Celebrazione Cremonesi 2

 

Servo di Dio Alfredo Cremonesi nel 64° anniversario del martirio

Omelia nella cattedrale di Crema, 07.02.2017 

È la prima volta che vengo a Crema e vi dico subito la mia gioia per questa opportunità che mi è offerta di celebrare l’Eucaristia con voi in questa bella cattedrale, nella ricorrenza del 64° anniversario del martirio del Servo di Dio Alfredo Cremonesi. Ho scelto per questa celebrazione il formulario liturgico della Messa votiva per l’evangelizzazione dei popoli con letture proprie, che mi sembrano adatte per questa circostanza.

Vi propongo due intenzioni di preghiera per questa celebrazione eucaristica. La prima: il Signore renda le comunità parrocchiali della vostra diocesi, guidate dai propri pastori, sempre più aperte missionariamente e sensibili all’evangelizzazione del mondo. La seconda: per l’intercessione del Servo di Dio Alfredo Cremonesi il Signore conceda un incremento sia delle vocazioni sacerdotali diocesane sia delle vocazioni missionarie ad gentes tanto maschili quanto femminili.

Voi lo sentite “vostro”, questo missionario (dinamico, generoso e… martire), perché nella vostra diocesi è nato, in seno a una famiglia profondamente cristiana, è qui che ha sentito la vocazione al sacerdozio e ha ricevuto un’ottima formazione fino al secondo anno di teologia.

Anche noi del PIME lo sentiamo “nostro”, perché ha scelto il nostro Istituto per realizzare la sua “seconda” vocazione, quella missionaria, ha completato la sua formazione teologica nel nostro seminario teologico, è diventato membro del PIME col giuramento perpetuo nel 1924; nello stesso anno è stato ordinato sacerdote ed è partito per il Myanmar, dove ha lavorato con totale dedizione fino al martirio.

Perciò possiamo dire che tra la diocesi di Crema e il nostro Istituto c’è un legame forte, tanto più che p. Cremonesi non è il solo membro del PIME proveniente dalla diocesi di Crema; ce ne sono infatti altri sei. Di questi, due sono viventi e voi li conoscete bene: p. Gianbattista Zanchi, missionario in Bangladesh, che è stato anche superiore generale del nostro Istituto per ben dodici anni, e p. Alberto Sambusiti, missionario prima in Cameroun e poi in Algeria. Tra i defunti, c’è stato un grande vescovo, mons. Ferdinando Guercilena, vescovo di Kengtung, in Birmania. Conosceva bene e stimava p. Cremonesi: infatti lo invitò nel 1951 a tenere gli esercizi spirituali ai preti e alle religiose della sua diocesi.

Ma torniamo al nostro Servo di Dio. Mi sembra di poter applicare a lui le parole di san Paolo nella prima lettura di oggi: “Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, ma una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo” (1 Cor 9, 16). Alfredo sentiva fortemente in sé, come l’Apostolo, l’urgenza di andare ad annunciare il Vangelo in terre lontane. Sentite cosa scriveva il 17 maggio 1922, quando era ancora seminarista diocesano, in una lettera alla zia suor Gemma, che lo sosteneva con la preghiera e il consiglio: “Io mi riconosco straniero in diocesi. […] Io voglio essere missionario […], correre per lande inospitali e crudeli ad annunziare la buona novella, instancabilmente giorno e notte, a tutti e dappertutto, con la parola e con l’esempio, con la penna e soprattutto con la preghiera, e poi suggellare il mio apostolato con il martirio, fecondare con il mio sangue i germi che avrò gettato in quei solchi aridi e incolti”.

Penso sia opportuna una precisazione riguardo al termine “egoista” da lui usato (“a me l’apostolato ristretto ad un paese mi sembra egoista”). Probabilmente vuol dire che considererebbe se stesso egoista se si fermasse a svolgere il ministero in patria, sapendo bene che il Signore lo chiama alle missioni. Su questo possiamo essere d’accordo. È chiaro, però, che nessuno può dare la patente di “egoista” ai sacerdoti che si fermano a lavorare in diocesi, perché a questo si sentono chiamati dal Signore. A ognuno la sua vocazione. Ciascuno si santifica ed è missionario nel posto in cui il Signore lo ha collocato.

Ma torniamo alle parole belle, e anche poetiche, di Alfredo seminarista, che rivelano tutta la sua generosità e il suo zelo apostolico. Io vi vedo abbozzato tutto un programma di vita missionaria. Un programma da lui sognato e, quel che più conta, fedelmente attuato durante i 28 anni di lavoro evangelico instancabile in terra birmana: mente vulcanica, intraprendente, sempre in movimento, divorato dalla sete della salvezza delle anime.

Apostolato della parola e delle opere, della preghiera e dell’esempio, e anche della penna.  Dagli scritti del Servo di Dio traspare infatti il suo talento di scrittore, di poeta, perfino di autore di scritti teatrali, talento che egli mette con entusiasmo a servizio del Vangelo fin dagli anni della formazione e poi in tutta la sua vita sacerdotale e missionaria. Un apostolato che egli – lo dice espressamente – desidera suggellare con il martirio. L’ideale della missione, dunque, è da lui associato a quello del martirio, considerato come un “dono”, una “grazia”, il coronamento di una vita donata.

Che coraggio ci vuole in questo, sorelle e fratelli miei! Non c’è dubbio che può coltivare il desiderio del martirio solo colui o colei che ha una fede granitica e un amore ardente, appassionato a Cristo.

C’è da notare che l’ideale del martirio era abbastanza comune una volta tra i missionari. Basti dire che, nel libretto di preghiere per i membri del PIME, ce n’è una intitolata: Offerta della vita per le Missioni, che certamente il Nostro recitava. Fu composta dal nostro primo martire, il Beato Giovanni Mazzucconi, trucidato per la fede in Oceania nel 1855. La preghiera contiene questa espressione significativa: “Beato quel giorno in cui mi sarà dato di soffrire molto per una causa così santa e umana, ma più beato quello in cui fossi trovato degno di spargere per essa il mio sangue e di incontrare fra i tormenti la morte”[1].

Qualcuno potrebbe dire: “ma questo è masochismo!”. Io direi di no. Il missionario prende solo sul serio la parola di Gesù: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Il discepolo che ama appassionatamente Gesù e il gregge che gli è stato affidato, è disposto anche a versare il sangue, se necessario, per il Vangelo e i fratelli.

Nella storia del nostro Istituto, dal 1850 a oggi, noi abbiamo avuto 19 martiri, di cui ben 5 in Birmania. L’ultimo martire (almeno finora!), p. Fausto Tentorio, è stato martirizzato nelle Filippine nel 2011, per aver difeso i diritti dei tribali. Solo alcuni di questi 19 martiri – un santo (sant’Alberico Crescitelli) e due beati (Giovanni Mazzucconi e Mario Vergara) – hanno per ora raggiunto, come si dice, “la gloria degli altari”, ma la meriterebbero tutti. Il prossimo a essere beatificato speriamo sia proprio il nostro Servo di Dio. Preghiamo per questa intenzione.

Come Gesù, p. Alfredo ha amato le sue pecorelle in modo gratuito, incondizionato, totale, fino a dare la vita per loro. Possiamo dire in tutta verità, secondo la famosa espressione di papa Francesco, che il “pastore” Cremonesi aveva l’odore delle pecore. Egli poteva tranquillamente applicare a sé le parole di san Paolo: “Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero... Mi sono fatto debole per i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (1 Cor 9, 19.22).

Pur cosciente dei rischi, il Servo di Dio, ritornato alla fine alla sua antica missione di Donokù (i birmani la chiamano Kyaukpon), ha voluto rimanere con i suoi cariani sino alla fine, condividendone le pene, le gioie e le speranze. Fino a quel 7 febbraio 1953, quando è stato crivellato di pallottole dai soldati governativi, “in odium fidei” e per aver difeso il capo villaggio, ottimo cristiano, dalla falsa accusa di essere connivente con i ribelli.

Nel brano evangelico che abbiamo ascoltato, Gesù avverte i suoi discepoli, all’atto di mandarli in missione: “Ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi…” (Lc 10,3). Si sa che gli agnelli corrono sempre il rischio di essere sbranati dai lupi. E tuttavia, è questa la potenza misteriosa del Vangelo di Cristo: quando penetra in profondità nel cuore degli uomini, a poco a poco può giungere a convertire anche le belve in agnelli. Fuori di metafora: il Vangelo vissuto può trasformare la società basata sulla violenza e la sopraffazione in una società umana, giusta, solidale, fraterna. È questa la speranza che p. Alfredo, uomo di dialogo, di pace e di riconciliazione, ha sempre coltivato nel proprio cuore nello svolgimento della sua missione.

Continuando la riflessione sul brano evangelico di oggi, fermiamo un momento la nostra attenzione su quell’altra parola di Gesù rivolta ai discepoli: “Non portate borsa, né sacca, né sandali”. Se gli evangelizzatori dovessero prendere alla lettera questo comando di Gesù, sarebbero tutti in difetto, eccetto, forse, quei primi 72 discepoli che furono inviati da Gesù in missione solo con quello che avevano addosso. Comunque, il senso è abbastanza chiaro: Gesù esige dai discepoli-missionari la povertà, il cuore libero da ogni tipo di attaccamento disordinato alle cose, ai beni materiali, il non fare affidamento sul denaro per la diffusione del Vangelo. Un altro nostro Beato, p. Paolo Manna, che era stato anche lui missionario in Birmania, da superiore generale, avvertiva i suoi missionari: “Il Vangelo non farà molta strada appoggiato alle grucce del denaro!”[2]. Una affermazione eloquente, la cui verità ha trovato sempre conferma nella storia della Chiesa lungo il corso dei secoli.

La povertà: ecco il consiglio evangelico che il nostro padre Alfredo ha vissuto con radicalismo impressionante, un po’ per scelta personale, un po’ perché gli aiuti materiali a quei tempi, in quella tribolata terra d’Oriente, tardavano ad arrivare o arrivavano proprio “col contagocce”. Povertà e spirito di sacrificio a tutta prova. E così… il missionario “tirava la cinghia”, come si suol dire, con una alimentazione veramente spartana (il più delle volte: riso bollito con sale, peperoncino piccante ed erbe amare bollite). Ovviamente l’organismo, maltrattato e indebolito dalla denutrizione, finiva con l’essere maggiormente esposto alle malattie, in particolare alle febbri malariche, che infatti attaccavano p. Alfredo a scadenze ravvicinate. Eppure lui non si deprimeva, anche se ogni tanto sfogava con i parenti e gli amici le proprie amarezze, come è umano.

Io vi confesso che nei miei trent’anni di vita missionaria in Guinea-Bissau, Africa occidentale, non ho sofferto neppure un terzo degli stenti, delle privazioni e delle tribolazioni di p. Alfredo, eccetto gli attacchi di malaria, che anche per me, come per lui, erano abbastanza frequenti e fastidiosi.

Il Nostro ha perseverato con tenacia, nonostante tutto, nei suoi viaggi apostolici, quasi sempre a piedi – non poteva permettersi il “lusso” di un cavallo – assoggettandosi a strapazzi e fatiche di ogni genere. Certo, non si vergognava di stendere la mano a parenti e amici, avendo tanti bisogni da soddisfare, in particolare durante gli anni terribili della seconda guerra mondiale e poi, dopo l’indipendenza, durante la guerra civile tra i birmani al governo e le etnie minoritarie. E non mancavano le anime generose che rispondevano ai suoi appelli. Purtroppo, come dicevamo, gli aiuti erano sempre inadeguati alle necessità, con tante bocche da sfamare, quelle degli orfani e della gente povera, catechisti da mantenere, chiese, case per missionari e suore da costruire, ecc.

Ci domandiamo: chi o che cosa gli dava la forza per affrontare un simile stile di vita al limite della resistenza umana? Per la risposta, basta leggere le sue lettere e le testimonianze dei confratelli. P. Alfredo era un uomo che coltivava una profonda vita interiore, con un amore ardente all’Eucaristia, alla Parola di Dio, alla Madonna, a santa Teresa del Bambino Gesù, Patrona delle Missioni. All’intercessione della Santa di Lisieux attribuiva la guarigione dal linfatismo che lo aveva colpito durante gli anni di liceo. In particolare il Nostro attingeva luce e forza dalla fedeltà quotidiana alla sua ora di adorazione notturna, dalla mezzanotte all’una e talvolta anche oltre.

Certo anche a lui, povera creatura umana, non mancavano le tentazioni di scoraggiamento, come quella volta che scriveva: “Vi dico il vero che molte volte mi son sorpreso a piangere come un bambino al pensiero di tanto bene da fare e alla mia assoluta miseria, e non una sola volta, schiacciato sotto il peso dello scoraggiamento, ho chiesto al Signore che era meglio che mi facesse morire, piuttosto che essere un operaio così forzatamente inattivo dinanzi alla messe biondeggiante” (lettera ai familiari, 24 novembre 1933). Ma tutto egli superava con la sua fede granitica e il suo filiale abbandono nelle mani del Signore e della Vergine Maria, Regina degli Apostoli, patrona del nostro Istituto fin dagli inizi.

Penso che p. Alfredo non abbia mai cambiato idea riguardo a quanto scriveva nel primo anno di missione (1926): “Se nascessi mille volte, mille volte tornerei in missione!”.

Forse ho già abusato della vostra pazienza. Mi piace concludere con le parole del vostro vescovo di quel tempo, mons. Giuseppe Piazzi, nella comunicazione che egli diede alla diocesi sul settimanale “Il Nuovo Torrazzo” il 14 febbraio 1953, a pochi giorni dal sacrificio del Servo di Dio:

“Il suo martirio risvegli la nostra neghittosità nel servizio del Signore e ci insegni che è glorioso dare per il nostro Dio anche la vita. E ravvivi nel nostro popolo la fiamma missionaria: chi sarà quel generoso che vorrà prenderne il posto? Per il sangue di padre Cremonesi Dio ci benedica tutti”.

Parole stupende! Siamo invitati a scolpirle nel nostro cuore.

P. Giovanni Musi

Postulatore Generale del PIME


[1] Pregare per essere apostoli, PIME Roma 1960, p. 59.   

[2] Paolo Manna, Virtù apostoliche, EMI Bologna 1997, p. 170. 

 

 

SCHEGGE DI BENGALA

Il Blog di P. Franco Cagnasso

LETTERA DALLA MISSIONE

Il Blog di P. Silvano Zoccarato

Vai all'inizio della pagina