(18 aprile 1918 - 24 maggio 1950)

 «Suona la sirena, la nave si stacca dalla banchina trainata da due rimorchiatori. Ci riuniamo sul ponte, si prende la fisarmonica e si canta, si canta con tutte le nostre forze, con tutto l'animo: cantiamo inni alla Vergine, innalziamo preghiere alla Madonna del cielo perché ci aiuti a fare generosamente l'ultimo distacco; perché benedica quelli che lasciamo, benedica tutti coloro che in quel momento sono uniti a noi con lo spirito della preghiera. Genova si allontana piano piano. Genova, la superba Genova, ci sfugge. Le sue luci, da principio tanto belle e vivaci, svaniscono lentamente: le stelle e la luna fanno da coro al nostro canto che sempre più si dilegua. La voce tormentata da una forte corrente d'aria si affievolisce, finché muore nella tristezza della notte. Muore nella solitudine dello spazio infinito, muore sulle onde del mare tagliato dalla nostra nave che, con il suo monotono rumore, fa eco alla nostra voce. E la nave da sola continua il canto, lasciando dietro di sé una lunga scia a guisa di corda che ci unisce ancora alla patria.

La stanchezza, il fresco, la tristezza conciliano il riposo. Tutti lasciano il ponte e si ritirano. Rimango solo, appoggiato alla ringhiera, osservando con uno sguardo quasi smarrito quella scia e quei lontani lumicini. Sono le 22. Prego e penso, penso e prego, per tutti. La tristezza mi invade l'animo, prendo la corona e passeggiando recito il rosario. La mia fantasia mi porta nella casa paterna, rivivo la preghiera familiare quando ogni sera, tutti riuniti presso il quadro dell'Addolorata, recitavamo, sotto l'invito paterno, la preghiera mariana. E' martedì, giorno dell'incontro degli aspiranti: mi sembra di trovarmi nella sala delle adunanze e vedo davanti a me tutti quei vivaci ragazzi, mi sembra che rispondano, come sempre, al rosario. Terminata la preghiera, termina anche il sogno, torno alla realtà: mi trovo sulla nave che fende le onde e là, dietro l'orizzonte Genova scompare».

E' p. Pietro Galastri che scrive una delle prime pagine del suo diario di viaggio. Sta lasciando l'Italia sul piroscafo Taurinia, diretto in Birmania, il 23 marzo 1948. Alto, rigido, severo; lineamenti marcati, volto scuro; occhi grandi, penetranti, vivaci; pizzo nero e folto sulla faccia lunga e austera; crocifisso sul petto. Ma nonostante l'apparenza burbera e controllata, nel suo cuore si agitano forti passioni e grandi ideali. Ha trent'anni e finalmente, missionario da cinque, dopo una forzata attesa, può partire verso quel futuro da tempo sospirato.

Nato, infatti, il 18 aprile 1918, all'età di tredici anni comunica al rettore del Seminario missionario di Agazzi il desiderio di "farsi prete". Già suo cugino Cesare Mencattini è nel seminario e Pietro, che spesso va a trovarlo, nutre lo stesso sogno. Così, da Partina, piccolo villaggio arroccato sui monti di Camaldoli, Pietro Galastri va ad Agazzi (Arezzo), lasciando i suoi genitori e i suoi otto fratelli, i fitti boschi di faggi e abeti, la verde vallata, la quiete del monastero e dell'eremo di Camaldoli.

Ad Agazzi, paesino isolato in aperta campagna, a quattro/cinque chilometri da Arezzo, prima della seconda guerra mondiale c'era un piccolo seminario per le Missioni Estere, dove gli aspiranti missionari frequentavano il ginnasio inferiore. Il primo anno di questa nuova vita non è facile per Pietro. Abituato a una vita indipendente, svariata, fra scuola, occupazioni domestiche, giochi e passatempi all'aperto, accusa il brusco cambiamento: la disciplina è severa, il regolamento rigido, duro, monotono. Presto vi si adatta, ma dopo la prima ginnasio, viene trasferito in altri seminari dell'istituto, prima a Ducenta e poi ad Aversa, in provincia di Caserta. E così, oltre alla disciplina, deve affrontare la prima, vera lontananza dalla famiglia. Agazzi era a due passi da casa, per cui era facile per i familiari andare ad Arezzo a trovarlo, ora la distanza è maggiore. Si abitua così, lentamente, al distacco da tutto e da tutti. Questa separazione, però, non diminuisce l'affetto per i suoi familiari, tanto che, appena possono, i fratelli lo vanno a trovare.

Neppure l'entusiasmo per la scelta fatta diminuisce, anzi si delinea ulteriormente, si rafforza e si arricchisce. Di ritorno dalla guerra in Africa Orientale, per esempio, suo fratello Luigi passa da Ducenta, dove Pietro sta frequentando il sesto anno di seminario: «Mi volle trattenere più del solito - scrive il fratello - per farmi domande sulla vita degli "indigeni". Voleva conoscere quello che sta dall'altra parte della nostra Chiesa. Le sue domande erano cariche di ansia e di entusiasmo. Sognava di essere presto a contatto con quelle creature diverse da noi, che io brutalmente avevo combattuto. Egli desiderava abbracciarle e portarle al Signore. Le sue parole, diceva, sarebbero state più efficaci delle mie a suon di fucilate, perché frutto dell'amore e della convinzione!».

Nell'autunno del 1937, finita la quinta ginnasio, Pietro è trasferito da Aversa a Monza dove frequenta la prima liceo. Oltre a dover affrontare le fatiche della scuola, bisogna fare i conti con l'inizio della seconda guerra mondiale, con i bombardamenti inglesi. Il pericolo diventa sempre più insostenibile, cosicché nel 1943 i corsi teologici vengono trasferiti a Villa Grugana, in Brianza, dove Galastri può continuare i suoi studi e, il 18 dicembre 1943, diventare sacerdote. Ormai è pronto per essere inviato in missione, ma la guerra divampa ancora e le frontiere sono chiuse. A lui e ai suoi confratelli non resta che aspettare. Frattanto, però, viene data loro la possibilità di esercitare il ministero nelle parrocchie lombarde. Il lavoro in parrocchia si rivela proficuo da più punti di vista: essi maturano esperienze utili per le loro future missioni e nel contempo offrono un aiuto provvidenziale alla diocesi. Infatti molti giovani sacerdoti diocesani sono partiti per il fronte come cappellani di guerra, lasciando i parroci soli nella gestione delle diverse parrocchie. Così, il 9 settembre 1944, p. Galastri viene inviato come coadiutore a Groppello, nel comune di Cassano d'Adda, in provincia di Milano. Giovane, attivo, intraprendente e ricco d'entusiasmo, si butta nell'apostolato con tutte le sue energie. Si dedica in modo particolare ai giovani, escogitando attività attraenti e nello stesso tempo educative: compagnie teatrali che riscuotono successo anche nei paesi vicini, gite indimenticabili, momenti di intensa gioia e comunione, rallegrati dall'arrivo nel paese della prima macchina del cinema. Vive intensamente la vita della parrocchia e dei parrocchiani, assiste le orfane della Piccola Opera Tognoli, rimette in uso una vecchia macchina per maglieria e trova una ragazza che insegna loro a usarla.

La notizia che presto sarebbe partito per la missione gli è comunicata alla fine del 1947. Inutili sono le insistenti pressioni dei groppellesi perché "padre barba" rinunci alla partenza e resti con loro. Il 23 marzo 1948 si imbarca per la Birmania. Dopo un mese e mezzo circa, il 4 maggio, la nave raggiunge Calcutta e ripartirà per Rangoon solo il 12, mentre il passaporto scade il 9: occorre prendere l'aereo per anticipare i tempi. La mattina dell'8 maggio, parte per Toungoo in treno: sedili alla birmana, bisogna incrociare le gambe e sedere sui talloni; le stazioni ferroviarie sono capanne sulle palafitte; solo le pagode, che qui trionfano, sono in mattoni. A Toungoo li aspetta il vescovo Alfredo Lanfranconi. Dopo un bel Te Deum nella cattedrale di legno, comincia la nostra vita missionaria.

Nei primi mesi la più grande penitenza per p. Pietro è di non poter parlare con i ragazzi: l'urgenza più pressante è lo studio delle lingue locali. Intanto il vescovo nota in p. Galastri un lavoratore ingegnoso e infaticabile: può essere prezioso nel distretto di p. Vergara a Prèthole, dove tutto è ancora da fare e in più lì può esercitarsi a parlare con la gente. Gli viene dunque assegnato il posto più difficile e lontano.

«Un colpo di gioia inondò il mio volto. Si parte per la destinazione!», in treno e in camion, a cavallo e a piedi. Eppure tutti questi disagi non sono nulla in confronto alle condizioni di anarchia e di disordine nelle quali si trova la Birmania. Il governo è debole, le forze contrarie ne approfittano per combatterlo. Dalla Cina penetrano i guerriglieri comunisti: assaltano villaggi, incendiano paesi, rubano, distruggono, uccidono. A questi si aggiungono i protestanti battisti, che odiano e combattono i cattolici. Il popolo, che non si sente più sicuro, teme i ribelli ed è difficile in queste condizioni lavorare, arare i campi e piantare il riso. Arrivano notizie di villaggi bruciati, abitanti sterminati, raccolti distrutti. I pochi soldati governativi sembrano impotenti. Anche il lavoro missionario diventa impossibile: linee ferroviarie fatte saltare, servizio di camion interrotto dai guerriglieri nascosti nelle foreste e lungo le strade. Non c'è angolo di questo grande paese che non sia insicuro. Intanto, proprio nel giorno in cui arriva p. Galastri, il governo stabilisce di non accogliere più missionari stranieri sul suo territorio: «Sono arrivato in tempo! - scrive - Ancora una settimana di ritardo e non sarei più potuto entrare in Birmania: i missionari che ci sono, restano; i nuovi non saranno accettati».

Ed è in questa situazione, a Taruddà, un villaggio cattolico sperduto nella foresta, tra "baracche sgangherate", che p. Pietro svolge le sue attività insieme a p. Vergara: «Roba da matti! Ma ormai ci sono e devo ballare! E... balliamo, a gloria di Dio!».

Nei due anni di vita in Birmania, svolge un lavoro enorme: costruisce edifici in legno e muratura, attrezza locali per la catechesi e altre attività pastorali, senza trascurare l'apostolato, il catechismo, la predicazione. Con p. Mario cura l'istruzione dei ragazzi, provvede il cibo per gli orfani, e, costruita una piccola chiesa in legno a Taruddà, si trasferisce con il confratello a Shadow: ci sono da costruire e curare la residenza, la scuola, la chiesa, l'orfanotrofio e il dispensario.

Presto però cominciano i guai. Quando Loikaw viene occupata dai ribelli, p. Pietro scrive: «Qui a Shadow siamo isolati dal nostro centro di rifornimento, Loikaw, perché nessuno ci vuole andare. Perciò adottiamo restrizioni su tutto. Pregate per me che, non possedendo bene la lingua, soffro più di tutti». Dal luglio 1949 le comunicazioni si fanno sempre più difficili. In Italia invano si aspettano sue notizie: p. Galastri è isolato a Shadow, dove sta curando la costruzione della chiesa e della scuola. Il vescovo e p. Vergara, da Loikaw, assicurano che p. Pietro sta bene, ma c'è la "cortina di ferro" e non si può spostare. Finalmente in settembre riesce a raggiungere i suoi confratelli: «La vita è difficile - scrive rispondendo alle lettere inviate dall'Italia - ma in nome di Dio si tira avanti! Come passo il tempo? Ecco: lavoro, delusioni, privazioni... Si lotta con le labbra fra i denti e lo sguardo in alto. Mi avete creduto morto e sepolto?! Invece sono ancora vivo, anzi sano, sanissimo, robusto e forte! Piuttosto p. Vergara soffre della sua malaria cronica. Che il Signore me lo conservi! Lavorare di giorno, vegliare di notte, non importa. Ma restare soli! Questo no, no! Anch'io ne ho passate delle belle, ma sempre bene, con fortezza e coraggio! Tutta grazia di Dio, ottenuta dalle vostre preghiere. E sono contento, anche quando il cuore sanguina! Non mi è mai venuta la tentazione di pentirmi di essere venuto qui! Oh, miei cari, in mezzo ai dolori, alle tribolazioni e privazioni di ogni genere, ci si sente sempre contenti, gioiosi. Se c'è un momento di oppressione, subito con uno sguardo in alto, ci sentiamo forti e decisi a tutto!».

Con il passare del tempo la guerriglia si intensifica. Un giorno una banda armata fa irruzione nella capanna di p. Galastri, mentre sta pregando. Con lui ci sono i suoi ragazzi. Questi banditi lo accusano di detenzione di armi e di essere una spia dell'esercito regolare. La perquisizione dà esito negativo, ma lo prelevano ugualmente e lo costringono a camminare verso la foresta con le mani sulla nuca minacciando di giustiziarlo. E' solo un avvertimento, un primo avviso di quello che sarebbe poi accaduto. Egli stesso dà notizie di queste cose, scrivendo che «Dio ha così disposto per il bene della missione».

Con una fede grande sfida la morte che lo sfiora ogni giorno. E quando anche il posto più avanzato di Prèthole cade in mano ai ribelli, p. Pietro, che è un uomo quieto e pacifico ma sempre vicino al suo confratello, ne condivide la sorte. E' il 25 maggio 1950.

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