Skip to main content

BEATIFICAZIONE DI PADRE MARIO VERGARA E DEL CATECHISTA BIRMANO ISIDORO NGEI KO LAT

Il Decreto, che sarà promulgato prossimamente, spiana la via alla beatificazione. Il rito sarà celebrato il 24 maggio prossimo da un rappresentante del Santo Padre - che di solito è il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi - nella cattedrale di Aversa, sede della diocesi di origine di p. Mario Vergara. Il nostro Istituto partecipa alla gioia di questa diocesi - nel cui territorio è situata la nostra casa di Ducenta - e, in particolare, all'esultanza della comunità parrocchiale di san Sossio in Frattamaggiore, che ha dato i natali al nostro Beato e che, guidata dal suo dinamico parroco mons. Sossio Rossi, ha promosso la Causa e l'ha sostenuta fin dall'inizio anche sul piano economico, sia nella fase diocesana sia in quella romana. Tale comunità ha inoltre finanziato la costruzione di un Centro per minori e sta sostenendo le spese della costruzione di una nuova chiesa parrocchiale in Shadaw.
Da molti era stato espresso l'auspicio che la beatificazione si celebrasse nel territorio dove è avvenuto il martirio, cioè in Myanmar, anche in considerazione del fatto che il catechista Isidoro è il primo fedele birmano ad essere beatificato. Purtroppo la situazione politica di quel Paese - pur contrassegnata in questi ultimi tempi da notevoli aperture - ancora non permette un evento di questo genere. In tal senso si sono espressi sia il Vescovo di Loikaw, sia il Delegato Apostolico in Myanmar. Si spera che almeno qualcuno dei vescovi delle sedici diocesi di quel grande Paese asiatico, in particolare quello di Loikaw, e rappresentanti della comunità parrocchiale di Shadaw possano essere presenti alla cerimonia della beatificazione.
Per chi non avesse molta familiarità con le "cose ecclesiastiche", chiariamo che la beatificazione è la tappa intermedia in vista della canonizzazione. È l'atto con il quale, svolte le debite inchieste (nella fase diocesana e in quella romana della Causa), il Santo Padre dichiara "Beato" il Servo di Dio, permettendo il culto pubblico ed ecclesiastico, ma con alcune limitazioni stabilite dalla legge. Mentre infatti tale culto con la canonizzazione è esteso a tutta la Chiesa, con la beatificazione è limitato a determinati luoghi, come la diocesi o una nazione particolare dove il Beato ha svolto il suo servizio ecclesiale, e/o a determinati gruppi, come la congregazione o l'istituto fondato dal Beato o al quale apparteneva.
È necessario il miracolo per la beatificazione?
Per la beatificazione di un confessore, cioè di un fedele non martire di cui sia stata riconosciuta l'eroicità delle virtù e la fama autentica di santità e di segni, sì, è necessario il miracolo, attribuito all'intercessione del Servo di Dio e avvenuto dopo la sua morte. Noi del PIME stiamo aspettando questo "sigillo divino" - e lo chiediamo umilmente al Signore - per i membri del nostro Istituto (in primo luogo per il fondatore mons. Angelo Ramazzotti), di cui è in corso la causa di canonizzazione.
Viceversa, per labeatificazione di un martire la prassi vigente della Congregazione delle Cause dei Santi non richiede il miracolo. Dopo la promulgazione del Decreto sul suo martirio, il Servo di Dio può essere beatificato senza ulteriori requisiti. Perché questo? Perché il martirio, sacrificio totale della vita per la fede (o per una virtù collegata con la fede, ad esempio la castità), è considerato l'atto supremo della sequela di Cristo. Tuttavia, per la canonizzazione dei Beati, sia martiri che confessori, la prassi attuale della Chiesa richiede il miracolo.
Notiamo, di passaggio, che c'è un dibattito aperto tra gli esperti, teologi e canonisti, su alcune questioni riguardanti la complessa materia delle cause dei santi...
Torniamo ora all'argomento della beatificazione dei "nostri" Mario e Isidoro (anche quest'ultimo è, in un certo senso, "figlio" del PIME). Si tratta di un evento che non può non interpellare e stimolare in particolare noi missionari. Confrontandoci con questi intrepidi apostoli del Vangelo, siamo indotti a interrogarci sulla maniera con cui viviamo la nostra vocazione, sulla "qualità" della nostra testimonianza e del nostro servizio apostolico sia in missione che in patria (per quelli di noi che sono stati chiamati dall'obbedienza o costretti dalla malattia a tornare nella propria terra).
Exempla trahunt ("gli esempi trascinano"), si usa dire. Anche noi del PIME abbiamo la nostra "nube di testimoni" (Eb 12,1), martiri (diciannove, finora) e confessori, che ci spingono, con l'eloquenza della loro vita, a "rivitalizzare" il nostro carisma missionario, a servire con generosità rinnovata Cristo e l'umanità.
A tale scopo, ci fa bene spiritualmente leggere testi biografici, lettere, ecc. che riguardano questi testimoni della fede e del Vangelo. Li proporremo perciò ai lettori in questa rubrica "MISSIONE e SANTITÀ" del nostro sito "pime.org".
Cominciamo subito con due brani. Il primo è un articolo dal titolo "P. Vergara, il ribelle martire", apparso su "Mondo e Missione" (febbraio 2014, p. 47). Per quelli che non hanno avuto l'opportunità di leggerlo lo ripropongo qui, con qualche aggiunta riguardante i dettagli del martirio. Il secondo brano è un profilo biografico del catechista Isidoro, attinto dai pochi documenti che abbiamo a disposizione, riguardanti questo fedele collaboratore di P. Mario Vergara.

PADRE VERGARA, IL RIBELLE MARTIRE

Il buon giorno si vede dal mattino: è un proverbio che viene spontaneamente alla mente quando si legge la biografia di padre Mario Vergara, missionario del PIME, martire, che quest'anno sarà proclamato beato. Sarà il terzo missionario del PIME, tra quelli che hanno lavorato in Birmania (oggi Myanmar), ad essere beatificato, dopo i padri Paolo Manna (1872-1952, beatificato nel 2001) e Clemente Vismara (1897-1988, beatificato nel 2011). E non basta: in... lista d'attesa (per ora) ci sono i Servi di Dio fratel Felice Tantardini (1898-1991) e padre Alfredo Cremonesi, martire (1902-1953).
Nato il 18 novembre 1910 a Frattamaggiore (provincia di Napoli e diocesi di Aversa), Mario Vergara manifesta fin da fanciullo fede viva e un'attenzione speciale ai poveri e infelici. Seminarista prima ad Aversa e poi a Posillipo, di carattere vivace e per qualche superiore un po' "ribelle", si appassiona per le missioni in Estremo Oriente e chiede di entrare nel PIME. Un compagno di seminario gli domanda perché vuole andare proprio così lontano, giacché anche in Italia si può fare tanto bene. E lui risponde: "Perché là c'è la speranza di morire martire". Dopo varie traversie dovute a problemi di salute e alla contrarietà dei familiari, riesce finalmente a coronare il suo sogno entrando nel PIME. È ordinato sacerdote il 26 agosto 1934 e a fine settembre parte per Toungoo, Birmania, dove è accolto cordialmente dal Vicario Apostolico, il vescovo mons. Sagrada. Si applica subito con impegno allo studio dell'inglese e delle lingue locali. Nel 1936 è inviato nel distretto montuoso di Citaciò, tra i Cariani della tribù dei Sokù, una delle più povere e primitive. Ivi dispiega, con l'aiuto di catechisti da lui formati e affrontando disagi d'ogni genere, un'attività instancabile in favore delle popolazioni dei vari villaggi: formazione umana e cristiana, amministrazione dei sacramenti, cura degli orfani e dei malati.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale interrompe bruscamente il lavoro apostolico. Nel 1941 Vergara è internato, con tutti i missionari italiani - considerati nemici dagli inglesi - nei campi di concentramento indiani. Sarà rilasciato solo dopo quattro anni penosi e snervanti. È fortemente indebolito nel fisico, rischia la vita dopo l'asportazione di un rene. Tornato in Birmania, si offre generosamente al vescovo di Toungoo, mons. Lanfranconi, per l'apertura di un nuovo distretto tra i Cariani rossi a est di Loikaw, verso il fiume Salween, con numerosi villaggi da conquistare a Cristo. Privo di mezzi, osteggiato dai protestanti battisti, studia la lingua locale, si sobbarca a ogni genere di sacrifici, coprendo lunghe distanze a piedi, amando e curando tutti i Cariani indistintamente: cattolici, catecumeni, pagani. Dal 1948 è coadiuvato da un giovane confratello, padre Pietro Galastri, di Partina (Arezzo), il quale, dotato di ingegno pratico, si fa carico della costruzione degli edifici utili alla missione: scuola, chiesa, orfanotrofio e dispensario. In seguito all'indipendenza dall'Inghilterra (1948), scoppiano disordini e la guerra civile tra governativi e ribelli cariani. Padre Vergara prende le difese degli oppressi, attirandosi l'odio dei ribelli operanti in quella zona, che avevano una "vernice" di cristianesimo battista, ma in realtà erano sanguinari, superstiziosi e fanatici. Ben presto la situazione precipita. Il 24 maggio 1950 padre Vergara si reca al centro di Shadaw insieme al maestro catechista Isidoro per protestare e convincere il capodistretto Tire a liberare un altro catechista che era stato arrestato. Si trova invece di fronte il capo dei ribelli Richmond che, dopo di averlo sottoposto a un duro interrogatorio, ordina l'arresto del missionario e di Isidoro che lo accompagna. Dopo un penoso tragitto notturno nella foresta, ambedue furono trucidati sulle rive del fiume Salween, probabilmente nelle prime ore del 25 maggio. I loro corpi, chiusi in un sacco, furono gettati nel fiume. Contemporaneamente anche padre Pietro Galastri fu catturato, mentre pregava con gli orfanelli nella cappella della residenza dei padri. Dopo un periodo di incertezza sulla sua sorte, si venne a sapere che anche il missionario toscano era stato ucciso dai ribelli. Permane tuttavia il mistero sul luogo, la data e le modalità dell'assassinio; il suo cadavere non fu mai ritrovato. Si spera che anche padre Galastri, non meno generoso ed eroico del confratello, possa essere un giorno beatificato.

IL PRIMO BEATO BIRMANO: UN APOSTOLO LAICO, MARTIRE

Il catechista Isidoro Ngei Ko Lat è il primo fedele birmano ad essere beatificato. Non disponiamo di molte notizie riguardanti questo attivo collaboratore di padre Mario Vergara; tuttavia quelle che abbiamo sono sufficienti per farci un'idea di questa umile, ma splendida figura di apostolo laico: una vita donata, a servizio del Vangelo e dei fratelli, coronata dal martirio.
Tra gli esigui documenti a noi pervenuti figura il certificato del battesimo, amministrato dal padre Domenico Pedrotti, PIME: la data è quella del 7 settembre 1918, il luogo è Taw Pon Athet, lo stesso dove è nato. Isidoro appartiene a una famiglia di agricoltori, già convertita al cattolicesimo grazie all'efficace opera evangelizzatrice del Beato padre Paolo Manna. Perciò fin da piccolo è educato alla fede.
È ancora fanciullo quando i genitori muoiono. Così va a vivere con un fratellino presso una zia. Nel corso dell'Inchiesta diocesana nella Curia di Loikaw, una sua cugina, che viveva nello stesso villaggio, testimonia che sin da piccolo Isidoro frequentava i missionari e andava spesso con loro. Sorge così in lui il desiderio di diventare sacerdote ed entra nel seminario minore di Toungoo. Antichi compagni di seminario testimoniano sul suo zelo e la sua serietà. È un giovane semplice, onesto e umile. Rivela una squisita sensibilità religiosa e una spiccata attitudine allo studio.
Ma a causa della salute cagionevole - soffre di asma bronchiale - è costretto a rientrare in famiglia. Non può realizzare il suo sogno di diventare sacerdote, ma rimane in lui un grande desiderio di fare qualcosa per il Signore. Così decide di non sposarsi. Non è ancora catechista, ma è sempre pronto ad aiutare il catechista del villaggio.
Nel suo villaggio di Dorokhò apre una scuola privata gratuita, in cui insegna ai bambini il birmano e l'inglese, impartisce lezioni di catechismo, musica e canzoni sacre. È in buoni rapporti con la gente e tutti gli vogliono bene.
Il primo incontro con padre Vergara, che era sempre a caccia di catechisti, avviene a Leikthò. È il 1948. Isidoro accoglie subito con gioia l'invito a svolgere il servizio di catechista a Shadaw. Rimane al fianco del missionario frattese fino al momento del martirio.
Il catechista Isidoro fa anche da interprete a padre Galastri che ancora non conosceva bene la lingua locale. La popolazione di Shadaw era composta da contadini analfabeti, la cui maggioranza era stata evangelizzata dai battisti, ostili ai cattolici. Isidoro, pur muovendosi tra mille difficoltà, collabora attivamente con padre Vergara nell'opera di elevazione culturale, sociale e religiosa di quella gente.
Già prima del 24 maggio 1950 si era registrata, in diverse circostanze, un'azione intimidatoria contro i missionari cattolici da parte di una fazione fanatica di ribelli battisti. Erano bande armate che facevano capo sul piano militare al comandante Richmond e sul piano politico-religioso al capodistretto Tire. Anche i catechisti, agendo in stretto contatto con i missionari Vergara e Galastri, diventano bersaglio dell'intolleranza della soldataglia ribelle. È proprio a causa di uno di questi catechisti, Giacomo Còlei, che era stato incarcerato, che si determina la vicenda che porterà al martirio Isidoro e Vergara. Ambedue infatti, temendo per la vita di Còlei, decidono coraggiosamente di rischiare andando a incontrare il capodistretto per indurlo a liberare il prigioniero. Ma era probabilmente una trappola architettata per sopprimere gli apostoli del Vangelo. Questi, infatti, non trovano Tire, ma devono vedersela con il comandante Richmond, in combutta con il capodistretto e partecipe dell'odio contro i missionari. Il resto della vicenda lo conosciamo già dal testo precedente.
I vescovi della Chiesa del Myanmar hanno definito la beatificazione del padre Vergara e del suo catechista «un grande incoraggiamento per l'intera comunità cattolica del Myanmar a vivere una fede più in conformità con il Vangelo e a testimoniarla in maniera coraggiosa ed eroica, sull'esempio del catechista Isidoro che non ha esitato a offrire la sua stessa vita per il Vangelo insieme con padre Vergara».

 

  • Creato il .