(10 dicembre 1946 - 11 aprile 1985)

«Sono un giovane di Mantova prossimo ai trentadue anni, che intende entrare a far parte del PIME per un servizio disinteressato alla Chiesa come sacerdote. Premetto che ho alle spalle un'esperienza di seminario diocesano, dove ho trascorso volentieri gli anni della mia giovinezza, fino a un anno e mezzo dal sacerdozio. Nel 1970 ho interrotto il mio cammino per intraprendere una vita diversa... I miei superiori mi sconsigliarono, ma io ho voluto fare di testa mia, così ho cercato, in mezzo a tante difficoltà, di inserirmi nel mondo».

Questo è solo uno stralcio della lunga lettera che nel 1978 Tullio Favali indirizza al superiore del Pime, esprimendo il desiderio, ormai più che fondato, di diventare prete e missionario. Entrato, infatti, nel seminario della diocesi di Mantova a undici anni, Tullio ne esce, alla vigilia del sacerdozio, per trascorrere otto anni fra lavoro e studio. Ripercorriamo la sua storia.

Anni settanta: epoca del post-Concilio e dei postumi della contestazione sessantottina. Molti giovani, in seminario fin da ragazzi, sentono la necessità di chiarire l'identità del prete e Tullio è fra questi. Sente il bisogno di: «una verifica del problema affettivo, di una ricerca di indipendenza e di vita autonoma al di fuori di un ambiente protettivo e poi l'esigenza di concretezza e di azione, l'insofferenza per un lavoro strettamente intellettuale, il bisogno di solidarietà con gli ultimi nel condividere la durezza della vita, la paura di incarnare la figura del prete, conscio dei miei limiti, il sentirmi disarmato di fronte a un mondo potente che travolge, non possedere cuor di leone capace di imporsi sugli altri».

Così lotta con il Signore per tanti anni. Non vuole fare il prete non perché non senta questa chiamata, ma per le difficoltà che avverte: teme la solitudine in una canonica di paesini indifferenti, cerca un contatto con la vita quotidiana e con la gente che sia più vero e spontaneo, vuole provare a lavorare, sente il desiderio della paternità. Nel 1970, dunque, torna a casa. Non rompe però con la fede, anzi, si assume l'incarico di condurre il gruppo liturgico della parrocchia, insegna i canti e il catechismo ai bambini, frequenta l'Azione Cattolica ed entra a far parte del gruppo giovanile.

Ben presto, però, parte per il militare, prima a Palermo e poi a Torino. Potrebbe svolgere il servizio di leva come sottoufficiale, avendo così la possibilità di guadagnare qualcosa per la sua famiglia bisognosa, ma chiede di essere arruolato come soldato semplice, per non avere privilegi. Un atteggiamento che sarà la costante della sua vita. Dopo il congedo, trova lavoro, come impiegato, in un maglificio, ma non dura a lungo. Soffre per le ingiustizie e gli atteggiamenti dispotici del padrone, non sa come reagire e preferisce cambiare lavoro. E' il primo di molti spostamenti: dapprima lavora in una latteria, poi come saldatore, ma resta ugualmente deluso perché vede i compagni, strumentalizzati politicamente, che si gettano in una lotta dura e spesso ingiustificata. Per un'estate fa anche il cameriere sul lago di Como.

Intanto, in paese, la gente chiacchiera, dice che è instabile di carattere, che non si può fare affidamento su di lui. La mamma, vedova da parecchio tempo, vorrebbe che questo figlio trovasse, finalmente, un posto sicuro, sposasse una brava ragazza, mettesse su famiglia. In fondo è un ragazzo come tanti altri, forse un po' più idealista, più assetato di Dio, che ricerca senza tregua, con tormento. Sicuramente ama i vecchi e i bambini, si ferma a parlare con tutti, anche con i giovani del bar che non frequentano la chiesa, ma che sa accogliere senza pregiudizi. Gli sarebbe, forse, piaciuto essere uno zingaro, per incontrare persone di tutti i paesi del mondo, portandosi appresso, sul carrozzone, tutti coloro che ama.

Intanto, ancora più prepotente, la vocazione del sacerdozio, che ha cercato di assopire, torna alla luce. Assume però un taglio più definito, maturato negli anni di impegno in parrocchia, nei lunghi colloqui con gli amici: la missione "ad gentes". Tullio decide, nel frattempo, di lasciare il lavoro in fabbrica; rimane per qualche tempo disoccupato, poi vince il concorso per un impiego pubblico nel comune di Sustinente, il suo paese. Ha conseguito anche il diploma di geometra, conquistato con fatica, ma con buoni risultati, alla scuola serale. La mamma ora è contenta, però Tullio non si siederà mai dietro una scrivania in municipio. Da troppo tempo sta giocando a rimpiattino con il Signore: «In tutto questo tempo - scrive Tullio - ho trascurato un po' la mia vita spirituale, volendo svestirmi del mio habitus clericale. Così facendo mi sono svuotato a poco a poco, perdendo la mia identità. Non potevo però sbarazzarmi di ciò che costituiva la sostanza della mia vita». Ormai sicuro della sua vocazione sacerdotale e missionaria, torna al seminario di Mantova a parlare con il rettore.

Contemporaneamente si mette in contatto con il Pime che ha conosciuto, ancora in seminario, attraverso le sue riviste e si reca a Busto Arsizio (Va), dove l'Istituto ha una casa di formazione e di verifica vocazionale. Questa sua decisione lascia tutti allibiti. Ma Tullio è finalmente sereno: ha davanti, chiara, senza ombre, la sua scelta. Non ha più dubbi, più indugi. Se ne accorgono anche gli amici: «Era completamente cambiato - è il commento di tutti - avevamo davanti un uomo, e un uomo vero». Quello che più colpisce è la sua pace interiore, frutto di una profonda maturità.

Il 1° ottobre 1978 entra nel seminario del Pime di Monza, riprendendo da capo, per sua volontà, gli studi teologici, perché è passato troppo tempo da quelli precedenti. E' una bella prova di umiltà e disponibilità: a trentadue anni torna sui banchi di scuola, per ripetere quei corsi che aveva già quasi terminato otto anni prima. E il 6 giugno 1981 diventa sacerdote missionario. Viene subito destinato alla nuova missione che il Pime ha aperto in Papua Nuova Guinea. E' entusiasta di questa destinazione, contento di essere uno dei primi missionari in una missione nuova.

Nell'ottobre dello stesso anno va negli Stati Uniti per studiare l'inglese e vi rimane fino all'estate dell'anno seguente. Tornato in Italia, apprende che ci sono difficoltà per andare in Papua e, nell'attesa, si stabilisce a Sotto il Monte (Bg), nel seminario minore del Pime. Vi rimane un anno: i confratelli lo ricordano semplice e umile, disponibile a tutto, riservato, ma continuamente desideroso di incontri autentici con la gente. Va volentieri in montagna e spesso sale sul vicino monte Canto, a trovare un vecchio eremita che vive solo, lassù, da anni: gli porta formaggio, pane e una bottiglia di vino.

Alla fine, stanco di aspettare una partenza che sembra non arrivare mai, prega i superiori di cambiargli destinazione. Dichiara la sua disponibilità a partire per qualsiasi missione, tranne gli Stati Uniti che l'hanno colpito per le dimensioni gigantesche: «Grande il paese, grandi le città - scrive alla sua amica Letizia - e anche la gente, che sembra aver assimilato questo gigantismo, fa tutto in grande». Tullio, invece, vuole una missione fra la gente comune, con la quale si può parlare con semplicità, come ai suoi compaesani di Mantova. Sogna, una missione rurale, i campi, le foreste, il contatto con la natura e i contadini, umili lavoratori della terra. Le difficoltà e le sofferenze non lo spaventano.

Viene destinato alle Filippine, dove i missionari del Pime lavorano nei posti più isolati e poveri dell'isola di Mindanao, la meno evangelizzata e con una forte presenza di musulmani e tribali animisti. Il 12 giugno p. Tullio arriva a Tulunan, cittadina definita «capitale del terrore, in quanto alla "guerra per le terre" e alla guerriglia comunista, si aggiungono torture e cannibalismo». E' qui che Favali è chiamato a far missione, unendosi a p. Peter Geremia: «La zona in cui operiamo è pianeggiante, coltivata a riso, si estende per un raggio di dieci chilometri, fino a raggiungere le colline circostanti, coltivate a granoturco e canna da zucchero. Il terreno appartiene a piccoli agricoltori che riescono a sopravvivere senza grossi introiti da spartire. La gente è prevalentemente impegnata nella campagna. I sistemi di produzione sono rudimentali: non ci sono trattori né macchinari. Sulle colline manca l'irrigazione, per cui il raccolto è condizionato dal tempo. Le strade sono percorribili con la moto. La canonica è in legno, fornita di corrente elettrica, che funziona solo di giorno. Così, la sera, quando ce n'è bisogno, usiamo le lanterne».

L'inserimento è difficile soprattutto per la situazione delle Filippine, e in particolare dell'isola di Mindanao: «segnata da crisi economica, forte tensione politica fra opposizione e classe al potere, malcontento generale per il sistema dittatoriale, paura diffusa nella gente comune dovuta alle ispezioni militari a domicilio, con conseguenti arresti di persone sospettate di appartenere ai ribelli o di parteggiare per essi; imprigionamenti, deportazioni e frequenti casi di uccisioni dopo l'arresto, senza previo processo; incolumità dei militari giustizieri, che compiono soprusi con la protezione governativa, a dispetto della legge civile e dei più elementari diritti umani. La Chiesa si fa solidale con tutti questi casi pietosi ed alza la voce di protesta, in difesa degli oppressi. Spesso i poveri e gli indifesi trovano unico appoggio e sostegno nella Chiesa, che si muove tra molte difficoltà e con poco risultato, dovendo affrontare un potere troppo forte e corrotto. Siamo dunque un segno di speranza e promotori della giustizia... C'è bisogno di un risanamento generale, che richiede molto tempo, attraverso un'educazione ai valori umani, ai diritti fondamentali dell'uomo, alla giustizia. Senz'altro questo è uno dei nostri intenti, come preti».

Tullio scopre, così, il suo ruolo di sacerdote; lui, che si è interrogato e tormentato per anni, riscopre il valore della presenza fondamentale del missionario, per la crescita del popolo di Dio: «Le zone assegnate al Pime sono povere, prevalentemente rurali, isolate per la difficoltà dei mezzi di trasporto e di comunicazione. Il nostro lavoro pastorale si svolge tra la gente di condizioni più umili e il nostro stile di vita tende a uniformarsi allo stile semplice ed essenziale della gente comune. Per un occidentale ciò costituisce una forte testimonianza evangelica che sarà preziosa per gli stessi filippini... come scelta di vita e non semplicemente condizione sofferta e subita. Mi accorgo che il prete gioca un ruolo importante e che la gente si aspetta molto da lui. E' una persona a cui fanno riferimento per ogni bisogno e necessità. Auguro a me stesso di potermi sentire sempre più partecipe e coinvolto nel cammino di questo popolo duramente provato dalla sofferenza. Ringrazio tutte le persone che il Signore mi ha messo a fianco e che mi aiutano nel mio inserimento».

Oltre che con la difficile situazione socio-politica, p. Tullio si deve scontrare anche con le difficoltà di lingua e di mentalità: «Sto abituandomi al ritmo della vita filippina, - scrive in una lettera del 17 dicembre 1984 - che spesso mette a dura prova la mia pazienza. Gli orari non vengono rispettati, le attività non cominciano mai all'ora stabilita. Non c'è la minima ansia per il tempo che scorre. Può darsi che la lentezza dei tempi filippini dipenda dal caldo o dall'insufficiente alimentazione, dalla mancanza di stimoli o dall'isolamento in cui vivono. Mi riferisco al mio ambiente prevalentemente rurale, povero e sottosviluppato. Essendo io un tipo sbrigativo, devo continuamente rivedere la mia disponibilità. Quando conversi con loro fanno lunghi discorsi prima di arrivare al nocciolo della questione. Capire quello che pensano su certi argomenti è alquanto complicato. Certe zone della loro vita rimangono a noi nascoste... Difficilmente si espongono per manifestare la loro opinione. Mi trovo in una fase di stordimento generale, dovuto all'impatto con una realtà nuda e cruda e con un mondo che non possiedo ancora, ma che sto appena sfiorando».

Ciò che più lo tormenta è vedere la malnutrizione dei bambini che gli corrono incontro, quando arriva nei villaggi, chiamandolo "padre". Gli ricordano, continuamente, che troppi muoiono senza aver vissuto: «La prima volta che ho fatto il funerale ad un bambino di pochi mesi, mi sono "immagonato" e a fatica ho terminato la messa, dalla commozione». Con il tempo, la riflessione sulla morte diventa più profonda: «Non dico di averci fatto il callo, ma l'accettazione della morte, così di casa fra i filippini, diventa meno drammatica che da noi: un evento normale, parte della vicenda umana, di cui bisogna essere coscienti e a cui bisogna prepararsi. La vita e la morte si intrecciano, come esperienza quotidiana e ci danno una concezione più realistica e più vera di noi esseri mortali. Ci ridimensiona dalle nostre pretese e dalle nostre vanaglorie e ci educa al senso del limite e della gratuità. La nostra vita è un dono, che ci è dato da amministrare, ma non da possedere».

E in una delle ultime lettere all'amico p. Gilberto Orioli, il 27 marzo 1985, Tullio scrive: «... non mi resta che immergermi in questo mondo e camminare a fianco di questa gente, nella comunione fraterna e condivisione. Il lavoro è tanto e il compito affidatoci è grande: però non siamo soli, un Altro ci sorregge e viene incontro alla nostra debolezza. Coraggio, dunque. Diciamocelo reciprocamente».

La situazione, intanto, è sempre più difficile. Fin dal suo arrivo nell'isola di Mindanao, p. Favali s'accorge della tensione che la gente vive e si chiede fin quando potrà sopportare con rassegnazione: «La pazienza ha un limite e la reazione che ne verrà, quando il popolo prenderà coscienza dei propri diritti, non si può prevedere. La situazione è critica. Tutto urge un cambiamento. Ma in quale direzione, in che modo? Chi auspica un cambiamento radicale, attraverso la rivoluzione armata, con innegabile spargimento di sangue, a un prezzo troppo alto di vite umane. Chi vorrebbe un cambiamento graduale, attraverso vie costituzionali e diplomatiche in un modo meno violento e più pacifico. Il futuro è incerto. Speriamo che tutto avvenga rispettando i ritmi di crescita della gente. Dio ci aiuti e ci benedica».

Intanto, però, la gente di Tulunan vive nel terrore. Tutto è iniziato con la "guerra per il possesso delle terre" nel 1972, guerra feroce, crudele, che ha spopolato la regione. Nel 1980 non ci sono più case, tutte distrutte, bruciate. Proprio in questo periodo avviene la fondazione degli Ilaga, che rendono Tulunan la zona più pericolosa della diocesi di Kidapawan. Gli Ilaga si armano contro i musulmani che uccidono i cristiani come topi (da qui la scelta del nome, che significa, appunto, "topo"). Inizialmente difendono i villaggi e le terre dei cristiani, ma poi alcuni gruppi cominciano a commettere atrocità e torture; per farsi credere coraggiosi e invincibili compiono anche atti di cannibalismo. Questi gruppi diventano sempre più incontrollabili, soprattutto quando l'esercito li rende forze civili integrate (ICHDF) per difendere la popolazione non più dai musulmani, ma dalla guerriglia comunista. Questa gente, armata e protetta dall'esercito stesso, continua a spadroneggiare, ma, dato che i guerriglieri comunisti non sono facili da prendere perché si rifugiano sui monti e nelle foreste, cominciano ad attaccare i "sospetti di comunismo", cioè preti, suore e cattolici impegnati, che hanno sempre difeso i poveri e in passato anche i musulmani, quando erano vittime di ingiustizie.

L'atmosfera, quindi, è carica di odio, di violenza, ci vuol poco perché succedano tragedie. A Tulunan il clan dei fratelli Manero, ex Ilaga, che decidono il buono e il cattivo tempo nella zona, minaccia i "preti comunisti", parla di "italiani da uccidere". L'esercito si serve di questi individui per i lavori più sporchi: intimidazioni, torture e soprattutto esecuzioni sommarie e spartizione degli avversari politici. I missionari e i cristiani vivono in questa quotidiana paura, ma la fede permette loro di andare avanti, nonostante tutto, e di stare accanto alla gente, nella quale riscoprono ogni giorno di più il volto di Cristo. In questo contesto p. Peter Geremia, sacerdote italo americano del Pime, compagno di Tullio, si distingue per l'incisività dell'azione e la capacità di rendere penetrante il suo messaggio. Per questo dà fastidio.

Intanto aumentano gli uccisi e gli scomparsi, ma a cavallo della sua Honda, Tullio si reca assiduo e sorridente, sempre disponibile e pronto ad aiutare, in ogni villaggio a lui affidato per il lavoro pastorale. La settimana santa del 1985 trascorre ricca di celebrazioni e incontri, a cui i cristiani partecipano con devozione. Finché l'11 aprile, un gruppo paramilitare si raduna sulla strada principale di La Speranza, una borgata di Tulunan. Sono una cinquantina, armati fino ai denti e guidati dagli stessi Manero, che abitano proprio lì. Anche quel giorno, come loro abitudine, per un paio d'ore gridano e schiamazzano indisturbati. Bevono, anche, come è usuale nei loro raduni. Poi appendono un manifesto con un elenco di nomi: sono quelli delle persone accusate, da loro, di sostenere la guerriglia comunista. Fra gli altri c'è anche il nome di p. Geremia, compagno di missione di p. Tullio, e di un certo Rufino Robles, che si trova a passare per la via proprio in quel momento. Gli sparano e Robles cerca rifugio in una casa vicina. La marmaglia armata circonda la casa, urlando e sparando in aria. Qualcuno chiede aiuto in parrocchia con un biglietto: «Padre, aiuto, a La Speranza».

P. Tullio è appena rientrato da una festa di battesimo, è solo perché p. Geremia è andato a visitare altri barrios. Senza pensarci un attimo, inforca la moto e corre sul posto. Riesce a entrare in casa, esamina per pochi istanti il ferito. Poi, all'improvviso, si sente una nuova sparatoria all'esterno. Tullio si affaccia alla finestra e vede uno dei Manero appiccare il fuoco alla sua moto. Esce allora di casa, anche se gli altri cercano di trattenerlo: «A me non faranno niente», dice convinto.

Edilberto Manero lo accoglie in strada con una risata: «Padre - urla - vuoi fare la lotta con me?». Tullio alza entrambe le braccia con le palme protese in segno di resa e di pace. Inerme, alla ricerca del dialogo, come ha sempre fatto in tutta la sua vita, il sacerdote si avvia verso l'uomo con il fucile spianato. Edilberto lo guarda fisso, poi gli spara al torace. Tullio cade sulle ginocchia, l'altro spara ancora. Il missionario è già morto, ma gli altri continuano a sparargli addosso, ridendo e fischiando, calpestandolo ripetutamente, cantando e ballando. Al tramonto p. Geremia torna a casa. Alcuni fedeli lo supplicano di cambiare strada senza spiegargli il motivo, ma sanno bene che le milizie paramilitari cercavano proprio lui per eseguire la loro precisa sentenza di morte. In parrocchia trova il biglietto con la richiesta d'aiuto, ma Tullio non c'è. Corre allora alla stazione della polizia cercando di trascinare con sé due poliziotti anch'essi terrorizzati. Mezz'ora dopo raggiunge il corpo massacrato del confratello, nella strada deserta. Si inginocchia e comincia a pregare piangendo.

Benché i Manero, fuori di sé, abbiano ucciso Tullio per dare una lezione ai preti e per intimidire i cristiani dell'intera diocesi di Kidapawan, sono tremila le persone che partecipano ai funerali di p. Tullio Favali. Testimoniano ancora una volta che in Cristo la morte genera vita, che l'odio non uccide l'amore.

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