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QUI POSTULAZIONE #112 - Padre Tullio Favali: tra il popolo filippino «in comunione fraterna e condivisione»

Quel giorno c’era bisogno di un sacerdote.

Qualcuno era stato ferito e forse era in fin di vita.

Padre Tullio Favali era appena rientrato in parrocchia ma non perse tempo.

Subito raggiunse in moto il villaggio di La Esperanza poco distante da dove, sulla stessa isola filippina di Mindanao, si trovò nel mezzo dell’imboscata tesa al confratello Padre Peter Geremia, al quale era diretta la chiamata di soccorso giunta nella casa parrocchiale durante la sua temporanea assenza. Entrambi i sacerdoti si prodigavano infatti per quanti erano oppressi dal dittatore Marcos, e per questo erano considerati comunisti e antigovernativi. In modo particolare Padre Geremia impegnato sull’isola da più tempo del confratello, essendo arrivato nelle Filippine l’11 novembre 1983, dove aveva trovato ingiustizia e violenza nei confronti della popolazione oppressa dalla guerra civile per il possesso delle terre.

Giunto nella casa del ferito per accertarsi delle sue condizioni di salute, Padre Tullio venne chiamato all’esterno da chi aveva aggredito quell’uomo che era capo del locale comitato per la difesa dei diritti civili.

Appena uscito, mentre stava avvicinandosi con le braccia alzate in segno di pace, venne più volte bersagliato con colpi d’arma da fuoco in pieno petto e alla testa. Una volta a terra senza vita, il suo corpo venne poi calpestato da gran parte dei circa cinquanta aggressori che vi danzarono e cantarono attorno. Appartenevano tutti al locale potente gruppo paramilitare che, appoggiato dal governo, opprimeva la popolazione e quanti la sostenevano perché considerati comunisti.

Quel giorno era l’11 aprile 1985.

Nel compiere quell’Opera di Misericordia Padre Tullio ha potuto dare la vita per gli ultimi della società, per gli oppressi da ogni forma di violenza. Per quelle stesse persone delle quali aveva voluto prendersi cura quando, a un anno e mezzo dalla ordinazione sacerdotale, decise di sperimentare la «solidarietà con gli ultimi nel condividere la durezza della vita». Esperienza che maturò per otto anni, durante i quali si diplomò come geometra, svolse il servizio militare di leva e venne assunto dal Comune natio prima di essere accolto dal PIME nel suo Seminario Teologico nel 1978. Disposto a ripetere tutti gli studi teologici quasi completati in quello diocesano di Mantova, egli riprese la formazione al sacerdozio conclusasi con l’ordinazione del 6 giugno 1981, quasi due anni e mezzo prima di partire per le Filippine.

In una delle sue ultime lettere Padre Tullio aveva scritto il 27 marzo 1985: «... non mi resta che immergermi in questo mondo e camminare a fianco di questa gente, nella comunione fraterna e condivisione. Il lavoro è tanto e il compito affidatoci è grande: però non siamo soli, un Altro ci sorregge e viene incontro alla nostra debolezza. Coraggio, dunque. Diciamocelo reciprocamente».

Il suo funerale, al quale parteciparono circa ventimila persone, centocinquanta suore e altrettanti sacerdoti, è stata la prima delle tante manifestazioni pubbliche che hanno portato il popolo filippino a riconquistare la libertà. 

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QUI POSTULAZIONE #111 - Per una Pasqua di Pace

San Giovanni XXIII, il Papa Buono che a cuore aveva il PIME, il 29 marzo 1959 celebrò nella Basilica Vaticana la sua prima Messa di Pasqua come pontefice. Nel mondo, così come in questi tempi, molti erano i conflitti armati in corso e per essi chiese la Pace come ha fatto anche Papa Leone il passato Venerdì Santo durante la sua prima Via Crucis al Colosseo.

Nella sua omelia così invitò ogni cristiano a invocare «l’aiuto celeste della grazia che illumina e sostiene i forti» al fine di «fortificare le energie della sua resistenza al male e all'errore».

Venerabili Fratelli e diletti figli. Questo richiamo del Vangelo di S. Giovanni [Io sono la via, la verità e la vita, Gv. 14,6, n.d.r.] è l'introduzione più eloquente e più solenne a ciò che fu, è, e resta nei secoli la Risurrezione di Cristo. Lo abbiamo ora cantato nella sequenza: in Cristo Gesù mors et vita duello con flixere mirando: Dux vitae mortuus regnat vivus. La morte e la vita si batterono in un duello tremendo. Il Padrone della vita trionfa sulla morte: e la vittoria di Lui è la vittoria della sua Chiesa nei secoli. Sgombriamo dunque il nostro spirito da ogni sgomento: ed apriamo il cuore alle più belle speranze verso l'avvenire. Potremo avere pressioni dal mondo, continueremo ad averne sicuramente. Prima di partire, Gesù, il vincitore della morte, disse: «confidate: io ho vinto il mondo»: confidite, ego vici mundum. E vero: c'è un signore che resta sul terreno del terribile combattimento. Noi lo rammentiamo spesso col suo nome e cognome. É un principe. Il Divino Rabbi di Nazareth lo chiamava il «principe di questo mondo». Il Cristo conduce mitemente, ma efficacemente la lotta contro di lui, per l'affermazione della giustizia, per il trionfo della pace. L'avversario infernale odia invece la giustizia ed avversa la pace dei popoli e del mondo intero. Talora i suoi attacchi, le sue manovre suscitano tale confusione da tentare di debolezza chi se ne difende.

Ogni bravo cristiano si fida di Cristo; compie il suo dovere secondo i vari ordinamenti che sono regola della sua coscienza: coscienza religiosa, coscienza civile, in faccia a Dio, in faccia agli uomini. Il cristiano non transige e si guarda dai compromessi: procede impavido e sicuro. Egli è cooperatore dei problemi della pace.

A fortificare le energie della sua resistenza al male e all'errore, egli prega: egli invoca l'aiuto celeste della grazia che illumina e sostiene i forti.

Scimus Christum surrexisse a mortuis vere. La vittoria di Cristo sulla morte è sicurezza di trionfo sugli ostacoli che si sovrappongono agli sforzi umani per la difesa della giustizia, della libertà e della pace.

Tu nobis, victor Rex, miserere! O Gesù: tu non sei un re da burla, come tentò di presentarti al popolo Erode, il tetrarca di Galilea. Noi abbiamo piena fiducia sulla tua parola. Noi ti invocheremo sempre per la giustizia, per la libertà e per la pace.

Per la pace soprattutto ti preghiamo, o Gesù vincitore della morte, noi cattolici di Roma e di tutto il mondo. In ogni tempo si scorgono qua e là minacce che impensieriscono. Anche ora. Anche ora nubi leggere e soffici, questioni e problemi, che appaiono, dispaiono e ricompaiono, potrebbero rappresentare un pericolo per l'armonia e la buona intesa dei popoli.

Sul sepolcro glorioso di Cristo vogliamo deporre l'augurio che nella luce di Lui, sorgente della vita, vincitore della morte, la buona volontà di tutti gli uomini più responsabili delle sorti dei popoli voglia trovare, nello spirito prevalente di giustizia e di collaborazione, la soluzione concorde di ogni dissidio, per il superiore interesse della pace del mondo.

Durante il medioevo in molte chiese d'Occidente si usava cantare, prima del Te Deum mattinale, la sequenza Victimae Paschali, che Noi recitammo dopo l'Epistola. La si eseguiva in forma dialogica con canto melodioso, che ad ogni strofa ripeteva: «Quod autem vivit, vivit Deo: alleluia, alleluia».

In questo auspicio ed augurio di vita, Padre e figli ci diamo un mistico abbraccio e vogliamo riprendere il nostro buon cammino, cantando l'affermazione della nostra fede cattolica nel Cristo risorto, trionfatore sul peccato e sulla morte; apportatore di letizia, di giustizia e di pace. 

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QUI POSTULAZIONE #110 - Un piccolo grande missionario tra i cariani

Era il 23 marzo 1991 quando nella città birmana di Taunggyi moriva Felice Tantardini, detto il “Patriarca della Birmania” per esser stato missionario in quel paese, oggi Myanmar, per ben settanta anni.

Classe 1898, affascinato dalla lettura de Le Missioni Cattoliche fatta al ritorno dalla Grande Guerra, nel 1921 entrò come fratello laico nel PIME e l’anno seguente partì per quel paese asiatico sapendo di mettervi a frutto quella maestria nell’arte del ferro che gli avrebbe valso il nome di “Fabbro di Dio”. L’aveva appresa lavorando a Introbio, il suo paese natale in terra lombarda, e di essa ne sono tutt’oggi testimonianza quanto realizzato per le case, le chiese o le scuole nelle varie missioni dell’Istituto. A queste opere aveva contribuito anche come muratore, falegname o idraulico… sempre con il sorriso sul volto perché suo desiderio era quello di: «Sforzarmi di essere felice, sempre a ogni costo, intento a far felici anche gli altri».

Prima che iniziasse la formazione per la vita missionaria, la madre gli disse: «Bada che non sia un fuoco di paglia. Prega e anch’io pregherò per te, che abbia ad assicurarti della chiamata del Signore. Quanto a me, non voglio e non posso negarti il mio consenso».

Grazie a quell’approvazione il suo servizio missionario, mosso da una vocazione veramente incendiaria, ha dato due grandi doni. Alla Chiesa birmana, un valido aiuto sul territorio interrotto solo dai sei mesi trascorsi in Italia nel 1956. Alla Chiesa universale, un esempio da poter seguire sulla via della santità, tanto da far sì che il PIME nel 2000 ne avviasse la Causa di beatificazione e canonizzazione. È l’iter canonico giunto l’11 giugno 2019 alla pubblicazione del decreto col quale è stata dichiarata la venerabilità del Servo di Dio Felice

Sempre sorridente, della sua vita egli ne ha raccontato nell’autobiografia intitolata Il Fabbro di Dio e conclusa con questo significativo testo nel quale traspira tutta la sua profonda spiritualità:

«Una volta, mentre viaggiavo sui monti, un cariano, molto più alto di me, mi abbordò, si abbassò a scrutarmi il viso, e mi chiese:

“Sei tu il fratel Felice?”

“Sono io. Perché?”

“Ecco. Io ti vidi tanti anni fa, quand’ero ragazzino, e ti ricordo bene. Tu non sei cambiato per niente: né più vecchio, né più giovane. Sei ancora tale e quale!”.

Sul momento non seppi cosà rispondere. Ma, ripensando ora a quella originale uscita, vorrei applicarla a me in un altro senso. Bramo tanto e prego sempre il buon Dio e la cara Madonna che mi conservino una perenne giovinezza di spirito e mi concedano la perseveranza nella mia bella vocazione missionaria, bella che non ce n’è l’uguale, credo. E anche dopo la morte, una volta in Paradiso – che spero di andarci – intendo a continuare da lassù a far il missionario, non più, certamente, picchiando l’incudine, ma martellando senza posa il cuore del buon Dio, per strapparne tante grazie per questa povera gente (dico soprattutto pagani), che ora vedo attorno a me, ma che sono impotente ad attuare e a salvare…». 

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QUI POSTULAZIONE #109 - Duecento candeline per il Martire di Woodlark

Era un mercoledì quel 1° marzo 1826 quando è nato Giovanni Battista Mazzucconi.

I primi vagiti li diede a Rancio, allora Comune del Distretto di Saronno nel Regno Lombardo Veneto, nella casa di Giacomo e Annamaria Scuri, che prima di lui avevano avuto otto figli e ne avrebbero avuti altri tre dopo quella nascita.

Erano le «ore tre di notte circa», come riportato nel certificato di battesimo del giorno seguente. Ovvero attorno alle ore 21, perché allora la giornata iniziava al tramonto, che nel mese di marzo è alle sei circa.

Il sacramento lo ricevette il giorno successivo nella parrocchiale di Santa Maria Gloriosa dal parroco Don Luigi Buttironi.

Sua madrina fu la primogenita sedicenne Lucia, che cinque anni dopo fu anche la prima della sua famiglia ad entrare in religione. Una sorella, infatti, la seguì tra le Orsoline, mentre altre due presero l’abito delle Marcelline e delle suore di Maria Bambina; dei fratelli, invece, due divennero Barnabiti e un terzo, il futuro martire, divenne sacerdote del Clero di Milano il 25 maggio 1850.

A poco più di due mesi da quell’ordinazione, Giovanni Battista giunse a Saronno per dare avvio al Seminario delle Missioni Estere nell’ex convento di San Francesco divenuto proprietà del Fondatore Mons. Angelo Ramazzotti, già vescovo di Pavia e da poco eletto patriarca di Venezia.

Lo avrebbe lasciato due anni più tardi per partire per l’Oceania, non prima di aver manifestato, o “protestato” come si diceva allora, a nome anche dei confratelli partenti con lui, il desiderio «di addoperarmi a costo di qualunque sacrificio, di qualunque fatica o disagio, v’andasse pur anche la vita, per la salvezza di quelle anime sventurate che costano esse pure tutto il sangue della Redenzione».

È la “Protesta” che, con lieve modifica del testo, viene tutt’oggi recitata dai membri del PIME quando ricevono il Crocifisso missionario durante la cerimonia della Partenza.  

Protesta Mazzucconi

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QUI POSTULAZIONE #108 - «Prega e ottieni: ma ricordati che…»

Martire in Oceania e beatificato il 19 febbraio 1984, Giovanni Battista Mazzucconi con questa sua lettera ci ricorda come sia il Signore a sapere di cosa abbiamo veramente bisogno.

La scrisse ad un suo amico il 27 novembre 1850 per consigliargli il da farsi.

 

Ho qui la tua lettera e la rilessi. Ascolta: le virtù vengono da Dio, Dio le dispensa secondo i consigli della sua sapienza imperscrutabile, e secondo la forza con cui noi gliele doman­diamo. Prega e ottieni: ma ricordati che molte volte, anche il desiderio eccessivo d’acquistare una virtù, ce la può far per­dere; questo si verifica in molti casi, ma coll’umiltà più di tutto. Ciò che ci porta alla vanità, è dentro di noi, è una sola cosa con noi, siamo noi stessi; dunque, non bisogna pretendere di poter così subito uscire da questa nostra persona. Pazienza, forza, tranquillità! Mettiamoci nelle mani del Signore; lo sa lui, meglio di noi, ciò che ci abbisogna e ciò che ci farà bene; noi preghiamo, poi lasciam fare a lui. Infirmitas haec non est ad mortem, sed ut manifestetur gloria Dei. Egli suol cavare molta gloria da un’anima, che tentata molto di vanità, vien fa­cilmente a riconoscersi proprio non altro che vanità e, come tale, si presenta umiliata innanzi al Signore, e prega, e confida, e ottiene tutto. Prega anche per me. 

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QUI POSTULAZIONE #107 - Una Chiesa… e un milione di abitanti

Il 18 febbraio del 1951 veniva beatificato Alberico Crescitelli, martirizzato in Cina cinquantun anni prima e canonizzato da Papa Giovanni Paolo II nel 2000.

Sacerdote del  Pontificio Seminario dei SS. AA. Pietro e Paolo per le Missioni Estere, “ramo romano” del PIME fondato nel 1926, fu inviato ventiquattrenne nella provincia dello Shaanxi Meridionale dove giunse il 19 maggio 1888.

Era nel villaggio di Cen-cu-scien quando, il 10 febbraio 1892, così condivise al fratello Luigi la gioia di quanto realizzato per i fedeli della sua missione. 

 

… Alla metà di gennaio feci ritorno da Han-jan-pin…  la Chiesa si può dire fabbricata in parte. … Se sapessi che cosa vuol dire prendersi la responsabilità di fabbricare una Chiesa, sia pure alla cinese, con poco denaro!...

Intanto si può essere contenti di quello che si è fatto: sono state gittate le fondamenta ed alzate le colonne, che sono di legno, ed ho cercato (non senza difficoltà) di averle grandi. Ve n’è una di però talmente pesante, che sedici persone scelte non poterono trasportarla in un giorno intero, benché distante non più di tre miglia. Ho pure date le disposizioni pei rimanenti lavori più urgenti.

Quando sarà terminata sarà la prima Chiesa edificata in un territorio che passa il milione di abitanti.

Ve n’è, sì, un’altra cadente non molto lontano, che è proprio la prima; ma quella venne edificata da famiglia privata, nell’interno dell’abitazione (della famiglia Lao, data in eredità ad uno degli otto figli, sacerdote, e da questi donata al Vicariato), ed è una camera più che una Chiesa.

Invece l’attuale viene costruita in modo che per la Cina ha l’aspetto di un bell’edificio; ha forma di Chiesa a tre navate, piccolina ma sufficiente per quei cristiani. Essa viene larga sette metri, lunga circa dieci, alta cinque e più. Dio voglia che sia il principio di grandi conquiste per la Fede!

È da notarsi come, benché contro mia voglia, le colonne si sono alzate il giorno dell’Epifania; alzate da pagani, nel giorno in cui, nelle persone dei magi furono chiamati alla Fede i gentili, e ciò in un paese così abbandonato all’idolatria. Dio voglia che questo sia buon indizio…

In generale quei pagani, almeno in faccia, dicono che l’edificazione della Chiesa è cosa buona; qualcuno ha ancora detto di voler portare i doni allorché sarà finita… Intanto l’opera è cominciata, ed io non posso che sperare in Dio, affinché col suo aiuto si compia e produca i suoi effetti... 

Padre Alberico Crescitelli nel marzo 1900

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QUI POSTULAZIONE #106 - Morire in zona di guerra

Era domenica, quel 15 febbraio 1953, quando Piero Manghisi, missionario del PIME, è stato ucciso nella sua Birmania dove giunse la prima volta nel novembre 1925, ventiseienne e sacerdote da cinque mesi.

Richiamato in Italia nel febbraio del 1949 per dirigere a Ducenta il seminario dell’Istituto, nel successivo mese di dicembre vi tornò per assicurare la presenza di un sacerdote in più nel paese. Il governo aveva espulso tutti i missionari stranieri dalla Birmania e concesso il permanervi solo a quelli che, come lui, vi avevano risieduto da lungo tempo.

Quel giorno del 1953 era in viaggio verso Muse, dove i reazionari cinesi del KMT (Kuo Min Tang) avevano assaltato il locale accampamento dei soldati inviati a contrastarli in quella parte del paese prossima al confine con la Cina. Oppositori al governo di Mao, in quella parte della Birmania avevano trovato rifugio da quasi quattro anni angariandone le popolazioni e bruciando i loro villaggi per rappresaglia quando non ricevevano appoggio o gli veniva negato il riso.

Come era stato accanto ai soldati di Hsnwi, a Kutkai e a Nampaca, per i quali aveva già celebrato la messa, così voleva essere vicino a quelli di Muse rimasti feriti in un assalto dei cinesi. Inutilmente la guarnigione dell’accampamento nel quale aveva trascorso la notte cercò di dissuaderlo ma egli, come riferito da un testimone, «decise di partire subito per portare i conforti religiosi a quei poveri ragazzi».

Ad ucciderlo quando stava percorrendo le 60 miglia che lo separavano dal luogo dell’assalto furono gli uomini del KMT che mitragliarono la jeep sulla quale viaggiava con tre passeggeri raccolti lungo la via. Acquistata da poco grazie alla vendita della proprietà ereditata dai genitori, ne era alla guida con accanto il suo autista, futuro testimone dell’uccisione, per poter fare pratica su quella impervia via per Mongyu.

Privato della vita da due proiettili che lo raggiunsero alla nuca, il corpo di Padre Manghisi riuscì ad essere trasportato a Mongyu alcune ore dopo l’attentato.

Qualche giorno dopo, i militari vollero mettere in salvo il cadavere trasportandolo a Lashio su un camion militare assieme ai soldati di scorta e alcuni civili. Finì però in cenere quando l’automezzo andò in fiamme in una nuova imboscata tesa da reazionari nello stesso luogo dove avevano ucciso il missionario.

Era il miglio 93 della “Road Lashio-Mongyu” dove nel 1962 i confratelli di Padre Manghisi eressero una grande Croce bianca a ricordo del triste evento. 

Allegato

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QUI POSTULAZIONE #105 - «Tut­to è bello, anche il dolore…»

Anche il dolore è bellezza se mediatore per la santità.

Così ci assicura il Beato Alfredo Cremonesi, missionario del PIME in Birmania, nello scrivere ai suoi familiari nel novembre 1946.

Era in procinto di lasciare Moshò e il clima salubre di Kotamò per raggiungere Donoku, il villaggio che lo accolse nel 1929 e dove fu martirizzato il 7 febbraio 1953.

 

Dopo Natale ritornerò ai miei vecchi luoghi, dove con tanta fatica ho fabbrica­to casa e chiesa e convento e scuola e tut­to quello che c’è, che è davvero un paese.

La guerra ha abbattuto e disorganizzato tutto laggiù e monsignor Vescovo ha man­dato qui, dove fino ad ora ho lavorato da solo, ben tre missionari, e rimanda me di nuovo laggiù a riorganizzare e rifab­bricare quello che la guerra ha distrutto. Altro che riposo?

Il mio Vescovo pensa che dove io ho potuto tirar su dal nulla tutto un bel distretto missionario, adesso saprò rimediare alle ferite della guerra e riorganizzare quello che venne distrutto. Sono sicuro che il Signore saprà operare per mezzo mio anche meraviglie, se sarò umile abbastanza e se avrò assoluta confidenza in lui.

Ma i miei vecchi luoghi sono luoghi caldi, umidi e malarici oltre ogni dire. Chissà come me la caverò ades­so che sono abituato a questi luoghi mon­tuosi e freschi e salubri. Se mi sono am­malato tanto in questi luoghi belli, chissà che cosa succederà laggiù. Ma il Signore che mi ha protetto qui e mi ha risanato quasi miracolosamente, saprà anche sal­varmi laggiù. Allegri dunque nel Signore.

Quando il Signore ispira questi sentimen­ti, non c’è più nulla che faccia paura.

Tut­to è bello, anche il dolore che ci prepara una corona più bella in Paradiso. 

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QUI POSTULAZIONE #104 - Un riscatto impossibile per Padre Carlo Osnaghi

Era il 2 febbraio 1942 quando Padre Carlo Osnaghi venne seppellito vivo in una fossa nella provincia cinese dello Henan.

Per chi lo aveva rapito venti giorni prima, egli non aveva più alcun valore economico.

Il rapimento da parte dei guerriglieri comunisti cinesi – tra i 200 e i 300 che assaltarono il suo villaggio di Yekikang – avrebbe dovuto fruttare 200.000 dollari, «favolosa somma» pari a circa un milione di lire italiane di allora, che i confratelli del quarantatreenne missionario del PIME giunto in Cina nel 1924 non riuscirono a versare. Neppure ricorrendo all’aiuto delle occupanti truppe giapponesi, come sicuramente idealizzato dai rapitori perchè il Giappone – contro il quale la Cina combatteva da quasi cinque anni – nel 1940 era divenuto alleato dell’Italia. E questa alleanza aveva anche trasformato Padre Osnaghi in nemico dei rapitori, così come erano stati considerati tali i sacerdoti dell’Istituto uccisi l’anno precedente nello stesso Vicariato apostolico.

Testimone della sua morte fu un giovane cinese, rapito assieme a lui e al cuoco della Missione, il cui racconto venne così riportato nel diario di P. Gaetano Pollio, missionario del PIME residente a Kaifeng: «Ad un cenno del capo i briganti legarono subito mani e piedi ai tre prigionieri, il giovanetto Hoang incominciò a piangere e a gridare.  Intanto  con un calcio secco fecero rotolare P. Osnaghi nella fossa profonda circa due metri, con un secondo calcio fecero rotolare il cuoco del Padre, che cadde addosso a P. Osnaghi, e subito si diedero a ricoprire la fossa con terra. Il giovane Hoang San ha ripetutamente affermato che P. Osnaghi, trovandosi davanti alla fossa, vedendosi legato, non vedendo alcuna via di salvezza, scoppiò in un forte pianto, nel pianto gridò parole straniere e alcune parole cinesi invocanti la mamma! E mentre i briganti seppellivano gli ostaggi, mentre la terra man mano si accumulava sui loro corpi, P. Osnaghi e il cuoco piangevano, finché il loro pianto man mano si spense».

Riferendosi ai confratelli Barosi, Lazzaroni, Zanardi e Zanella uccisi pochi mesi prima a Dingcun, nel dicembre 1941 aveva scritto alla mamma a lui tanto cara: «Le vittime dal cielo stenderanno su di noi tutti, rimasti in questo campo tanto tribolato e pieno di spine, il loro manto, ci proteggeranno e, se sarà il caso, ci impetreranno la forza di morire generosamente al pari di loro». E così fu!

Essi lo aiutarono a morire in quel modo a lui caro e del quale aveva così aveva detto a lei quand’era stata gravemente malata: «se umanamente parlando il primo posto ad abbandonare questa terra è riservato a te, sappi che sono morto da buon soldato sul campo! Allora non una lagrima: dal cielo farò quello che non ho saputo fare quaggiù per i miei e per te, mamma carissima!

A lei, l’amata genitrice che consapevole della morte eroica del figlio, così testimoniò questa certezza al missionario che a Milano le diede la ferale notizia: «È piaciuto alla Divina Bontà che il mio Carletto vuotasse il calice della sofferenza con una morte atroce! Valga essa ad ottenere la grazia della conversione ai suoi carnefici!». 

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QUI POSTULAZIONE #103 - «Tanto valiamo, tanto preghiamo»

Dal 2002, anno successivo alla sua beatificazione, la Chiesa cattolica celebra la memoria liturgica del Beato Paolo Manna.

Già sacerdote del Seminario delle Missioni di Milano, ne era alla guida da quasi due anni quando nel 1926 divenne Superiore Generale del PIME, la nuova realtà missionaria voluta da Pio XI unendo il suo Istituto al romano Pontificio Seminario dei Santi Pietro e Paolo per le Missioni Estere.

Nei successivi quasi otto anni, tanto durò nell’incarico, indirizzò ai confratelli ventitré Lettere circolari, destinate a fare il punto sulla vita dell’Istituto e ad esser d’aiuto alla formazione spirituale dei suoi membri.

Così è stato per la Lettera circolare n.17 del 30 dicembre 1931 dedicata alla «orazione mentale», identificata dall’Autore come «mezzo indispensabile al Missionario per poter rispondere alla sua divina vocazione, salvare molte anime e santificarsi».

Santificarsi, ovvero giungere alla santità così come è chiamato a fare ogni battezzato e per il quale questa circolare può essere valido strumento di riflessione e formazione spirituale «perché solo i Santi possono trattare bene quest’argomento», come dichiarato dallo stesso sacerdote. Così per S. Giovanni della Croce, che nel suo “Cantico Spirituale” scrive: «Senza la preghiera tutto si rivolge in un gran fracasso… si fa poco più di niente, ma spesso niente del tutto, e anche del male». Oppure San Giovanni Crisogono, del quale Manna riporta questo passo della Omelia I “De Precatione”: «Quando vedo qualcuno che non ha amore per la preghiera, né si cura di coltivano con fervore, per me è chiaro che non possiede alcuna buona qualità. Chi non prega dio e non desidera avere un assiduo colloquio con lui, è morto, o è privo di santa ragione, anzi è una evidentissima prova di pazzia non aver amore per la preghiera». Come anche S. Teresa d’Avila colla sua “forte sentenza”: «Chi lascia l’orazione mentale, non ha bisogno di demoni che lo spingano all’inferno: ci va da sé».

Tra i tanti passaggi su cui poter riflettere anche questo che il Beato missionario ha dedicato alla mancanza di tempo per pregare: «Come non trascuriamo i nostri pasti, quando non possiamo prenderli alle ore consuete, così non dobbiamo omettere la meditazione quando non si potesse farla all’ora che ci siamo fissata. Lo so, per giustificare questa certa trascuratezza in materia si adducono tanti pretesti: il ministero, le occupazioni, i viaggi, la malferma salute, il caldo… Ebbene, è questione di essere convinti della necessità del nutrimento per la vita del corpo. Se c’è questa convinzione, il tempo si trova. Quando poi si è stanchi o in poca salute, si può ben fare un po’ di lettura meditata». 

Allegato

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