Un villaggio cariano degno di cronaca

Il 2019 è iniziato sotto una buona stella per una bella notizia giunta dal Myanmar (ex Birmania).

Padre Marco Villa, neo-segretario del PIME, elaborando la cronaca dell’ultimo mese del 2018, alla voce “Myanmar” ha diramato il seguente messaggio: “In data 14 e dicembre migliaia di persone hanno assistito alla benedizione del Centro Pastorale diocesano e della nuova cattedrale di Pekkon (già capoluogo del distretto orientale della missione di Toungoo). Erano presenti il Nunzio Apostolico, due arcivescovi, tre vescovi, molti sacerdoti, religiosi e suore. Pekkon è stata una delle missioni del PIME fino al 2007 e là ha lavorato Padre Paolo Noè (morto il 29.03.2007). Sono stati ricordati tutti i missionari del PIME. Per l’Istituto era presente Padre Robert Ngairi, primo sacerdote birmano, e il Referente”.

L’estensore della cronaca l’ha resa pubblica il 4 gennaio u.s. e il sottoscritto ha notato che si è attenuto all’insegnamento del Vangelo là dove è scritto che per il lavoro svolto i discepoli non sono ricompensati ugualmente nel tempo perché “molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi” (Mt 19,30).

Nel caso specifico la menzione è toccata all’ultimo parroco del PIME. Anche i primi sono stati collettivamente compresi nell’aggettivo pronominale “tutti”.

Tuttavia credo che per l’edificazione nostra e dei confratelli più giovani sia conveniente ricordare in dettaglio i nomi dei primi missionari del PIME, dopo il 1867 che contribuirono alla formazione dei cristiani tra le tribù ancestrali dei Ghekhù. Sokù, Padaung o Cariani. In ordine di tempo, nominando a volo, Padre Paolo Pastori a Pekkon nel 1922, indico prima il Beato Paolo Manna (1872-1952) e poi il Servo di Dio Fratel Felice Tantardini (1898-1991).

Padre Manna ebbe la destinazione per la Birmania nel 1895 e, dopo un anno per imparare il linguaggio ancestrale a Toungoo, fu assegnato (1896) all’evangelizzazione del villaggio di Momblò più interno di Pekkon, Momblé, Vary e Dorokó tutti abitati dai Cariani rossi. In quel villaggio costruì e benedisse (giugno 1897) una chiesetta in legno collocandovi una tela ad olio con l’immagine del Sacro Cuore di Gesù e un quadro della Madonna (ora a Ducenta) e istruendo con preghiere, catechismo, canto e la musica i catecumeni.

Si può dire che nella pastorale precorse più di un secolo fa le disposizioni della XV Assemblea generale dei vescovi che nel documento finale trattano della musica e del canto, nella liturgia (n. 47). Ma quello zelo fervoroso fu troncato presto per ematuria tubercolotica. Padre Manna nel 1901 fu obbligato a tornare in Italia una prima volta. Nel 1902, rimessosi alquanto in salute, ripartì. Tre anni dopo, nel 1905, i medici di Toungoo e Rangoon sentenziarono che i polmoni presentavano bacilli di tubercolosi. Da Milano, il direttore dell’Istituto mons. Filippo Roncari manda l’ordine di rientrare. Per la terza volta, “sufficientemente ristabilito” tornò in Birmania e fu assegnato a Dorokó. Il 4 giugno 1907, su ordine di altri medici che verificarono acuti dolori al petto e alle spalle con febbri violenti, il vescovo mons. Rocco Tornatore lo fece imbarcare definitivamente.[1]

L’altro missionario laico che ricordo qui è Fratel Felice Tantardini, dalla cui autobiografia ricavo che più volte eseguì lavori da fabbro, idraulico, costruttore edile ecc. a Pekkon. Egli racconta con brio che nel 1928, mentre si trovava a Kalaw per preparare blocchi di cemento per una chiesa in costruzione, fu chiamato a Pekkon per “installare una pompa a mano, per le canne con acqua ed altro cioè “completare il campanile e collocare tre grosse campane”. Il ritorno a Toungoo fu in parte camminando a piedi come un pellegrino e poi per via fiume su una barca fatta di tronchi di alberi scavati e spinti con remi azionati dalle gambe”. [2]

Nel pomeriggio del 17 gennaio 2019 il professor Sampietro ha illustrato la figura di Fratel Tantardini all’interno del “Caffè Letterario” presso l’ospedale Manzoni di Lecco.

Padre Alfredo Di Landa

 


[1] Vedi P. Gheddo, Paolo Manna, EMI, Bologna 2001, pp. 32: 36; 43; 47; 51; 53.

[2] Vedi F. Tantardini, Il fabbro di Dio, EMI, Bologna 2017, pp. 51; 66; 68; 69; 71.

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