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QUI POSTULAZIONE #86 - Santa Teresina e il Beato Paolo Manna per l’Ottobre Missionario

«Patrona speciale dei missionari, uomini e donne, esistenti nel mondo» Santa Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo lo è dal 14 dicembre 1927 assieme a San Francesco Saverio. Patrona delle missioni pur senza essere mai uscita dal monastero di clausura delle Carmelitane scalze di Lisieux in Francia. Senza aver neppure toccato una terra di missione, ma con quei luoghi sempre nel cuore così come i missionari che si affidavano alla sua preghiera e all’accompagnamento epistolare come fosse una loro sorella. Così è stato anche per Padre Adolphe Roulland, destinato alla Cina e che con lei corrispose da seminarista (l’ordinazione avvenne poco dopo la morte della suora), o per Maurice Bellière, sacerdote dei Padri Bianchi inviato a Nyassa, nell’attuale Malawi. È a lui che così si rivolse in una sua lettera: «Infatti, quando Gesù chiama un'anima a guidare, a salvare moltitudini di altre anime, è molto necessario che le faccia sperimentare le tentazioni e le prove della vita. Poiché vi ha concesso la grazia di uscire vittoriosi dalla lotta, spero, Padre, che il nostro dolce Gesù esaudirà i vostri grandi desideri. Gli chiedo che tu sia, non solo un buon missionario, ma un santo tutto ardente dell'amore di Dio e delle anime; Vi prego di ottenermi anche questo amore affinché io possa aiutarvi nel vostro lavoro apostolico. Come sapete, una carmelitana che non fosse apostola si allontanerebbe dallo scopo della sua vocazione e cesserebbe di essere figlia della Serafica Santa Teresa che ha voluto dare mille vite per salvare una sola anima».

«Vorrei essere missionaria – scrisse nel suo diario – non solamente pel corso di qualche anno, ma vorrei esserlo stata fino dalla creazione del mondo e continuare ad esser tale fino alla consumazione dei secoli». Un desiderio, questo, posto come esempio per tutti anche da Pio XII quando rivolgendosi ai responsabili della Pontificia Opera della Propagazione della Fede disse loro: «Ogni cristiano dovrebbe essere in qualche modo apostolo, e se è riservato ad un piccolo numero di persone il partire per paesi lontani, la Patrona delle Missioni, S. Teresa del Bambino Gesù ci insegna a fare della nostra vita cristiana di ogni giorno, un’offerta apostolica altamente meritoria ed efficace».

A far parte di «quel piccolo numero di persone» vi è stato anche il Beato Paolo Manna, Superiore Generale del PIME al momento della proclamazione a Patrona di Santa Teresina e autore delle riflessioni colle quali quest’anno ci è possibile vivere quotidianamente l’Ottobre missionario.

La raccolta delle citazioni allegata a questo numero di Qui Postulazione è stata redatta dalla Pontificia Unione Missionaria, le cui origini risalgono al 1916 per iniziativa dello stesso missionario. 

Allegato

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QUI POSTULAZIONE # 85 - ...e fu la Missione

Nell’anniversario della sua morte avvenuta il 29 settembre 1870, ricordiamo il Venerabile Carlo Salerio con questo importante documento conservato nell’Archivio Generale del P1ME. E la lettera che indirizzò a Padre Angelo Ramazzotti per essere accolto nel Seminario che stava avviando. L’Oblato Missionario di Rho, prossimo alla consacrazione episcopale, gli aveva dato gli esercizi spirituali in preparazione all’ordinazione del 25 maggio 1850.

Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore,

Da molti armi l’umile sottoscritta sospirava il giorno in cui fatto Sacerdote, avrebbe potuto dedicarsi alla salute delle anime, e principalmente di quelle che, più abbandonate non avevano chi loro annunciasse la Parola di salvezza. Ora vicino alla meta attendeva che la Providenza (sic) ne aprisse la via, come sembra volerlo per lo zelo della S. V. Illustrissima. Avendo però inteso che nel fratempo (sic) necessario per le disposizioni indispensabili ad un Collegio, la carità della S. V. Illustrissima è pronta ad accogliere nella Sua Casa in Saronno coloro che intendono dedicarsi a questo ministero; anche il sottoscritto, annunciando il desiderio, osa domandare di esservi ammesso come convittore, sottoponendosi a tutte quelle condizioni che le presenti e future circostanze fossero per esigere.

Perdoni la S.V. Illustrissima l’ardimento di tale domanda a chi da lungo tempo anela a questo passo. La speranza di essere esaudito va egualmente congiunta al desiderio. E nella medesima speranza che attendendo una cara parola di riscontro dalla S. V. Illustrissima appone quivi il recapito: cioè, al sottoscritto Milano, Corso di Porta Tosa N. 43.

Coll’animo pieno di fiducia e di gratitudine, colla più sensibile consolazione di baciarle umilmente con ossequio la mano, sono

Della Signoria Vostra Illustrissima e Reverendissima

24 maggio 1850

Umiliss.mo devotiss.mo Figlio

Carlo Salerio

 

Milano - Corso di Porta Tosa n. 43 (oggi Via Verziere)

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QUI POSTULAZIONE #84 - Valeriano Fraccaro, il Padre Fornaio

Quando fu ucciso il 28 settembre 1974, il sessantaquattrenne Padre Valeriano Fraccaro risiedeva da ventidue anni nella colonia inglese di Hong Kong. Missionario del Pime in Cina dal 1937, vi era giunto dopo l’espulsione da parte di Mao Tse Tung.

Allora si trovava a Sai Kung, nei Nuovi Territori dove si era già prodigato per i cinesi che avevano varcato il limitrofo confine del loro paese in cerca della libertà.

Lungo la costa stava realizzando un villaggio dove i profughi avrebbero vissuto più degnamente che non nelle loro barche, e questa iniziativa poté essere la ragione della sua morte. Il terreno era infatti molto appetibile ai locali imprenditori che per non vedersi sfumare alti profitti forse armarono la mano dell’omicida. Nessun denaro od oggetto venne infatti rubato nelle casa della missione dove lo uccisero.

Il suo corpo fu ritrovato da P. Francesco Frontini che assieme al P. Adelio Lambertoni faceva parte della comunità, entrambi assenti per impegni di ministero.  «Sono rientrato a mezzanotte – disse – e l’ho trovato in camera sua. Svestito, per terra, una pozza di sangue sotto la testa, la faccia coperta da un asciugamani. È stato ucciso con una mannaia, quella piccola accetta da macellaio che si trova in tutte le cucine cinesi, per tagliare le cotolette di maiale». La cucina era quella della residenza dei missionari, con la porta era sempre aperta per accogliere i bisognosi.

Stimato da tutti, come attestato anche dalle tremila persone di ogni fede che parteciparono alle sue esequie, fu sempre accanto ai più bisognosi.

«Era semplice come la colomba nell’ignorare il male, prudente come il serpente per realizzare il bene. Arrivava dove voleva e riusciva nel suo intento, senza urtare nessuno!», è stato detto di lui. E in questo suo fare molto contò l’esser stato figlio di un fornaio della sua natia Castelfranco Veneto.

Quanto appreso fin da piccolo gli permise di fare del pane uno strumento di dialogo oltre che di aiuto per quanti affamati, così come lo erano i bambini dei suoi villaggi. Impastato da lui stesso nel forno che si era costruito, lo distribuiva con quello stesso piacere che provava nel donare momenti di gioia con il panettone. Lo stesso che cercava di realizzare il più possibile secondo tradizione, a volte senza riuscirvi tanto da scrivere alla nipote: «Che ne pensi, eh, di tuo zio? Eppure Paola, dopotutto, però, tuo zio Valeriano, ha un cuore d’oro, anche se fa il panettone con la farina vecchia e invece dell’uvetta ci mette le formiche…». 

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QUI POSTULAZIONE #83 - Il settembre del Beato Mazzucconi

Si celebra oggi, 25 settembre, la memoria liturgica del Beato Giovanni Battista Mazzucconi, martire in Oceania.

La data è quella fissata nella Bolla pontificia per la beatificazione del 19 febbraio 1989 e identificata come dies natalis non conoscendosi il giorno esatto della sua morte, giustappunto quello della sua nascita al Cielo. Quest’ultimo, infatti, non fu citato dai testimoni alla sua uccisione a bordo della nave colla quale stava raggiungendo l’isola da Sydney. Lo si può solo ipotizzare tenendo presente che per percorrere quella rotta erano necessari come minimo venti giorni di navigazione e che la partenza del missionario dalla città australiana avvenne il 17 agosto 1855.

Al riguardo, dagli atti del processo di beatificazione risulta qualcosa di particolare. Nel giorno che sarebbe potuto essere quello del martirio, a sua madre parve di vederselo passare accanto, tanto da chiamarlo per nome. Il tutto lo appuntò, con tanto di data e ora, su un taccuino che non c’è più. Faceva parte dei documenti conservati da sua figlia, suora di Maria Bambina, andati distrutti durante i bombardamenti di Milano nel secondo conflitto mondiale.

Nativo di Rancio di Lecco nell’Arcidiocesi di Milano, la Chiesa ambrosiana commemora invece il Beato il 10 di settembre, mentre il suo nome è riportato nel Martyrologium Romanorum al giorno 7 dello stesso mese con queste parole: «In insula Woodlark Oceániae, beáti Ioánnis Baptistae Mazzucconi, presbýteri e Mediolanénsi Institúto pro missiónibus exteris et martyris, qui, post duos annos in ópere evangelizatiónis peráctos iam fébricus et ulcéribus exháustus, in ódium fidei secúris ictu occísus est» (Nell’isola di Woodlark, Oceania, il beato Giovanni Battista Mazzucconi, sacerdote dell’Istituto Missioni Estere di Milano e martire, che, dopo due anni di evangelizzazione, stremato dalla febbre e dalle piaghe, fu ucciso in odio alla fede con un colpo d’ascia).

Prima di quell’ultimo viaggio, quasi intravedendo ciò che Dio gli stava preparando, così scrisse a Don Giuseppe Marinoni, Direttore del suo Istituto Missionario: «Pure desiderai le mie isole: è là che mi è promessa la fatica e il premio, è là dove è quella Croce da cui Ella mi insegnò a non discendere giammai, quella Croce che è la regia via del Cielo. Ci raccomandi e ci faccia raccomandare alla Vergine Immacolata; se la sua assistenza è con noi, non v’è più nulla a temere: in tutti i giorni della nostra vita non avremo che a ripetere una sola preghiera, quella preghiera che mi parve sempre sì bella: “Signore aumentate i dolori, aumentate la pazienza. È un gran guadagno il patire». (…) Egli mi prepari di nuovo nel viaggio che incomincia domani, so una cosa sola, so che Egli è buono e mi ama immensamente; tutto il resto: la calma e la tempesta, il pericolo e la sicurezza, la vita e la morte non sono che espressioni mutabili e momentanee del caro Amore immutabile, eterno».           

Estratto dalla Bolla di Papa Giovanni Paolo II

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QUI POSTULAZIONE #82 - «Umiliandomi nella polvere mi affido intieramente a Dio»

Quando il Patriarca di Venezia Angelo Ramazzotti morì il 24 settembre 1861 mancavano tre giorni al concistoro indetto a Roma da Pio IX. Vi sarebbe stato creato cardinale assieme ad altri sette candidati alla porpora.

Allora si trovava a Gherla di Crespano del Grappa, in terra trevigiana a una novantina di chilometri dal palazzo patriarcale, per trascorrervi il periodo di riposo prescritto dai medici per far fronte ai problemi cardiaci. Avendo ceduto l’unica sua casa di villeggiatura a Mirano a quello stesso Comune per farne un ospedale militare, aveva accolto l’invito dei Conti Canal che in quella frazione avevano una villa. A offrirgli ospitalità nella comunità della vicina Possagno era stato anche Don Sebastiano Casara, Preposto delle Scuole di Carità, ma egli vi aveva rinunciato per non sconvolgerne la quotidianità colla sua presenza.

Di quella sua candidatura, della quale da tempo si parlava facendolo preoccupare non sentendosi degno per il cardinalato, egli ne ebbe certezza il 22 agosto dalla lettura della lettera del precedente giorno 10 con la quale il Card. Antonelli gli comunicava che tale era il desiderio di Pio IX.

Le sue condizioni di salute non erano delle migliori, tant’è che quello stesso giorno rispose di non essere in grado di partecipare alla celebrazione prevista «per la metà del prossimo mese di settembre», per la quale, tra l’altro, comunicò di trovarsi «assolutamente impotente a sostenere le spese che occorrono a farsi all’occasione di nomine Cardinalizie». Sentendo prossima la sua fine, aveva da poco disposto dei pochi beni posseduti in favore dei più bisognosi, delle persone a lui care, al Patriarcato e alle istituzioni assistenziali. E con riferimento a quanto desiderato dal Pontefice, in quella stessa lettera scrisse: «Conscio a me stesso della mia indegnità, dovrei veramente ritirarmi dall’accettare un tanto onore; ma il volere di S. Santità è per me un comando».

Allo stesso Pio IX si rivolse personalmente alcuni giorni dopo con questa lettera:

Beatissimo Padre!

Alla notizia che S. Eminenza il Cardinale Antonelli mi porse con sua graziosissima lettera 12 agosto che Vostra Santità è deter­minata di promuovermi alla dignità Cardinalizia nel Concistoro che ha stabilito di tenere dopo la metà del corrente mese di settembre, io rimasi sommamente confuso, conscio come sono a me stesso, di non avere alcun merito, perché mi venga impartito un tanto onore. E vera­mente, quando ogni volere e desiderio di Vostra Santità non fosse per me una legge, mi sentirei indotto dalla mia stessa coscienza a rinun­ziarvi. Ringrazio però Vostra Santità per una sì grande degnazione che vuole usata alla mia povera persona; e umiliandomi nella polvere mi affido intieramente a Dio, perché non permetta in me azione che torni a disonore di quell’Eminentissimo Senato, a cui Vostra Santi­tà intende di aggregarmi. Debbo poi rendere informata Vostra San­tità, che non essendo io ancora riavuto perfettamente da una grave malattia di cuore, colla quale piacque alla divina Bontà di visitarmi, non potrei venire personalmente a Roma per l’indicato Concistoro.

Permetta Vostra Santità che deponga nuovamente ai di Lei piedi l’omaggio della mia più profonda e inalterabile devozione alla persona della Santità Vostra e a codesta Apostolica Romana Sede, assicuran­do Vostra Santità che continui e fervidi sono i voti, che da me, dal mio Clero, dal mio buon popolo veneziano si innalzano al trono della Misericordia, perché accorci i giorni della prova per Vostra Santità e per la Chiesa, e accordi alle rare virtù del cuore della Santità Vostra il pieno trionfo della giustizia. Prostrato a Vostra Santità Le bacio il sacro piede, e implorando l’apostolica benedizione sopra di me e sopra la mia Diocesi mi protesto

Della Santità Vostra

Umiliss. e devotiss. Servo

Angelo Ramazzotti

Patriarca di Venezia.

 

Dopodiché «non fece più cenno del suo Cardinalato, né se ne diede altro pensiero», come appuntò il suo segretario e biografo Don Pietro Cagliaroli, che a lode del suo Patriarca aggiunse: «Se questo non è aver l’animo morto intieramente a sè stesso, io non saprei recarne altri esempii».

Già Sacerdote per il Clero di Milano, Oblato Missionario di Rho e Vescovo di Pavia prima di assumere la guida del Patriarcato, il Servo di Dio Angelo Ramazzotti è stato dichiarato Venerabile il 14 dicembre 2015. 

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QUI POSTULAZIONE #81 - Manna e il suo “Pontificio”

Il 15 settembre 2002 è stata la prima volta in cui si è celebrata la memoria liturgica di Paolo Manna, sacerdote del PIME beatificato il 4 novembre dell’anno precedente.

Il giorno scelto dall’allora Congregazione delle Cause dei Santi è quello della sua morte, avvenuta a Napoli nel 1952 subito dopo un’operazione chirurgica: aveva ottant’anni, sessantuno dei quali vissuti a servizio dell’Istituto.

Un anelito missionario, il suo, mai affievolito e maturato nei quattro anni trascorsi nell’Istituto da poco fondato da Don Francesco M. Jordan, quello degli attuali Salvatoriani, prima di entrare nel 1891 nel Seminario delle Missioni Estere di Milano. Dopo i sette anni trascorsi nella Birmania – dove era giunto nel 1895 a un anno dall’ordinazione sacerdotale e che dovette lasciare per motivi di salute – in Italia si dedicò infatti alle Missioni con lo studio, la direzione delle riviste dell’Istituto, la pubblicazione di libri ed anche la fondazione dell’Unione Missionaria del Clero.

Direttore del suo Istituto dal 1924, è stato lui a traghettarlo nel PIME, divenendone anche il primo Superiore Generale, quando Pio XI ne volle la creazione unendovi il Pontificio Seminario delle Missioni Estere dei SS. Pietro e Paolo di Roma.

Quel PIME alla cui guida è rimasto per otto anni e del quale ne ha così scritto con affetto ai suoi confratelli nella Lettera Circolare del 15 dicembre 1932: «Il nostro Istituto è fatto di uomini votati così a Dio ed agli interessi della Religione. Che ad un cenno dei superiori tutti indistintamente, sono pronti ad andare e vanno in qualsiasi regione, anche la più remota, inospitale e sconosciuta del mondo, e là, senza nulla chiedere o sperare, tutta la loro esistenza consumano a procurare la salvezza delle anime, che arricchiscono di tutti i tesori di cui N. S. Gesù Cristo li ha fatti depositari […] Grande onore per l’Istituto è il suo titolo di Pontificio. Questa nobile qualità mette l’Istituto e i suoi membri come in una più diretta ed intima unione con la S. Chiesa, di cui dobbiamo propagare il messaggio ed estendere le conquiste; ci pone nella più immediata dipendenza dalla Gerarchia, dalla quale riceviamo le direttive ed eseguiamo gli ordini, quando, giunti in missione, lavoriamo sul campo che ci viene affidato. Le direttive infatti del loro lavoro apostolico, i missionari dell’Istituto, le ricevono immediatamente dai Vescovi, e noi sappiamo come i Superiori regionali non possono occuparsi delle cose che riguardano direttamente il governo e l’amministrazione delle Diocesi, dei Vicariati o Prefetture apostoliche, che sono retti per tutto dai Superiori ecclesiastici.   Missionari nel senso più puro della parola, araldi e propagatori della religione di Gesù Cristo, respiriamo il suo spirito universale, e mai sacrifichiamo  gli interessi della nostra congregazione  quelli generali della Chiesa e delle anime […] L’Istituto non vive dunque in margine della Chiesa, ma si fonda e si perde in Essa per servirne la causa, per consumarsi senza alcuna terrena ricompensa per la gloria di Dio […] All’Istituto dunque, considerato come perfetta società di uomini apostolici, non manca nulla: quello che può ancora mancargli (quello che può mancare del resto anche al più venerando Ordine religioso) è quel tanto che forse manca a ciascuno dei suoi membri in perfezione e santità per vivere degnamente in esso.»  

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QUI POSTULAZIONE #80 - «Noi dobbiamo quasi nascere tutti i giorni»

Maria Mazzucconi, nata a Rancio di Lecco 31 gennaio 1830, è stata la più piccola delle tre sorelle suore del Beato Giovanni Battista, di quattro anni più grande di lei e martirizzato in Oceania nel settembre 1855 e ricordato il giorno dieci dello stesso mese nel calendario ambrosiano.

Chiamata familiarmente Marietta, il 12 febbraio 1851 venne accolta come postulante nel convento milanese delle Suore di Carità, poi dette di Maria Bambina.

Il mese seguente il fratello, sacerdote da meno di un anno, rispose a una sua lettera dandole indicazioni spirituali per proseguire rettamente nel cammino iniziato. Memore di quando in seminario iniziò il cammino verso il sacerdozio le scrisse: «Tu certamente in questi giorni avrai provato molti sen­timenti virtuosi, molto fervore; ma guardati bene dall’ingan­narti, il sentimento non è virtù, egli è soltanto l’invito ad acquistare la virtù; e all’invito di Dio bisogna rispondere con umiltà e con forza; proporre poche cose ma sante e quelle vo­lerle, volerle per sempre».

Allora Giovanni – come si firmò nella lettera – si trovava a Saronno nella casa messa a disposizione da Mons. Angelo Ramazzotti per avviarvi il Seminario delle Missioni Estere. Da sette mesi anche lui aveva iniziato un nuovo cammino: quello verso le Missioni e che si sarebbe concluso col suo martirio nel settembre 1855.

Anche per lui, pertanto, sarebbe stato di riferimento quanto le scrisse in quella lettera del 12 marzo: «Chi bene incomincia è alla metà dell’opera; […] parole che ci devono consolare e sollecitare molto consolare perché avendo cominciato bene abbiam già fatto qual­che cosa per il Signore; ci devono poi sollecitare perché esse ci dicono che però siamo solo, e al più, alla metà; dunque ci rimane ancora molta strada e guai se ci guardiamo indietro e credessimo di poter fermarci a riposare! Adesso l’aratro l’ab­biamo in mano noi, teniamolo stretto, e andiamo avanti; e se S. Agostino diceva: io muoio tutti i giorni, noi dobbiamo quasi nascere tutti i giorni e ciascun giorno metterci all’opera come se incominciassimo allora. Dall’alto della mia finestra io vedo, ogni mattina assai per tempo, il contadino incominciare la sua fatica, perché la terra da muovere è molta e dura, e le erbe cattive da levare sono tante. Pensa che abbiamo anche noi, dentro noi stessi, un campo che deve essere lavorato; che ad ogni momento fin sotto gli occhi del coltivatore, produce erbe inutili e spesso velenose. Dunque attenti e senza tanta compas­sione scaviamola questa terra, questo cuore cattivo e vedremo come sono già profonde le radici dell’amor proprio e del peccato».

Suor Vincenzina, questo il suo nome da religiosa, ricevette l’abito il 12 dicembre 1851 e morì all’età di settantotto anni, il 12 luglio 1908, quand’era Assistente Generale della sua Congregazione. Ne aveva trenta quando nel 1860 quattro consorelle raggiunsero il Bengala per collaborare con i missionari dell’Istituto di suo fratello.

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QUI POSTULAZIONE #79 - Un compleanno particolare con Venticinquino

Padre Clemente Vismara quando il 6 settembre 1949 in Birmania rese grazie al Signore per i suoi cinquantadue anni di vita, venticinque dei quali trascorsi come missionario, da pochi mesi aveva vissuto un altro compleanno: quello del suo Sacerdozio.

Più esattamente aveva festeggiato Il 25° di mia divina investitura, come ricordato nel titolo che diede della relativa memoria pubblicata ne La perla… sono io. Memoria nella quale scrisse: «Perbacco, sembra ieri, eppure sono passati venticinque anni dacchè, sotto la cupola del Duomo di Milano, ricevetti la divina investitura! […]! Ed oggi, sotto un’altra cupola, alta due metri, tutta di paglia, dal cui soffitto annerito dal fumo pen­dono i trofei di caccia; corna di cervo, denti di cinghiale, ma­scelle di daino, code di scoiattolo, ecc... un panorama celeste poco... simpatico. Allora ero tutto a nuovo, ora puzzo di sel­vatico. […] Almeno potessi oggi celebrare la S. Messa!... Ma come si fa? Tutti pagani, ospite d’un pagano. Loro così superstiziosi! La celebrerò, più solenne, al cinquantesimo!».

La mattina di quel venticinquesimo anniversario del 26 maggio 1923 infatti la trascorse col capo e gli anziani di un villaggio, raggiunto il giorno prima dopo un lungo cammino, per impedire inutilmente le seconde nozze di una sua battezzata trentasettenne con un cinquantenne stregone cieco, entrambi vedovi, prima di intraprendere il viaggio di ritorno.

Marcia verso la sua residenza che fece con cinque orfani e il figlio di otto anni di quella vedova, perché gli usi locali proibivano che i figli della prima moglie seguissero la madre. Madre che però desistette dall’idea e raggiunse il missionario dopo aver ripudiato il nuovo marito.

«Ma il regalo l’ho avuto; quest’oggi ho guadagnato un ragazzetto di più, e lo chiamerò “Venticinquino”», annotò al riguardo Padre Vismara nella sua memoria, aggiungendo subito dopo quanto avrebbe fatto di li a poco: già sapeva di dover fare: «Primo affare sarà di fargli un bagno completo, poi lo vestirò, nutrirò ed educherò, perché come da tutti i ragazzi del mondo, a sapersi lavorare attorno, con passione, con costanza, con amore, se ne può ricavare un capolavoro. Sia che viva sia che muoia, la mia opera è immortale! Non omnis moriar».

Il nuovo arrivato sarebbe stato accolto tra i suoi orfanelli assieme ai quali avrebbe recitato «orazioni uguali a quelle che m’insegnò la mamma, ma che, se ella fosse qui, non capirebbe affatto e forse si meraviglierebbe come da bocca umana possono uscire suoni così diversi dall’itala favella».

 

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QUI POSTULAZIONE #78 - Nonostante la pioggia… per l’Assunta

Padre Cesare Mencattini, ucciso due anni dopo mentre si recava in bicicletta per trattare col suo vescovo l’acquisto di un terreno per la missione, nel 1939 partecipò alle celebrazioni per il 15 agosto in uno dei villaggi che aveva in cura. Fu l’occasione per vivere un intenso momento mariano assieme a fedeli giunti anche da lontano noncuranti delle avverse condizioni meteorologiche.

* * *

17 Agosto

Le piogge durarono fino alla vigilia dell’Assunta. Solo verso mezzogiorno l’acqua cessò. Avevo già perso la speranza di par­tire per Tchoang-sin-tchoang, cristianità designata per passarvi la festa. Da Pa-li-ing fin là era tutto un gran lago. Contro ogni speranza, dopo mezzogiorno, vidi arrivare in residenza due gio­vanotti. Erano cristiani di Tchoang-sin-tchoang, venuti a rice­vermi con la barca. Un gran barcone che avevano lasciato due o tre ly lontano da Pa-li-ing. Alle cinque pomeridiane riuscimmo a metterci in viaggio. Si unirono anche alcune cristiane di Pa­li-ing con la suora indigena che dirige la scuola femminile della residenza. Come proibire loro di venire alla festa? Se non le avessero aspettate con la barca, ci dissero che avrebbero fatto tutta la strada a piedi nell’acqua. Per loro si perse tempo e si fece notte di almeno due ore. Fortuna che si viaggiava secondo corrente. Quando, vicino al paese, l’acqua divenne molto bas­sa sì che era impossibile remare, quei due giovanotti scesero nell’acqua e spinsero la barca più che poterono, finché rima­nemmo appena un km lontano dal villaggio.

Percorremmo questo tratto di strada, ora affondando il piede in una profonda fanghiglia ed ora passando a guado delle fosse d’acqua. Quando giungemmo in paese, dovevano esse­re più delle dieci. C’erano ancora delle persone ad aspettar­mi, specialmente i ragazzi che, quando mi videro, sfogarono il loro entusiasmo. Per tutto il giorno avevano temuto che l’acqua impedisse la mia venuta. Allora sarebbe stato perduto tutto il lavoro in cui, per vari giorni, erano stati occupati, pulendo la Cappella ed addobbandola. Fui veramente contento della loro opera. Avevano attaccato perfino drappi di seta.

La festa riuscì bene, con la Messa cantata e la Benedizione Eucaristica nel pomeriggio. Cerimonie, canti, tutto ciò che si poté fare di straordinario, fu eseguito dai ragazzi e dalle ragaz­ze del paese. Non aspettavo la partecipazione dei cristiani dal di fuori. Con tant’acqua che v’era in giro, per essi muoversi di casa, sarebbe stata un’impresa troppo straordinaria. Eppure vi fu chi venne, non badando al pericolo della pioggia ed all’ac­qua che, per lunghi tratti, allagava le strade.

Dopo la festa rimasi là ancora due giorni a godermi le pun­ture delle zanzare. Povero me! Da capo a piedi, dovunque, la­sciarono il segno della loro crudeltà. 

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QUI POSTULAZIONE #77 - Morire in Bangladesh per dispensare aiuti

Quando venne ucciso nella notte tra il 13 e il 14 agosto 1972 nella residenza della Missione di Andharkota era rimasto solo lui, Padre Angelo Maggioni, cinquantacinquenne missionario del Pime di Trezzo sull’Adda in provincia di Milano. I confratelli, su richiesta del vescovo, erano infatti nei villaggi vicini per preparare le comunità locali alla Solennità dell’Assunta.

Allora era alla guida della locale parrocchia intento ad assistere la popolazione all’indomani dell’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan, avvenuta il 16 dicembre 1971 dopo nove mesi di guerra civile, nel corso dei quali era rientrato dall’Italia dove stava trascorrendo un periodo di riposo. «Non posso stare qui, quando laggiù la gente soffre e muore. Il mio posto è là» furono le sue parole prima di lasciare i familiari a Trezzo preoccupati per la guerra in corso ad Andharkota dove risiedeva da venticinque anni.

Ad attirare i ladri, di certo sollecitati dall’assenza dei missionari, i fondi erogati per l’opera assistenziale delle parrocchie, in particolare quelle lungo il confine come la sua e rimasti nell’armadio chiuso a chiave accanto al corpo del missionario colpito all’addome con un colpo d’arma da fuoco che gli trapassò il corpo.

La chiesa parrocchiale di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, da lui realizzata ad Andharkota, ne conserva tutt’oggi le spoglie mortali dal 16 agosto 1976, il giorno delle esequie presiedute dal suo vescovo di Dinajpur ed alle quali parteciparono anche gli animisti, i mussulmani e gli indù dei quaranta villaggi della sua parrocchia, perché grande era la stima per chi li aveva sempre rispettati ed aiutati. Come quando, considerato che i cattolici erano tutelati dall’autorità pakistana, non esitava a donar loro un crocifisso da tenere al collo e ad insegnargli a tracciare sulla propria persona il segno della croce. Il tutto per avere meno problemi alla frontiera con l’India, attraversata la quale si sarebbero messi in salvo nei campi profughi. 

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