e con pieno diritto la stima di tutti i buoni, l’amore di cotesta Veneta Diocesi, la Nostra particolare benevolenza. Ond’è che, come ben sai, avevamo stabilito di aggiungerlo al Sacro Collegio de’ Cardinali della S. R. Chiesa nel Concistoro secreto da Noi tenuto il dì 27 del mese testè passato di Settembre. Ma poi che con immensa tristezza dell’animo Nostro abbiamo risaputo che lo stesso Chiarissimo Presule aveva cessato di vivere, non abbiamo intralasciato di raccomandare umilmente e istantemente con preghiere e con sacrificii l’anima di lui al Clementissimo Padre delle Misericordie, affinchè benignamente si degni di condonare ad essa quanto di umana labe gli rimanga ancora da espiare, e la introduca alle celesti sedi dell’eterna beatitudine. Conciossiachè poi torni a Noi dolorosissimo che cotesta Veneta Chiesa, specialmente in questi luttuosissimi tempi, rimanga priva del suo Pastore, così ardentemente desideriamo di preporle colla massima celerità possibile il nuovo Patriarca. Finalmente, auspice di tutti i doni celesti e pegno della Nostra paterna carità, col più intimo affetto del cuore a Te, o diletto figlio, e a tutti i Canonici di cotesta Chiesa amantissimamente impartiamo l’Apostolica Benedizione.

 

Da S. Pietro di Roma il dì 7 Ottobre dell’anno 1861

       Decimosesto del Nostro Pontificato.

 

PIO PP. IX.

Allegato

 

  • Creato il .

QUI POSTULAZIONE #123 - Manna e la Madonna di Montevergine

Nella Solennità dell’Assunzione ricordiamo Maria con l’amore nutritole dal Beato Paolo Manna. Lo facciamo con le parole di P. Ferdinando Germani, che fu vicepostulatore nella Causa di Beatificazione. Il brano è tratto dal suo articolo apparso sul periodico Il Santuario di Montevergine del maggio 1998.

Avendo il Padre Manna trascorso parte della sua fanciullezza in Avellino egli, come tutta la gente irpina, nutriva una filiale devozione alla Madonna di Montevergine.

La sua prima ascesa al sacro monte avvenne l’8 settembre del 1891. Aveva diciotto anni.

Insieme al fratello Pietro si avviò verso Montevergine alle tre del mattino e raggiunse il santuario dopo sette ore di faticosa salita a piedi.

A quei tempi esisteva solo la mulattiera. Che cosa l’aveva spinto a raggiungere la vetta? Il bisogno di ringraziare la Madonna per essere stato accolto nel Seminario Lombardo per le Missioni Estere dando così concreta realizzazione alla sua vocazione di essere missionario.

Egli intendeva anche affidare alla protezione della Madre di Dio la perseveranza nella vocazione di apostolato missionario tra i non cristiani.

La maestosa materna immagine della Madonna di Montevergine restò indelebilmente impressa nel suo spirito, e, ripensando ad essa, fino all’estrema vecchiaia, soleva dire; “Ecco come noi dobbiamo vivere: come un bambino tra le braccia di Maria Santissima!!”.

Il suo primo biografo, Padre Giovanni Battista Tragella, scriveva nel 1954: “Dopo Gesù Cristo e il suo Vangelo, la Madre del Salvatore aveva un posto privilegiato, caldo caldo nel suo cuore”. E il Padre Salvatore Martino, missionario in Giappone, aggiungeva: “Paolo Manna era un figlio innamorato di Maria. Non si poteva trattenere la commozione nel vedere un uomo così forte, alle volte anche rude, che s’inteneriva fino alle lacrime nella sua devozione alla Madonna. Non aveva conosciuto le naturali tenerezze d’una madre terrena (restò orfano della madre nei primi anni della sua vita), forse anche per questo si sentiva più teneramente attratto verso la madre celeste”.

Un altro missionario, Monsignor Arcangelo Cerqua, primo vescovo di Parantins in Amazzonia, Brasile, ricordava che Padre Manna, verso gli anni ‘50 volle stringere una specie di gemellaggio tra il Santuario di Montevergine e il Seminario Missionario di Dugenta in provincia di Caserta, inviandovi giovani Padri per il ministero delle confessioni durante il mese di settembre, quando lunghe fila di pellegrini salgono a Montevergine per riconciliarsi con Dio e implorare le benedizioni di “Mamma Schiavona”.

A contatto con i monaci benedettini di San Guglielmo abate i missionari avrebbero avuto modo di confermarsi in quel monito di sana ascetica cristiana che egli soleva ripetere ai suoi allievi: “Siate certosini in casa e apostoli fuori”.

Egli inculcava così il principio alla base di tutta la sua spiritualità missionaria che senza vita di preghiera e di contemplazione non si può essere predicatori efficaci del Vangelo. 

  • Creato il .

QUI POSTULAZIONE #122 - Ricordando Padre Maggioni nella vigilia dell’Assunta

Angelo Maggioni, classe 1917, è morto in Bangladesh il 14 agosto 1972.

Entrato undicenne nel Seminario del PIME, riuscì a giungere in Missione solo nel 1948. Sacerdote da nove anni, era stato fino ad allora viceparroco a Fara d’Adda a causa della guerra che non gli aveva permesso di lasciare l’Italia.

Destinato nella parte orientale del Pakistan – stato sorto l’anno prima assieme all’India dalla partizione dell’India britannica –, vi rimase anche quando quel territorio si affrancò dalla parte occidentale del paese dando origine al Bangladesh. Indipendenza dichiarata il 26 marzo e ottenuta il successivo 16 dicembre 1971 dopo mesi di guerra civile.

A luglio Padre Angelo si trovava da dieci mesi in Italia, visitata per la prima volta dieci anni prima, e subito tornò nella sua parrocchia di Andhakota alla quale facevano capo quaranta villaggi. Doveva assistervi i più deboli colpiti dalle conseguenze: «Non posso stare qui – andava dicendo alla sorella Rosa –, quando laggiù la gente soffre e muore. Il mio posto è là». Sapere che per questo sarebbe andato incontro a percosse e maltrattamenti, che poi ci furono, non lo fermò.

La sua residenza parrocchiale divenne da subito centro di assistenza e di distribuzione di aiuti, tanto da fargli scrivere: «Tutto il giorno la mia casa è assediata da turbe di gente che invocano aiuto: chi vuole essere aiutato a fare la casa, chi vuole vestiti, chi un po’ di riso o frumento, qualche donna domanda latte in polvere per i suoi bambini; chi domanda aiuto per comprare i buoi o per recuperarli. Durante l’occupazione sono fuggiti in India e i buoi sono finiti in altre mani o li hanno venduti a poco prezzo; ora occorrono i soldi per riscattarli. Altri chiedono che si metta una pompa d’acqua nel loro villaggio o un pozzo, perché non hanno acqua da bere e devono fare un mucchio di strada per attingere acqua».

Alla stregua di quelle degli altri missionari, spesso isolate e per questo più esposte, anche la sua fu oggetto di “atti di brigantinaggio”, come quello in cui egli perse la vita a poco più di un anno dal ritorno in missione, quando già si era nella Solennità dell’Assunzione

Fu un tragico evento che il confratello Padre Luigi Pinos, come lui missionario in quella terra dove giunsero assieme dall’Italia – ricordò con queste parole: «Quell’aiuto fece gola ai criminali locali, i quali la notte del 14 agosto 1972 vennero e spararono al Padre Maggioni attraverso una fessura della sua porta, una sola pallottola che gli trapassò l’arteria aorta. La morte fu istantanea e il sacerdote cadde nel mezzo della sua stanza. Le nostre case laggiù sono di fattura grossolana: tutto il suo sangue si raccolse in un’unica pozza sul pavimento ineguale. Anche lui, come Cristo, il suo sangue lo sparse tutto. Gli assalitori, penetrati in casa, buttarono tutto per aria in cerca del denaro che il Padre aveva ritirato in quel giorno dalla banca: sembravano accecati, il denaro era a portata di mano, ma non lo videro, ma tant’è, a che vale il denaro? Noi in quel giorno abbiamo perduto la vita di un santo missionario».

Grati per quanto fatto fino ad allora per loro, i suoi parrocchiani vollero che il corpo riposasse nella chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso che aveva fatto costruire e dove due giorni dopo furono celebrate le esequie dal Vescovo di Dinajpur. Un ringraziamento fatto proprio dallo stesso presule, che accogliendo la loro richiesta rinunciò a traslare le spoglie del missionario nella sua cattedrale. 

  • Creato il .

QUI POSTULAZIONE #121 - Il 30 luglio di una piccola comunità missionaria

«Niuna solennità ebbe luogo allora, e quella prima riunione, quell’umile principio di questo nostro Istituto, fu inaugurato solo dalla preghiera, dalla intercessione dello Spirito datore di doni molteplici e da una buon sentita consolazione».

Così fu scritto negli “Annali di Famiglia” del 30 luglio 1850 quando, a Saronno, venne fondato quello che presto sarebbe stato conosciuto come Seminario delle Missioni Estere di Milano e che nel 1926 avrebbe dato origine al PIME.

Fu una “prima riunione” che si tenne nell’ex Convento di San Francesco, luogo designato a sede della nuova realtà ecclesiale dall’Oblato Missionario di Rho Angelo Ramazzotti che ne era stato l’artefice, proprietario dell’immobile e vescovo di Pavia dal 29 giugno.

A precederla ci fu l’accoglienza che, sul sagrato della chiesa annessa al convento, venne resa a Mons. Ramazzotti da alcuni presbiteri del posto e da quanti – anche se non da quello stesso giorno – avrebbero fatto parte del Seminario missionario.

Erano i sacerdoti Alessandro Ripamonti, confratello di Ramazzotti e futuro Procuratore dell’Istituto; Paolo Reina, ordinato da un anno ed entrato il successivo 31 agosto, che prenderà parte alla prima missione affidata all’Istituto; Alessandro Mornico, tornato in diocesi tra il 1851 e il 1852; Giuseppe Marinoni, chiamato ad essere Direttore del Seminario al posto di Ramazzotti impedito dall’incarico episcopale.

Una comunità, la loro, composta anche dai novelli sacerdoti Carlo Salerio e Giovanni Battista Mazzucconi – poi compagni di missione di Reina – che stavano giungendo da Rho assieme a Mons. Ramazzotti ospite dei confratelli nel locale santuario mariano. Un viaggio, quello, del quale tutt’oggi si tramanda la spirituale affermazione fatta dal vescovo ai suoi compagni: «Noi andiamo ora a Saronno con un misero calesse, e forse ci precedono a schiere gli Angeli del Signore».

La cerimonia dell’apertura ufficiale fu celebrata il giorno dopo, il 31 luglio, con la S. Messa officiata da Mazzucconi.

Da allora si diede inizio a una vita il più possibile regolare, mentre, comunitariamente, si andò formulando il regolamento interno e specifico del Seminario. Il tutto in clima familiare come a suo fratello scrisse lo stesso Mazzucconi: «Qui finora siamo in quattro, cinque con mons. Ramazzotti, il vescovo di Pavia che […] quanto alla maniera di vivere, è precisamente come noi; tutto in comune, sempre insieme alla preghiera, al pranzo alla ricreazione, al passeggio».

Ed in quattro rimasero con la sua partenza per la sede vescovile la sera del 28 settembre. 

Da “Milano Sacro” del 1852

  • Creato il .