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QUI POSTULAZIONE #106 - Morire in zona di guerra

Era domenica, quel 15 febbraio 1953, quando Piero Manghisi, missionario del PIME, è stato ucciso nella sua Birmania dove giunse la prima volta nel novembre 1925, ventiseienne e sacerdote da cinque mesi.

Richiamato in Italia nel febbraio del 1949 per dirigere a Ducenta il seminario dell’Istituto, nel successivo mese di dicembre vi tornò per assicurare la presenza di un sacerdote in più nel paese. Il governo aveva espulso tutti i missionari stranieri dalla Birmania e concesso il permanervi solo a quelli che, come lui, vi avevano risieduto da lungo tempo.

Quel giorno del 1953 era in viaggio verso Muse, dove i reazionari cinesi del KMT (Kuo Min Tang) avevano assaltato il locale accampamento dei soldati inviati a contrastarli in quella parte del paese prossima al confine con la Cina. Oppositori al governo di Mao, in quella parte della Birmania avevano trovato rifugio da quasi quattro anni angariandone le popolazioni e bruciando i loro villaggi per rappresaglia quando non ricevevano appoggio o gli veniva negato il riso.

Come era stato accanto ai soldati di Hsnwi, a Kutkai e a Nampaca, per i quali aveva già celebrato la messa, così voleva essere vicino a quelli di Muse rimasti feriti in un assalto dei cinesi. Inutilmente la guarnigione dell’accampamento nel quale aveva trascorso la notte cercò di dissuaderlo ma egli, come riferito da un testimone, «decise di partire subito per portare i conforti religiosi a quei poveri ragazzi».

Ad ucciderlo quando stava percorrendo le 60 miglia che lo separavano dal luogo dell’assalto furono gli uomini del KMT che mitragliarono la jeep sulla quale viaggiava con tre passeggeri raccolti lungo la via. Acquistata da poco grazie alla vendita della proprietà ereditata dai genitori, ne era alla guida con accanto il suo autista, futuro testimone dell’uccisione, per poter fare pratica su quella impervia via per Mongyu.

Privato della vita da due proiettili che lo raggiunsero alla nuca, il corpo di Padre Manghisi riuscì ad essere trasportato a Mongyu alcune ore dopo l’attentato.

Qualche giorno dopo, i militari vollero mettere in salvo il cadavere trasportandolo a Lashio su un camion militare assieme ai soldati di scorta e alcuni civili. Finì però in cenere quando l’automezzo andò in fiamme in una nuova imboscata tesa da reazionari nello stesso luogo dove avevano ucciso il missionario.

Era il miglio 93 della “Road Lashio-Mongyu” dove nel 1962 i confratelli di Padre Manghisi eressero una grande Croce bianca a ricordo del triste evento. 

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