Madonna di Biandino Tantardini 1945

Fratel Felice era molto devoto a Maria, la sua “cara Madonna”, che egli invocava assiduamente con affetto e tenerezza filiale. “La sua devozione alla Madonna era proverbiale: aveva sempre in mano il rosario”, testimonia chi l’ha conosciuto.

“Il fabbro di Dio”, la sua autobiografia, non a caso, si apre per l’appunto con una dedica alla Mamma celeste: “Dedico queste pagine anzitutto alla cara Madonna, che mi ha sempre protetto con cura tutta particolare e mi ha liberato da tanti pericoli sia materiali che morali, e solo in Paradiso, ove spero di andare, potrò ringraziarla meno inadeguatamente”[1].

Fu proprio da questa Mamma Speciale che Felice nella sua lunga esistenza (93 anni) fu miracolato per ben due volte.

La prima volta nell’odissea della Prima Guerra Mondiale quando la “cara Madonna” lo salva dalla disperazione e dalla tentazione di lasciarsi morire per fame e freddo. Dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917) Felice, mandato al fronte, viene fatto prigioniero dai tedeschi con altri 60 compagni e condotto a Vittorio Veneto, dove viene assegnato ai campi di lavoro delle ferrovie. Passa quindi da un campo di lavoro all’altro: Udine, Gorizia e Belgrado. Finalmente, con altri quattro, progetta l’evasione: strisciando come un topo di fogna in un canale di scolo, guadagna la libertà e raggiunge poi con un viaggio avventuroso prima la Grecia e poi l’Italia. Nel giugno 1919 giunge finalmente a Introbio e riabbraccia sua mamma Maria[2] che, come segno di ringraziamento per il fausto ritorno a casa dei figli Giuseppe e Felice dal tremendo conflitto bellico, fa dipingere a Carlo Motta di Introbio un quadro su lastra di lamiera raffigurante la Madonna della Guardia di Genova.

Fratel Felice viene miracolato una seconda volta nel 1924, quando Maria lo guarisce miracolosamente da una appendicite acuta. Siamo a Leikthò e fratel Felice è colpito da forti dolori addominali e per raggiungere l’ospedale di Toungoo deve essere portato a spalla su una barella per 50 chilometri. Quando sta per essere messo sulla barella, si fa portare all’altare della Madonna: “Mia buona Madre, guariscimi subito da questa strana malattia e ti prometto di dire ogni giorno il Rosario intero”. La richiesta è esaudita: si alza da solo, il dolore scompare, la pancia sgonfia, esce dalla chiesa buttando via il bastone e gridando: “La Madonna mi ha guarito!”. Il parroco, i barellieri e la gente del villaggio gridano al miracolo. Felice, del tutto guarito, mantiene la promessa di recitare tre Rosari al giorno: 150 Ave Maria![3]

La “cara Madonna” è sempre accanto a fratel Felice: lo sostiene nella sua vocazione missionaria (“Certo che questa ferma volontà la devo alla cara Madonna che vegliava sulla mia vocazione, altrimenti avrei capitolato”[4]) e in terra di missione. Se vogliamo godere anche noi delle grazie di Maria, affidiamoci, come fratel Felice, alla sua materna protezione perché “la cara Madonna ci vuole immensamente bene e anche su questa terra non manca di farci gustare un po’ del suo dolce materno amore che ha per noi”[5]. E ancora: “Alla cara Madonna … non occorre fare l’elenco della carità perché alla cara Madonna non sfugge neppure un’Ave Maria recitata in suo onore e lei la ripaga con grazie”[6].

Marco Sampietro

Da “L’Angelo della Famiglia - Bollettino parrocchiale di Introbio”, a. 86, n. 4, ottobre/dicembre 2017, pp. 5-6.

 


[1] Felice Tantardini, Il fabbro di Dio. Con rosario e martello missionario in Birmania. Autobiografia, lettere e testimonianze, EMI, Bologna 2016, p. 17.

[2] Ivi, pp. 21-37.

[3] Ivi, pp. 56-57.

[4] Ivi, p. 45.

[5] Lettera alla nipote Maddalena Ossola Spotti (Prusoh, 30 dicembre 1958).

[6] Lettera alla nipote Maddalena Ossola Spotti (Taunggyi, 26 giugno 1985).

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