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QUI POSTULAZIONE #134 - «Per intendersi bisogna vedersi»

Venticinque anni fa veniva beatificato Paolo Manna.

Sacerdote dell’allora Seminario delle Missioni Estere di Milano, nel 1895 partì ventitreenne per le Missioni dell’Istituto in Birmania che lasciò definitivamente nove anni dopo. Affetto da tubercolosi tornò in Italia dove, fino alla morte nel 1952, continuò il servizio missionario attraverso l’animazione – in modo particolare tra i sacerdoti –, lo studio, l’insegnamento e la stampa. Tanto da affermare in un suo libro: «L’argomento delle missioni è stato la passione di tutta la mia vita. Per 35 e più anni non ho studiato, non mi sono occupato di nessun’altra cosa». A cuore ebbe anche il dialogo ecumenico, certo che il maggior ostacolo alla diffusione del Vangelo nel mondo fosse la divisione tra i cristiani, e che per superarla fosse fondamentale il «per intendersi bisogna vedersi», ovvero la promozione di conferenze, visite e scambi culturali tali da creare reciproca fiducia.

Del suo Istituto ne fu alla guida dal 1924 e lo e accompagnò alla fusione col Pontificio Seminario dei Santi Pietro e Paolo di Roma che, voluta da Pio XI due anni dopo, diede vita al Pontificio Istituto Missioni Estere del quale fu Superiore Generale fino al 1934.

In quel 4 novembre 2001, nella Messa per la canonizzazione di altri sette Servi di Dio, San Giovanni Paolo II lo ricordò con queste parole: «Anche nel Padre Paolo Manna, noi scorgiamo uno speciale riflesso della gloria di Dio. Egli spese l’intera esistenza per la causa missionaria. In tutte le pagine dei suoi scritti emerge viva la persona di Gesù, centro della vita e ragion d’essere della missione. In una delle sue Lettere ai missionari egli afferma: “Il missionario di fatto non è niente se non impersona Gesù Cristo... Solo il missionario che copia fedelmente Gesù Cristo in se stesso... può riprodurne l’immagine nelle anime degli altri”. In realtà, non c’è missione senza santità, come ho ribadito nell’Enciclica Redemptoris missio: “La spiritualità missionaria della Chiesa è un cammino verso la santità. Occorre suscitare un nuovo ardore di santità fra i missionari e in tutta la comunità cristiana” (n. 90)».

Tratto dalla Circolare del 15 settembre 1926, il passaggio citato da Papa Woytila è contenuto nel Punto 9 della “Lettera 6”, così come il documento è stato elencato nel libro “Virtù apostoliche” che il PIME ha pubblicato nel 1997. Vi sono raccolte le ventitré missive indirizzate ai confratelli da Padre Manna nei suoi otto anni di superiorato generale, tutt’oggi sono fonte di arricchimento spirituale. 

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QUI POSTULAZIONE #133 - Santità: dono e cammino

Quale aiuto nel cammino verso la santità, a partire dall’insegnamento dei membri del PIME, tre anni fa usciva il primo numero di Qui Postulazione.

Era la Solennità di Tutti i Santi e in quello stesso 1° novembre 2023 Papa Francesco ricordò come la Santità sia dono e cammino e «fa bene conoscere le vite dei santi e lasciarci muovere dai loro esempi».

Lo fece all’Angelus con questa riflessione.

Oggi celebriamo la Solennità di Tutti i Santi. Alla luce di questa festa, soffermiamoci un po’ a pensare sulla santità, in particolare su due caratteristiche della vera santità: è un dono – è un regalo, non si può comprare – e al tempo stesso è un cammino. Un dono e un cammino.

Anzitutto un dono. La santità è un dono di Dio che abbiamo ricevuto con il Battesimo: se lo lasciamo crescere, può cambiare completamente la nostra vita (cfr. Esort. ap. Gaudete et exsultate, 15). I santi non sono eroi irraggiungibili o lontani, ma sono persone come noi, sono i nostri amici, il cui punto di partenza è lo stesso dono che abbiamo ricevuto noi: il Battesimo. Anzi, se ci pensiamo, sicuramente ne abbiamo incontrato qualcuno, qualche santo quotidiano: qualche persona giusta, qualche persona che vive la vita cristiana sul serio, con semplicità... sono quelli che a me piace chiamare “i santi della porta accanto”, che abitano normalmente tra di noi. La santità è un dono offerto a tutti per una vita felice. E del resto, quando riceviamo un dono, qual è la prima reazione? È proprio che siamo felici, perché vuol dire che qualcuno ci vuole bene; e il dono della santità ci fa felici perché Dio ci vuole bene.

Ma, ogni dono, però, va accolto, e porta con sé la responsabilità di una risposta, un “grazie”. Ma come si dice questo grazie? È un invito a impegnarsi perché non vada sprecato. Tutti noi battezzati abbiamo ricevuto la stessa chiamata a «mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che abbiamo ricevuto» (Lumen gentium, 40). E per questo – veniamo al secondo punto – la santità è anche un cammino, un cammino da fare insieme, aiutandoci a vicenda, uniti a quegli ottimi compagni di cordata che sono i Santi.

Sono i nostri fratelli, le nostre sorelle maggiori, su cui possiamo contare sempre: i santi ci sostengono e, quando nel cammino sbagliamo strada, con la loro presenza silenziosa non mancano di correggerci; sono amici sinceri, di cui ci possiamo fidare, perché loro desiderano il nostro bene. Nella loro vita troviamo un esempio, nella loro preghiera riceviamo aiuto e amicizia, e con loro ci stringiamo in un vincolo di amore fraterno.

La santità è un cammino, è un dono. Allora possiamo chiederci: mi ricordo di aver ricevuto in dono lo Spirito Santo, che mi chiama alla santità e mi aiuta ad arrivarci? Io ringrazio lo Spirito Santo per questo, per il dono della santità? Sento vicini i santi, parlo con loro, mi rivolgo a loro? Conosco la storia di alcuni di essi? Ci fa bene conoscere le vite dei santi e lasciarci muovere dai loro esempi. E ci fa tanto bene rivolgerci a loro nella preghiera.

Maria, Regina di tutti i Santi, ci faccia sentire la gioia del dono ricevuto e accresca in noi il desiderio della meta eterna. 

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QUI POSTULAZIONE #132 - 19 ottobre 2019: Beatificazione di Padre Alfredo Cremonesi

«Io mi riconosco straniero in diocesi. [...] Io voglio essere missionario [...], correre per lande inospitali e crudeli ad annunziare la buona novella, instancabilmente giorno e notte, a tutti e dappertutto, con la parola e con l’esempio, con la penna e soprattutto con la preghiera, e poi suggellare il mio apostolato con il martirio, fecondare con il mio sangue i germi che avrò gettato in quei solchi aridi e incolti».

Così scriveva il 17 maggio 1922, all’indomani del suo ventesimo compleanno, Alfredo Cremonesi, allora nel seminario della sua diocesi di Crema a due mesi dal divenire alunno del Seminario delle Missioni Estere di Milano. Il futuro PIME nella cui missione di Donoku (oggi Khyaukpon), a suggello del suo apostolato per ventisette anni in terra birmana, venne ucciso in odium fidei il 7 febbraio 1954. Prima mitragliato, poi finito con un colpo di pistola tra la l’occhio e la tempia da un soldato durante la guerra civile scoppiata all’indomani dell’indipendenza dall’Inghilterra nel 1948. Uno scontro che vedeva contrapposti i birmani al governo e le etnie minoritarie, fomentato anche da contrasti religiosi tra le parti contrapposte che in quella zona rispettavano il missionario.

Quel giorno inutilmente aveva difeso l’estraneità del suo capovillaggio che uccisero, cattolico e di etnia cariana, all’imboscata che poco prima era stata tesa dai ribelli ai soldati birmani che nel suo villaggio ne cercavano i responsabili. A Donoku – messa a ferro e fuoco dai militari che crivellarono anche la chiesa, il convento delle suore, l’orfanatrofio e uccisero due orfane – era tornato dopo un periodo trascorso nella più tranquilla Toungoo, da dove aveva scritto: «Almeno se l’anima mia sarà risoluta com’è adesso, non scapperò più, capiti quello che capiti. Al massimo mi potranno ammazzare, il che non sarà di gran danno, giacché, al posto di un missionario ammazzato, lasceranno venire un missionario nuovo, pieno di salute, di brio e di entusiasmo che farà certamente mille volte meglio di me. L’agonia di questi mesi di esilio, al pensiero di tante anime abbandonate senza pastore, in mezzo a così gravi pericoli e dolori, è stata certamente più dolorosa di qualunque morte».

Padre Alfredo è stato beatificato il 19 ottobre 2019 nella cattedrale di Crema durante la celebrazione presieduta dal Cardinale Angelo Becciu (allora Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi) in nome di Papa Francesco, che ricordò anche come «dopo la sua morte violenta, la popolazione locale lo ha considerato da subito un martire e ha conservato la sua memoria quale santo sacerdote e protettore dei fedeli del villaggio, uomo che diede la vita per loro pur potendo fuggire ai suoi carnefici». Prova ne è che non appena fu possibile recuperare il corpo per dargli sepoltura nel cimitero della missione, pochi peli della barba e ritagli insanguinati della sua veste furono inviati da alcuni fedeli in Italia in una busta con su scritto: «Reliquie del martire padre Cremonesi da mandarsi ai suoi genitori»

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QUI POSTULAZIONE #131 - «Praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio»

Il diciassette ottobre 2011 Padre Fausto Tentorio aveva appena celebrato quella che sarebbe stata la sua ultima messa quando venne ucciso.

Lo fu per il suo impegno in favore degli Ultimi di quelle Filippine dove per più di trent’anni era stato missionario del PIME e ne aveva tutelato i diritti, ad iniziare da quello della proprietà terriera leso dalle compagnie minerarie. Per l’emancipazione degli indigeni nella Diocesi di Kidapawan lavorò prima per il B’laan di Columbio, poi per i Manobo dell’Arakan Valley coi quali nel 1992 fondò il “Tinananon-Kulamanon Lumadnong Panaghiusa” per una maggior tutela legale.

A bloccare la sua attività in favore delle comunità indigene furono una decina di colpi di pistola sparati da un sicario nella sua parrocchia di Arakan, in provincia di Cotabato, sull’isola di Mindanao.

Dietro di lui, come constatato dagli inquirenti che li incriminarono, ci furono latifondisti, militari corrotti e membri di bande armate paramilitari che ne pianificarono l’omicidio per porre fine al suo impegno ambientale e sociale, dopo aver inutilmente attentato alla sua vita nel 2003. I processi a loro carico, però, procedono con lentezza e risentono dell’ingerenza di poteri esterni. L’avvelenamento nel 2024 del principale sospettato a due giorni dall’entrata in carcere, e l’anno seguente il rapimento dell’esecutore il giorno prima che si consegnasse alle autorità ne sono la conferma.

Quanto seminò allora è però germogliato e lo prova l’impegno sociale da parte del “Lumad Mindanao Peoples Federation” (LUMAD) che riunisce le 15 comunità etniche ancestrali presenti sull’isola. La stessa aggregazione che per i suoi giovani scolari ha istituito la “Fr. Fausto Tentorio Memorial School”, a ricordo del missionario che sull’isola «ha contribuito a fondare 80 centri scolastici diurni in aree remote, ha avviato programmi di alfabetizzazione e calcolo e ha creato un programma di borse di studio a sostegno di 3.000 studenti, ponendo le basi per la creazione di scuole Lumad in tutto Mindanao» come ricordato lo scorso anno nelle Filippine dalla associazione “Save Our Schools” nell’anniversario della sua morte. «Uno dei cambiamenti più importanti che avviene attraverso la scuola – spiegava Tentorio – è che i manobo prendono coscienza dei propri diritti soprattutto per quanto riguarda la difesa delle proprie terre»

Consapevole che quanto andava facendo per il bene del prossimo avrebbe significato la morte, “Tatay Pops” – come era chiamato familiarmente Padre Tentorio – era rimasto nelle Filippine anche dopo esser scampato all’agguato del 2003, di poco precedente il suo testamento nel quale ricordò l’insegnamento del Profeta Michea (6,8) che gli fu sempre da guida e che volle riportato sulla sua tomba: «Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio».

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QUI POSTULAZIONE #130 - Sempre con la Missione nel cuore

L’undici settembre si celebra la memoria liturgica di San Giovanni XXIII.

La data è quella proclamata alla sua canonizzazione nel 2014, nel ricordo di un giorno particolare della vita del Pontefice e della stessa Chiesa. Quello, nel 1962, dell’inizio del Concilio Vaticano II che trattò anche delle Missioni a lui da sempre care.

Tanto gli erano a cuore che l’anno seguente donò al PIME la sua casa natale a Sotto il Monte, in provincia e diocesi di Bergamo, per farne un seminario e poter dire prima di morire il 3 giugno di quell’anno: «Sono contento di partire da questa terra pensando che dal mio piccolo paese partiranno tanti missionari per portare al mondo Gesù e il suo amore».

Già animatore della cooperazione missionaria nella sua diocesi, Benedetto XV lo volle a Roma nel 1921 come Presidente (il primo) del­l'Opera della Propagazione della Fede in Italia con l'incarico di riorganizzarla nel nostro paese. Quanto appreso e realizzato nei successivi quattro anni, alla luce anche dell’enciclica Maximum Illiud, contribuì a rendere “missionaria” la sua diplomazia durante il successivo servizio all’estero per conto della Santa Sede, affidatogli da Pio XI nonostante la mancanza di formazione accademica. Come vescovo fu prima Visitatore e quindi Delegato Apostolico in Bulgaria (1925-1934), poi Delegato Apostolico in Turchia e Grecia (1934-1944), infine Nunzio Apostolico in Francia (1944-1953) prima di essere creato cardinale e promosso Patriarca di Venezia.

Proprio durante la nunziatura visitò l'Africa, per lui, allora, «la parte del mondo che offre più promesse per il regno di Cristo». Occasione fu il viaggio nei territori francesi d’Oltremare: la Tunisia e l’Algeria dove si recò anche ad Orano, oggi sede vescovile di Mons. Davide Carraro del PIME.

Di quella visita pastorale il 15 marzo 1950 da Parigi ne anticipò le tappe alla nipote Anna, ventisettenne suora comboniana in Eritrea. Dispiaciuto di non poterla incontrare, fu l’occasione per ricordare tanto come il suo affetto per l’Africa già lo era ai tempi della Grande Guerra, quanto i momenti missionari trascorsi a Bergamo con le Suore Comboniane a “Banco Seta”. Era l’ospedale militare, così chiamato perché collocato nei locali del mercato serico, dove Roncalli prestò servizio come Cappellano militare. 

Don Roncalli Cappellano militare a Bergamo

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QUI POSTULAZIONE #129 - Tra le derelitte di Venezia e Milano

Nel 1864, desiderosa di assistere e recuperare le giovani abbandonate, povere o appena dimesse dal carcere – chiamate allora “derelitte” –, avviò per loro a Venezia “Casa Sacra Famiglia”, istituzione colle stesse finalità di “Casa di Nazareth” fondata da Padre Carlo Salerio e Carolina Orsenigo cinque anni prima a Milano.

Era Anna Maria Marovich, quarantanovenne al momento della fondazione, nata a Venezia da commerciati montenegrini stabilitisi in quella città da dove tanto di spirituale diede al Patriarcato e non solo. Furono meditazioni, racconti, liriche e dipinti con grandi estimatori come Pio IX, i Patriarchi Jacopo Monico ed Angelo Ramazzotti e lo stesso Salerio, che da seminarista si formò sulla sua spiritualità della Riparazione.

Per prendersi cura di “Casa Sacra Famiglia” fondò le “Riparatrici del Sacratissimo Cuore di Gesù”, che in seguito volle portare in seno alle “Pie Signore Riparatrici”: avevano il loro stesso carisma e lei ne stimava i Fondatori Salerio e Orsenigo. Tanto da rinunciare alla carica di Superiora e a mettersi sotto la guida di quest’ultima quando prese l’abito delle future Suore della Riparazione nel 1868.

Morì a Venezia il 3 ottobre 1887 all’età di settantadue anni.

Nel corso della Causa di Beatificazione e Canonizzazione avviata dalle consorelle è stata riconosciuta Venerabile Serva di Dio il 17 dicembre 2007.

* * * * * * *

LAUDE

Della Pia Donzella Anna Marovich

Verginella immacolata,

Bella più ch’ alba nascente,

Più che luna rilucente,

Nostra speme e nostro amor:

Ti rammenta che sei nata

Per ben nostro in quest’esiglio;

E pietosa abbassa il ciglio

Su chi cerca il tuo favor.

Vaga stella del mattino,

Nunzia a noi del sole eterno,

Che sgomenti il cupo inferno

Col brillar del tuo fulgor:

A te umil la fronte inchino,

Alzo a te la mia preghiera:

Deh consola chi ‘n te spera,

O letizia d’ogni cor.

Niun richiese a te mercede

Che non fosse consolato,

Vergin scevra da peccato,

Ma rifugio al peccator.

Deh se afflitto alcun non riede,

Vergin bella, dal tuo trono,

Fa che impetri anch’io perdono

De’ miei molti e lunghi error.

_______________________________

Da La fede e la devozione a Maria Immacolata dichiarata e proposta coi sentimenti e colle parole dei SS. Padri da Luigi Parodi D.C.D.G., coi tipi della Civiltà Cattolica, Roma, 1856, p. 236.

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QUI POSTULAZIONE #128 - «Vorrei essere missionaria non soltanto per qualche anno…»

Originaria di Alençon, allora piccolo villaggio della Normandia dove nacque nel 1873, il suo nome è legato alla cittadina francese di Lisieux dove le Carmelitane Scalze l’accolsero nel loro Carmelo all’età di quindici anni: Thérèse Martin, Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo dal 1925.

Oggi 1° ottobre, inizio del Mese Missionario, la Chiesa ne celebra la memoria liturgica.

Figlia dei Beati Louis e Zélie Guérin, in quel Carmelo vi morì il 30 settembre 1897, vivendo nella clausura l’apertura della Missione al mondo.

Lei, che sulla porta della sua cella aveva inciso “Gesù il mio unico amore” e nel Carmelo era entrata «per salvare le anime» attraverso l’«amare Gesù e farlo amare», tanto da esprimere così la sua anima missionaria: «Sento che quanto più il fuoco dell’amore infiammerà il mio cuore (…) tanto più le anime che si avvicineranno a me – povero piccolo rottame di ferro inutile, se mi allontanassi dal braciere divino – correranno rapidamente all’effluvio dei profumi del loro amato, perché un’anima  infiammata di amore non può  restare inattiva».

Lei, che aveva dichiarato: «Vorrei essere missionaria non soltanto per qualche anno, ma vorrei esserlo stata fin dalla creazione del mondo, ed esserlo fino alla consumazione dei secoli».

Lei, che dalla superiora del Carmelo venne incaricata di offrire le sue preghiere e i suoi sacrifici per sostenere l’apostolato di due sacerdoti missionari: Maurice Bellière dei Padri Bianchi e Adolphe Roulland della Società delle Missioni Estere di Parigi. A loro si rivolgerà come una sorella, tanto da scrivere al missionario delle MEP: «Fratello mio, sono sicura che mi permetterà di non chiamarlo con altro nome, dal momento che Gesù si è degnato unirci con i vincoli dell’apostolato. Mi dà tanta gioia pensare che da tutta l’eternità nostro Signore ha formato questa unione, e che sono stata creata per essere la sua sorella». Ed ancora allo stesso: «La ringrazio di trattarmi come una vera sorella… titolo che mi è tanto caro».

Lei, che a Padre Roulland scrisse pure: «La vita non è che un giorno, lavoriamo insieme all’opera della salvezza delle anime. Io posso fare ben poco, o assolutamente nulla da sola, ma mi conforta il pensiero che al suo fianco posso servire a qualche cosa. Infatti lo zero, per se stesso, non vale nulla; se però si mette vicino all’uno, diventa potente, purché s’intende, si collochi al posto giusto e non prima! È proprio lì che Gesù mi ha collocata e spero di rimanervi sempre, seguendola da lontano con la preghiera e il sacrificio».

Santa Teresina, come familiarmente è chiamata in ogni parte del mondo, per il suo cuore appassionato verso i missionari e il desiderio di amare e far amare nella Chiesa, nel 1927 è stata dichiarata Patrona Universale delle Missioni con San Francesco Saverio da Pio XI, che l’aveva canonizzata due anni prima.

Papa Giovanni Paolo II, riconosciutane «l’eminente dottrina (…) spesso sintetizzata nella cosiddetta “piccola via”, che non è altro che la via evangelica della santità per tutti», l’ha proclamata “Dottore della Chiesa universale” il 19 ottobre 1997. Quattro giorni prima si era celebrata la memoria liturgica di Santa Teresa di Gesù, Fondatrice delle Carmelitane Scalze, alla quale il Dottorato era stato riconosciuto nel 1970.

 

E morte o vita che m’importa.

Gesù, mia sola gioia, è amare Te.

S. Teresa del Bambino Gesù

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QUI POSTULAZIONE #127 - «E poi non più nulla della terra; Paradiso! Paradiso!»

«Devo annunciarle una ben dolorosa perdita che abbiamo fatta il 29 del pp. settembre colla morte dell’ottimo nostro collega Don Carlo Salerio. Lo assistei fino all’ultimo e fece la morte più preziosa – per quanto possiamo noi dire – al cospetto del Signore … Ricevette per ben due volte il Santo Viatico; l’ultima sera gli diedi l’Estrema Unzione; poi la notte mi fece chiamare, volle di nuovo riconciliarsi, ricevette la benedizione in articulo mortis, e poco dopo spirò la sua bell’anima nel bacio del Signore».

Così scrisse nel 1870 Don Giuseppe Marinoni, Direttore del Seminario delle Missioni Estere di Milano, del ritorno alla Casa del Padre del suo alunno già membro della prima esperienza missionaria dell’Istituto nel 1852. Lo fu assieme al defunto Don Paolo Reina e al destinatario di quella lettera: Timoleone Raimondi, allora Prefetto Apostolico di Hong Kong, preoccupato da tempo per la salute cagionevole del confratello che nel 1856 dall’Oceania era tornato a Milano «magro come un chiodo».

Era lo stesso Marinoni al quale il missionario, la cui salute allora andava sempre più compromettendosi, aveva detto di rientro dal Santuario mariano di Oropa due mesi prima: «Eccomi nelle sue mani; in questa stanza moriva Don Paolo Reina; ecco è venuta la mia ora. Ho già disposto le mie cose in modo da non aver d’ora innanzi altro pensiero che per l’anima».

Don Carlo morì nel seminario dell’Istituto a San Calocero alle «cinque del mattino nel giorno di San Michele, l’Arcangelo Riparatore per eccellenza», come appuntò la sua biografa. Era delle Suore della Riparazione, l’Istituto da lui fondato con Suor Carolina Orsenigo nel 1859, alle cui religiose – chiamate allora “Pie Signore Riparatrici di Nazareth” – il sacerdote aveva rivolto queste parole alcune ore prima di morire: «Saluto e benedico tutte: e poi non più nulla della terra; Paradiso! Paradiso!».

I suoi funerali si tennero nella chiesa di San Calocero il successivo 30 settembre.

Vennero officiati anche da Marinoni, paterno autore di quanto così riportato sulla lapide per la tomba del missionario nel cimitero milanese di Porta Magenta:

«In attesa di più degno avello

quivi riposano le venerate ossa

del

Sac. Carlo Salerio

alunno tra i primi del Seminario

delle Missioni Estere

d’ingegno vasto, perspicace ardente generoso

portò la fede ai barbari di Oceania

per malattia costretto al rimpatrio

fondò l’istituto della Casa di Nazareth

aprendo asilo alle derelitte, alle povere sordo-mute

eresse casa di appoggio alle domestiche

promosse l’esenzione dei chierici dalla milizia

consunto da fatiche, da malattie

il 29 settembre 1870, in età di anni 43

spirava nel bacio del Signore, ammirato, compianto

lasciando inestinguibile desiderio di sé

sulle sue spoglie pregate l’eterna requie dei giusti».

Carlo Salerio, la cui Causa di Beatificazione e Canonizzazione è stata avviata dalle Suore della Riparazione, è Venerabile Servo di Dio dal 13 maggio 2019. 

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QUI POSTULAZIONE #126 - Senza valigie… si fa ugualmente Missione

Padre Valeriano Fraccaro, allora ventiquattrenne, ne era certo quando nel 1937 giunse in Cina.

Ad aiutarlo a fare il Missionario, con i bagagli rimasti in un magazzino portuale a causa della guerra, sarebbe stata la Provvidenza… e i confratelli del PIME che lo accolsero al suo arrivo a Hanzhong.

Quando «ormai non ne avevo più bisogno» – come era solito ricordare – quei bagagli gli vennero consegnati otto anni più tardi.

Rinchiuso in un campo di concentramento durante l’occupazione giapponese, condannato all’ergastolo dai comunisti cinesi, pena convertita in arresti domiciliari, nel suo distretto missionario composto da trentasette villaggi rimase fino all’espulsione da parte di Mao Zedong nel 1952.

Dall’anno seguente continuò la sua missione nella colonia inglese di Hong Kong, dove per la sua somiglianza al pontefice Roncalli veniva chiamato “Papa Giovanni”. Di Roncalli aveva pure la benevola apertura verso il prossimo e i bisognosi per i quali era anche “Prete Fornaio”. A loro faceva dono di pane e panettoni che, grazie a quanto appreso da piccolo nell’impresa dolciaria di famiglia, preparava lui stesso nel forno che si era costruito.

Nel 1966 si stabilì a Sai Kung, nei Nuovi Territori, dove iniziò a prodigarsi per i pescatori, non solo quelli cattolici per i quali celebrava la messa sulle loro barche, dove, come scrisse a casa, «devo stare in ginocchio, perché il soffitto è troppo basso o perché il tavolino è alto mezzo metro».

Per le loro famiglie, molte fuggite dalla Cina, decise anche di realizzare delle confortevoli abitazioni lungo quella costa che faceva gola agli immobiliaristi della zona. Forse gli stessi, perché l’assassino non fu mai trovato, che lo volevano morto per fermare il suo progetto sociale,

Padre Valeriano, ben voluto da tutti, venne infatti ucciso nella notte del 28 settembre 1974 da mano tutt’oggi ignota quand’era solo casa nella dove abitava con altri missionari del PIME.

Lo trovarono nella sua stanza da letto, in una pozza di sangue per i colpi infertigli con la mannaia. Era di quelle usate per pulire le cotolette di maiali e che, come in quelle di ogni cinese, era nella cucina del missionario la cui porta era sempre aperta per accogliere chi avesse bisogno di aiuto.

Di quel tragico evento così ne scrisse un confratello: «Che qualcuno… forzasse la porta della sua residenza e si presentasse, non per chiedere pane, ma per chiedere la sua stessa vita, uccidendolo “barbaramente”… per noi resta un mistero inspiegabile e terribile. Il mistero non è mai stato risolto, nonostante le indagini della polizia, i sospetti di una “vendetta”, di uno scambio di persona, di un “maniaco”.

Mistero di un “martirio” che resta nei segreti del cuore di Dio.

Mistero di un Prete che, quando spezza il pane sull’altare, deve sempre pensare che anche la sua vita può essere spezzata in comunione con Cristo, “agnello innocente”.

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QUI POSTULAZIONE #125 - «Signore comanda che io venga a Voi»

Padre Giovanni Battista Mazzucconi è stato tra i primi a far parte del Seminario per le Missioni Estere di Milano nel 1850 e il PIME lo ricorda come suo primo Martire,

Morì nel settembre del 1855, di rientro nella sua missione di Rook da Sydney, dove il suo Superiore lo aveva inviato per rimettersi in salute. A ucciderlo con un colpo d’ascia in fronte, come narrato dal testimone che non fece riferimento alla data, fu uno degli indigeni saliti a bordo della nave incagliatasi nella rada dell’isola di Woodlark fingendogli benevola accoglienza. Riconosciuta esser avvenuta in odium fidei, quell’uccisione portò alla sua beatificazione il 19 febbraio 1984.

Nel giungere a Sydney egli si trovò coinvolto in una tempesta e di essa ne accennò ai suoi familiari il 16 agosto 1855, il giorno prima di far ritorno in missione.

A loro indirizzò anche questa profonda riflessione sull’esser sempre pronti a fare la volontà del Signore, così come avrebbe fatto lui stesso da lì a due settimane, tanto sarebbe durata la navigazione per giungere nel luogo del martirio: «Ebbene, quel Dio che mi salvò [in] allora, sarà con me anche in questo viaggio e, se io non l’abbandono, Egli vuol essere con me per sempre, e finché Egli è con me tutto ciò che mi può accadere sarà sempre una grazia, una benedizione di cui lo dovrò ringraziare. Se nel pericolo Egli vorrà ritirarsi o farà mostra di dormire sulla punta della nave, io, come gli Apostoli, andrò a risvegliarlo e a fargli vedere il mio pericolo. Che se poi non mi volesse ascoltare, gli dirò: Signore, comanda che io venga a Voi; e la mia anima camminerà sulle acque, andrà ai suoi piedi e starà contenta per sempre. Sì, miei cari, abbiamo un altro paese, un’altra patria, un regno dove ci dobbiamo radunare tutti, dove non vi sa­ranno più separazioni né partenze, dove i dolori e i pericoli passati non serviranno che ad aumentare la consolazione e la gloria».

Del Beato Giovanni Mazzucconi il Pontificio Istituto Missioni Estere, al quale il Seminario missionario del Martire diede origine cento anni fa, ne celebra la memoria liturgica il 25 settembre. 

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