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QUI POSTULAZIONE #82 - «Umiliandomi nella polvere mi affido intieramente a Dio»

Quando il Patriarca di Venezia Angelo Ramazzotti morì il 24 settembre 1861 mancavano tre giorni al concistoro indetto a Roma da Pio IX. Vi sarebbe stato creato cardinale assieme ad altri sette candidati alla porpora.

Allora si trovava a Gherla di Crespano del Grappa, in terra trevigiana a una novantina di chilometri dal palazzo patriarcale, per trascorrervi il periodo di riposo prescritto dai medici per far fronte ai problemi cardiaci. Avendo ceduto l’unica sua casa di villeggiatura a Mirano a quello stesso Comune per farne un ospedale militare, aveva accolto l’invito dei Conti Canal che in quella frazione avevano una villa. A offrirgli ospitalità nella comunità della vicina Possagno era stato anche Don Sebastiano Casara, Preposto delle Scuole di Carità, ma egli vi aveva rinunciato per non sconvolgerne la quotidianità colla sua presenza.

Di quella sua candidatura, della quale da tempo si parlava facendolo preoccupare non sentendosi degno per il cardinalato, egli ne ebbe certezza il 22 agosto dalla lettura della lettera del precedente giorno 10 con la quale il Card. Antonelli gli comunicava che tale era il desiderio di Pio IX.

Le sue condizioni di salute non erano delle migliori, tant’è che quello stesso giorno rispose di non essere in grado di partecipare alla celebrazione prevista «per la metà del prossimo mese di settembre», per la quale, tra l’altro, comunicò di trovarsi «assolutamente impotente a sostenere le spese che occorrono a farsi all’occasione di nomine Cardinalizie». Sentendo prossima la sua fine, aveva da poco disposto dei pochi beni posseduti in favore dei più bisognosi, delle persone a lui care, al Patriarcato e alle istituzioni assistenziali. E con riferimento a quanto desiderato dal Pontefice, in quella stessa lettera scrisse: «Conscio a me stesso della mia indegnità, dovrei veramente ritirarmi dall’accettare un tanto onore; ma il volere di S. Santità è per me un comando».

Allo stesso Pio IX si rivolse personalmente alcuni giorni dopo con questa lettera:

Beatissimo Padre!

Alla notizia che S. Eminenza il Cardinale Antonelli mi porse con sua graziosissima lettera 12 agosto che Vostra Santità è deter­minata di promuovermi alla dignità Cardinalizia nel Concistoro che ha stabilito di tenere dopo la metà del corrente mese di settembre, io rimasi sommamente confuso, conscio come sono a me stesso, di non avere alcun merito, perché mi venga impartito un tanto onore. E vera­mente, quando ogni volere e desiderio di Vostra Santità non fosse per me una legge, mi sentirei indotto dalla mia stessa coscienza a rinun­ziarvi. Ringrazio però Vostra Santità per una sì grande degnazione che vuole usata alla mia povera persona; e umiliandomi nella polvere mi affido intieramente a Dio, perché non permetta in me azione che torni a disonore di quell’Eminentissimo Senato, a cui Vostra Santi­tà intende di aggregarmi. Debbo poi rendere informata Vostra San­tità, che non essendo io ancora riavuto perfettamente da una grave malattia di cuore, colla quale piacque alla divina Bontà di visitarmi, non potrei venire personalmente a Roma per l’indicato Concistoro.

Permetta Vostra Santità che deponga nuovamente ai di Lei piedi l’omaggio della mia più profonda e inalterabile devozione alla persona della Santità Vostra e a codesta Apostolica Romana Sede, assicuran­do Vostra Santità che continui e fervidi sono i voti, che da me, dal mio Clero, dal mio buon popolo veneziano si innalzano al trono della Misericordia, perché accorci i giorni della prova per Vostra Santità e per la Chiesa, e accordi alle rare virtù del cuore della Santità Vostra il pieno trionfo della giustizia. Prostrato a Vostra Santità Le bacio il sacro piede, e implorando l’apostolica benedizione sopra di me e sopra la mia Diocesi mi protesto

Della Santità Vostra

Umiliss. e devotiss. Servo

Angelo Ramazzotti

Patriarca di Venezia.

 

Dopodiché «non fece più cenno del suo Cardinalato, né se ne diede altro pensiero», come appuntò il suo segretario e biografo Don Pietro Cagliaroli, che a lode del suo Patriarca aggiunse: «Se questo non è aver l’animo morto intieramente a sè stesso, io non saprei recarne altri esempii».

Già Sacerdote per il Clero di Milano, Oblato Missionario di Rho e Vescovo di Pavia prima di assumere la guida del Patriarcato, il Servo di Dio Angelo Ramazzotti è stato dichiarato Venerabile il 14 dicembre 2015. 

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QUI POSTULAZIONE #81 - Manna e il suo “Pontificio”

Il 15 settembre 2002 è stata la prima volta in cui si è celebrata la memoria liturgica di Paolo Manna, sacerdote del PIME beatificato il 4 novembre dell’anno precedente.

Il giorno scelto dall’allora Congregazione delle Cause dei Santi è quello della sua morte, avvenuta a Napoli nel 1952 subito dopo un’operazione chirurgica: aveva ottant’anni, sessantuno dei quali vissuti a servizio dell’Istituto.

Un anelito missionario, il suo, mai affievolito e maturato nei quattro anni trascorsi nell’Istituto da poco fondato da Don Francesco M. Jordan, quello degli attuali Salvatoriani, prima di entrare nel 1891 nel Seminario delle Missioni Estere di Milano. Dopo i sette anni trascorsi nella Birmania – dove era giunto nel 1895 a un anno dall’ordinazione sacerdotale e che dovette lasciare per motivi di salute – in Italia si dedicò infatti alle Missioni con lo studio, la direzione delle riviste dell’Istituto, la pubblicazione di libri ed anche la fondazione dell’Unione Missionaria del Clero.

Direttore del suo Istituto dal 1924, è stato lui a traghettarlo nel PIME, divenendone anche il primo Superiore Generale, quando Pio XI ne volle la creazione unendovi il Pontificio Seminario delle Missioni Estere dei SS. Pietro e Paolo di Roma.

Quel PIME alla cui guida è rimasto per otto anni e del quale ne ha così scritto con affetto ai suoi confratelli nella Lettera Circolare del 15 dicembre 1932: «Il nostro Istituto è fatto di uomini votati così a Dio ed agli interessi della Religione. Che ad un cenno dei superiori tutti indistintamente, sono pronti ad andare e vanno in qualsiasi regione, anche la più remota, inospitale e sconosciuta del mondo, e là, senza nulla chiedere o sperare, tutta la loro esistenza consumano a procurare la salvezza delle anime, che arricchiscono di tutti i tesori di cui N. S. Gesù Cristo li ha fatti depositari […] Grande onore per l’Istituto è il suo titolo di Pontificio. Questa nobile qualità mette l’Istituto e i suoi membri come in una più diretta ed intima unione con la S. Chiesa, di cui dobbiamo propagare il messaggio ed estendere le conquiste; ci pone nella più immediata dipendenza dalla Gerarchia, dalla quale riceviamo le direttive ed eseguiamo gli ordini, quando, giunti in missione, lavoriamo sul campo che ci viene affidato. Le direttive infatti del loro lavoro apostolico, i missionari dell’Istituto, le ricevono immediatamente dai Vescovi, e noi sappiamo come i Superiori regionali non possono occuparsi delle cose che riguardano direttamente il governo e l’amministrazione delle Diocesi, dei Vicariati o Prefetture apostoliche, che sono retti per tutto dai Superiori ecclesiastici.   Missionari nel senso più puro della parola, araldi e propagatori della religione di Gesù Cristo, respiriamo il suo spirito universale, e mai sacrifichiamo  gli interessi della nostra congregazione  quelli generali della Chiesa e delle anime […] L’Istituto non vive dunque in margine della Chiesa, ma si fonda e si perde in Essa per servirne la causa, per consumarsi senza alcuna terrena ricompensa per la gloria di Dio […] All’Istituto dunque, considerato come perfetta società di uomini apostolici, non manca nulla: quello che può ancora mancargli (quello che può mancare del resto anche al più venerando Ordine religioso) è quel tanto che forse manca a ciascuno dei suoi membri in perfezione e santità per vivere degnamente in esso.»  

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QUI POSTULAZIONE #80 - «Noi dobbiamo quasi nascere tutti i giorni»

Maria Mazzucconi, nata a Rancio di Lecco 31 gennaio 1830, è stata la più piccola delle tre sorelle suore del Beato Giovanni Battista, di quattro anni più grande di lei e martirizzato in Oceania nel settembre 1855 e ricordato il giorno dieci dello stesso mese nel calendario ambrosiano.

Chiamata familiarmente Marietta, il 12 febbraio 1851 venne accolta come postulante nel convento milanese delle Suore di Carità, poi dette di Maria Bambina.

Il mese seguente il fratello, sacerdote da meno di un anno, rispose a una sua lettera dandole indicazioni spirituali per proseguire rettamente nel cammino iniziato. Memore di quando in seminario iniziò il cammino verso il sacerdozio le scrisse: «Tu certamente in questi giorni avrai provato molti sen­timenti virtuosi, molto fervore; ma guardati bene dall’ingan­narti, il sentimento non è virtù, egli è soltanto l’invito ad acquistare la virtù; e all’invito di Dio bisogna rispondere con umiltà e con forza; proporre poche cose ma sante e quelle vo­lerle, volerle per sempre».

Allora Giovanni – come si firmò nella lettera – si trovava a Saronno nella casa messa a disposizione da Mons. Angelo Ramazzotti per avviarvi il Seminario delle Missioni Estere. Da sette mesi anche lui aveva iniziato un nuovo cammino: quello verso le Missioni e che si sarebbe concluso col suo martirio nel settembre 1855.

Anche per lui, pertanto, sarebbe stato di riferimento quanto le scrisse in quella lettera del 12 marzo: «Chi bene incomincia è alla metà dell’opera; […] parole che ci devono consolare e sollecitare molto consolare perché avendo cominciato bene abbiam già fatto qual­che cosa per il Signore; ci devono poi sollecitare perché esse ci dicono che però siamo solo, e al più, alla metà; dunque ci rimane ancora molta strada e guai se ci guardiamo indietro e credessimo di poter fermarci a riposare! Adesso l’aratro l’ab­biamo in mano noi, teniamolo stretto, e andiamo avanti; e se S. Agostino diceva: io muoio tutti i giorni, noi dobbiamo quasi nascere tutti i giorni e ciascun giorno metterci all’opera come se incominciassimo allora. Dall’alto della mia finestra io vedo, ogni mattina assai per tempo, il contadino incominciare la sua fatica, perché la terra da muovere è molta e dura, e le erbe cattive da levare sono tante. Pensa che abbiamo anche noi, dentro noi stessi, un campo che deve essere lavorato; che ad ogni momento fin sotto gli occhi del coltivatore, produce erbe inutili e spesso velenose. Dunque attenti e senza tanta compas­sione scaviamola questa terra, questo cuore cattivo e vedremo come sono già profonde le radici dell’amor proprio e del peccato».

Suor Vincenzina, questo il suo nome da religiosa, ricevette l’abito il 12 dicembre 1851 e morì all’età di settantotto anni, il 12 luglio 1908, quand’era Assistente Generale della sua Congregazione. Ne aveva trenta quando nel 1860 quattro consorelle raggiunsero il Bengala per collaborare con i missionari dell’Istituto di suo fratello.

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QUI POSTULAZIONE #79 - Un compleanno particolare con Venticinquino

Padre Clemente Vismara quando il 6 settembre 1949 in Birmania rese grazie al Signore per i suoi cinquantadue anni di vita, venticinque dei quali trascorsi come missionario, da pochi mesi aveva vissuto un altro compleanno: quello del suo Sacerdozio.

Più esattamente aveva festeggiato Il 25° di mia divina investitura, come ricordato nel titolo che diede della relativa memoria pubblicata ne La perla… sono io. Memoria nella quale scrisse: «Perbacco, sembra ieri, eppure sono passati venticinque anni dacchè, sotto la cupola del Duomo di Milano, ricevetti la divina investitura! […]! Ed oggi, sotto un’altra cupola, alta due metri, tutta di paglia, dal cui soffitto annerito dal fumo pen­dono i trofei di caccia; corna di cervo, denti di cinghiale, ma­scelle di daino, code di scoiattolo, ecc... un panorama celeste poco... simpatico. Allora ero tutto a nuovo, ora puzzo di sel­vatico. […] Almeno potessi oggi celebrare la S. Messa!... Ma come si fa? Tutti pagani, ospite d’un pagano. Loro così superstiziosi! La celebrerò, più solenne, al cinquantesimo!».

La mattina di quel venticinquesimo anniversario del 26 maggio 1923 infatti la trascorse col capo e gli anziani di un villaggio, raggiunto il giorno prima dopo un lungo cammino, per impedire inutilmente le seconde nozze di una sua battezzata trentasettenne con un cinquantenne stregone cieco, entrambi vedovi, prima di intraprendere il viaggio di ritorno.

Marcia verso la sua residenza che fece con cinque orfani e il figlio di otto anni di quella vedova, perché gli usi locali proibivano che i figli della prima moglie seguissero la madre. Madre che però desistette dall’idea e raggiunse il missionario dopo aver ripudiato il nuovo marito.

«Ma il regalo l’ho avuto; quest’oggi ho guadagnato un ragazzetto di più, e lo chiamerò “Venticinquino”», annotò al riguardo Padre Vismara nella sua memoria, aggiungendo subito dopo quanto avrebbe fatto di li a poco: già sapeva di dover fare: «Primo affare sarà di fargli un bagno completo, poi lo vestirò, nutrirò ed educherò, perché come da tutti i ragazzi del mondo, a sapersi lavorare attorno, con passione, con costanza, con amore, se ne può ricavare un capolavoro. Sia che viva sia che muoia, la mia opera è immortale! Non omnis moriar».

Il nuovo arrivato sarebbe stato accolto tra i suoi orfanelli assieme ai quali avrebbe recitato «orazioni uguali a quelle che m’insegnò la mamma, ma che, se ella fosse qui, non capirebbe affatto e forse si meraviglierebbe come da bocca umana possono uscire suoni così diversi dall’itala favella».

 

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QUI POSTULAZIONE #78 - Nonostante la pioggia… per l’Assunta

Padre Cesare Mencattini, ucciso due anni dopo mentre si recava in bicicletta per trattare col suo vescovo l’acquisto di un terreno per la missione, nel 1939 partecipò alle celebrazioni per il 15 agosto in uno dei villaggi che aveva in cura. Fu l’occasione per vivere un intenso momento mariano assieme a fedeli giunti anche da lontano noncuranti delle avverse condizioni meteorologiche.

* * *

17 Agosto

Le piogge durarono fino alla vigilia dell’Assunta. Solo verso mezzogiorno l’acqua cessò. Avevo già perso la speranza di par­tire per Tchoang-sin-tchoang, cristianità designata per passarvi la festa. Da Pa-li-ing fin là era tutto un gran lago. Contro ogni speranza, dopo mezzogiorno, vidi arrivare in residenza due gio­vanotti. Erano cristiani di Tchoang-sin-tchoang, venuti a rice­vermi con la barca. Un gran barcone che avevano lasciato due o tre ly lontano da Pa-li-ing. Alle cinque pomeridiane riuscimmo a metterci in viaggio. Si unirono anche alcune cristiane di Pa­li-ing con la suora indigena che dirige la scuola femminile della residenza. Come proibire loro di venire alla festa? Se non le avessero aspettate con la barca, ci dissero che avrebbero fatto tutta la strada a piedi nell’acqua. Per loro si perse tempo e si fece notte di almeno due ore. Fortuna che si viaggiava secondo corrente. Quando, vicino al paese, l’acqua divenne molto bas­sa sì che era impossibile remare, quei due giovanotti scesero nell’acqua e spinsero la barca più che poterono, finché rima­nemmo appena un km lontano dal villaggio.

Percorremmo questo tratto di strada, ora affondando il piede in una profonda fanghiglia ed ora passando a guado delle fosse d’acqua. Quando giungemmo in paese, dovevano esse­re più delle dieci. C’erano ancora delle persone ad aspettar­mi, specialmente i ragazzi che, quando mi videro, sfogarono il loro entusiasmo. Per tutto il giorno avevano temuto che l’acqua impedisse la mia venuta. Allora sarebbe stato perduto tutto il lavoro in cui, per vari giorni, erano stati occupati, pulendo la Cappella ed addobbandola. Fui veramente contento della loro opera. Avevano attaccato perfino drappi di seta.

La festa riuscì bene, con la Messa cantata e la Benedizione Eucaristica nel pomeriggio. Cerimonie, canti, tutto ciò che si poté fare di straordinario, fu eseguito dai ragazzi e dalle ragaz­ze del paese. Non aspettavo la partecipazione dei cristiani dal di fuori. Con tant’acqua che v’era in giro, per essi muoversi di casa, sarebbe stata un’impresa troppo straordinaria. Eppure vi fu chi venne, non badando al pericolo della pioggia ed all’ac­qua che, per lunghi tratti, allagava le strade.

Dopo la festa rimasi là ancora due giorni a godermi le pun­ture delle zanzare. Povero me! Da capo a piedi, dovunque, la­sciarono il segno della loro crudeltà. 

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QUI POSTULAZIONE #77 - Morire in Bangladesh per dispensare aiuti

Quando venne ucciso nella notte tra il 13 e il 14 agosto 1972 nella residenza della Missione di Andharkota era rimasto solo lui, Padre Angelo Maggioni, cinquantacinquenne missionario del Pime di Trezzo sull’Adda in provincia di Milano. I confratelli, su richiesta del vescovo, erano infatti nei villaggi vicini per preparare le comunità locali alla Solennità dell’Assunta.

Allora era alla guida della locale parrocchia intento ad assistere la popolazione all’indomani dell’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan, avvenuta il 16 dicembre 1971 dopo nove mesi di guerra civile, nel corso dei quali era rientrato dall’Italia dove stava trascorrendo un periodo di riposo. «Non posso stare qui, quando laggiù la gente soffre e muore. Il mio posto è là» furono le sue parole prima di lasciare i familiari a Trezzo preoccupati per la guerra in corso ad Andharkota dove risiedeva da venticinque anni.

Ad attirare i ladri, di certo sollecitati dall’assenza dei missionari, i fondi erogati per l’opera assistenziale delle parrocchie, in particolare quelle lungo il confine come la sua e rimasti nell’armadio chiuso a chiave accanto al corpo del missionario colpito all’addome con un colpo d’arma da fuoco che gli trapassò il corpo.

La chiesa parrocchiale di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, da lui realizzata ad Andharkota, ne conserva tutt’oggi le spoglie mortali dal 16 agosto 1976, il giorno delle esequie presiedute dal suo vescovo di Dinajpur ed alle quali parteciparono anche gli animisti, i mussulmani e gli indù dei quaranta villaggi della sua parrocchia, perché grande era la stima per chi li aveva sempre rispettati ed aiutati. Come quando, considerato che i cattolici erano tutelati dall’autorità pakistana, non esitava a donar loro un crocifisso da tenere al collo e ad insegnargli a tracciare sulla propria persona il segno della croce. Il tutto per avere meno problemi alla frontiera con l’India, attraversata la quale si sarebbero messi in salvo nei campi profughi. 

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QUI POSTULAZIONE #76 - Dal 1850 in Missione grazie a San Francesco

La lunga storia che ha portato alla nascita del Pontificio Istituto Missioni Estere è iniziata il 30 luglio di centosettantacinque anni fa… in terra già francescana.

Esattamente nel Convento di San Francesco a Saronno, allora di proprietà del «Sacerdote Angelo Ramazzotti» che il 1° maggio di quello stesso 1850 aveva scritto all’Arcivescovo di Milano Bartolomeo Carlo Romilli:

«Eccellenza Reverendissima,

secondo il pio pensiero, che io ho già di presenza esposto, e che V. S. si è compiaciuto di lodare e accettare, e che fu lodato e approvato anche dai Vescovi della Provincia, ai quali lo ho comunicato, alcuni Sacerdoti della Diocesi desiderosi di consa­crarsi al bene delle anime ed alla propagazione della fede nelle Missioni estere vorrebbero sotto gli auspici, e nella obbedienza del loro venerato Arcivescovo poter fare i primi passi ad esecu­zione del lodevole progetto.

Ottenuto dunque l’assenso, e la benedizione di V. E. essi si ritirerebbero per adesso nella mia casa di Saronno, e quivi in una vita di ritiro, di orazione, e di studio, il cui regolamento dovrebbe avere esso pure sanzione e forza dall’approvazione di V. E. attenderebbero ad assicurarsi sempre meglio della sublime loro vo­cazione, ed a coltivare quelle disposizioni di scienza e di soda pietà che sono necessarie per secondarla con buon successo.»

Il convento gli era giunto per eredità dal padre, che lo aveva acquistato dal demanio militare francese; vi aveva realizzato un oratorio e l’orfanatrofio dove, nel 1848, accolse i figli dei soldati austriaci costretti a lasciare Milano dopo le storiche Cinque Giornate; e quand’ancora non era stato eletto vescovo di Pavia ma era Oblato Missionario di Rho, lo aveva messo a disposizione per farne la sede del nascente primo istituto missionario italiano, di lì a pochi anni conosciuto come Seminario delle Missioni Estere di Milano.

Un desiderio, questo di Ramazzotti, che si concretizzò col placet inviatogli il successivo 27 luglio dallo stesso Arcivescovo quando egli era già Vescovo di Pavia dal 30 giugno:

«Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore e Carissimo Confratello,

secondo i concerti e le intelligenze fatte di presenza, voglia Ella, Monsignore, ritenere da me espressamente autorizzati i R. Sacerdoti Alessandro Mornico, Alessandro Ripamonti, Giovanni Mazzucconi, Paolo Reina, e Carlo Salerio (che mi hanno presentato in proposito la loro petizione) a riunirsi nella casa di V. Sig. Ill.ma e R.ma in Saronno col giorno 30 Luglio corrente per prepararvisi all’opera delle Missioni estere, secondo il piano e regolamento già manifestatomi: ritenuto però che questa riunione avvenga ora in forma privata e provvisoria, conformemente a ciò che io partecipai a questa I. R. Luogotenenza con mia nota 17 Giugno, sino alla definitiva determinazione dell’I. R. Governo.

Parimenti ritenga, Monsignore, anche da me specialmente de­legato alla direzione di cotesto pio convitto il M. R. Sacerdote Don Giuseppe Marinoni ridonato ora felicemente alla mia Diocesi, il quale per le sue esimie qualità di mente e di cuore non può che ispirare la più ampia fiducia, che sia per adempire perfettamente il delicato ufficio connesso al di lui zelo.»

Come fu scritto a ricordo di quel giorno:

«Niuna solennità ebbe luogo allora, e quella prima unione, quell’umile principio di questo nostro Istituto, che per la grazia di Dio già prospera in suo sevizio, fu inaugurato solo dalla preghiera, dalla invocazione dello Spirito datore di doni molteplici, e da una ben sentita consolazione celeste.»

Tra queste mura i Francescani vissero dall’inizio del 1200 e il 1797, quando Napoleone trasformò il convento in caserma. I Missionari, invece, poco più di un anno: a giugno del 1851, grazie all’interessamento dell’Arcivescovo, si trasferirono a Milano presso la Chiesa dedicata a San Calocero. Qui rimasero fino al 1911 quando il Seminario fu trasferito nell’attuale complesso milanese di Via Monte Rosa, in quella che allora era una zona molto più tranquilla per la formazione dei missionari rispetto alla precedente trasformatasi negativamente nel tempo. 

 

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QUI POSTULAZIONE #75 - Ricordando San Alberico Crescitelli

Alberico Crescitelli, presbitero dal 1887, è morto il 21 luglio di centoventicinque anni fa... reo di aver tutelato i diritti della comunità cattolica.

A togliergli la vita, in quel giorno del 1900 nel villaggio di Yentsepien, furono infatti gli uomini del locale rappresentate governativo che il sacerdote aveva denunciato alle autorità: in quanto cristiani li aveva privati dei sussidi alimentari durante la carestia.

Prima lo seviziarono, anche bruciandogli con le candele il corpo denudato; poi lo decapitarono e gli recisero gli arti servendosi di un coltellaccio usato per falciare il grano; infine ne gettarono le parti della salma nel fiume affinché la corrente facesse sparire le prove dell’assassinio. Aveva trentasette anni e da dodici era in Cina.

Vedendo in quella morte l’odium fidei dei carnefici, i suoi confratelli ne avviarono l’iter per la beatificazione dinanzi la Sacra Congregazione dei Riti che la riconobbe come martiriale il 5 marzo 1950.

Beatificato il 18 febbraio dell’anno seguente, è stato canonizzato il 1° ottobre 2000.

Nel 1914, quando già era in corso la Causa per il riconoscimento del martirio, suo fratello Luigi gli dedicò il libro intitolato “Vita del Servo di Dio Padre Alberico Crescitelli del Pontificio Seminario dei SS. AA. Pietro e Paolo di Roma. Missionario Apostolico nello Seen-si meridionale in CINA”.

Dato alle stampe ad Avellino – prossimo ad Altavilla Irpina, città natale di entrambi i Crescitelli – fu l’occasione, grazie a ricordi di famiglia e alla corrispondenza intercorsa, per far conoscere più da vicino il missionario. In modo particolare ai concittadini che ne ricordavano ancora l’aiuto prestato durante la peste prima che partisse per la Cina, e che a lui dedicarono una piazza dopo l’uccisione.

Tra i tanti documenti condivisi, la sua foto da seminarista del 1886 e quella scattata subito dopo la necessaria toilette al suo arrivo in missione due anni dopo, così commentò al fratello: «Non so che effetto vi farà il vedere la mia lunga coda a posticcio: quell’abito tutto largo e lungo di maniche di una foggia affatto nuova nelle nostre parti. Quel poveretto così imbacuccato, aggiustato in quel modo, era proprio il tuo fratello. La cosa era veramente ripugnante, sottomettere la propria testa ad un barbiere cinese, che poi la lascia mezza pelata, lasciarsi così trasformare…. ma omnibus omnia factus sum ut omnes Christus lucrifacerem (mi sono fatto tutto a tutti, per guadagnare tutti in Cristo)». 

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QUI POSTULAZIONE #74 - Morire in bicicletta… affidandosi a Dio

Missionario in Cina dal 1935, Padre Cesare Mencattini è stato ucciso a trentun’anni nel villaggio di Qimen, mentre in bicicletta stava raggiungendo il suo vescovo a Weihui il 12 luglio 1941.

Chi gli sparò squarciandogli il ventre – soldati allo sbando in una Paese in guerra col Giappone – lo terminò a colpi di baionetta e lo seppellì dopo averlo derubato di tutto, anche degli abiti. Fu solo grazie all’interessamento di un ufficiale regolare che il suo corpo potè raggiungere Whehui ricomposto in una bara.

Solo alcuni  mesi prima aveva scritto: «Finisse la guerra! Questo è il sogno, la speranza più grande. Si è troppo stanchi di questa vita così agitata, si è troppo nauseati di vedere tante miserie e tanti corpi straziati. Non si può resistere più a lungo sentendo tanti pianti e tanti lamenti. Così nel nostro vicariato vi sono un buon numero di missionari molto scossi in salute. Io però sono ancora nel numero dei sani».

Un “sano”, Padre Cesare, che in quel conflitto iniziato coll’avanzata dei Giapponesi nel 1937 era anche scampato alla morte per mano dei belligeranti comunisti. «Mi sono incontrato con loro quattro o cinque volte – scrisse in una sua lettera –. La prima volta mi spararono ben tre rivoltellate, senza riuscire a colpire né me né il servo, nonostante i proiettili ci sfiorassero la testa e la schiena! La seconda volta mi portarono via la coppa del calice, la pisside e stracciarono cotta e messale. Una terza volta, al buio, tornando da un'estrema unzione, mi fermarono, spianandomi i fucili dinanzi. Pochi giorni or sono, mi condussero con loro, ma mi rilasciarono subito, senza neppure perquisirmi. Per fortuna non riescono a fermarsi a lungo in un medesimo luogo. Sono combattuti continuamente dai giapponesi e dai soldati del vecchio governo». 

Un “sano” la cui esemplare regola di vita è sempre stata nelle parole rassicuranti rivolte ai suoi genitori appena arrivato in missione: «Qualunque cosa mi accadrà, sono nelle mani del Signore, non si può essere più sicuri di così». 

 

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QUI POSTULAZIONE #73 - Il sacerdote con la stoffa del Fondatore

Il Servo di Dio Silvio Pasquali prima di essere accolto nel Seminario delle Missioni Estere di Milano nel 1896, e partire l’anno seguente per l’India dove è morto a Eluru il 7 luglio 1924, ha fatto parte del Clero cremonese.

Ordinato sacerdote il 17 dicembre 1887 all’età di ventitré anni, tanto nella sua diocesi quanto in terra di missione si è prodigato per il prossimo fondando diverse aggregazione.

Prima tra tutte è stata la Società di Mutuo Soccorso San Giuseppe nel 1889 a Genivolta, nella campagna cremonese, dove due anni prima, novello sacerdote, era giunto come vicario parrocchiale. Costituita da una cinquantina di soci e con un cospicuo capitale sociale ne fu il primo presidente.

Le hanno fatto seguito quelle avviate nella città di Cremona quando ha coadiuvato il parroco di Sant’Agata dal febbraio 1891 all’entrata nel Seminario missionario. Dalla Pia Società degli Adoratori del SS. Sacramento – per dare impulso nella comunità alla celebrazione delle “Quarant’ore” da tempo trascurata – alla banda musicale; dall’associazione di signore dedita alla distribuzione della buona stampa alla Unione cattolica cremonese destinata alla formazione del laicato. Ma ancor di più la Società di mutua carità fra i sacerdoti della diocesi di Cremona – istituita il 1° gennaio 1892 e tutt’oggi operante grazie a parte gran parte del clero diocesano al quale viene assicurato un sussidio nel caso di malattia oltre all’assistenza nella vecchiaia. Solo alcuni mesi prima Leone XIII con la sua enciclica Rerum Novarum aveva promosso l’impegno sociale dei cattolici e dato nuovo impulso proprio alle associazioni mutualistiche.

Tra le aggregazioni indiane è invece da ricordare quella delle Suore Catechiste di Sant’Anna, fondata nel 1914 quando era da dieci anni alla guida della Missione di Mattampalli e temeva che i catechisti che andava formando non gli sarebbero stati sufficienti nel futuro prossimo. Le prime sette di loro presero l’abito religioso il 25 aprile 1918 e lo aiutarono tanto nella catechesi e l’istruzione nei villaggi quanto nella conduzione del Conventino delle piccole vedove, le cui ospiti erano emarginate dalla società che le considerava apportatrici di sventura.

È a questa Congregazione, tutt’oggi presente non solo in India ma anche in Tanzania e Italia, che si deve la Causa di beatificazione e canonizzazione di Padre Silvio Pasquali, già completata nella fase istruttoria colla chiusura del Processo diocesano avvenuta a Eluru il 13 ottobre 2019. 

 

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