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QUI POSTULAZIONE #92 - Il Beato Paolo Manna, missionario da enciclica

Era il 4 novembre 2001 quando Padre Paolo Manna, membro del Pontificio Istituto Missioni Estere, è stato beatificato a Roma in Piazza San Pietro. Una beatificazione resa possibile grazie alla sua intercessione per la miracolosa guarigione di Padre Aldo Vinci, confratello nell’Istituto del quale lo stesso Manna è stato il primo Superiore Generale.

La carica l’assunse nel 1926, quando da quasi due anni era alla guida del Seminario delle Missioni Estere di Milano che lo aveva accolto nel diciannovenne nel 1891. Proveniva dalla Società Cattolica Istruttiva fondata dal Beato Francesco Jansen, gli attuali Padri Salvatoriani.

Inviato in Birmania nel 1895 vi rimase fino al 1906, quando per motivi di salute tornò definitivamente in Italia per mettersi a servizio dell’Istituto e tramite lo studio e l’insegnamento ha suscitato il movimento missionario dei nostri tempi. A lui si deve anche la fondazione della Unione Missionaria del Clero, approvata da Benedetto XV nel 1916, tutt’oggi attiva come Pontificia Unione Missionaria.

Definitosi “Missionario perduto” per aver dovuto lasciare quello che oggi è il Myanmar, egli ha fatto molto per le missioni, anche attraverso i suoi libri e le lettere circolari che periodicamente inviava ai confratelli. Diversi estratti di queste ultime, ad opera del suo successore, confluirono in “Virtù apostoliche”, pubblicato in occasione del cinquantesimo della sua ordinazione sacerdotale e tutt’oggi un classico della letteratura missionaria. Ventitré lettere tutte all’insegna de: «Il missionario non è niente se non impersona Gesù Cristo. [...] Solo il missionario che copia fedelmente Gesù Cristo in se stesso [...] può riprodurne l'immagine nelle anime degli altri», come citato nella Lettera n. 6 del 15 settembre 1926.

Gli insegnamenti di quelle Lettere sono stati di riferimento anche a Giovanni Paolo II che al punto 90 della sua enciclica “Redemptoris Missio” ha scritto: «L'universale vocazione alla santità è strettamente collegata all'universale chiamata alla missione: ogni fedele è chiamato alla santità e alla missione». Documento pontificio che nella nota n. 169 del punto 84 riporta anche la citazione tanto cara al Beato Manna morto ottantenne il 15 settembre 1952: «La parola d’ordine deve essere questa: Tutte le Chiese per la conversione di tutto il mondo». 

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QUI POSTULAZIONE #91 - 1° novembre, Festa di tutti gli Intercessori

«Perciò voglio sempre ringraziarli di essersi così compiaciuti di ottenere una tal grazia ad un indegno loro servo, qual sono io, lordo di tanti peccati. Ed ora spero egualmente che intercedano per ottenermi tutte le grazie per essere un buon missionario, che mi diano lume, e dopo una vita buona mi concedano una santa morte».

Era domenica 8 novembre 1880, festa dell’Ottava di Ognissanti, quando il diciasettenne Alberico Crescitelli così scrisse, ai genitori rimasti nella natia Altavilla Irpina, di coloro ai quali affidava il cammino missionario a lui caro. Quel giorno, infatti, varcava il cancello del Seminario Pontificio per le Missioni Estere dei Santi Pietro e Paolo a Roma, da dove sarebbe partito definitivamente per la Cina quasi otto anni più tardi. Vi avrebbe trovato «una santa morte» martiriale il 21 luglio 1900.

Ai Santi – ricordati il 1° novembre nel giorno scelto da Papa Gregorio III nell’ottavo secolo – il missionario sarebbe tornato a far riferimento nelle lettere inviate dalla Cina. Sua era la certezza di arricchire spiritualmente i destinatari, così come fatto anche con il fratello Luigi al quale scrisse il 30 dicembre 1890: «Le tribolazioni sono pur necessarie, e Dio ce le manda per il nostro bene. L’uomo nelle tribolazioni si umilia e ricorre a Dio, e nella prosperità se ne dimentica. I santi ritenevano gran fortuna essere tribolati e l’uomo forte è quello che sa sopportare le avversità».

Beatificato nel 1951 e canonizzato da Giovanni Paolo II il 1° ottobre 2000, anche Padre Alberico è ora nella schiera dei Santi.

Assieme a loro è riconosciuto e proclamato dalla Chiesa autentico seguace di Cristo, nel quale il Padre «ci dona un segno sicuro del suo amore», come recita il Prefazio II del Santi nel Messale Romano che così continua rivolgendosi al Signore: «Il loro grande esempio e la loro fraterna intercessione ci sostengono nel cammino della vita perché si compia in noi il tuo mistero di salvezza». 

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QUI POSTULAZIONE #90 - Il Beato Cremonesi e il Crocefisso del missionario

Riconosciuto l’odium fidei nei soldati birmani che l’uccisero a Donoku, Alfredo Cremonesi, sacerdote del PIME, è stato proclamato Beato il 19 ottobre 2019 nella Cattedrale di Crema.

Suo compagno di missione, in quella terra d’Asia oggi conosciuta come Myanmar, è stato il Crocefisso… «che sta sempre sul cuore di ogni martire e di ogni eroe», come scritto nel suo diario di viaggio. Lo aveva ricevuto il 5 ottobre 1925 dalle mani del Cardinale Eugenio Tosi, Arcivescovo di Milano, durante la Cerimonia della Partenza che si tenne nella Chiesa di San Francesco Saverio presso la milanese Casa Generalizia dell’Istituto tutt’oggi in Via Monte Rosa.

«Il Crocefisso d’oro sulla croce di legno! D’oro? Oh, no! I missionari hanno solo il cuore d’oro. Ma quel Crocefisso ha il colore e lo splen­dore dell’oro, che emerge sullo sfondo nero della croce di legno. Il Crocefisso è caratteristico dei missionari, sta sempre sul petto di ogni martire e di ogni eroe! Eccolo ora sul nostro petto. Il Cardinale l’ha benedetto, poi ce l’ha mostrato, alto, come il compagno indivisibile delle nostre fatiche, come il conforto, il sostegno, il vero amico nostro in vita e in morte.

Allora abbiamo capito la nostra dignità, la nostra Missione. La­sciare tutto generosamente, come Lui lasciò per gli uomini il Cielo, correre ovunque a far del bene, come Lui che passò e fece bene tutte le cose, salire il Calvario e morire per coloro che abbiamo tanto ama­to. Come non amare questo Crocefisso d’oro sulla croce nera, come non tremare quando il Cardinale ce l’ha messo al collo?»

(Dal Diario di viaggio di P. Alfredo Cremonesi)

Padre Cremonesi al tempo della partenza

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QUI POSTULAZIONE #89 - Padre Fausto Tentorio: vivere ciò che richiede il Signore

Quando è stato ucciso il 17 ottobre 2011 nelle sue Filippine dove era giunto trentatré anni prima, Padre Fausto Tentorio era impegnato quotidianamente in favore dei Manobo. Circa 20.000 persone in via di estinzione che assisteva quotidianamente dal 1990, tutelandone i diritti come già fatto per le tribù indigene di Columbio ench’esse appartenenti alla Diocesi di Kidapawan sull’isola di Mindanao.

A cuore gli erano particolarmente i diritti sulle loro terre, fonte di lauti guadagni per i coloni provenienti dalle isole centrali delle Filippine. Quando giunse tra gli stessi Manobo, dei loro 75mila ettari di terra ancestrale nell’Arakan Valley gli speculatori ne avevano già acquistati 60mila e bramavano i restanti. Per far fronte alle loro angherie, nel 1992 assieme ai capi delle tribù locali fondò il gruppo dei Manobo Lumadnong Panaghiusa, grazie al quale si giunse al riconoscimento e alla tutela delle loro terre da parte dello stato.

Già oggetto di minacce e scampato ad altri attentati per il suo prodigarsi sociale, in quel giorno del 2011 venne colpito a morte da un sicario dopo aver celebrato la messa nella chiesa parrocchiale di Arakan. Avrebbe dovuto partecipare a un incontro di sacerdoti a Kidapawan, sede vescovile, distante 30 chilometri. Mentre stava salendo in auto, uno sconosciuto, giunto in moto e con la visiera del casco calata a celare il volto, gli esplose addosso dieci colpi di pistola prima di fuggire con lo stesso mezzo. A nulla valsero gli aiuti in ospedale distante una trentina di chilometri dove giunse privo di vita.

Di lui e di quanti erano stati uccisi per il loro importante impegno sociale – e tra questi anche i due padri del PIME Tullio Favali e Salvatore Carzedda nel 1985 e nel 1992 – Mons. Orlando Quevedo, vescovo emerito di Kidapawan, avrebbe detto alcuni giorni dopo il tragico evento: «La morte di P. Fausto è un puro assassinio. Io lo condanno totalmente come un crimine che grida al cielo. Se gli autori pensano che la sua uccisione zittirà sacerdoti, religiosi, fratelli e sorelle, e vescovi dal proclamare la giustizia del regno di Dio, si sbagliano. Il sangue dei martiri come p. Fausto sostiene il coraggio e l’audacia di coloro che si interessano alla pace e alla giustizia abbastanza da sacrificare loro stessi mentre percorrono la strada della non violenza attiva. Lancio un forte appello alle autorità affinché cerchino gli autori e li consegnino alla giustizia».

Al suo funerale, celebrato a una settimana dalla morte, parteciparono oltre 15.000 persone, per la maggior parte contadini e indigeni, a dimostrazione dell’affetto e della stima provato per colui che era stato anche responsabile diocesano per la pastorale indigena.

La salma di Padre Fausto oggi si trova nel cimitero di Balindog, a Kidapawan, dove riposa nella bara realizzata col legno del mogano che aveva piantato dietro la chiesa della missione: pianta pregiata come quelle che, grazie ai suoi insegnamenti, i tribali coltivano tutt’oggi per migliorare la loro condizione economica

Sulla tomba, accanto a quella del confratello Tullio Favali, l’epitaffio che vi aveva destinato nel testamento traendolo da Michea 6,8: «Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio». Poche parole a ricordo, e da far ciascuno tesoro, dell’insegnamento al quale aveva fatto sempre riferimento. 

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QUI POSTULAZIONE #88 - San Giovanni XXIII e il PIME

Il Pontificio Istituto Missioni Estere celebra oggi 11 ottobre la memoria liturgica di San Giovanni XXIII, il Papa Buono che lo ha avuto sempre nel suo cuore.

Un legame, quello di Angelo Roncalli, iniziato nel 1910 quando, da giovane sacerdote della diocesi di Bergamo, il suo vescovo lo inviò al Seminario delle Missioni Estere di Milano per consegnare il Crocifisso ai partenti. Sei anni dopo fu anche tra i primi ad iscriversi alla Unione Missionaria del Clero fondata da Padre Paolo Manna, poi superiore generale di quell’Istituto e del PIME dal 1926.

Patriarca di Venezia, così come lo è stato Mons. Angelo Ramazzotti, il futuro Pontefice accolse la richiesta del PIME per la traslazione delle spoglie del Fondatore dell’Istituto dalla città lagunare a Milano nel 1958. Qui tutt’oggi riposano nella Chiesa di San Francesco Saverio annessa alla Casa Generalizia dell’Istituto in Via Monte Rosa.

Giunto a destinazione dopo averle accompagnate lungo il viaggio,  così egli condivise con affetto quanto gli era accaduto in quel luogo quando vi consegnò i crocifissi: «Nelle conversazioni confidenti con alcuno degli anziani tornati dai campi di evangelizzazione, mi sentivo come preso da una edificazione e da una tenerezza ineffabile, che non era ancora a tal punto da accendere in me una vocazione missionaria, ma educava il mio spirito alla ammirazione per chi si sentiva chiamato e rispondeva correndo per quella via audace e misteriosa».

Desideroso di aiutare in prima persona le Missioni, nella sua diocesi animò la promozione missionaria e dal 1921, a Roma, su invito di Benedetto XV fu direttore dell’Opera della Propagazione della Fede in Italia

Nel 1963 questo particolare anelito lo ha portato a donare al PIME le cascine della sua famiglia a Sotto il Monte, in provincia di Bergamo, dove era nato il 25 novembre 1881.

Da allora esse sono divenute per l’Istituto centro di formazione e sensibilizzazione missionaria, oltre che occasione per tenere vivo il ricordo di Papa Roncalli grazie anche al museo con i suoi ricordi allestito all’interno.  

Casa natale di San Giovanni XXIII a Sotto il Monte

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QUI POSTULAZIONE #87 - Fare meditazione secondo la Venerabile Marovich

Nel cammino formativo del seminarista Carlo Salerio fondamentali sono stati gli scritti di Anna Maria Marovich, morta settantaduenne a Venezia, sua città natale, il 3 ottobre 1887.

Sono gli stessi documenti raccolti durante la sua Causa di Beatificazione e canonizzazione che nel 2007 ne ha riconosciuta la venerabilità. Venerabile come lo è questo stesso sacerdote del Seminario delle Missioni Estere di Milano e chi di esso ne fu il Fondatore. Quello stesso Mons. Ramazzotti che, Patriarca di Venezia, così si rivolse alla Marovich: «Se non accettate l’impresa, forse si risolverà in niente e ne avrete rimorso; se l’accettate ne verrà certo del bene. Che se in mezzo all’opera vi vedrete incapace di continuare si vedrà come aiutarvi e come sostituirvi; intanto accettare quello che pare volere di Dio». Era il suo spronarla a dar vita, come così fu nel 1864, a un istituto per l’assistenza alle giovani derelitte e alla comunità di religiose che se ne sarebbe presa cura: le Riparatrici del Cuore Sacratissimo di Gesù. Quella stessa congregazione che quattro anni dopo Marovich desiderò diventasse tutt’uno con le Suore della Riparazione fondate da Padre Carlo Salerio e tra le quali chiese di essere accolta come novizia.

Tra le molte lettere raccolte dalla Postulazione delle Suore della Riparazione per la Causa avviata nel 1926 vi è anche quella dove la Venerabile così parla della meditazione*.

 

Circa il libro più adattato per aiutarla a far con frutto la santa meditazione, non saprei precisamente indicarglielo, poiché ve ne sono molti, e tutti assai buoni. Succede nelle anime quello che veggiamo continuamente nei corpi, cioè, che lo stesso cibo non conviene indistintamente a tutti, perché se ad uno fa bene, all’altro aggrava lo stomaco, e mentre piace a questo, muove la nausea a quello. Quindi potrebbe darsi, che quello stesso libro che sembra buono a me, tale poi non fosse per lei, e viceversa: perciò su questo io la consiglio a scegliere in fra i migliori quello che più si adatta al suo spirito, e modo di orare. […]

Meditando ella può a suo piacere moltiplicare gli affetti, poiché questo aiuta ed aumenta spesso il fervore; ma non così la consiglierei di moltiplicare anche i proponimenti, perché questi, se sono molti, è pericolo di non eseguirli bene, laddove un solo può eseguirsi con più fedeltà, e più facilmente rimane memoria. Già ella saprà come S. Filippo Neri diceva, che l’affare di farsi santi non si può sbrigare in quattro giorni, e la perfezione si acquista gradatamente, con fatica, ed a poco a poco: quindi non bisogna mai ch’ella pretenda di potersi spogliare tutto ad un tratto de’ suoi difetti, ed arricchirsi di tutte le virtù. Questa non è la via ordinaria che Dio tiene colle anime, e noi dobbiamo camminare per quella ch’è più adattata alla nostra debolezza. Prenda dunque sempre di mira ne’ suoi propositi quel difetto che più la predomina, e quella virtù che più le abbisogna, e resti sempre costante in quello, finché conosca d’essersi emendata del suo difetto, o avanzata in quella virtù. Ella vedrà che in tal guisa, benché le sembri di non camminare molto, molto per altro si avanzerà, ed acquisterà così ad una, ad una tutte quelle virtù, che le sarebbe stato impossibile senza una grazia straordinaria acquistare tutte ad un tratto. Se la meditazione che prende a fare è divisa in più punti non si affanni per iscorrerli tutti. Si appigli a quello che più la muove, né lo lasci finché le somministra materia di fervore, o di compunzione. Il tempo che deve impiegar meditando io non saprei precisarlo, perché non so quanto gliene lascino libero le sue occupazioni; ma se ella ha il comodo di poter far l’orazione mentale due volte al dì, la consiglierei di prevalersene, ed in tal caso potrebbe fare la meditazione della mattina sulla Passione del buon Gesù, e l’altra della sera su qualche massima eterna, od altra cosa. É sempre bene poi leggere il sogetto della meditazione qualche ora prima d’incominciarla, affine di aver campo di preparare e disporre l’anima propria a quella verità ch’ella dee meditare. […] 

* M. Graziella Cauzzi, Ti ho amato nell’umiltà. Note biografiche della Serva di Dio Anna Maria Marovich, Istituto Suore della Riparazione, Milano, 1987, pp. 79-80.

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QUI POSTULAZIONE #86 - Santa Teresina e il Beato Paolo Manna per l’Ottobre Missionario

«Patrona speciale dei missionari, uomini e donne, esistenti nel mondo» Santa Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo lo è dal 14 dicembre 1927 assieme a San Francesco Saverio. Patrona delle missioni pur senza essere mai uscita dal monastero di clausura delle Carmelitane scalze di Lisieux in Francia. Senza aver neppure toccato una terra di missione, ma con quei luoghi sempre nel cuore così come i missionari che si affidavano alla sua preghiera e all’accompagnamento epistolare come fosse una loro sorella. Così è stato anche per Padre Adolphe Roulland, destinato alla Cina e che con lei corrispose da seminarista (l’ordinazione avvenne poco dopo la morte della suora), o per Maurice Bellière, sacerdote dei Padri Bianchi inviato a Nyassa, nell’attuale Malawi. È a lui che così si rivolse in una sua lettera: «Infatti, quando Gesù chiama un'anima a guidare, a salvare moltitudini di altre anime, è molto necessario che le faccia sperimentare le tentazioni e le prove della vita. Poiché vi ha concesso la grazia di uscire vittoriosi dalla lotta, spero, Padre, che il nostro dolce Gesù esaudirà i vostri grandi desideri. Gli chiedo che tu sia, non solo un buon missionario, ma un santo tutto ardente dell'amore di Dio e delle anime; Vi prego di ottenermi anche questo amore affinché io possa aiutarvi nel vostro lavoro apostolico. Come sapete, una carmelitana che non fosse apostola si allontanerebbe dallo scopo della sua vocazione e cesserebbe di essere figlia della Serafica Santa Teresa che ha voluto dare mille vite per salvare una sola anima».

«Vorrei essere missionaria – scrisse nel suo diario – non solamente pel corso di qualche anno, ma vorrei esserlo stata fino dalla creazione del mondo e continuare ad esser tale fino alla consumazione dei secoli». Un desiderio, questo, posto come esempio per tutti anche da Pio XII quando rivolgendosi ai responsabili della Pontificia Opera della Propagazione della Fede disse loro: «Ogni cristiano dovrebbe essere in qualche modo apostolo, e se è riservato ad un piccolo numero di persone il partire per paesi lontani, la Patrona delle Missioni, S. Teresa del Bambino Gesù ci insegna a fare della nostra vita cristiana di ogni giorno, un’offerta apostolica altamente meritoria ed efficace».

A far parte di «quel piccolo numero di persone» vi è stato anche il Beato Paolo Manna, Superiore Generale del PIME al momento della proclamazione a Patrona di Santa Teresina e autore delle riflessioni colle quali quest’anno ci è possibile vivere quotidianamente l’Ottobre missionario.

La raccolta delle citazioni allegata a questo numero di Qui Postulazione è stata redatta dalla Pontificia Unione Missionaria, le cui origini risalgono al 1916 per iniziativa dello stesso missionario. 

Allegato

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QUI POSTULAZIONE # 85 - ...e fu la Missione

Nell’anniversario della sua morte avvenuta il 29 settembre 1870, ricordiamo il Venerabile Carlo Salerio con questo importante documento conservato nell’Archivio Generale del P1ME. E la lettera che indirizzò a Padre Angelo Ramazzotti per essere accolto nel Seminario che stava avviando. L’Oblato Missionario di Rho, prossimo alla consacrazione episcopale, gli aveva dato gli esercizi spirituali in preparazione all’ordinazione del 25 maggio 1850.

Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore,

Da molti armi l’umile sottoscritta sospirava il giorno in cui fatto Sacerdote, avrebbe potuto dedicarsi alla salute delle anime, e principalmente di quelle che, più abbandonate non avevano chi loro annunciasse la Parola di salvezza. Ora vicino alla meta attendeva che la Providenza (sic) ne aprisse la via, come sembra volerlo per lo zelo della S. V. Illustrissima. Avendo però inteso che nel fratempo (sic) necessario per le disposizioni indispensabili ad un Collegio, la carità della S. V. Illustrissima è pronta ad accogliere nella Sua Casa in Saronno coloro che intendono dedicarsi a questo ministero; anche il sottoscritto, annunciando il desiderio, osa domandare di esservi ammesso come convittore, sottoponendosi a tutte quelle condizioni che le presenti e future circostanze fossero per esigere.

Perdoni la S.V. Illustrissima l’ardimento di tale domanda a chi da lungo tempo anela a questo passo. La speranza di essere esaudito va egualmente congiunta al desiderio. E nella medesima speranza che attendendo una cara parola di riscontro dalla S. V. Illustrissima appone quivi il recapito: cioè, al sottoscritto Milano, Corso di Porta Tosa N. 43.

Coll’animo pieno di fiducia e di gratitudine, colla più sensibile consolazione di baciarle umilmente con ossequio la mano, sono

Della Signoria Vostra Illustrissima e Reverendissima

24 maggio 1850

Umiliss.mo devotiss.mo Figlio

Carlo Salerio

 

Milano - Corso di Porta Tosa n. 43 (oggi Via Verziere)

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QUI POSTULAZIONE #84 - Valeriano Fraccaro, il Padre Fornaio

Quando fu ucciso il 28 settembre 1974, il sessantaquattrenne Padre Valeriano Fraccaro risiedeva da ventidue anni nella colonia inglese di Hong Kong. Missionario del Pime in Cina dal 1937, vi era giunto dopo l’espulsione da parte di Mao Tse Tung.

Allora si trovava a Sai Kung, nei Nuovi Territori dove si era già prodigato per i cinesi che avevano varcato il limitrofo confine del loro paese in cerca della libertà.

Lungo la costa stava realizzando un villaggio dove i profughi avrebbero vissuto più degnamente che non nelle loro barche, e questa iniziativa poté essere la ragione della sua morte. Il terreno era infatti molto appetibile ai locali imprenditori che per non vedersi sfumare alti profitti forse armarono la mano dell’omicida. Nessun denaro od oggetto venne infatti rubato nelle casa della missione dove lo uccisero.

Il suo corpo fu ritrovato da P. Francesco Frontini che assieme al P. Adelio Lambertoni faceva parte della comunità, entrambi assenti per impegni di ministero.  «Sono rientrato a mezzanotte – disse – e l’ho trovato in camera sua. Svestito, per terra, una pozza di sangue sotto la testa, la faccia coperta da un asciugamani. È stato ucciso con una mannaia, quella piccola accetta da macellaio che si trova in tutte le cucine cinesi, per tagliare le cotolette di maiale». La cucina era quella della residenza dei missionari, con la porta era sempre aperta per accogliere i bisognosi.

Stimato da tutti, come attestato anche dalle tremila persone di ogni fede che parteciparono alle sue esequie, fu sempre accanto ai più bisognosi.

«Era semplice come la colomba nell’ignorare il male, prudente come il serpente per realizzare il bene. Arrivava dove voleva e riusciva nel suo intento, senza urtare nessuno!», è stato detto di lui. E in questo suo fare molto contò l’esser stato figlio di un fornaio della sua natia Castelfranco Veneto.

Quanto appreso fin da piccolo gli permise di fare del pane uno strumento di dialogo oltre che di aiuto per quanti affamati, così come lo erano i bambini dei suoi villaggi. Impastato da lui stesso nel forno che si era costruito, lo distribuiva con quello stesso piacere che provava nel donare momenti di gioia con il panettone. Lo stesso che cercava di realizzare il più possibile secondo tradizione, a volte senza riuscirvi tanto da scrivere alla nipote: «Che ne pensi, eh, di tuo zio? Eppure Paola, dopotutto, però, tuo zio Valeriano, ha un cuore d’oro, anche se fa il panettone con la farina vecchia e invece dell’uvetta ci mette le formiche…». 

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QUI POSTULAZIONE #83 - Il settembre del Beato Mazzucconi

Si celebra oggi, 25 settembre, la memoria liturgica del Beato Giovanni Battista Mazzucconi, martire in Oceania.

La data è quella fissata nella Bolla pontificia per la beatificazione del 19 febbraio 1989 e identificata come dies natalis non conoscendosi il giorno esatto della sua morte, giustappunto quello della sua nascita al Cielo. Quest’ultimo, infatti, non fu citato dai testimoni alla sua uccisione a bordo della nave colla quale stava raggiungendo l’isola da Sydney. Lo si può solo ipotizzare tenendo presente che per percorrere quella rotta erano necessari come minimo venti giorni di navigazione e che la partenza del missionario dalla città australiana avvenne il 17 agosto 1855.

Al riguardo, dagli atti del processo di beatificazione risulta qualcosa di particolare. Nel giorno che sarebbe potuto essere quello del martirio, a sua madre parve di vederselo passare accanto, tanto da chiamarlo per nome. Il tutto lo appuntò, con tanto di data e ora, su un taccuino che non c’è più. Faceva parte dei documenti conservati da sua figlia, suora di Maria Bambina, andati distrutti durante i bombardamenti di Milano nel secondo conflitto mondiale.

Nativo di Rancio di Lecco nell’Arcidiocesi di Milano, la Chiesa ambrosiana commemora invece il Beato il 10 di settembre, mentre il suo nome è riportato nel Martyrologium Romanorum al giorno 7 dello stesso mese con queste parole: «In insula Woodlark Oceániae, beáti Ioánnis Baptistae Mazzucconi, presbýteri e Mediolanénsi Institúto pro missiónibus exteris et martyris, qui, post duos annos in ópere evangelizatiónis peráctos iam fébricus et ulcéribus exháustus, in ódium fidei secúris ictu occísus est» (Nell’isola di Woodlark, Oceania, il beato Giovanni Battista Mazzucconi, sacerdote dell’Istituto Missioni Estere di Milano e martire, che, dopo due anni di evangelizzazione, stremato dalla febbre e dalle piaghe, fu ucciso in odio alla fede con un colpo d’ascia).

Prima di quell’ultimo viaggio, quasi intravedendo ciò che Dio gli stava preparando, così scrisse a Don Giuseppe Marinoni, Direttore del suo Istituto Missionario: «Pure desiderai le mie isole: è là che mi è promessa la fatica e il premio, è là dove è quella Croce da cui Ella mi insegnò a non discendere giammai, quella Croce che è la regia via del Cielo. Ci raccomandi e ci faccia raccomandare alla Vergine Immacolata; se la sua assistenza è con noi, non v’è più nulla a temere: in tutti i giorni della nostra vita non avremo che a ripetere una sola preghiera, quella preghiera che mi parve sempre sì bella: “Signore aumentate i dolori, aumentate la pazienza. È un gran guadagno il patire». (…) Egli mi prepari di nuovo nel viaggio che incomincia domani, so una cosa sola, so che Egli è buono e mi ama immensamente; tutto il resto: la calma e la tempesta, il pericolo e la sicurezza, la vita e la morte non sono che espressioni mutabili e momentanee del caro Amore immutabile, eterno».           

Estratto dalla Bolla di Papa Giovanni Paolo II

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