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QUI POSTULAZIONE #116 Maggio di martirio in terra di Missione

La Birmania del 1950, oggi Myanmar, è stata terra di Martirio per Padre Mario Vergara, missionario del PIME e il suo giovane catechista birmano Isidoro Ngei Ko Lat.

Vi sono stati uccisi il 25 maggio di quell’anno, mentre nel paese era in corso una guerra civile fomentata anche dall’odio religioso tra le parti contendenti: il Governo centrale e i reazionari cariani.

Catturati il giorno precedente, i due futuri beati vennero fucilati nei pressi del fiume Salween e i loro corpi gettati nelle sue acque che ne fecero perdere le tracce. Nel loro villaggio di Shadaw avrebbero dovuto mediare col capodistretto la liberazione di un catechista catturato dagli insorti, ma caddero nell’imboscata tesagli da quest’ultimi.

Riconosciuto in quella morte l’odium fidei durante la Causa di beatificazione e canonizzazione avviata nel 2003, Padre Mario e Isidoro sono stati proclamati beati il 24 maggio 2014 ad Aversa, nella Cattedrale dell’omonima diocesi alla quale appartiene Frattamaggiore, città natale del Missionario.

Un giorno che da allora è di gran festa per la Chiesa birmana che in Isidoro Ngei Ko Lat ha il suo primo Martire, grazie anche al figlio di un altro catechista di Padre Mario: Mons. Sotero Phamo, vescovo di Loikaw, nella cui giurisdizione si trova Shadaw. A lui si deve, infatti, l’avvio del processo diocesano, prima fase del cammino che ha portato all’iscrizione di Isidoro e Mario nel Libro dei Beati, da allora festeggiati dal PIME il 25 maggio di ogni anno. 

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QUI POSTULAZIONE #115 - «Un’unica e sola apostolica famiglia»

Il 23 maggio 1926 nasceva il Pontificio Istituto Missioni Estere, a tutti noto come PIME.

In quel giorno, col suo Motu Proprio Cum Missionalium opera, Pio XI unì il Seminario delle Missioni Estere di Milano al Pontificio Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere, facendo di due fiumi un fiume. Il primo, originato a Saronno il 30 luglio 1850, l’altro a Roma il 23 dicembre 1871.

Le due realtà missionarie da allora divennero «un’unica e sola apostolica famiglia», come scrisse tre giorni dopo il Beato Padre Paolo Manna, Superiore Generale del PIME per volere dello stesso Papa Ratti dopo esser stato per quasi due anni alla guida dei missionari di Milano.

Lo fece nella sua prima Lettera circolare indirizzata ai Superiori delle Case regionali per presentare il Motu Proprio e ordinare a tutti i confratelli di accogliere «la pon­tificia disposizione con grandissimo spirito di fede, astenendosi da ogni osservazione, induzione o commento che valgano a smi­nuire comunque l’alto significato e la grande importanza dell’av­venuta unione dei due Istituti».

 

Roma, 26 maggio 1926

 

Rev.mo e carissimo Padre

 

Le comunico come stamane alle ore 10 nel palazzo di Propa­ganda Fide, Sua Eminenza il Card. Prefetto G. Van Rossum, pre­senti il Rev.mo P. Domenica Callerio, Rettore del Pont. Semina­rio dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, me ed il nostro Rev.mo Procu­ratore Generale, ha dato ufficiale lettura, per mezzo di S. E. Mons. Marchetti Selvaggiani, Segretario della S. Congregazione, di un veneratissimo MOTU PROPRIO di S. Santità Pio XI col quale viene disposto ed ordinato che il sullodato Pont. Seminario di Roma ed il nostro siano fusi in un unico grande Istituto. Al­l’uopo, il Santo Padre «ex certa scientia et ex plenitudine potesta­tis» decreta di motu proprio quanto segue:

1 — I due Seminari o Collegi sunnominati formano d’ora innanzi un unico Istituto Pontificio dedicato ai SS. AA. Pietro e Paolo ed ai SS. Ambrogio e Carlo.

2 — Questo Istituto sarà retto colle costituzioni già recente­mente approvate per l’Istituto delle M. E. di Milano.

3 — Superiore Generale del nuovo Istituto è il Rev.mo P. Paolo Manna, attuale Sup. Gen. dell’Istituto delle M. E. di Mi­lano, fino a che non sia spirato il tempo dell’ufficio al quale i suoi confratelli lo hanno eletto.

4 — Per lo stesso spazio di tempo rimangono in carica nel governo del nuovo Istituto gli Assistenti ed il Procuratore Gene­rale dell’Istituto delle M. E. di Milano. Al numero degli Assistenti generali il S. Padre aggiunge, donec vixerit et supra numerum, il Rev.mo P. Domenico Callerio, il quale viene dallo stesso S. Padre elevato all’onore ed alla dignità di Protonotario Apostolico ad in­star.

5 — I membri di entrambi gli Istituti vengono riuniti in un’unica Società Missionaria, sottomessi tutti agli stessi doveri e godenti tutti degli stessi diritti e privilegi.

6 — La S. Congregazione di Propaganda Fide, alla quale il nuovo Istituto è sottomesso, è incaricata di mandare ad esecu­zione la pontificia deliberazione e provvedere a tutto quanto la sua piena attuazione potrà richiedere.

Il S. Padre augura che il nuovo Pontificio Istituto cresca sem­pre più per numero e santità di soggetti e nuovo incremento pren­dano le opere che gli sono affidate, perciò ai Superiori tutti im­partisce l’Apostolica benedizione.

Il motu proprio che ho riassunto porta la data augurale del giorno di Pentecoste.

Prego ora la Rev. V. di portare a conoscenza dei nostri Con­fratelli, addetti o residenti in questa Casa le suesposte venerate di­sposizioni del Santo Padre, onde tutti si rallegrino del nuovo in­cremento che vien fatto all’opera comune e perché si rendano da tutti, in comune, vive grazie al Signore del singolarissimo favore.

Nello stesso tempo ordino che tutti e singoli accolgano la pon­tificia disposizione con grandissimo spirito di fede, astenendosi da ogni osservazione, induzione o commento che valgano a smi­nuire comunque l’alto significato e la grande importanza dell’av­venuta unione dei due Istituti, che d’ora innanzi non formano più che un’unica e sola apostolica famiglia, fra i cui membri deve sem­pre regnare sovrana la Carità di N. Signore. Di ciò ho preso for­male impegno a nome di tutti col S. Padre e coll’Em. Card. Pre­fetto della S. Congregazione di Propaganda Fide, ai quali ho so­lennemente promesso che i missionari di Milano saranno tutti al­l’altezza del grande e lieto avvenimento.

Ossequiandola, mi professo

dev.mo in N. Signore

P. Paolo Manna

Allegato

 

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QUI POSTULAZIONE #114 Padre Salvatore Carzedda: quando il dialogo diventa silenzio

Di Padre Salvatore Carzedda, missionario del PIME ucciso a Zamboanga nelle Filippine il 20 maggio 1992, un suo confratello e compagno di Seminario ha detto: «Era una persona semplice che credeva fermamente in quello che diceva. Grazie alla missione diceva di aver imparato il silenzio nell’ascolto delle persone».

E quel silenzio Battore, così come era chiamato nella sua natia sarda Bitti, lo ha appreso ascoltando in modo particolare cristiani e musulmani impegnati nel movimento “Silsilah”, di cui si era fatto carico fin dal suo arrivo in terra filippina perché, come diceva, «la scoperta della presenza di Dio nel mondo delle religioni ci spinge a levare lode a Lui, il Dio di tutti, che ha fatto bene tutte le cose».

Un dialogo interreligioso che è stato per lui causa di morte da parte di integralisti islamici, contrari a quel cammino interreligioso portato avanti quasi formando quella catena cui faceva riferimento il nome arabo dato all’associazione.

Ucciso con diversi colpi di pistola, proprio quel giorno aveva detto ai partecipanti al suo ultimo meeting: «Le altre religioni costituiscono una sfida positiva per la Chiesa... il movimento per il dialogo Silsilah mette in evidenza questo concetto incoraggiando i cristiani a diventare cristiani migliori e i musulmani a diventare musulmani migliori, entrambi più impegnati con le loro rispettive fedi. Questo significa che, mentre entrano con apertura in dialogo con i seguaci di altre tradizioni religiose, i cristiani devono permettere a se stessi di essere messi in discussione e nello stesso tempo di mettere in discussione i contenuti di altri credi con spirito pacifico, in speranza e amore». 

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QUI POSTULAZIONE #113 - Pregare Maria con le preghiere di Mazzucconi

Inizia oggi, come descritto da San Paolo VI nella sua enciclica Mense Maio, «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia».
Trenta giorni nei quali fare del Rosario il quotidiano dono alla Vergine Maria assieme alle preghiere che il Beato Giovanni Battista Mazzucconi pose a complemento delle sue meditazioni mariane mentre era prossimo all’ordinazione sacerdotale del 25 maggio 1850.
Le orazioni sono quelle riportate in latino e italiano nell’opuscolo “Il Mese di Maria”, dato alle stampe lo scorso anno dalla Postulazione Generale del PIME, contenente anche le meditazioni del missionario che, con quello stesso titolo, i confratelli pubblicarono per la prima volta nel 1857, a due anni dalla sua morte.

 

Allegato: Il Mese di Maria (Giovanni Battista Mazzucconi)

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QUI POSTULAZIONE #112 - Padre Tullio Favali: tra il popolo filippino «in comunione fraterna e condivisione»

Quel giorno c’era bisogno di un sacerdote.

Qualcuno era stato ferito e forse era in fin di vita.

Padre Tullio Favali era appena rientrato in parrocchia ma non perse tempo.

Subito raggiunse in moto il villaggio di La Esperanza poco distante da dove, sulla stessa isola filippina di Mindanao, si trovò nel mezzo dell’imboscata tesa al confratello Padre Peter Geremia, al quale era diretta la chiamata di soccorso giunta nella casa parrocchiale durante la sua temporanea assenza. Entrambi i sacerdoti si prodigavano infatti per quanti erano oppressi dal dittatore Marcos, e per questo erano considerati comunisti e antigovernativi. In modo particolare Padre Geremia impegnato sull’isola da più tempo del confratello, essendo arrivato nelle Filippine l’11 novembre 1983, dove aveva trovato ingiustizia e violenza nei confronti della popolazione oppressa dalla guerra civile per il possesso delle terre.

Giunto nella casa del ferito per accertarsi delle sue condizioni di salute, Padre Tullio venne chiamato all’esterno da chi aveva aggredito quell’uomo che era capo del locale comitato per la difesa dei diritti civili.

Appena uscito, mentre stava avvicinandosi con le braccia alzate in segno di pace, venne più volte bersagliato con colpi d’arma da fuoco in pieno petto e alla testa. Una volta a terra senza vita, il suo corpo venne poi calpestato da gran parte dei circa cinquanta aggressori che vi danzarono e cantarono attorno. Appartenevano tutti al locale potente gruppo paramilitare che, appoggiato dal governo, opprimeva la popolazione e quanti la sostenevano perché considerati comunisti.

Quel giorno era l’11 aprile 1985.

Nel compiere quell’Opera di Misericordia Padre Tullio ha potuto dare la vita per gli ultimi della società, per gli oppressi da ogni forma di violenza. Per quelle stesse persone delle quali aveva voluto prendersi cura quando, a un anno e mezzo dalla ordinazione sacerdotale, decise di sperimentare la «solidarietà con gli ultimi nel condividere la durezza della vita». Esperienza che maturò per otto anni, durante i quali si diplomò come geometra, svolse il servizio militare di leva e venne assunto dal Comune natio prima di essere accolto dal PIME nel suo Seminario Teologico nel 1978. Disposto a ripetere tutti gli studi teologici quasi completati in quello diocesano di Mantova, egli riprese la formazione al sacerdozio conclusasi con l’ordinazione del 6 giugno 1981, quasi due anni e mezzo prima di partire per le Filippine.

In una delle sue ultime lettere Padre Tullio aveva scritto il 27 marzo 1985: «... non mi resta che immergermi in questo mondo e camminare a fianco di questa gente, nella comunione fraterna e condivisione. Il lavoro è tanto e il compito affidatoci è grande: però non siamo soli, un Altro ci sorregge e viene incontro alla nostra debolezza. Coraggio, dunque. Diciamocelo reciprocamente».

Il suo funerale, al quale parteciparono circa ventimila persone, centocinquanta suore e altrettanti sacerdoti, è stata la prima delle tante manifestazioni pubbliche che hanno portato il popolo filippino a riconquistare la libertà. 

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QUI POSTULAZIONE #111 - Per una Pasqua di Pace

San Giovanni XXIII, il Papa Buono che a cuore aveva il PIME, il 29 marzo 1959 celebrò nella Basilica Vaticana la sua prima Messa di Pasqua come pontefice. Nel mondo, così come in questi tempi, molti erano i conflitti armati in corso e per essi chiese la Pace come ha fatto anche Papa Leone il passato Venerdì Santo durante la sua prima Via Crucis al Colosseo.

Nella sua omelia così invitò ogni cristiano a invocare «l’aiuto celeste della grazia che illumina e sostiene i forti» al fine di «fortificare le energie della sua resistenza al male e all'errore».

Venerabili Fratelli e diletti figli. Questo richiamo del Vangelo di S. Giovanni [Io sono la via, la verità e la vita, Gv. 14,6, n.d.r.] è l'introduzione più eloquente e più solenne a ciò che fu, è, e resta nei secoli la Risurrezione di Cristo. Lo abbiamo ora cantato nella sequenza: in Cristo Gesù mors et vita duello con flixere mirando: Dux vitae mortuus regnat vivus. La morte e la vita si batterono in un duello tremendo. Il Padrone della vita trionfa sulla morte: e la vittoria di Lui è la vittoria della sua Chiesa nei secoli. Sgombriamo dunque il nostro spirito da ogni sgomento: ed apriamo il cuore alle più belle speranze verso l'avvenire. Potremo avere pressioni dal mondo, continueremo ad averne sicuramente. Prima di partire, Gesù, il vincitore della morte, disse: «confidate: io ho vinto il mondo»: confidite, ego vici mundum. E vero: c'è un signore che resta sul terreno del terribile combattimento. Noi lo rammentiamo spesso col suo nome e cognome. É un principe. Il Divino Rabbi di Nazareth lo chiamava il «principe di questo mondo». Il Cristo conduce mitemente, ma efficacemente la lotta contro di lui, per l'affermazione della giustizia, per il trionfo della pace. L'avversario infernale odia invece la giustizia ed avversa la pace dei popoli e del mondo intero. Talora i suoi attacchi, le sue manovre suscitano tale confusione da tentare di debolezza chi se ne difende.

Ogni bravo cristiano si fida di Cristo; compie il suo dovere secondo i vari ordinamenti che sono regola della sua coscienza: coscienza religiosa, coscienza civile, in faccia a Dio, in faccia agli uomini. Il cristiano non transige e si guarda dai compromessi: procede impavido e sicuro. Egli è cooperatore dei problemi della pace.

A fortificare le energie della sua resistenza al male e all'errore, egli prega: egli invoca l'aiuto celeste della grazia che illumina e sostiene i forti.

Scimus Christum surrexisse a mortuis vere. La vittoria di Cristo sulla morte è sicurezza di trionfo sugli ostacoli che si sovrappongono agli sforzi umani per la difesa della giustizia, della libertà e della pace.

Tu nobis, victor Rex, miserere! O Gesù: tu non sei un re da burla, come tentò di presentarti al popolo Erode, il tetrarca di Galilea. Noi abbiamo piena fiducia sulla tua parola. Noi ti invocheremo sempre per la giustizia, per la libertà e per la pace.

Per la pace soprattutto ti preghiamo, o Gesù vincitore della morte, noi cattolici di Roma e di tutto il mondo. In ogni tempo si scorgono qua e là minacce che impensieriscono. Anche ora. Anche ora nubi leggere e soffici, questioni e problemi, che appaiono, dispaiono e ricompaiono, potrebbero rappresentare un pericolo per l'armonia e la buona intesa dei popoli.

Sul sepolcro glorioso di Cristo vogliamo deporre l'augurio che nella luce di Lui, sorgente della vita, vincitore della morte, la buona volontà di tutti gli uomini più responsabili delle sorti dei popoli voglia trovare, nello spirito prevalente di giustizia e di collaborazione, la soluzione concorde di ogni dissidio, per il superiore interesse della pace del mondo.

Durante il medioevo in molte chiese d'Occidente si usava cantare, prima del Te Deum mattinale, la sequenza Victimae Paschali, che Noi recitammo dopo l'Epistola. La si eseguiva in forma dialogica con canto melodioso, che ad ogni strofa ripeteva: «Quod autem vivit, vivit Deo: alleluia, alleluia».

In questo auspicio ed augurio di vita, Padre e figli ci diamo un mistico abbraccio e vogliamo riprendere il nostro buon cammino, cantando l'affermazione della nostra fede cattolica nel Cristo risorto, trionfatore sul peccato e sulla morte; apportatore di letizia, di giustizia e di pace. 

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QUI POSTULAZIONE #110 - Un piccolo grande missionario tra i cariani

Era il 23 marzo 1991 quando nella città birmana di Taunggyi moriva Felice Tantardini, detto il “Patriarca della Birmania” per esser stato missionario in quel paese, oggi Myanmar, per ben settanta anni.

Classe 1898, affascinato dalla lettura de Le Missioni Cattoliche fatta al ritorno dalla Grande Guerra, nel 1921 entrò come fratello laico nel PIME e l’anno seguente partì per quel paese asiatico sapendo di mettervi a frutto quella maestria nell’arte del ferro che gli avrebbe valso il nome di “Fabbro di Dio”. L’aveva appresa lavorando a Introbio, il suo paese natale in terra lombarda, e di essa ne sono tutt’oggi testimonianza quanto realizzato per le case, le chiese o le scuole nelle varie missioni dell’Istituto. A queste opere aveva contribuito anche come muratore, falegname o idraulico… sempre con il sorriso sul volto perché suo desiderio era quello di: «Sforzarmi di essere felice, sempre a ogni costo, intento a far felici anche gli altri».

Prima che iniziasse la formazione per la vita missionaria, la madre gli disse: «Bada che non sia un fuoco di paglia. Prega e anch’io pregherò per te, che abbia ad assicurarti della chiamata del Signore. Quanto a me, non voglio e non posso negarti il mio consenso».

Grazie a quell’approvazione il suo servizio missionario, mosso da una vocazione veramente incendiaria, ha dato due grandi doni. Alla Chiesa birmana, un valido aiuto sul territorio interrotto solo dai sei mesi trascorsi in Italia nel 1956. Alla Chiesa universale, un esempio da poter seguire sulla via della santità, tanto da far sì che il PIME nel 2000 ne avviasse la Causa di beatificazione e canonizzazione. È l’iter canonico giunto l’11 giugno 2019 alla pubblicazione del decreto col quale è stata dichiarata la venerabilità del Servo di Dio Felice

Sempre sorridente, della sua vita egli ne ha raccontato nell’autobiografia intitolata Il Fabbro di Dio e conclusa con questo significativo testo nel quale traspira tutta la sua profonda spiritualità:

«Una volta, mentre viaggiavo sui monti, un cariano, molto più alto di me, mi abbordò, si abbassò a scrutarmi il viso, e mi chiese:

“Sei tu il fratel Felice?”

“Sono io. Perché?”

“Ecco. Io ti vidi tanti anni fa, quand’ero ragazzino, e ti ricordo bene. Tu non sei cambiato per niente: né più vecchio, né più giovane. Sei ancora tale e quale!”.

Sul momento non seppi cosà rispondere. Ma, ripensando ora a quella originale uscita, vorrei applicarla a me in un altro senso. Bramo tanto e prego sempre il buon Dio e la cara Madonna che mi conservino una perenne giovinezza di spirito e mi concedano la perseveranza nella mia bella vocazione missionaria, bella che non ce n’è l’uguale, credo. E anche dopo la morte, una volta in Paradiso – che spero di andarci – intendo a continuare da lassù a far il missionario, non più, certamente, picchiando l’incudine, ma martellando senza posa il cuore del buon Dio, per strapparne tante grazie per questa povera gente (dico soprattutto pagani), che ora vedo attorno a me, ma che sono impotente ad attuare e a salvare…». 

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QUI POSTULAZIONE #109 - Duecento candeline per il Martire di Woodlark

Era un mercoledì quel 1° marzo 1826 quando è nato Giovanni Battista Mazzucconi.

I primi vagiti li diede a Rancio, allora Comune del Distretto di Saronno nel Regno Lombardo Veneto, nella casa di Giacomo e Annamaria Scuri, che prima di lui avevano avuto otto figli e ne avrebbero avuti altri tre dopo quella nascita.

Erano le «ore tre di notte circa», come riportato nel certificato di battesimo del giorno seguente. Ovvero attorno alle ore 21, perché allora la giornata iniziava al tramonto, che nel mese di marzo è alle sei circa.

Il sacramento lo ricevette il giorno successivo nella parrocchiale di Santa Maria Gloriosa dal parroco Don Luigi Buttironi.

Sua madrina fu la primogenita sedicenne Lucia, che cinque anni dopo fu anche la prima della sua famiglia ad entrare in religione. Una sorella, infatti, la seguì tra le Orsoline, mentre altre due presero l’abito delle Marcelline e delle suore di Maria Bambina; dei fratelli, invece, due divennero Barnabiti e un terzo, il futuro martire, divenne sacerdote del Clero di Milano il 25 maggio 1850.

A poco più di due mesi da quell’ordinazione, Giovanni Battista giunse a Saronno per dare avvio al Seminario delle Missioni Estere nell’ex convento di San Francesco divenuto proprietà del Fondatore Mons. Angelo Ramazzotti, già vescovo di Pavia e da poco eletto patriarca di Venezia.

Lo avrebbe lasciato due anni più tardi per partire per l’Oceania, non prima di aver manifestato, o “protestato” come si diceva allora, a nome anche dei confratelli partenti con lui, il desiderio «di addoperarmi a costo di qualunque sacrificio, di qualunque fatica o disagio, v’andasse pur anche la vita, per la salvezza di quelle anime sventurate che costano esse pure tutto il sangue della Redenzione».

È la “Protesta” che, con lieve modifica del testo, viene tutt’oggi recitata dai membri del PIME quando ricevono il Crocifisso missionario durante la cerimonia della Partenza.  

Protesta Mazzucconi

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QUI POSTULAZIONE #108 - «Prega e ottieni: ma ricordati che…»

Martire in Oceania e beatificato il 19 febbraio 1984, Giovanni Battista Mazzucconi con questa sua lettera ci ricorda come sia il Signore a sapere di cosa abbiamo veramente bisogno.

La scrisse ad un suo amico il 27 novembre 1850 per consigliargli il da farsi.

 

Ho qui la tua lettera e la rilessi. Ascolta: le virtù vengono da Dio, Dio le dispensa secondo i consigli della sua sapienza imperscrutabile, e secondo la forza con cui noi gliele doman­diamo. Prega e ottieni: ma ricordati che molte volte, anche il desiderio eccessivo d’acquistare una virtù, ce la può far per­dere; questo si verifica in molti casi, ma coll’umiltà più di tutto. Ciò che ci porta alla vanità, è dentro di noi, è una sola cosa con noi, siamo noi stessi; dunque, non bisogna pretendere di poter così subito uscire da questa nostra persona. Pazienza, forza, tranquillità! Mettiamoci nelle mani del Signore; lo sa lui, meglio di noi, ciò che ci abbisogna e ciò che ci farà bene; noi preghiamo, poi lasciam fare a lui. Infirmitas haec non est ad mortem, sed ut manifestetur gloria Dei. Egli suol cavare molta gloria da un’anima, che tentata molto di vanità, vien fa­cilmente a riconoscersi proprio non altro che vanità e, come tale, si presenta umiliata innanzi al Signore, e prega, e confida, e ottiene tutto. Prega anche per me. 

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QUI POSTULAZIONE #107 - Una Chiesa… e un milione di abitanti

Il 18 febbraio del 1951 veniva beatificato Alberico Crescitelli, martirizzato in Cina cinquantun anni prima e canonizzato da Papa Giovanni Paolo II nel 2000.

Sacerdote del  Pontificio Seminario dei SS. AA. Pietro e Paolo per le Missioni Estere, “ramo romano” del PIME fondato nel 1926, fu inviato ventiquattrenne nella provincia dello Shaanxi Meridionale dove giunse il 19 maggio 1888.

Era nel villaggio di Cen-cu-scien quando, il 10 febbraio 1892, così condivise al fratello Luigi la gioia di quanto realizzato per i fedeli della sua missione. 

 

… Alla metà di gennaio feci ritorno da Han-jan-pin…  la Chiesa si può dire fabbricata in parte. … Se sapessi che cosa vuol dire prendersi la responsabilità di fabbricare una Chiesa, sia pure alla cinese, con poco denaro!...

Intanto si può essere contenti di quello che si è fatto: sono state gittate le fondamenta ed alzate le colonne, che sono di legno, ed ho cercato (non senza difficoltà) di averle grandi. Ve n’è una di però talmente pesante, che sedici persone scelte non poterono trasportarla in un giorno intero, benché distante non più di tre miglia. Ho pure date le disposizioni pei rimanenti lavori più urgenti.

Quando sarà terminata sarà la prima Chiesa edificata in un territorio che passa il milione di abitanti.

Ve n’è, sì, un’altra cadente non molto lontano, che è proprio la prima; ma quella venne edificata da famiglia privata, nell’interno dell’abitazione (della famiglia Lao, data in eredità ad uno degli otto figli, sacerdote, e da questi donata al Vicariato), ed è una camera più che una Chiesa.

Invece l’attuale viene costruita in modo che per la Cina ha l’aspetto di un bell’edificio; ha forma di Chiesa a tre navate, piccolina ma sufficiente per quei cristiani. Essa viene larga sette metri, lunga circa dieci, alta cinque e più. Dio voglia che sia il principio di grandi conquiste per la Fede!

È da notarsi come, benché contro mia voglia, le colonne si sono alzate il giorno dell’Epifania; alzate da pagani, nel giorno in cui, nelle persone dei magi furono chiamati alla Fede i gentili, e ciò in un paese così abbandonato all’idolatria. Dio voglia che questo sia buon indizio…

In generale quei pagani, almeno in faccia, dicono che l’edificazione della Chiesa è cosa buona; qualcuno ha ancora detto di voler portare i doni allorché sarà finita… Intanto l’opera è cominciata, ed io non posso che sperare in Dio, affinché col suo aiuto si compia e produca i suoi effetti... 

Padre Alberico Crescitelli nel marzo 1900

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