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QUI POSTULAZIONE #104 - Un riscatto impossibile per Padre Carlo Osnaghi

Era il 2 febbraio 1942 quando Padre Carlo Osnaghi venne seppellito vivo in una fossa nella provincia cinese dello Henan.

Per chi lo aveva rapito venti giorni prima, egli non aveva più alcun valore economico.

Il rapimento da parte dei guerriglieri comunisti cinesi – tra i 200 e i 300 che assaltarono il suo villaggio di Yekikang – avrebbe dovuto fruttare 200.000 dollari, «favolosa somma» pari a circa un milione di lire italiane di allora, che i confratelli del quarantatreenne missionario del PIME giunto in Cina nel 1924 non riuscirono a versare. Neppure ricorrendo all’aiuto delle occupanti truppe giapponesi, come sicuramente idealizzato dai rapitori perchè il Giappone – contro il quale la Cina combatteva da quasi cinque anni – nel 1940 era divenuto alleato dell’Italia. E questa alleanza aveva anche trasformato Padre Osnaghi in nemico dei rapitori, così come erano stati considerati tali i sacerdoti dell’Istituto uccisi l’anno precedente nello stesso Vicariato apostolico.

Testimone della sua morte fu un giovane cinese, rapito assieme a lui e al cuoco della Missione, il cui racconto venne così riportato nel diario di P. Gaetano Pollio, missionario del PIME residente a Kaifeng: «Ad un cenno del capo i briganti legarono subito mani e piedi ai tre prigionieri, il giovanetto Hoang incominciò a piangere e a gridare.  Intanto  con un calcio secco fecero rotolare P. Osnaghi nella fossa profonda circa due metri, con un secondo calcio fecero rotolare il cuoco del Padre, che cadde addosso a P. Osnaghi, e subito si diedero a ricoprire la fossa con terra. Il giovane Hoang San ha ripetutamente affermato che P. Osnaghi, trovandosi davanti alla fossa, vedendosi legato, non vedendo alcuna via di salvezza, scoppiò in un forte pianto, nel pianto gridò parole straniere e alcune parole cinesi invocanti la mamma! E mentre i briganti seppellivano gli ostaggi, mentre la terra man mano si accumulava sui loro corpi, P. Osnaghi e il cuoco piangevano, finché il loro pianto man mano si spense».

Riferendosi ai confratelli Barosi, Lazzaroni, Zanardi e Zanella uccisi pochi mesi prima a Dingcun, nel dicembre 1941 aveva scritto alla mamma a lui tanto cara: «Le vittime dal cielo stenderanno su di noi tutti, rimasti in questo campo tanto tribolato e pieno di spine, il loro manto, ci proteggeranno e, se sarà il caso, ci impetreranno la forza di morire generosamente al pari di loro». E così fu!

Essi lo aiutarono a morire in quel modo a lui caro e del quale aveva così aveva detto a lei quand’era stata gravemente malata: «se umanamente parlando il primo posto ad abbandonare questa terra è riservato a te, sappi che sono morto da buon soldato sul campo! Allora non una lagrima: dal cielo farò quello che non ho saputo fare quaggiù per i miei e per te, mamma carissima!

A lei, l’amata genitrice che consapevole della morte eroica del figlio, così testimoniò questa certezza al missionario che a Milano le diede la ferale notizia: «È piaciuto alla Divina Bontà che il mio Carletto vuotasse il calice della sofferenza con una morte atroce! Valga essa ad ottenere la grazia della conversione ai suoi carnefici!». 

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