QUI POSTULAZIONE #110 - Un piccolo grande missionario tra i cariani
Era il 23 marzo 1991 quando nella città birmana di Taunggyi moriva Felice Tantardini, detto il “Patriarca della Birmania” per esser stato missionario in quel paese, oggi Myanmar, per ben settanta anni.
Classe 1898, affascinato dalla lettura de Le Missioni Cattoliche fatta al ritorno dalla Grande Guerra, nel 1921 entrò come fratello laico nel PIME e l’anno seguente partì per quel paese asiatico sapendo di mettervi a frutto quella maestria nell’arte del ferro che gli avrebbe valso il nome di “Fabbro di Dio”. L’aveva appresa lavorando a Introbio, il suo paese natale in terra lombarda, e di essa ne sono tutt’oggi testimonianza quanto realizzato per le case, le chiese o le scuole nelle varie missioni dell’Istituto. A queste opere aveva contribuito anche come muratore, falegname o idraulico… sempre con il sorriso sul volto perché suo desiderio era quello di: «Sforzarmi di essere felice, sempre a ogni costo, intento a far felici anche gli altri».
Prima che iniziasse la formazione per la vita missionaria, la madre gli disse: «Bada che non sia un fuoco di paglia. Prega e anch’io pregherò per te, che abbia ad assicurarti della chiamata del Signore. Quanto a me, non voglio e non posso negarti il mio consenso».
Grazie a quell’approvazione il suo servizio missionario, mosso da una vocazione veramente incendiaria, ha dato due grandi doni. Alla Chiesa birmana, un valido aiuto sul territorio interrotto solo dai sei mesi trascorsi in Italia nel 1956. Alla Chiesa universale, un esempio da poter seguire sulla via della santità, tanto da far sì che il PIME nel 2000 ne avviasse la Causa di beatificazione e canonizzazione. È l’iter canonico giunto l’11 giugno 2019 alla pubblicazione del decreto col quale è stata dichiarata la venerabilità del Servo di Dio Felice
Sempre sorridente, della sua vita egli ne ha raccontato nell’autobiografia intitolata Il Fabbro di Dio e conclusa con questo significativo testo nel quale traspira tutta la sua profonda spiritualità:
«Una volta, mentre viaggiavo sui monti, un cariano, molto più alto di me, mi abbordò, si abbassò a scrutarmi il viso, e mi chiese:
“Sei tu il fratel Felice?”
“Sono io. Perché?”
“Ecco. Io ti vidi tanti anni fa, quand’ero ragazzino, e ti ricordo bene. Tu non sei cambiato per niente: né più vecchio, né più giovane. Sei ancora tale e quale!”.
Sul momento non seppi cosà rispondere. Ma, ripensando ora a quella originale uscita, vorrei applicarla a me in un altro senso. Bramo tanto e prego sempre il buon Dio e la cara Madonna che mi conservino una perenne giovinezza di spirito e mi concedano la perseveranza nella mia bella vocazione missionaria, bella che non ce n’è l’uguale, credo. E anche dopo la morte, una volta in Paradiso – che spero di andarci – intendo a continuare da lassù a far il missionario, non più, certamente, picchiando l’incudine, ma martellando senza posa il cuore del buon Dio, per strapparne tante grazie per questa povera gente (dico soprattutto pagani), che ora vedo attorno a me, ma che sono impotente ad attuare e a salvare…».

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