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TESTIMONIANZA SU PADRE MARIO VERGARA DI UNA "SORELLA DI LATTE"

La signora Filomena Mennillo, vedova Mugione, era "sorella di latte" di Mario Vergara, nel senso che la mamma di Filomena, Maria Pietrasanta, aveva allattato e tenuto a balia il piccolo Mario fino all'età di sette anni. Anziana e malata, la signora Mennillo offrì la sua testimonianza l'11 novembre 2003 nella Curia di Aversa durante l'Inchiesta Diocesana sul Servo di Dio. Nella deposizione la teste (oculare sulla vita, auricolare sul martirio) descrive in modo avvincente il periodo dell'infanzia di padre Vergara. Lo Spirito Santo lavorava nel cuore del fanciullo, docile all'azione della grazia, per prepararlo alla futura missione.
Ho conosciuto il futuro P. Mario sin dalla mia primissima infanzia. P. Mario era tre anni più grande di me. Mia mamma lo ha allattato e lo ha tenuto a balia fino all'età di sette anni.
I genitori di P. Mario avevano un'attività molto fiorente (nel settore tessile, ndr), perciò il papà era continuamente fuori per piazzare il suo prodotto, mentre la mamma seguiva la produzione qui. L'impegno quotidiano della mamma aveva fatto sì da darlo in balia. I bambini dati in balia crescevano insieme con gli altri figli tanto da non distinguerli dai fratelli carnali, quindi si può dire che siamo cresciuti insieme come se fossimo fratelli.
L' attaccamento tra mia madre e P. Mario penso che superava quello con i figli veri. Credo che in realtà lui considerava mia mamma la sua vera madre. Dico questo perché al compimento del settimo anno tornò in famiglia, ma dopo qualche giorno sentì tale nostalgia che senza dir nulla se ne partì da Frattamaggiore a piedi per venirsene da noi a Caivano. Non conoscendo le strade però si perse per la campagna e comparve davanti casa nostra la sera tutto inzuppato d'acqua e sporco di fango, perché quel giorno aveva piovuto. Mia madre si era premurata subito di lavarlo e rifocillarlo, e di avvisare subito la famiglia.
Ricordo come adesso che fu una grande gioia per noi tutti, perché avemmo l'illusione che Mariuccio sarebbe tomato a stare con noi. Quando infatti era dovuto tornare in famiglia noi bambini avevamo sofferto molto perché sentivamo il distacco da un fratello. Insomma soffrivamo come quando un fratello veniva adottato da un'altra famiglia o veniva messo in collegio. Ma quella illusione durò una notte, il giorno dopo venne una carrozza a portarlo via.
P. Mario aveva un carattere dolce e accomodante: non ricordo un solo litigio con lui, cosa abbastanza rara in quell'età. Era vivace intellettualmente, deciso e molto dedicato a ciò che realmente amava. Mi spiego: per lui mia mamma era sua madre e noi i suoi fratelli, quindi l'amava e ci amava con un amore intenso, senza interesse. Ricordo che si distingueva da noi per il fervore verso quanto lo colpiva del soprannaturale, come dire: mia mamma ci insegnava le preghiere e ci raccontava qualche storiella relativa a Gesù, alla Madonna e ai Santi, poi ogni sera ci faceva dire l'Ave Maria quando ci metteva a letto. Ora, mentre noi qualche volta mostravamo svogliatezza oppure ridacchiavamo sotto sotto, Mariuccio no. Sembrava già un adulto. Ricordo che qualche volta ripeteva un proverbio che sicuramente aveva sentito dai grandi: scherza con i fanghi, ma lascia stare i santi, cioè scherza con i personaggi che ti fai con il fango o con gli uomini che sono fatti di fango, ma non farlo con i Santi.
Un altro aspetto che manifestò sin da piccolo era l'attenzione verso i poveri e le persone infelici (quelli che venivano considerati gli scemi del paese). Mentre noi magari ci burlavamo di loro, se non li prendevamo addirittura a sassate, lui invece cercava di dar loro retta e quando poteva li aiutava. Ricordo che quando veniva da seminarista quelle persone lo aspettavano nei paraggi di casa nostra se sapevano che era venuto in paese, e lui aveva sempre qualcosa per loro.
Obbediva senza riserve a mia mamma. Perciò quando ci venne a salutare perché disse di entrare in Seminario, non ci meravigliammo molto. Ricordo che mia madre era molto dispiaciuta perché sapeva che le sue visite da allora in poi si sarebbero limitate a una o due nell'arco dell'anno. Un timore veritiero, perché quando partì per l'alta Italia, ritornò già che pareva un prete.
Comunque devo dire che ogni volta che veniva in licenza dal seminario, non mancava mai di farci visita. Mia madre cercava di avere sempre sue notizie perché si recava spesso presso la sua casa.
Ricordo che una volta venne e gli leggemmo la tristezza negli occhi, ma a noi non disse nulla, stette però a parlare a lungo con mia madre. E dopo qualche tempo ritornò tutto felice. Non posso definire bene il tempo, ma mi sembra che il fatto fosse legato alla salute di P. Mario, come venni a sapere dalla mamma tempo dopo. Cioè che fosse stato dimesso per poca salute, ma che poi fosse stato riammesso.
Era fermo in quello che voleva: voleva diventare missionario, e tirava diritto per diventare missionario.
Ricordo come adesso il giorno in cui venne felice come una pasqua a portare a mia madre la "prima partecipazione" alla sua ordinazione sacerdotale. E lo sottolineò più di una volta davanti a noi: prima di tutti quanti era venuto a portarla alla "mammella". Voleva che tutti andassimo su nell'alta Italia per la sua ordinazione, ma poi andammo solo a Frattamaggiore quando venne per la prima messa in paese.
Subito venimmo a sapere che sarebbe partito missionario in un paese lontano dove c'era bisogno di far conoscere Gesù Cristo, ma che era pure tanto pericoloso. Ricordo le lacrime di mia madre. "Quando ci vedremo adesso?", gli chiedeva con insistenza abbracciandolo.
"Quando Dio vuole, quando Dio vuole. E se non ci vediamo qui, ci incontreremo in paradiso", ha risposto lui con serenità.
Mia madre andava sempre a chiedere notizie; e poi la felicità di quando riceveva le sue lettere. Le parlava dei successi nella missione, ma poi ci fu un tempo lungo durante la guerra che non si ebbe alcuna notizia.
Poi sapemmo che era prigioniero, che era stato operato non so di che cosa.
Quando in famiglia si parlava di lui era per ricordarlo come un amico e un fratello pieno di comprensione, di amore e di carità. Insomma pensandolo missionario lo si pensava come una persona giusta, un vero discepolo del Signore pieno di fervore che per farlo conoscere e per amore suo, sopportava disagi e sacrifici.
Posso testimoniare che P. Mario, pur essendo di famiglia benestante, è vissuto con distacco dai beni materiali, anzi quando poteva li usava a favore del prossimo bisognoso.
Ricordo che quando venimmo a conoscenza della sua morte ci fu dolore e commozione perché tutti ritenemmo di aver perso un fraterno amico ed un sacerdote secondo il cuore di Dio infiammato dal fervore missionario. Dissero che era stato ucciso e buttato nel fiume per amore del Signore, che era successo tutto quanto questo per testimoniare Gesù Cristo. Anche questa volta in nessuno di noi ci fu meraviglia: conoscendolo non poteva che essere stato un testimone della fede, un martire del Signore.
Ricordo che parlai a lungo con mia mamma e in particolare ricordo di aver confidato che non mi sentivo di pregare per lui, perché non lo pensavo come un morto qualsiasi, ma come un santo. E mia madre mi disse pressappoco che dentro di sé pensava la stessa cosa, ma che non aveva il coraggio di dirlo apertamente. E, povera donna, ha confidato fino all'ultimo che si facesse qualche cosa per farlo riconoscere come santo, ma il tempo passava, gli si dedicavano strade e si facevano monumenti, però non ha avuto la consolazione mia che so che finalmente la Chiesa si sta cominciando a muovere.
La mia salute non è tanta, anzi sto molto male, e ho pensato di fare questa dichiarazione per dare un mio piccolo contributo alla conoscenza di quel santo uomo quale era desiderio anche di mia madre.

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