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QUI POSTULAZIONE #96 - «Se si guardasse ai pericoli… allora addio lavoro missionario»

Settanta anni fa, l’undici dicembre 1955, veniva ucciso Padre Eliodoro Farronato, quarantatreenne missionario del PIME in Myanmar.

Il suo corpo venne ritrovato dopo alcuni giorni di ricerche nel greto di un torrente: solo i piedi apparivano dalle pietre che lo ricoprivano. Recava quattro colpi d’arma da fuoco sul petto e indosso aveva la tonaca lacerata con nelle tasche ancora del denaro perché non si trattò di rapina.

A ucciderlo, forse proprio perché sacerdote, furono i comunisti cinesi del Kuo-Min-Tang.

Gli mancavano allora solo 11 delle 1.600 miglia che aveva deciso di percorrere a cavallo da Kengtung venuto meno il più sicuro passaggio su un camion militare diretto alla sua missione di Mongyong. Lì, infatti, erano di stanza i militari che il governo aveva inviato per contrastare lungo il confine quel movimento reazionario.

Nel luogo di partenza sarebbe tornato dopo le festività per fare gli esercizi spirituali e, come concordato col suo vescovo che lo aveva convocato tre mesi prima, vi avrebbe dato alle stampe la traduzione in lingua Lahu e Akha dei vangeli, delle preghiere e dei canti che aveva completato durante quel breve soggiorno.

I confratelli e i militari lo avevano esortato a rinviare la partenza, ma lui, che voleva essere con la sua comunità per Natale, era partito ugualmente perché, come era solito dire: «Se si guardasse ai pericoli non si andrebbe più in questi paesi e allora addio lavoro missionario».

Il 14 dicembre le sue spoglie raggiunsero Mongyong e l’indomani, dopo gli onori militari e le preghiere rituali officiate dal catechista, iniziarono ad essere visitate dai fedeli in attesa che potessero riposare accanto a quelle del fratello Antonio, morto di febbre nera nel 1931. Anche lui del PIME, era deceduto tre anni prima della sua partenza per la Birmania, l’attuale Myanmar dove l’Istituto gli aveva permesso di continuarvi la missione.

Alcune sue reliquie, assieme ad altre di Padre Antonio, oggi sono custodite accanto alle spoglie dei genitori nel cimitero di Romano d’Ezzellino, paese del padovano con «Via Don Eliodoro Farronato» e una scuola paritaria che porta il nome di «Fratelli Missionari Farronato». 

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QUI POSTULAZIONE #95 - Ramazzotti e la Beatissima Vergine concepita senza peccato

«…coll’autorità del Nostro Signore Gesù Cristo, dei Beati Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, pronunciamo e definiamo che la dottrina la quale ritiene, che la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione fu per singolare grazia e privilegio dell’onnipotente Iddio, in vista dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, è dottrina rivelata da Dio e quindi da credersi fermamente da tutti i fedeli.»

Mons. Angelo Ramazzotti, allora Vescovo di Pavia, così tradusse, nella sua versione in italiano per i destinatari della Lettera Pastorale del 4 febbraio 1855, il cuore della Inefabilis Deus di Pio IX del precedente 8 dicembre: la definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione.

Indirizzata «al Venerabile Clero e Diletto Popolo della sua Diocesi», suo scopo fu quello non solo di presentare ma rendere più agevole la lettura del testo pontificio ricco di riferimenti biblici, patristici e di dichiarazioni e disposizioni proprie della Chiesa di Roma.

Essa servì anche a ribadire l’invito di Pio IX ad «offrire alla Beatissima Vergine concepita senza peccato un tributo di profondissima confidenza nella di Lei potente intercessione». Tant’è che scrisse: «Per assecondare i santissimi inviti del Sommo Pontefice cominciamo dunque, o Venerabili Fratelli, o carissimi Figli, ad offrire alla Vergine SS. il tributo della nostra venerazione. Sia da noi benedetta, esaltata, glorificata questa seconda Madre dei viventi, questa Eva novella, innocente nella sua Concezione, come la prima quando sortì dalle mani del suo Creatore, la quale sua eredità non di colpa, ma una eredità tutta santa tramandò ai suoi figlj. Esaltiamo, glorifichiamo, veneriamo questa Madre Santa del Verbo, avanti alla quale la natura, venerando la Grazia che la aveva prevenuta, stette tremante non osando avanzarsi, come già le acque del Giordano si arrestarono finchè fu passata intatta e trionfante l’Arca del Signore.

Offriamo a questa Madre potentissima di Dio e Madre amorosissima nostra anche il tributo di una vivissima confidenza. Se i figlj ricordansi della Madre, ed esultano nel vederla sfavillare di nuova gloria in questi giorni di trionfo per Lei, come il cuore della Madre, di una tal Madre non sarà tutto per i suoi figlj? Nei pericoli, nelle angustie, nelle necessità, nei dubbj ricorriamo con ogni fiducia a questa Madre di misericordia e di grazie. O Peccatori, voi specialmente scongiuriamo a confidare nell’intercessione di Maria concepita senza peccato, perchè possiate più facilmente ritornare amorosi figlj a quel padre che abbiamo nei Cieli.»

Nella Pastorale, da leggersi «in ogni Parrocchia nella domenica susseguente al giorno in cui verrà ricevuta» riferì anche delle sue due iniziative in ringraziamento per il Dogma: la Confraternita del SS. ed Immacolato Cuor di Maria per la conversione dei peccatori, già istituita presso la Chiesa del Carmine e la Messa – del successivo 8 maggio in Cattedrale – «che verrà da noi pontificalmente celebrata in onore della di Lei Immacolata Concezione.» 

Allegato

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QUI POSTULAZIONE #94 - Padre Emilio Teruzzi: «Il martirio è una grazia che bisogna meritare!»

Quando a Hong Kong, nell’ottobre del 1942, il suo vescovo gli permise di prendersi nuovamente cura delle comunità cattoliche di Sai Kung e delle altre dell’omonimo distretto nei Nuovi Territori, Padre Emilio Teruzzi, cinquantenne missionario del PIME, già era pronto ad offrire la sua vita per esse, orfane dei loro due sacerdoti cinesi perché trucidati dalle truppe di occupazione giapponesi.

Quelle comunità le aveva viste crescere nella fede da quando, nel 1912, i fedeli di Sai Kung lo accolsero al suo arrivo nella colonia inglese: nove anni, sette dei quali come capo dell’omonimo distretto. Poi dovette lasciarle perché il nuovo vescovo di Hong Kong lo volle come aiuto nella città e in Curia dove fu anche Cancelliere ed Archivista.

Tornandovi sapeva che per loro avrebbe dovuto affrontare tanto l’arroganza degli invasori giapponesi presenti da quasi un anno; quanto il disprezzo degli yui-kit-dui, i guerriglieri comunisti cinesi, perché sacerdote e cittadino di quell’Italia che dal 27 settembre 1940 era divenuta alleata del Giappone.

Poté farlo fino alla mattina del 26 novembre di quel 1942, forse l’ultimo giorno della sua vita.

Fu allora che i guerriglieri gli impedirono di celebrare l’eucarestia in una abitazione di Tai Kung e subito lo portarono al largo della prospicente costa facendo presto scomparire alla vista la loro barca. Ad avvertirli della sua presenza fu un cristiano apostata che viveva a Sai Kung ai tempi dello stesso Padre Teruzzi vedendolo transitare per quello dove abitava.

Il suo corpo fu ritrovato una settimana dopo lungo le rive di un villaggio poco distante da Tai Kung. Col volto rovinato dalla prolungata permanenza in mare, venne riconosciuto grazie anche a un dente d’oro e ai «calzini portati dagli europei». Le gambe erano ancora strette dalla corda servita a farlo affondare con un masso staccatosi e il cranio recava diverse fratture dovute ai colpi di pietra coi quali era stato ucciso.

Sepolto a Sam Chung, il luogo del ritrovamento, ora riposa a Hong Kong nel cimitero di Happy Valley. Vi fu traslato il 15 febbraio 1947, dopo una celebrazione nella Cattedrale dell’isola con grande manifestazione di popolo, clero e istituti religiosi. Furono presenti anche i boy scout per i quali si era molto impegnato anche come assistente spirituale.

Sulla tomba nessun epitaffio, ma giusto posto avrebbero potuto trovarvi le parole dello stesso Padre Teruzzi che furono suo riferimento nella vita: «Il martirio è una grazia che bisogna meritare!». Anche perché, come scrisse un confratello, «le sue virtù, la sua costanza nella vocazione, la sua dedizione assoluta al bene delle anime gli meritarono la sua umile segreta aspirazione». 

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QUI POSTULAZIONE #93 - Nel pozzo della morte… la vita offerta per la Missione

Il pozzo è quello del villaggio cinese di Dingcun. La vita, invece, è quella di Antonio Barosi, Gerolamo Lazzaroni, Mario Zanardi e Bruno Zanella, tutti sacerdoti del PIME, che la persero in quel pozzo il 19 novembre 1941, quando la Cina già combatteva contro il Giappone.

Morirono non solo perché preti, per di più stranieri che vivevano nel teatro di guerra, ma anche per essere cittadini di quell’Italia che da quasi un anno era in guerra con la Cina. Il 27 settembre 1940 era infatti divenuta alleata non solo dei tedeschi ma anche dei giapponesi.

Ad ucciderli, infatti, furono i militari cinesi che in quella domenica di novembre giunsero al villaggio per incontrare i missionari che vi abitavano e vi trovarono anche Mons. Barosi. Da poco nominato Amministratore apostolico della Diocesi di Kaifeng ne stava visitando i villaggi, poi si sarebbe recato a Pechino per essere consacrato vescovo. Per questo motivo era in possesso di un salvacondotto rilasciatogli dai giapponesi e ciò aumentò l’odio nei confronti non solo suoi ma anche degli altri sacerdoti. Al villaggio era giunto il giorno precedente, da qualche ora aveva terminato di amministrare le cresime e al momento aveva appena terminato di pranzare coi confratelli.

Interrogati separatamente, furono poi torturati in diverse parti della residenza ed infine gettati nel pozzo.

Primo fu Padre Gerolamo quand’era ancora in vita, poi Mons. Barosi e Padre Zanardi, con orecchie e bocca riempite di carta, già feriti in chiesa dove furono rinvenute macchie di sangue. Da quanto successivamente appreso, essi erano stati strangolati colle mani. Ultimo fu Padre Zanella torturato versandogli in gola acqua bollente e petrolio. Quanti dall’esterno della residenza poterono seguire di nascosto al triste evento dissero di aver sentito Padre Zanella chiamare “zhujia” (vescovo) e anche “niang! niang!” (madre!). Aggiunsero inoltre che, quando i soldati spinsero padre Lazzaroni fuori della sacrestia, egli tentò di abbracciarsi all’albero che era vicino al pozzo della residenza, ma fu percosso brutalmente.

Il domestico di Mons. Barosi, che era rimasto con lui nell’abitazione, fu solo incappucciato, mentre il cuoco della missione, dalla cucina dove si era nascosto, assistette alle torture. Entrambi erano cinesi scampati alle violenze dei militari a riprova che l’odio di quest’ultimi era solo nei confronti degli italiani.

Sentimento, quello di chi li uccise, che fece scrivere al Superiore Generale del PIME appena giuntagli la notizia della morte dei sacerdoti: «L’essere stroncati barbaramente come nemici, sapere fraintesa l’opera nostra, finire questi pochi giorni con l’insulto e lo strazio di chi gode di veder soffrire la vittima, non può che addolorare profondamente me e tutti i confratelli vicini e lontani».

Mons. Barosi aveva quarant'anni ed era in Cina da sedici; Padre Zanardi, trentasettenne da pochi mesi, vi risiedeva invece da quattordici anni; Padre Zanella, trentaduenne, aveva cinque anni di Missione cinese alle spalle; Padre Lazzaroni, ventisettenne, in Cina aveva trascorso solo due anni. 

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QUI POSTULAZIONE #92 - Il Beato Paolo Manna, missionario da enciclica

Era il 4 novembre 2001 quando Padre Paolo Manna, membro del Pontificio Istituto Missioni Estere, è stato beatificato a Roma in Piazza San Pietro. Una beatificazione resa possibile grazie alla sua intercessione per la miracolosa guarigione di Padre Aldo Vinci, confratello nell’Istituto del quale lo stesso Manna è stato il primo Superiore Generale.

La carica l’assunse nel 1926, quando da quasi due anni era alla guida del Seminario delle Missioni Estere di Milano che lo aveva accolto nel diciannovenne nel 1891. Proveniva dalla Società Cattolica Istruttiva fondata dal Beato Francesco Jansen, gli attuali Padri Salvatoriani.

Inviato in Birmania nel 1895 vi rimase fino al 1906, quando per motivi di salute tornò definitivamente in Italia per mettersi a servizio dell’Istituto e tramite lo studio e l’insegnamento ha suscitato il movimento missionario dei nostri tempi. A lui si deve anche la fondazione della Unione Missionaria del Clero, approvata da Benedetto XV nel 1916, tutt’oggi attiva come Pontificia Unione Missionaria.

Definitosi “Missionario perduto” per aver dovuto lasciare quello che oggi è il Myanmar, egli ha fatto molto per le missioni, anche attraverso i suoi libri e le lettere circolari che periodicamente inviava ai confratelli. Diversi estratti di queste ultime, ad opera del suo successore, confluirono in “Virtù apostoliche”, pubblicato in occasione del cinquantesimo della sua ordinazione sacerdotale e tutt’oggi un classico della letteratura missionaria. Ventitré lettere tutte all’insegna de: «Il missionario non è niente se non impersona Gesù Cristo. [...] Solo il missionario che copia fedelmente Gesù Cristo in se stesso [...] può riprodurne l'immagine nelle anime degli altri», come citato nella Lettera n. 6 del 15 settembre 1926.

Gli insegnamenti di quelle Lettere sono stati di riferimento anche a Giovanni Paolo II che al punto 90 della sua enciclica “Redemptoris Missio” ha scritto: «L'universale vocazione alla santità è strettamente collegata all'universale chiamata alla missione: ogni fedele è chiamato alla santità e alla missione». Documento pontificio che nella nota n. 169 del punto 84 riporta anche la citazione tanto cara al Beato Manna morto ottantenne il 15 settembre 1952: «La parola d’ordine deve essere questa: Tutte le Chiese per la conversione di tutto il mondo». 

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QUI POSTULAZIONE #91 - 1° novembre, Festa di tutti gli Intercessori

«Perciò voglio sempre ringraziarli di essersi così compiaciuti di ottenere una tal grazia ad un indegno loro servo, qual sono io, lordo di tanti peccati. Ed ora spero egualmente che intercedano per ottenermi tutte le grazie per essere un buon missionario, che mi diano lume, e dopo una vita buona mi concedano una santa morte».

Era domenica 8 novembre 1880, festa dell’Ottava di Ognissanti, quando il diciasettenne Alberico Crescitelli così scrisse, ai genitori rimasti nella natia Altavilla Irpina, di coloro ai quali affidava il cammino missionario a lui caro. Quel giorno, infatti, varcava il cancello del Seminario Pontificio per le Missioni Estere dei Santi Pietro e Paolo a Roma, da dove sarebbe partito definitivamente per la Cina quasi otto anni più tardi. Vi avrebbe trovato «una santa morte» martiriale il 21 luglio 1900.

Ai Santi – ricordati il 1° novembre nel giorno scelto da Papa Gregorio III nell’ottavo secolo – il missionario sarebbe tornato a far riferimento nelle lettere inviate dalla Cina. Sua era la certezza di arricchire spiritualmente i destinatari, così come fatto anche con il fratello Luigi al quale scrisse il 30 dicembre 1890: «Le tribolazioni sono pur necessarie, e Dio ce le manda per il nostro bene. L’uomo nelle tribolazioni si umilia e ricorre a Dio, e nella prosperità se ne dimentica. I santi ritenevano gran fortuna essere tribolati e l’uomo forte è quello che sa sopportare le avversità».

Beatificato nel 1951 e canonizzato da Giovanni Paolo II il 1° ottobre 2000, anche Padre Alberico è ora nella schiera dei Santi.

Assieme a loro è riconosciuto e proclamato dalla Chiesa autentico seguace di Cristo, nel quale il Padre «ci dona un segno sicuro del suo amore», come recita il Prefazio II del Santi nel Messale Romano che così continua rivolgendosi al Signore: «Il loro grande esempio e la loro fraterna intercessione ci sostengono nel cammino della vita perché si compia in noi il tuo mistero di salvezza». 

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QUI POSTULAZIONE #90 - Il Beato Cremonesi e il Crocefisso del missionario

Riconosciuto l’odium fidei nei soldati birmani che l’uccisero a Donoku, Alfredo Cremonesi, sacerdote del PIME, è stato proclamato Beato il 19 ottobre 2019 nella Cattedrale di Crema.

Suo compagno di missione, in quella terra d’Asia oggi conosciuta come Myanmar, è stato il Crocefisso… «che sta sempre sul cuore di ogni martire e di ogni eroe», come scritto nel suo diario di viaggio. Lo aveva ricevuto il 5 ottobre 1925 dalle mani del Cardinale Eugenio Tosi, Arcivescovo di Milano, durante la Cerimonia della Partenza che si tenne nella Chiesa di San Francesco Saverio presso la milanese Casa Generalizia dell’Istituto tutt’oggi in Via Monte Rosa.

«Il Crocefisso d’oro sulla croce di legno! D’oro? Oh, no! I missionari hanno solo il cuore d’oro. Ma quel Crocefisso ha il colore e lo splen­dore dell’oro, che emerge sullo sfondo nero della croce di legno. Il Crocefisso è caratteristico dei missionari, sta sempre sul petto di ogni martire e di ogni eroe! Eccolo ora sul nostro petto. Il Cardinale l’ha benedetto, poi ce l’ha mostrato, alto, come il compagno indivisibile delle nostre fatiche, come il conforto, il sostegno, il vero amico nostro in vita e in morte.

Allora abbiamo capito la nostra dignità, la nostra Missione. La­sciare tutto generosamente, come Lui lasciò per gli uomini il Cielo, correre ovunque a far del bene, come Lui che passò e fece bene tutte le cose, salire il Calvario e morire per coloro che abbiamo tanto ama­to. Come non amare questo Crocefisso d’oro sulla croce nera, come non tremare quando il Cardinale ce l’ha messo al collo?»

(Dal Diario di viaggio di P. Alfredo Cremonesi)

Padre Cremonesi al tempo della partenza

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QUI POSTULAZIONE #89 - Padre Fausto Tentorio: vivere ciò che richiede il Signore

Quando è stato ucciso il 17 ottobre 2011 nelle sue Filippine dove era giunto trentatré anni prima, Padre Fausto Tentorio era impegnato quotidianamente in favore dei Manobo. Circa 20.000 persone in via di estinzione che assisteva quotidianamente dal 1990, tutelandone i diritti come già fatto per le tribù indigene di Columbio ench’esse appartenenti alla Diocesi di Kidapawan sull’isola di Mindanao.

A cuore gli erano particolarmente i diritti sulle loro terre, fonte di lauti guadagni per i coloni provenienti dalle isole centrali delle Filippine. Quando giunse tra gli stessi Manobo, dei loro 75mila ettari di terra ancestrale nell’Arakan Valley gli speculatori ne avevano già acquistati 60mila e bramavano i restanti. Per far fronte alle loro angherie, nel 1992 assieme ai capi delle tribù locali fondò il gruppo dei Manobo Lumadnong Panaghiusa, grazie al quale si giunse al riconoscimento e alla tutela delle loro terre da parte dello stato.

Già oggetto di minacce e scampato ad altri attentati per il suo prodigarsi sociale, in quel giorno del 2011 venne colpito a morte da un sicario dopo aver celebrato la messa nella chiesa parrocchiale di Arakan. Avrebbe dovuto partecipare a un incontro di sacerdoti a Kidapawan, sede vescovile, distante 30 chilometri. Mentre stava salendo in auto, uno sconosciuto, giunto in moto e con la visiera del casco calata a celare il volto, gli esplose addosso dieci colpi di pistola prima di fuggire con lo stesso mezzo. A nulla valsero gli aiuti in ospedale distante una trentina di chilometri dove giunse privo di vita.

Di lui e di quanti erano stati uccisi per il loro importante impegno sociale – e tra questi anche i due padri del PIME Tullio Favali e Salvatore Carzedda nel 1985 e nel 1992 – Mons. Orlando Quevedo, vescovo emerito di Kidapawan, avrebbe detto alcuni giorni dopo il tragico evento: «La morte di P. Fausto è un puro assassinio. Io lo condanno totalmente come un crimine che grida al cielo. Se gli autori pensano che la sua uccisione zittirà sacerdoti, religiosi, fratelli e sorelle, e vescovi dal proclamare la giustizia del regno di Dio, si sbagliano. Il sangue dei martiri come p. Fausto sostiene il coraggio e l’audacia di coloro che si interessano alla pace e alla giustizia abbastanza da sacrificare loro stessi mentre percorrono la strada della non violenza attiva. Lancio un forte appello alle autorità affinché cerchino gli autori e li consegnino alla giustizia».

Al suo funerale, celebrato a una settimana dalla morte, parteciparono oltre 15.000 persone, per la maggior parte contadini e indigeni, a dimostrazione dell’affetto e della stima provato per colui che era stato anche responsabile diocesano per la pastorale indigena.

La salma di Padre Fausto oggi si trova nel cimitero di Balindog, a Kidapawan, dove riposa nella bara realizzata col legno del mogano che aveva piantato dietro la chiesa della missione: pianta pregiata come quelle che, grazie ai suoi insegnamenti, i tribali coltivano tutt’oggi per migliorare la loro condizione economica

Sulla tomba, accanto a quella del confratello Tullio Favali, l’epitaffio che vi aveva destinato nel testamento traendolo da Michea 6,8: «Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio». Poche parole a ricordo, e da far ciascuno tesoro, dell’insegnamento al quale aveva fatto sempre riferimento. 

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QUI POSTULAZIONE #88 - San Giovanni XXIII e il PIME

Il Pontificio Istituto Missioni Estere celebra oggi 11 ottobre la memoria liturgica di San Giovanni XXIII, il Papa Buono che lo ha avuto sempre nel suo cuore.

Un legame, quello di Angelo Roncalli, iniziato nel 1910 quando, da giovane sacerdote della diocesi di Bergamo, il suo vescovo lo inviò al Seminario delle Missioni Estere di Milano per consegnare il Crocifisso ai partenti. Sei anni dopo fu anche tra i primi ad iscriversi alla Unione Missionaria del Clero fondata da Padre Paolo Manna, poi superiore generale di quell’Istituto e del PIME dal 1926.

Patriarca di Venezia, così come lo è stato Mons. Angelo Ramazzotti, il futuro Pontefice accolse la richiesta del PIME per la traslazione delle spoglie del Fondatore dell’Istituto dalla città lagunare a Milano nel 1958. Qui tutt’oggi riposano nella Chiesa di San Francesco Saverio annessa alla Casa Generalizia dell’Istituto in Via Monte Rosa.

Giunto a destinazione dopo averle accompagnate lungo il viaggio,  così egli condivise con affetto quanto gli era accaduto in quel luogo quando vi consegnò i crocifissi: «Nelle conversazioni confidenti con alcuno degli anziani tornati dai campi di evangelizzazione, mi sentivo come preso da una edificazione e da una tenerezza ineffabile, che non era ancora a tal punto da accendere in me una vocazione missionaria, ma educava il mio spirito alla ammirazione per chi si sentiva chiamato e rispondeva correndo per quella via audace e misteriosa».

Desideroso di aiutare in prima persona le Missioni, nella sua diocesi animò la promozione missionaria e dal 1921, a Roma, su invito di Benedetto XV fu direttore dell’Opera della Propagazione della Fede in Italia

Nel 1963 questo particolare anelito lo ha portato a donare al PIME le cascine della sua famiglia a Sotto il Monte, in provincia di Bergamo, dove era nato il 25 novembre 1881.

Da allora esse sono divenute per l’Istituto centro di formazione e sensibilizzazione missionaria, oltre che occasione per tenere vivo il ricordo di Papa Roncalli grazie anche al museo con i suoi ricordi allestito all’interno.  

Casa natale di San Giovanni XXIII a Sotto il Monte

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QUI POSTULAZIONE #87 - Fare meditazione secondo la Venerabile Marovich

Nel cammino formativo del seminarista Carlo Salerio fondamentali sono stati gli scritti di Anna Maria Marovich, morta settantaduenne a Venezia, sua città natale, il 3 ottobre 1887.

Sono gli stessi documenti raccolti durante la sua Causa di Beatificazione e canonizzazione che nel 2007 ne ha riconosciuta la venerabilità. Venerabile come lo è questo stesso sacerdote del Seminario delle Missioni Estere di Milano e chi di esso ne fu il Fondatore. Quello stesso Mons. Ramazzotti che, Patriarca di Venezia, così si rivolse alla Marovich: «Se non accettate l’impresa, forse si risolverà in niente e ne avrete rimorso; se l’accettate ne verrà certo del bene. Che se in mezzo all’opera vi vedrete incapace di continuare si vedrà come aiutarvi e come sostituirvi; intanto accettare quello che pare volere di Dio». Era il suo spronarla a dar vita, come così fu nel 1864, a un istituto per l’assistenza alle giovani derelitte e alla comunità di religiose che se ne sarebbe presa cura: le Riparatrici del Cuore Sacratissimo di Gesù. Quella stessa congregazione che quattro anni dopo Marovich desiderò diventasse tutt’uno con le Suore della Riparazione fondate da Padre Carlo Salerio e tra le quali chiese di essere accolta come novizia.

Tra le molte lettere raccolte dalla Postulazione delle Suore della Riparazione per la Causa avviata nel 1926 vi è anche quella dove la Venerabile così parla della meditazione*.

 

Circa il libro più adattato per aiutarla a far con frutto la santa meditazione, non saprei precisamente indicarglielo, poiché ve ne sono molti, e tutti assai buoni. Succede nelle anime quello che veggiamo continuamente nei corpi, cioè, che lo stesso cibo non conviene indistintamente a tutti, perché se ad uno fa bene, all’altro aggrava lo stomaco, e mentre piace a questo, muove la nausea a quello. Quindi potrebbe darsi, che quello stesso libro che sembra buono a me, tale poi non fosse per lei, e viceversa: perciò su questo io la consiglio a scegliere in fra i migliori quello che più si adatta al suo spirito, e modo di orare. […]

Meditando ella può a suo piacere moltiplicare gli affetti, poiché questo aiuta ed aumenta spesso il fervore; ma non così la consiglierei di moltiplicare anche i proponimenti, perché questi, se sono molti, è pericolo di non eseguirli bene, laddove un solo può eseguirsi con più fedeltà, e più facilmente rimane memoria. Già ella saprà come S. Filippo Neri diceva, che l’affare di farsi santi non si può sbrigare in quattro giorni, e la perfezione si acquista gradatamente, con fatica, ed a poco a poco: quindi non bisogna mai ch’ella pretenda di potersi spogliare tutto ad un tratto de’ suoi difetti, ed arricchirsi di tutte le virtù. Questa non è la via ordinaria che Dio tiene colle anime, e noi dobbiamo camminare per quella ch’è più adattata alla nostra debolezza. Prenda dunque sempre di mira ne’ suoi propositi quel difetto che più la predomina, e quella virtù che più le abbisogna, e resti sempre costante in quello, finché conosca d’essersi emendata del suo difetto, o avanzata in quella virtù. Ella vedrà che in tal guisa, benché le sembri di non camminare molto, molto per altro si avanzerà, ed acquisterà così ad una, ad una tutte quelle virtù, che le sarebbe stato impossibile senza una grazia straordinaria acquistare tutte ad un tratto. Se la meditazione che prende a fare è divisa in più punti non si affanni per iscorrerli tutti. Si appigli a quello che più la muove, né lo lasci finché le somministra materia di fervore, o di compunzione. Il tempo che deve impiegar meditando io non saprei precisarlo, perché non so quanto gliene lascino libero le sue occupazioni; ma se ella ha il comodo di poter far l’orazione mentale due volte al dì, la consiglierei di prevalersene, ed in tal caso potrebbe fare la meditazione della mattina sulla Passione del buon Gesù, e l’altra della sera su qualche massima eterna, od altra cosa. É sempre bene poi leggere il sogetto della meditazione qualche ora prima d’incominciarla, affine di aver campo di preparare e disporre l’anima propria a quella verità ch’ella dee meditare. […] 

* M. Graziella Cauzzi, Ti ho amato nell’umiltà. Note biografiche della Serva di Dio Anna Maria Marovich, Istituto Suore della Riparazione, Milano, 1987, pp. 79-80.

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