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QUI POSTULAZIONE #84 - Valeriano Fraccaro, il Padre Fornaio

Quando fu ucciso il 28 settembre 1974, il sessantaquattrenne Padre Valeriano Fraccaro risiedeva da ventidue anni nella colonia inglese di Hong Kong. Missionario del Pime in Cina dal 1937, vi era giunto dopo l’espulsione da parte di Mao Tse Tung.

Allora si trovava a Sai Kung, nei Nuovi Territori dove si era già prodigato per i cinesi che avevano varcato il limitrofo confine del loro paese in cerca della libertà.

Lungo la costa stava realizzando un villaggio dove i profughi avrebbero vissuto più degnamente che non nelle loro barche, e questa iniziativa poté essere la ragione della sua morte. Il terreno era infatti molto appetibile ai locali imprenditori che per non vedersi sfumare alti profitti forse armarono la mano dell’omicida. Nessun denaro od oggetto venne infatti rubato nelle casa della missione dove lo uccisero.

Il suo corpo fu ritrovato da P. Francesco Frontini che assieme al P. Adelio Lambertoni faceva parte della comunità, entrambi assenti per impegni di ministero.  «Sono rientrato a mezzanotte – disse – e l’ho trovato in camera sua. Svestito, per terra, una pozza di sangue sotto la testa, la faccia coperta da un asciugamani. È stato ucciso con una mannaia, quella piccola accetta da macellaio che si trova in tutte le cucine cinesi, per tagliare le cotolette di maiale». La cucina era quella della residenza dei missionari, con la porta era sempre aperta per accogliere i bisognosi.

Stimato da tutti, come attestato anche dalle tremila persone di ogni fede che parteciparono alle sue esequie, fu sempre accanto ai più bisognosi.

«Era semplice come la colomba nell’ignorare il male, prudente come il serpente per realizzare il bene. Arrivava dove voleva e riusciva nel suo intento, senza urtare nessuno!», è stato detto di lui. E in questo suo fare molto contò l’esser stato figlio di un fornaio della sua natia Castelfranco Veneto.

Quanto appreso fin da piccolo gli permise di fare del pane uno strumento di dialogo oltre che di aiuto per quanti affamati, così come lo erano i bambini dei suoi villaggi. Impastato da lui stesso nel forno che si era costruito, lo distribuiva con quello stesso piacere che provava nel donare momenti di gioia con il panettone. Lo stesso che cercava di realizzare il più possibile secondo tradizione, a volte senza riuscirvi tanto da scrivere alla nipote: «Che ne pensi, eh, di tuo zio? Eppure Paola, dopotutto, però, tuo zio Valeriano, ha un cuore d’oro, anche se fa il panettone con la farina vecchia e invece dell’uvetta ci mette le formiche…». 

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