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QUI POSTULAZIONE #120 - «Ma così sono stati e saranno i Santi»

Padre Alberico Crescitelli, inviato in Cina nel 1888 dal Seminario degli Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere, è stato ucciso in odium fidei il 21 luglio 1900 in Cina, nel villaggio di Yentsepien nello Shaanxi Meridionale. Aveva trentasette anni ed era originario di Altavilla Irpina in provincia di Avellino. Beatificato nel 1951, dal 1° ottobre 2000, giorno della canonizzazione, è divenuto il primo Santo del Pontificio Istituto Missioni Estere che il 23 maggio di cento anni fa è sorto dalla fusione del suo Istituto col Seminario delle Missioni Estere di Milano.

Di lui così ne ha scritto il sacerdote francescano Pierbattista Galea, missionario maltese per ventitre anni nella Cina che lasciò nel 1897. Già Provicario Apostolico dello Shaanxi Meridionale, egli accolse P. Alberico a Funkian poco dopo il suo arrivo in terra di missione, e gli fu per diversi mesi maestro e guida. Da lì iniziò a stimarlo sempre più, tanto da dire poi del giovane missionario: «Si raffigurava in lui il vero Apostolo chiamato da Dio alla conversione delle genti… Era la virtù segreta dello Spirito Santo, che per mezzo della sua voce operava senza prodigi».

Il testo è tratto dalla relazione redatta nel 1902 su invito di P. Francesco Tommasini, allora Rettore dell’Istituto missionario di Roma e già a capo della Missione dove Crescitelli fu inviato da P. Galea per una ulteriore esperienza formativa.

 

Nel tempo che Ei dimorò con me, ebbi l’agio di conoscere a pieno le nascoste virtù, onde era adorno il religioso animo suo, e formarmi, con una qual certa riverenza, un fondato concetto della sua vita specchiata ed esemplare.

E prima dirò delle sue virtù sacerdotali verso Dio. Dai suoi discorsi, dalle sue sante azioni, traspariva quella viva Fede, quell’ardente carità che nutriva nell’interno del cuore verso il nostro Signore Gesù Cristo. Per dilatare il suo Regno, per conquistare anime a Lui, mi diceva col più vivo trasporto del suo cuore, Egli aveva abbracciata la vita Apostolica, e ben si chiamava felice e beato, di aver potuto raggiungere il compimento dell’ardente desiderio che da tanti anni serbava in cuore di trovarsi in mezzo ai cristiani Cinesi, che erano l’avanzo di quel gregge che, per grazia di Dio, si conservò costante nella Fede ad onta delle molteplici persecuzioni patite dai padri loro. Con grande interesse e premura mi domandava informazioni circa quelle Missioni, sulla loro origine, sul numero e buone qualità dai vecchi cristiani, o sulla probabile speranza di poter fare conversioni presso gl’infedeli.

Né il suo zelo si limitava a prendere da me semplici istruzioni, ma, per rendersi utile al Vicariato continuava presso di me indefesso lo studio della lingua, si esercitava nel disimpegno dell’apostolico ministero, con unzione tutta apostolica predicava ai cristiani, sedeva assiduo al tribunale di penitenza, con mirabile pazienza istruiva i più ignoranti e prodigava mille atti di carità a favore delle anime loro.

Di più Ei conosceva che per divenire uno zelante Missionario, doveva in alto grado ritrarre nel secreto dell’anima sua quelle virtù, che al Sacerdote è dato di conseguire nella meditazione e nell’esercizio degli ammaestramenti, che il Divin Redentore lasciò retaggio ai suoi discepoli ed Apostoli. Alla scuola di Gesù Cristo, nelle sue continuate meditazioni, attinse quello spirito apostolico per cui tanto bene portò alla Missione e tanto zelo gl’infuse per la conversione degl’infedeli.

Credo di non esagerare punto, se dico che il P. Crescitelli era un vero modello del fervente Missionario.

Egli fu umile sempre nei suoi diportamenti, devotissimo nel culto divino, specialmente, nella celebrazione dei santi Misteri, sì che per purezza sembrava un angelo che si accostava all’altare; fu dotato di quella scienza dei santi, che insegna a compiere con esattezza e divozione i doveri del sacro ministero: sitibondo della salute delle anime; pieno di carità, senza distinzione, verso tutti; a sommo compassionevole verso i miserelli; amorevole verso i suoi confratelli, rispettoso o ciecamente obbediente verso i suoi Superiori; fu sempre ilare e paziente in mezzo a qualsiasi disagio, incomodo e fatica; pronto sempre a sacrificare tutto sé stesso per la gloria di Dio, per il lustro di nostra Santa Religione, per conquistare a Gesù qualche anima.

E qui debbo avvertire che tutte queste virtù erano nascoste in Lui ed accompagnato dalla più grande umiltà e disistima di sé stesso; per cui se alcuno lo avesse veduto, avrebbe detto di non trovar in lui alcun che di particolare e di straordinario. Ma così sono stati e saranno i Santi.

Nutriva poi una tenerissima devozione per Maria SS., che chiamava dolce sua Madre, e quando si portava da me per consigliarsi su cose della Missione o per confessarsi (il che faceva anche spesso), finita la nostra onesta conversazione, prima di andare a riposo, prendeva la corona in mano e m'invitava a dire con lui il Rosario e tante altre devote orazioni o pratiche di pietà.

Era di un’indole maneggevole, dolce, mansueta, ed ai pregi di mente e di cuore, accoppiava una rara pietà, un'angelica innocenza; lo posso tutto ciò ben dire io, che per diversi anni gli fui consigliere e confessore.

In tutto il tempo che io dimorai con lui e fui suo Superiore, non posso lamentarmi che in qualsiasi circostanza o caso, Esso abbia dato argomento, a lamentarmi di Lui, o per qualche mancanza, o per negligenza nell’adempimento de’ suoi doveri, o per qualche accusa od osservazione non lodevole da parte dei suoi cristiani. Di più non l’ho veduto mai prorompere in atti di inquietudine, ansietà, querele o turbamenti per qualsiasi cosa gli fosse contrariamente occorsa. La sua pazienza in tutti gli eventi, anche più dolorosi, era inalterabile; la giocondità, e santa letizia del suo cuore, anche nei casi più avversi, era sempre imperturbabile e quanto mai serena e calma.

Esso ben sapeva come il retaggio del Missionario sono le avversità, le persecuzioni, gli incomodi, i disagi d’ogni genere. A Lui erano ben note le fatiche incessanti dei prolungati viaggi per vie aspre e sconosciute, sia nel rigido dell’inverno, sia nel caldo torrido dell’estate; per vie rotte ai torrenti, guaste dalle piogge, prive di ogni sicurtà. Stanco e sfinito, compiuto il viaggio, un tugurio, una capanna, per Lui era un regale palazzo; una scodella d’insipido cibo, che a noi si getterebbe appena agli animali, per Lui era una deliziosissima vivanda; una rozza e dura tavola, era per Lui un soffice e morbido letto; e ciò perché? Perché così si rendeva simile al suo Divin Redentore, imitandone la povertà, gli stenti ed i dolori.

In tutto e per tutto si abbandonava ciecamente alla divina Provvidenza, né chiedeva per sé cosa alcuna, né si procurava comodi o favori di sorta; Egli impiegò sempre la massima cura nel custodire in sé la preziosa gemma celeste di un’assoluta rassegnazione in tutto quanto gli poteva accadere, sia di prospero che di avverso. In una parola, il detto che di continuo gli usciva dalla bocca, si era: Sia fatta sempre la volontà di Dio, e lo metteva anche in pratica. 

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