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Città del Vaticano - Annuncio beatificazione di P. Mario Vergara e del catechista Isidoro

21/05/2014 - Città del Vaticano (AsiaNews) - L'invito a pregare per i cattolici cinesi nel giorno in cui si venera la Vergine di Sheshan e l'annuncio della beatificazione di Mario Vergara, sacerdote del PIME, e Isidoro Ngei Ko Lat fedele laico e catechista, uccisi nel 1950 in Birmania, in odio alla fede cristiana, hanno segnato l'udienza generale di oggi, nella quale papa Francesco, continuando a illustrare i doni dello Spirito Santo, ha parlato della "scienza". In tale ambito, papa Francesco ha sottolineato "il peccato" di non tutelare il "dono del Creato". "Se - ha aggiunto - noi distruggiamo il dono del creato, il creato ci distruggerà".
Alle 70mila persone presenti in piazza san Pietro, tra le quali è lungamente passato con la jeep, il Papa ha evidenziato che "la scienza che viene dallo Spirito Santo non si limita alla conoscenza umana: è un dono speciale, che ci porta a cogliere, attraverso il creato, la grandezza e l'amore di Dio e la sua relazione profonda con ogni creatura. Quando i nostri occhi sono illuminati dallo Spirito, si aprono alla contemplazione di Dio, nella bellezza della natura e nella grandiosità del cosmo, e ci portano a scoprire come ogni cosa ci parla di Lui, ogni cosa ci parla del suo amore. Tutto questo suscita in noi grande stupore e un profondo senso di gratitudine! È la sensazione che proviamo anche quando ammiriamo un'opera d'arte o qualsiasi meraviglia che sia frutto dell'ingegno e della creatività dell'uomo: di fronte a tutto questo, lo Spirito ci porta a lodare il Signore dal profondo del nostro cuore e a riconoscere, in tutto ciò che abbiamo e siamo, un dono inestimabile di Dio e un segno del suo infinito amore per noi".
"Nel primo capitolo della Genesi, proprio all'inizio di tutta la Bibbia - ha osservato - si mette in evidenza che Dio si compiace della sua creazione, sottolineando ripetutamente la bellezza e la bontà di ogni cosa. Al termine di ogni giornata, è scritto: «Dio vide che era cosa buona». Ma se Dio vede che il creato è una cosa buona e una cosa bella, anche noi dobbiamo andare in questo atteggiamento, di vedere che il creato è cosa buona e bella. Ecco il dono della scienza, di questa bellezza: lodiamo Dio, ringraziamo Dio, di averci dato tanta bellezza a noi. E questa è la strada. E quando Dio finì di creare l'uomo, non dice: 'Vide che era cosa buona', dice che era 'molto buona!'. Ci avvicina a Lui! Agli occhi di Dio noi siamo la cosa più bella, più grande, più buona, della creazione. 'Ma padre, gli angeli?'. No, gli angeli, sono sotto di noi, noi siamo più degli angeli! Lo abbiamo sentito nel libro dei Salmi, che ci vuole bene il Signore! Dobbiamo ringraziarlo per questo".
Il dono della scienza ci pone in profonda sintonia con il Creatore e ci fa partecipare alla limpidezza del suo sguardo e del suo giudizio. Ed è in questa prospettiva che riusciamo a cogliere nell'uomo e nella donna il vertice della creazione, come compimento di un disegno d'amore che è impresso in ognuno di noi e che ci fa riconoscere come fratelli e sorelle".
"Tutto questo è motivo di serenità e di pace e fa del cristiano un testimone gioioso di Dio, sulla scia di san Francesco d'Assisi e di tanti santi che hanno saputo lodare e cantare il suo amore attraverso la contemplazione del creato. Allo stesso tempo, però, il dono della scienza ci aiuta a non cadere in alcuni atteggiamenti eccessivi o sbagliati. Il primo è costituito dal rischio di considerarci padroni del creato. Il creato non è una proprietà, di cui possiamo spadroneggiare a nostro piacimento; né, tanto meno, è una proprietà solo di alcuni, di pochi: il creato è un dono, è un dono meraviglioso che Dio ci ha dato, perché ne abbiamo cura e lo utilizziamo a beneficio di tutti, sempre con grande rispetto e gratitudine.
"Il secondo atteggiamento sbagliato è rappresentato dalla tentazione di fermarci alle creature, come se queste possano offrire la risposta a tutte le nostre attese. È lo Spirito Santo, con il dono della scienza, che ci aiuta a non cadere in questo. Ma io vorrei ritornare sulla prima via sbagliata. Custodire il creato, non impadronirsi del creato. Dobbiamo custodire il creato. E' un dono che il Signore ci ha dato, per noi: è il regalo di Dio a noi. Noi siamo custodi del creato. Ma, quando noi sfruttiamo il creato, distruggiamo il segno di amore di Dio. Distruggere il creato è dire a Dio: 'Non mi piace, questo non è buono'. 'E cosa piace a te?' ... 'me stesso'. Ecco il peccato. Avete visto? E la custodia del creato è proprio la custodia del dono di Dio e anche è dire a Dio: 'Grazie, io sono il padrone del creato. Ma, per farlo avanti, io non distruggerò mai il tuo dono'. E questo deve essere l'atteggiamento nostro nei confronti del creato. Custodirlo, perché se noi distruggiamo il creato ci distruggerà. Non dimenticare quello! Una volta ero in campagna e ho sentito un detto da una persona semplice, alla quale piacevano tanto i fiori, e lui custodiva questi fiori, e mi ha detto: 'Dobbiamo custodire queste cose belle che Dio ci ha dato. Il creato è per noi perché noi ne approfittiamo bene. Non sfruttarlo, custodirlo. Perché lei sa, padre - così mi ha detto -, Dio perdona sempre'. 'Sì, questo è vero, Dio perdona sempre'. 'Noi persone umane, uomini e donne, perdoniamo alcune volte'. - Eh, sì, alcune non perdoniamo... - 'Ma il creato, padre, non perdona mai e se tu non lo custodisci, lui ti distruggerà'. Questo deve farci pensare e chiedere allo Spirito Santo il dono, questo della scienza, per capire bene che il creato è il più bel regalo di Dio, che Lui ha detto: questo è buono, questo è buono, questo è buono e questo è il regalo per la cosa più buona che ho creato che è la persona umana.
Alle persone presenti all'udienza generale, il Papa ha poi ricordato che "il 24 maggio ricorre la memoria liturgica della Beata Vergine Maria Aiuto dei Cristiani, venerata con molta devozione nel santuario di Sheshan a Shangai. Chiedo a tutti i fedeli di pregare affinché, sotto la protezione della Madre Ausiliatrice, i cattolici in Cina continuino a credere, a sperare e ad amare e siano, in ogni circostanza, fermento di armoniosa convivenza tra i loro concittadini".
"Sempre sabato prossimo - ha aggiunto - ad Aversa, verranno proclamati beati Mario Vergara, sacerdote del PIME, e Isidoro Ngei Ko Lat, fedele laico e catechista, uccisi nel 1950 in Birmania, in odio alla fede cristiana. La loro eroica fedeltà a Cristo possa essere di incoraggiamento e di esempio ai missionari e specialmente ai catechisti che nelle terre di missione svolgono una preziosa e insostituibile opera apostolica, per la quale tutta la Chiesa è loro grata".
Prima di concludere l'incontro, papa Francesco è tornato ancora a chiedere preghiere e aiuti per le popolazioni di Bosnia ed Erzegovina e Serbia e ha ricordato che sabato prossimo partirà per la Terra Santa, innanzi tutto per commemorare con il patriarca ecumenico Bartolomeo lo storico abbraccio di 50 anni fa tra Paolo VI e Atenagora - "Pietro e Andrea si incontreranno un'altra volta e questo è molto bello" - e poi "per la pace in quella terra che soffre tanto".

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LETTERE PASQUALI DI PADRE VERGARA ALLA COGNATA MARIA

Pubblichiamo due lettere del Servo di Dio padre Vergara (ormai prossimo alla beatificazione) alla cognata Maria, moglie del fratello Luigi. La prima è scritta subito dopo la Pasqua del 1937 e la seconda, a distanza di un anno, in Quaresima.
Riteniamo siano interessanti per vari motivi. Innanzitutto perché lasciano trasparire le qualità umane del missionario frattese del PIME: saggezza, equilibrio, affettività premurosa e delicata. Rivelano inoltre il suo cuore amareggiato, sì, ma sgombro da ogni sia pur minimo risentimento verso il fratello che pure lo aveva cinicamente depredato, in patria, di quei beni che gli spettavano di diritto e di cui aveva tanto bisogno per sostenere le sue opere religiose, caritative e di promozione umana. Traspare inoltre, come sempre, il suo profondo spirito di fede, di fortezza e di pazienza nel sopportare avversità e grattacapi di ogni genere. Malattie gravi (in particolare il tifo, che lo aveva portato sull'orlo della tomba), caldo asfissiante, pregiudizi e diffidenze...: niente lo spaventa, mentre si sobbarca a un ritmo di lavoro apostolico che ha dell'incredibile.
P. Mario scrive da Htithasaw (pr. Citaciò), nel distretto affidatogli, alla fine del 1935, dal Vescovo del PIME mons. Vittorio Emanuele Sagrada, tra i Cariani rossi della tribù dei Soka, una delle più povere e primitive della Birmania. Il "novello Vescovo", cui accenna il Servo di Dio nella seconda lettera, è mons. Alfredo Lanfranconi (nella foto con p. Mario e i suoi catechisti), succeduto a mons. Sagrada come Vicario Apostolico di Toungoo nell'agosto 1937.

Htithasaw 16-4-1937
Venga il Tuo Regno!
Carissima Maria
Ho ricevuta con molto piacere la tua. Come vedi il Signore mi conserva ancora tra i vivi benché abbia avuto alcune settimane fa un altro attacco di tifo che mi ha lasciato molto debole. Qui però non si può guardare molto per il sottile perché il lavoro e i grattacapi sono molti e non si può stare in riposo anche se mancano le forze.Come buona notizia ti faccio sapere che sto per guadagnare alla Fede un villaggio di Protestanti: bisogna pregare! È troppo difficile convertire i protestanti: hanno troppi pregiudizi contro di noi cattolici.Qui è cominciata già da un mese la stagione dei grandi calori: ne avremo per quattro mesi: c'è da morire asfissiati!Spero che abbia passata bene la S. Pasqua, io l'ho passata a letto.Il tuo interessamento e le espressioni di affetto per la mia malattia mi commuovono; io però non ho paura di morire. Scrivo in pari data a Luigi rispondendo ad una sua, dopo due anni che non mi scriveva.Condiscendendo ai suoi desideri mi contento di solo £ 10mila come risarcimento della sala di pranzo e così spero ogni cosa possa finire. Non posso rinunziare a questo denaro perché sono stracarico di debiti e le mie necessità sono infinite. Ho saputo che il commercio non va tanto male per Luigi e ne godo di cuore. Ho da scrivere ancora 4 lettere e mi manca la volontà a causa del caldo, perciò contentati di queste poche parole. Abbraccio e bacio i miei cari nipoti di cui desidero notizie.
Ti saluto con affetto
Tuo cognato P. Mario Vergara.
P.S. Per qualche offerta indirizza al mio nome: Pontificio Istituto Missioni Estere, Via Monterosa 81 - Milano

Htithasaw 1-4-1938
Venga il Tuo Regno!
Carissima Maria
Non devi preoccuparti se la mia corrispondenza non è così frequente come tu vorresti.
Se io avessi a morire, ne riceveresti subito telegramma per via aerea; quindi da questo lato puoi essere sicura.
Io sono sempre in difficoltà per la corrispondenza. Se tu consideri che ho 29 villaggi cattolici da guardare - oltre i villaggi protestanti - e che io devo visitare almeno 4 volte all'anno e che ogni visita mi porta via al minimo 1 mese e mezzo, vedrai subito come almeno 6 mesi all'anno io non sono a casa. Vi sono poi ogni tanto visite in altri Distretti per aiutare i Confratelli o per confessarci scambievolmente etc. Quindi di tempo disponibile ce n'è poco, e molte volte quando si ha del tempo non si hanno le disposizioni morali per scrivervi.
A te basti sapere che assolutamente non ho alcun rancore verso dl te - né l'ho verso Luigi - anzi ti voglio bene, ti stimo, ti sono grato delle preoccupazioni che mostri nei miei riguardi, e prego per te e per la tua famiglia.
Non pretendo denaro da te, perché tu sei madre di famiglia e le mamme hanno sempre da fare tante spese e spesucce per i figli, di cui il padre non ne vuole e non ne deve sapere per la pace della casa. Delle pretese se le ho, le ho verso mio fratello il quale spende e spande inutilmente ma non pensa a sciogliere i debiti di giustizia che ha verso di me. Io non ho alcun rancore verso mio fratello ma lui poi davanti al Signore non può trovarsi bene in coscienza. Gli ho rimesso quasi tutto quello che avrebbe dovuto; speravo che lui avesse riparato con offerte spontanee alle mie opere, invece non mi dà nemmeno quel poco che mi deve.
Mia zia Orsolina benché deve ricevere ancora il debito di £ 6mila, pure quasi ogni mese mi manda £ 100. Oggi ho ricevuto un'altra sua lettera in cui mi annunzia £ 100 da parte sua e £ 200 da parte di D. Marco Farina. Quattro o cinque mesi fa mi mandò £ 4mila per una cappella di legno da costruire in un mio villaggio a memoria di Zio Luigi; e nella lettera di oggi mi promette per la prossima annata di commercio altre £ 4mila per un'altra cappella in memoria di zio Pasquale. Questo vorrei lo sapesse mio fratello il quale mi dà soltanto delle parole. Perfino nella colletta pubblica che fecero per me a Fratta, mia zia diede £ 100 e mio fratello solo £ 2.
Io ti ringrazio tanto e poi tanto per la cioccolata e l'offerta che mi mandasti tramite il mio novello Vescovo. Ricevetti pure le lettere con le fotografie e mi meraviglio vedere Gennaro diventato già un giovanotto, io lo penso ancora un ragazzino. La lettera che però mi ha scritta è fredda come il ghiaccio.
Io sto bene, ma quando vado in giro, le visceri non funzionano.
Dopo Pasqua devo seguire il Vescovo in giro per 2 mesi. Povere gambe!
Per la S. Pasqua farò gli auguri a te ed ai tuoi davanti all'Altare. Baci ai bimbi: tanti saluti. Prega per me.
Tuo aff.mo
Mario

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LETTERA DI PADRE VERGARA AL NIPOTINO GENNARO

È passato un anno dall'arrivo di padre Mario a Toungoo, in Birmania orientale. Si sa che uno dei primi impegni del missionario appena giunto in terra di missione è l'apprendimento delle lingue dei popoli ai quali è chiamato ad annunziare-testimoniare il Vangelo. P. Mario, accolto a braccia aperte dal vescovo mons. Vittorio Emanuele Sagrada, si applica subito con tenacia allo studio prima dell'inglese (essendo allora la Birmania un protettorato britannico), poi del birmano e delle lingue etniche. All'inizio è suo professore il padre Pasquale Ziello, che egli conosceva bene, essendo stato suo insegnante nel seminario diocesano di Aversa.

Toungoo, 7/10/1935

Venga il Tuo Regno, Gesù!

Carissimo mio piccolo Gennaro

Tuo zio è stato proprio molto contento di avere ancora una tua bella letterina dopo tanto tempo che non riceveva notizie da alcuno dei suoi parenti.
Bravo il mio piccolo Gennaro! Sono contento di vederti ancora buono ed affezionato verso lo zio.
Mi è dispiaciuto tanto che sia stato ammalato ed abbia dovuto subire l'operazioncina alla gola; ma meglio così, giacché ora sei una volta per sempre liberato da quelle continue seccature alla gola, Voglio pure congratularmi con te perché, benché tu sia stato ammalato tanto tempo, pure hai superati gli esami, ed anzi ti sentivi tanto sicuro da pensare ad un passaggio supplementare durante le vacanze; questo senza dubbio indica che durante l'anno hai studiato e fatto tutto il tuo dovere nel convitto. Peccato, che papà si sia deciso troppo tardi a farti andare in collegio.
Bravo, continua a studiare e soprattutto ad essere buono verso i tuoi compagni, rispettoso verso i tuoi superiori ed attaccato al collegio dove studi. E qui, permetti allo zio di raccomandarti qualche cosa più in particolare, cioè la fuga dei cattivi compagni. I cattivi compagni, lo sai, sono quelli che parlano di cose sporche, che mormorano sempre, e studiano mai. Sono come le mele fradicie che rovinano tutte le altre mele. Tu questi compagni non devi disprezzarli, ma devi evitarli, perché potrebbero tirarti al male. Sii perciò sempre un buon fanciullo, soprattutto nelle tue parole, nei tuoi pensieri, nelle azioni. Non aver vergogna di frequentare spesso la S. Comunione, ed abbi molta confidenza nel tuo confessore.
L'altra cosa di cui volevo congratularmi, era che ho trovato la tua scritta bene, senza alcun errore e soprattutto scritta con spigliatezza. Bravo! Questo però non ti deve mettere in orgasmo quando scrivi allo zio. Per imparare bene l'italiano devi leggere molto ed avere sempre il vocabolario tra le mani per trovare i termini di cui ignori il significato. Evita però di leggere libri cattivi, e quando non sai se un libro è buono o no, fallo vedere con confidenza filiale al tuo confessore o al tuo professore.
Ho notato che nella tua lettera mi dai solo notizie tue senza dirmi dei tuoi genitori, delle sorelline; perché? Nella prossima tua lettera che spero avrò subito, mi darai notizie di tutti di casa. Ho saputo che la nonna non è più a Fratta, ma a Castellamare.
Adesso tu vorresti sapere qualche notizia dello zio. Ebbene io non ne ho molte. Ho terminato oramai di studiare l'Inglese, e predico, parlo e confesso in questa lingua. Sto studiando il Birmano, che è una lingua proprio troppo difficile; per adesso riesco a confessare e a parlare un pochino ma devo studiarlo ancora molto per poterlo predicare.
Come vedi dall'indirizzo sono ancora a Toungoo, ma credo che verso la fine di questo mese, i miei superiori mi daranno la mia destinazione che probabilmente sarà qualche distretto sui monti, e quindi dovrò imparare la lingua che si parla in quel distretto. Come vedi caro Gennaro, qui al principio non si fa che imparare le lingue, giacché per convertire le anime non basta venire qui, ma bisogna sapere le loro lingue, e qui ci sono una quantità di lingue l'una più difficile dell'altra. Non ho battezzato nessuno ancora, ma sto lavorando attorno ad una famiglia buddista, e i buddisti sono i più difficili a convertirsi.
Qui c'è grande miseria, specialmente trai nostri cristiani dei monti, giacché il riso, l'unico prodotto che ricavano dalla terra, è stato tutto mangiato dai topi; molti villaggi, poi, sono stati inondati dalle acque, giacché molti fiumi sono straripati a causa delle forti piogge. Non ho nessuna fotografia da mandarti tranne una piccolina e mezzo rovinata. Ti invio pure una pagina di birmano scritta da me, per farti vedere la scrittura.
Di salute sto un poco male, ma fa niente perché sto sempre allegro di spirito. Prega sempre per lo zio.
Salutami i tuoi genitori. Baci a Titina e Rosetta la cinesina. A te tanti abbracci e baci.
Ti benedico
Tuo zio MARIO

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"NOTERELLE" DI PADRE MARIO VERGARA

"Noterelle" di padre Mario Vergara dopo due anni di missione(articolo pubblicato su Le Missioni Cattoliche, 1937, p. 238)

Son già due anni e mezzo che sono in terra di Missione e non mi sono ancora affacciato a questa pregiata rivista. Eppure quando ero in Seminario, appena ricevuta «Le Missioni Cattoliche» la sfogliavo con avidità e guardavo alla provenienza degli articoli, per vedere se fossero di Missionari da me conosciuti e amati. Non trovandovi loro articoli ne restavo male: suppongo lo stesso desiderio nei miei amici ed eccomi a soddisfarli.
IL MI0 DISTRETTO
Dopo aver imparato a balbettare alquanto tre lingue, mi fu affidata dall'ubbidienza la direzione del distretto di Cittacciò. Fuori di mano perché dista due buone giornate a cavallo, esso è situato tutto sui monti e conta ventinove villaggi cattolici. La popolazione di razza cariana, della tribù soccu, è buona ma molto povera ed arretrata, tanto che è disprezzata dalle altre tribù vicine. Il mio distretto è diviso in piccoli villaggi. Non vi sono strade di comunicazione, ma sentieri e viottoli che sono impraticabili durante i cinque mesi di pioggia. L'unica ricchezza del paese è costituita dal poco, dico poco, bestiame che si vende o si uccide in caso di sponsali. Unico cibo è il riso, mangiato con del sale ed un po' di erbe che il buon Dio fa crescere nella foresta. Vestiti? Disinvoltura massima: una camicia ed un paio di brachette per tutte le quattro stagioni, che una volta indossate non si depongono se non quando sono ridotte a brandelli; con quanto discapito dell'igiene ognuno se lo può immaginare.
FAME E TOPI
Quando venni qui, tutto il distretto soffriva la fame. Già da due anni non si faceva il raccolto del riso. Quale la causa? I topi! Sicuro. Questi piccoli roditori molto di frequente gettano la popolazione di due, tre distretti nella più squallida miseria. Capita così: La Cariania è il regno del bambù; col bambù questa gente fa gli strumenti per il lavoro della terra, gli utensili per la cucina, stuoie, corde, la casa, la chiesa, in breve quasi tutto. Ma quando il bambù fiorisce è una pasqua per i topi che sono ghiottissimi dei suoi fiori. È il tempo in cui i topi si moltiplicano all'inverosimile. Il fiore del bambù però, dura solo qualche mese ed allora i topi non avendo più da mangiare, invadono i campi di riso, ne rodono le tenere pianticelle ed in un giorno o due tutto è distrutto. Qualche cosa come la piaga delle cavallette. Appena perciò io misi piede in residenza, cominciarono le processioni degli affamati a chiedere l'aiuto del Prete. Quanto avevo con me, tutto finì. Quest'anno, grazie al Signore, si è avuto un po' di riso, ma un terzo del mio distretto è stato ancora provato. Per me e per loro le cose vanno male, perché io non ho più quel poco di riserva dell'anno scorso e non so come venire in soccorso di questa gente. Aggiungete che ho 82 orfani con me e 29 catechisti da pagare ed allora voi potete comprendere un po' le necessità di questa porzione della vigna del Signore.
LUX IN TENEBRIS
Fra tante preoccupazioni, però, il Signore ha voluto darmi una grande consolazione che io partecipo a voi. Il mio distretto è circondato da un lato da protestanti. Sembrava che tra di loro non si potesse avere alcuna conversione pei soliti pregiudizi contro la Chiesa Cattolica. Ma io non mi sapevo rassegnare a fare soltanto da custode dei miei villaggi già cattolici. Mirai perciò ad un villaggio di Battisti proprio al confine del distretto ed andai a visitarlo. La prima volta ebbi accoglienza apatica. Accettarono le medicine ma quando parlavo di religione, erano sordi come un muro. Dopo alcuni mesi vi andai di nuovo: trovai migliore accoglienza; qualcuno mostrava anche delle velleità, ma trovavo grave ostacolo nelle donne che non volevano saperne di cambiar religione. Conosciuto il lato debole, preparai il mio piano. Vi andai una terza volta in compagnia di due catechisti. Dissi loro di trattare solo con gli uomini e di tralasciare le donne a cui avrei pensato io. In che modo? Di preciso non lo sapevo neppur io: confidavo in un aiuto speciale del Signore. Mi attirai dapprima le simpatie dei bambini ai quali distribuivo confetti in quantità; con tutte fui generoso di medicine e consigli; quindi le feci radunare per sentire un mio discorsetto. Parlai per quattro ore consecutive; poi feci radunare i capi di famiglia. Altre due ore di conversazione terminata con questo bell'esito: tutti si fecero catecumeni. Adesso studiano preparandosi per il Battesimo che conferirò loro al prossimo S. Natale. Assistetemi colle vostre preghiere.
P. Mario Vergara

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TESTIMONIANZA SU PADRE MARIO VERGARA DI UNA "SORELLA DI LATTE"

La signora Filomena Mennillo, vedova Mugione, era "sorella di latte" di Mario Vergara, nel senso che la mamma di Filomena, Maria Pietrasanta, aveva allattato e tenuto a balia il piccolo Mario fino all'età di sette anni. Anziana e malata, la signora Mennillo offrì la sua testimonianza l'11 novembre 2003 nella Curia di Aversa durante l'Inchiesta Diocesana sul Servo di Dio. Nella deposizione la teste (oculare sulla vita, auricolare sul martirio) descrive in modo avvincente il periodo dell'infanzia di padre Vergara. Lo Spirito Santo lavorava nel cuore del fanciullo, docile all'azione della grazia, per prepararlo alla futura missione.
Ho conosciuto il futuro P. Mario sin dalla mia primissima infanzia. P. Mario era tre anni più grande di me. Mia mamma lo ha allattato e lo ha tenuto a balia fino all'età di sette anni.
I genitori di P. Mario avevano un'attività molto fiorente (nel settore tessile, ndr), perciò il papà era continuamente fuori per piazzare il suo prodotto, mentre la mamma seguiva la produzione qui. L'impegno quotidiano della mamma aveva fatto sì da darlo in balia. I bambini dati in balia crescevano insieme con gli altri figli tanto da non distinguerli dai fratelli carnali, quindi si può dire che siamo cresciuti insieme come se fossimo fratelli.
L' attaccamento tra mia madre e P. Mario penso che superava quello con i figli veri. Credo che in realtà lui considerava mia mamma la sua vera madre. Dico questo perché al compimento del settimo anno tornò in famiglia, ma dopo qualche giorno sentì tale nostalgia che senza dir nulla se ne partì da Frattamaggiore a piedi per venirsene da noi a Caivano. Non conoscendo le strade però si perse per la campagna e comparve davanti casa nostra la sera tutto inzuppato d'acqua e sporco di fango, perché quel giorno aveva piovuto. Mia madre si era premurata subito di lavarlo e rifocillarlo, e di avvisare subito la famiglia.
Ricordo come adesso che fu una grande gioia per noi tutti, perché avemmo l'illusione che Mariuccio sarebbe tomato a stare con noi. Quando infatti era dovuto tornare in famiglia noi bambini avevamo sofferto molto perché sentivamo il distacco da un fratello. Insomma soffrivamo come quando un fratello veniva adottato da un'altra famiglia o veniva messo in collegio. Ma quella illusione durò una notte, il giorno dopo venne una carrozza a portarlo via.
P. Mario aveva un carattere dolce e accomodante: non ricordo un solo litigio con lui, cosa abbastanza rara in quell'età. Era vivace intellettualmente, deciso e molto dedicato a ciò che realmente amava. Mi spiego: per lui mia mamma era sua madre e noi i suoi fratelli, quindi l'amava e ci amava con un amore intenso, senza interesse. Ricordo che si distingueva da noi per il fervore verso quanto lo colpiva del soprannaturale, come dire: mia mamma ci insegnava le preghiere e ci raccontava qualche storiella relativa a Gesù, alla Madonna e ai Santi, poi ogni sera ci faceva dire l'Ave Maria quando ci metteva a letto. Ora, mentre noi qualche volta mostravamo svogliatezza oppure ridacchiavamo sotto sotto, Mariuccio no. Sembrava già un adulto. Ricordo che qualche volta ripeteva un proverbio che sicuramente aveva sentito dai grandi: scherza con i fanghi, ma lascia stare i santi, cioè scherza con i personaggi che ti fai con il fango o con gli uomini che sono fatti di fango, ma non farlo con i Santi.
Un altro aspetto che manifestò sin da piccolo era l'attenzione verso i poveri e le persone infelici (quelli che venivano considerati gli scemi del paese). Mentre noi magari ci burlavamo di loro, se non li prendevamo addirittura a sassate, lui invece cercava di dar loro retta e quando poteva li aiutava. Ricordo che quando veniva da seminarista quelle persone lo aspettavano nei paraggi di casa nostra se sapevano che era venuto in paese, e lui aveva sempre qualcosa per loro.
Obbediva senza riserve a mia mamma. Perciò quando ci venne a salutare perché disse di entrare in Seminario, non ci meravigliammo molto. Ricordo che mia madre era molto dispiaciuta perché sapeva che le sue visite da allora in poi si sarebbero limitate a una o due nell'arco dell'anno. Un timore veritiero, perché quando partì per l'alta Italia, ritornò già che pareva un prete.
Comunque devo dire che ogni volta che veniva in licenza dal seminario, non mancava mai di farci visita. Mia madre cercava di avere sempre sue notizie perché si recava spesso presso la sua casa.
Ricordo che una volta venne e gli leggemmo la tristezza negli occhi, ma a noi non disse nulla, stette però a parlare a lungo con mia madre. E dopo qualche tempo ritornò tutto felice. Non posso definire bene il tempo, ma mi sembra che il fatto fosse legato alla salute di P. Mario, come venni a sapere dalla mamma tempo dopo. Cioè che fosse stato dimesso per poca salute, ma che poi fosse stato riammesso.
Era fermo in quello che voleva: voleva diventare missionario, e tirava diritto per diventare missionario.
Ricordo come adesso il giorno in cui venne felice come una pasqua a portare a mia madre la "prima partecipazione" alla sua ordinazione sacerdotale. E lo sottolineò più di una volta davanti a noi: prima di tutti quanti era venuto a portarla alla "mammella". Voleva che tutti andassimo su nell'alta Italia per la sua ordinazione, ma poi andammo solo a Frattamaggiore quando venne per la prima messa in paese.
Subito venimmo a sapere che sarebbe partito missionario in un paese lontano dove c'era bisogno di far conoscere Gesù Cristo, ma che era pure tanto pericoloso. Ricordo le lacrime di mia madre. "Quando ci vedremo adesso?", gli chiedeva con insistenza abbracciandolo.
"Quando Dio vuole, quando Dio vuole. E se non ci vediamo qui, ci incontreremo in paradiso", ha risposto lui con serenità.
Mia madre andava sempre a chiedere notizie; e poi la felicità di quando riceveva le sue lettere. Le parlava dei successi nella missione, ma poi ci fu un tempo lungo durante la guerra che non si ebbe alcuna notizia.
Poi sapemmo che era prigioniero, che era stato operato non so di che cosa.
Quando in famiglia si parlava di lui era per ricordarlo come un amico e un fratello pieno di comprensione, di amore e di carità. Insomma pensandolo missionario lo si pensava come una persona giusta, un vero discepolo del Signore pieno di fervore che per farlo conoscere e per amore suo, sopportava disagi e sacrifici.
Posso testimoniare che P. Mario, pur essendo di famiglia benestante, è vissuto con distacco dai beni materiali, anzi quando poteva li usava a favore del prossimo bisognoso.
Ricordo che quando venimmo a conoscenza della sua morte ci fu dolore e commozione perché tutti ritenemmo di aver perso un fraterno amico ed un sacerdote secondo il cuore di Dio infiammato dal fervore missionario. Dissero che era stato ucciso e buttato nel fiume per amore del Signore, che era successo tutto quanto questo per testimoniare Gesù Cristo. Anche questa volta in nessuno di noi ci fu meraviglia: conoscendolo non poteva che essere stato un testimone della fede, un martire del Signore.
Ricordo che parlai a lungo con mia mamma e in particolare ricordo di aver confidato che non mi sentivo di pregare per lui, perché non lo pensavo come un morto qualsiasi, ma come un santo. E mia madre mi disse pressappoco che dentro di sé pensava la stessa cosa, ma che non aveva il coraggio di dirlo apertamente. E, povera donna, ha confidato fino all'ultimo che si facesse qualche cosa per farlo riconoscere come santo, ma il tempo passava, gli si dedicavano strade e si facevano monumenti, però non ha avuto la consolazione mia che so che finalmente la Chiesa si sta cominciando a muovere.
La mia salute non è tanta, anzi sto molto male, e ho pensato di fare questa dichiarazione per dare un mio piccolo contributo alla conoscenza di quel santo uomo quale era desiderio anche di mia madre.

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BEATIFICAZIONE DI PADRE MARIO VERGARA E DEL CATECHISTA BIRMANO ISIDORO NGEI KO LAT

Il Decreto, che sarà promulgato prossimamente, spiana la via alla beatificazione. Il rito sarà celebrato il 24 maggio prossimo da un rappresentante del Santo Padre - che di solito è il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi - nella cattedrale di Aversa, sede della diocesi di origine di p. Mario Vergara. Il nostro Istituto partecipa alla gioia di questa diocesi - nel cui territorio è situata la nostra casa di Ducenta - e, in particolare, all'esultanza della comunità parrocchiale di san Sossio in Frattamaggiore, che ha dato i natali al nostro Beato e che, guidata dal suo dinamico parroco mons. Sossio Rossi, ha promosso la Causa e l'ha sostenuta fin dall'inizio anche sul piano economico, sia nella fase diocesana sia in quella romana. Tale comunità ha inoltre finanziato la costruzione di un Centro per minori e sta sostenendo le spese della costruzione di una nuova chiesa parrocchiale in Shadaw.
Da molti era stato espresso l'auspicio che la beatificazione si celebrasse nel territorio dove è avvenuto il martirio, cioè in Myanmar, anche in considerazione del fatto che il catechista Isidoro è il primo fedele birmano ad essere beatificato. Purtroppo la situazione politica di quel Paese - pur contrassegnata in questi ultimi tempi da notevoli aperture - ancora non permette un evento di questo genere. In tal senso si sono espressi sia il Vescovo di Loikaw, sia il Delegato Apostolico in Myanmar. Si spera che almeno qualcuno dei vescovi delle sedici diocesi di quel grande Paese asiatico, in particolare quello di Loikaw, e rappresentanti della comunità parrocchiale di Shadaw possano essere presenti alla cerimonia della beatificazione.
Per chi non avesse molta familiarità con le "cose ecclesiastiche", chiariamo che la beatificazione è la tappa intermedia in vista della canonizzazione. È l'atto con il quale, svolte le debite inchieste (nella fase diocesana e in quella romana della Causa), il Santo Padre dichiara "Beato" il Servo di Dio, permettendo il culto pubblico ed ecclesiastico, ma con alcune limitazioni stabilite dalla legge. Mentre infatti tale culto con la canonizzazione è esteso a tutta la Chiesa, con la beatificazione è limitato a determinati luoghi, come la diocesi o una nazione particolare dove il Beato ha svolto il suo servizio ecclesiale, e/o a determinati gruppi, come la congregazione o l'istituto fondato dal Beato o al quale apparteneva.
È necessario il miracolo per la beatificazione?
Per la beatificazione di un confessore, cioè di un fedele non martire di cui sia stata riconosciuta l'eroicità delle virtù e la fama autentica di santità e di segni, sì, è necessario il miracolo, attribuito all'intercessione del Servo di Dio e avvenuto dopo la sua morte. Noi del PIME stiamo aspettando questo "sigillo divino" - e lo chiediamo umilmente al Signore - per i membri del nostro Istituto (in primo luogo per il fondatore mons. Angelo Ramazzotti), di cui è in corso la causa di canonizzazione.
Viceversa, per labeatificazione di un martire la prassi vigente della Congregazione delle Cause dei Santi non richiede il miracolo. Dopo la promulgazione del Decreto sul suo martirio, il Servo di Dio può essere beatificato senza ulteriori requisiti. Perché questo? Perché il martirio, sacrificio totale della vita per la fede (o per una virtù collegata con la fede, ad esempio la castità), è considerato l'atto supremo della sequela di Cristo. Tuttavia, per la canonizzazione dei Beati, sia martiri che confessori, la prassi attuale della Chiesa richiede il miracolo.
Notiamo, di passaggio, che c'è un dibattito aperto tra gli esperti, teologi e canonisti, su alcune questioni riguardanti la complessa materia delle cause dei santi...
Torniamo ora all'argomento della beatificazione dei "nostri" Mario e Isidoro (anche quest'ultimo è, in un certo senso, "figlio" del PIME). Si tratta di un evento che non può non interpellare e stimolare in particolare noi missionari. Confrontandoci con questi intrepidi apostoli del Vangelo, siamo indotti a interrogarci sulla maniera con cui viviamo la nostra vocazione, sulla "qualità" della nostra testimonianza e del nostro servizio apostolico sia in missione che in patria (per quelli di noi che sono stati chiamati dall'obbedienza o costretti dalla malattia a tornare nella propria terra).
Exempla trahunt ("gli esempi trascinano"), si usa dire. Anche noi del PIME abbiamo la nostra "nube di testimoni" (Eb 12,1), martiri (diciannove, finora) e confessori, che ci spingono, con l'eloquenza della loro vita, a "rivitalizzare" il nostro carisma missionario, a servire con generosità rinnovata Cristo e l'umanità.
A tale scopo, ci fa bene spiritualmente leggere testi biografici, lettere, ecc. che riguardano questi testimoni della fede e del Vangelo. Li proporremo perciò ai lettori in questa rubrica "MISSIONE e SANTITÀ" del nostro sito "pime.org".
Cominciamo subito con due brani. Il primo è un articolo dal titolo "P. Vergara, il ribelle martire", apparso su "Mondo e Missione" (febbraio 2014, p. 47). Per quelli che non hanno avuto l'opportunità di leggerlo lo ripropongo qui, con qualche aggiunta riguardante i dettagli del martirio. Il secondo brano è un profilo biografico del catechista Isidoro, attinto dai pochi documenti che abbiamo a disposizione, riguardanti questo fedele collaboratore di P. Mario Vergara.

PADRE VERGARA, IL RIBELLE MARTIRE

Il buon giorno si vede dal mattino: è un proverbio che viene spontaneamente alla mente quando si legge la biografia di padre Mario Vergara, missionario del PIME, martire, che quest'anno sarà proclamato beato. Sarà il terzo missionario del PIME, tra quelli che hanno lavorato in Birmania (oggi Myanmar), ad essere beatificato, dopo i padri Paolo Manna (1872-1952, beatificato nel 2001) e Clemente Vismara (1897-1988, beatificato nel 2011). E non basta: in... lista d'attesa (per ora) ci sono i Servi di Dio fratel Felice Tantardini (1898-1991) e padre Alfredo Cremonesi, martire (1902-1953).
Nato il 18 novembre 1910 a Frattamaggiore (provincia di Napoli e diocesi di Aversa), Mario Vergara manifesta fin da fanciullo fede viva e un'attenzione speciale ai poveri e infelici. Seminarista prima ad Aversa e poi a Posillipo, di carattere vivace e per qualche superiore un po' "ribelle", si appassiona per le missioni in Estremo Oriente e chiede di entrare nel PIME. Un compagno di seminario gli domanda perché vuole andare proprio così lontano, giacché anche in Italia si può fare tanto bene. E lui risponde: "Perché là c'è la speranza di morire martire". Dopo varie traversie dovute a problemi di salute e alla contrarietà dei familiari, riesce finalmente a coronare il suo sogno entrando nel PIME. È ordinato sacerdote il 26 agosto 1934 e a fine settembre parte per Toungoo, Birmania, dove è accolto cordialmente dal Vicario Apostolico, il vescovo mons. Sagrada. Si applica subito con impegno allo studio dell'inglese e delle lingue locali. Nel 1936 è inviato nel distretto montuoso di Citaciò, tra i Cariani della tribù dei Sokù, una delle più povere e primitive. Ivi dispiega, con l'aiuto di catechisti da lui formati e affrontando disagi d'ogni genere, un'attività instancabile in favore delle popolazioni dei vari villaggi: formazione umana e cristiana, amministrazione dei sacramenti, cura degli orfani e dei malati.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale interrompe bruscamente il lavoro apostolico. Nel 1941 Vergara è internato, con tutti i missionari italiani - considerati nemici dagli inglesi - nei campi di concentramento indiani. Sarà rilasciato solo dopo quattro anni penosi e snervanti. È fortemente indebolito nel fisico, rischia la vita dopo l'asportazione di un rene. Tornato in Birmania, si offre generosamente al vescovo di Toungoo, mons. Lanfranconi, per l'apertura di un nuovo distretto tra i Cariani rossi a est di Loikaw, verso il fiume Salween, con numerosi villaggi da conquistare a Cristo. Privo di mezzi, osteggiato dai protestanti battisti, studia la lingua locale, si sobbarca a ogni genere di sacrifici, coprendo lunghe distanze a piedi, amando e curando tutti i Cariani indistintamente: cattolici, catecumeni, pagani. Dal 1948 è coadiuvato da un giovane confratello, padre Pietro Galastri, di Partina (Arezzo), il quale, dotato di ingegno pratico, si fa carico della costruzione degli edifici utili alla missione: scuola, chiesa, orfanotrofio e dispensario. In seguito all'indipendenza dall'Inghilterra (1948), scoppiano disordini e la guerra civile tra governativi e ribelli cariani. Padre Vergara prende le difese degli oppressi, attirandosi l'odio dei ribelli operanti in quella zona, che avevano una "vernice" di cristianesimo battista, ma in realtà erano sanguinari, superstiziosi e fanatici. Ben presto la situazione precipita. Il 24 maggio 1950 padre Vergara si reca al centro di Shadaw insieme al maestro catechista Isidoro per protestare e convincere il capodistretto Tire a liberare un altro catechista che era stato arrestato. Si trova invece di fronte il capo dei ribelli Richmond che, dopo di averlo sottoposto a un duro interrogatorio, ordina l'arresto del missionario e di Isidoro che lo accompagna. Dopo un penoso tragitto notturno nella foresta, ambedue furono trucidati sulle rive del fiume Salween, probabilmente nelle prime ore del 25 maggio. I loro corpi, chiusi in un sacco, furono gettati nel fiume. Contemporaneamente anche padre Pietro Galastri fu catturato, mentre pregava con gli orfanelli nella cappella della residenza dei padri. Dopo un periodo di incertezza sulla sua sorte, si venne a sapere che anche il missionario toscano era stato ucciso dai ribelli. Permane tuttavia il mistero sul luogo, la data e le modalità dell'assassinio; il suo cadavere non fu mai ritrovato. Si spera che anche padre Galastri, non meno generoso ed eroico del confratello, possa essere un giorno beatificato.

IL PRIMO BEATO BIRMANO: UN APOSTOLO LAICO, MARTIRE

Il catechista Isidoro Ngei Ko Lat è il primo fedele birmano ad essere beatificato. Non disponiamo di molte notizie riguardanti questo attivo collaboratore di padre Mario Vergara; tuttavia quelle che abbiamo sono sufficienti per farci un'idea di questa umile, ma splendida figura di apostolo laico: una vita donata, a servizio del Vangelo e dei fratelli, coronata dal martirio.
Tra gli esigui documenti a noi pervenuti figura il certificato del battesimo, amministrato dal padre Domenico Pedrotti, PIME: la data è quella del 7 settembre 1918, il luogo è Taw Pon Athet, lo stesso dove è nato. Isidoro appartiene a una famiglia di agricoltori, già convertita al cattolicesimo grazie all'efficace opera evangelizzatrice del Beato padre Paolo Manna. Perciò fin da piccolo è educato alla fede.
È ancora fanciullo quando i genitori muoiono. Così va a vivere con un fratellino presso una zia. Nel corso dell'Inchiesta diocesana nella Curia di Loikaw, una sua cugina, che viveva nello stesso villaggio, testimonia che sin da piccolo Isidoro frequentava i missionari e andava spesso con loro. Sorge così in lui il desiderio di diventare sacerdote ed entra nel seminario minore di Toungoo. Antichi compagni di seminario testimoniano sul suo zelo e la sua serietà. È un giovane semplice, onesto e umile. Rivela una squisita sensibilità religiosa e una spiccata attitudine allo studio.
Ma a causa della salute cagionevole - soffre di asma bronchiale - è costretto a rientrare in famiglia. Non può realizzare il suo sogno di diventare sacerdote, ma rimane in lui un grande desiderio di fare qualcosa per il Signore. Così decide di non sposarsi. Non è ancora catechista, ma è sempre pronto ad aiutare il catechista del villaggio.
Nel suo villaggio di Dorokhò apre una scuola privata gratuita, in cui insegna ai bambini il birmano e l'inglese, impartisce lezioni di catechismo, musica e canzoni sacre. È in buoni rapporti con la gente e tutti gli vogliono bene.
Il primo incontro con padre Vergara, che era sempre a caccia di catechisti, avviene a Leikthò. È il 1948. Isidoro accoglie subito con gioia l'invito a svolgere il servizio di catechista a Shadaw. Rimane al fianco del missionario frattese fino al momento del martirio.
Il catechista Isidoro fa anche da interprete a padre Galastri che ancora non conosceva bene la lingua locale. La popolazione di Shadaw era composta da contadini analfabeti, la cui maggioranza era stata evangelizzata dai battisti, ostili ai cattolici. Isidoro, pur muovendosi tra mille difficoltà, collabora attivamente con padre Vergara nell'opera di elevazione culturale, sociale e religiosa di quella gente.
Già prima del 24 maggio 1950 si era registrata, in diverse circostanze, un'azione intimidatoria contro i missionari cattolici da parte di una fazione fanatica di ribelli battisti. Erano bande armate che facevano capo sul piano militare al comandante Richmond e sul piano politico-religioso al capodistretto Tire. Anche i catechisti, agendo in stretto contatto con i missionari Vergara e Galastri, diventano bersaglio dell'intolleranza della soldataglia ribelle. È proprio a causa di uno di questi catechisti, Giacomo Còlei, che era stato incarcerato, che si determina la vicenda che porterà al martirio Isidoro e Vergara. Ambedue infatti, temendo per la vita di Còlei, decidono coraggiosamente di rischiare andando a incontrare il capodistretto per indurlo a liberare il prigioniero. Ma era probabilmente una trappola architettata per sopprimere gli apostoli del Vangelo. Questi, infatti, non trovano Tire, ma devono vedersela con il comandante Richmond, in combutta con il capodistretto e partecipe dell'odio contro i missionari. Il resto della vicenda lo conosciamo già dal testo precedente.
I vescovi della Chiesa del Myanmar hanno definito la beatificazione del padre Vergara e del suo catechista «un grande incoraggiamento per l'intera comunità cattolica del Myanmar a vivere una fede più in conformità con il Vangelo e a testimoniarla in maniera coraggiosa ed eroica, sull'esempio del catechista Isidoro che non ha esitato a offrire la sua stessa vita per il Vangelo insieme con padre Vergara».

 

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