(1 marzo 1826 - settembre 1855)

Estate 1845: un piccolo gruppo di seminaristi organizza una gita in calesse alla Certosa di Pavia. Tra questi c'è Giovanni Mazzucconi e il suo amico Carlo Salerio. Vi si fermano alcuni giorni e, oltre ad ammirare l'arte di questo splendido luogo di preghiera e riposarsi nella quiete, hanno occasione di incontrare e di poter parlare a lungo con il priore p. Suprier che si è fatto certosino, dopo essere stato missionario in India. Egli rivela a questi giovani il suo desiderio di veder nascere in Italia un seminario per le missioni estere. Racconta loro della sua vita in India, l'esperienza fatta e le persone incontrate, il bene compiuto e ricevuto. I seminaristi ne rimangono ammirati e affascinati. Giovanni e Carlo in maniera particolare. Così che, rientrati nel loro seminario di S.Pietro Martire a Monza, iniziano un'intensa corrispondenza con il priore.
Come mai in Italia non c'è ancora un istituto che prepari i sacerdoti desiderosi di andare in missione?, si domanda p. Suprier e le sue parole rimbalzano nel cuore di quei giovani, che si sentono interrogati personalmente. Giovanni comincia a coltivare dentro di sè questo sogno e per "portarsi avanti" si mette a studiare le lingue straniere: all'inglese, che già studia da tempo, aggiunge il francese e il tedesco. Però non parla ai compagni della sua vocazione missionaria, per non correre il rischio di essere frainteso. Si confida, invece, con il suo direttore spirituale, dal quale riceve una risposta secca: "Sei matto? Le tue Indie sono qui!". Un colpo duro, eppure non si scoraggia. Anzi, dopo aver trascorso dieci giorni di esercizi spirituali, nel 1846, con il p. Suprier, rafforza la sua decisione. Deve comunque attendere non solo di diventare sacerdote, ma addirittura che nasca, nella diocesi di Milano, il primo istituto missionario italiano. Ma anche questo non è un sogno irrealizzabile. Infatti Angelo Ramazzotti, giovane laureato in legge che ha lasciata l'avvocatura per diventare sacerdote negli Oblati di Rho, da tempo coltiva un vivace e coinvolto interesse per la missione.
Nel novembre 1847 giunge a Milano, da Roma, mons. Luquet, delegato apostolico in Svizzera, con l'incarico di comunicare ai vescovi della Lombardia il desiderio di papa Pio IX che nasca, proprio a Milano, un istituto missionario. L'appoggio e la benevolenza del Papa permette a Ramazzotti, che nel frattempo è stato nominato superiore degli oblati, di vincere ogni esitazione e di impegnarsi personalmente nella realizzazione di questo progetto. Come primo superiore e direttore viene scelto mons. Giuseppe Marinoni, chiamato a sostituire Ramazzotti che, nel frattempo, è stato nominato vescovo di Pavia.
Il 25 maggio 1850 Giovanni viene ordinato sacerdote. Due mesi dopo riceve una lettera di mons. Ramazzotti che lo invita a partecipare all'inaugurazione del nuovo "Seminario missionario", che avrà come sede la casa ereditata dal padre, che si terrà a Saronno il 31 luglio. Da quel giorno, Giovanni Mazzucconi, Carlo Salerio, altri tre sacerdoti e due catechisti, insieme al rettore e al fondatore mons. Ramazzotti, iniziano questa nuova "avventura".
Insieme vengono redatte le regole o "costituzioni" dell'Istituto nascente. Insieme si preparano alla partenza, attraverso la preghiera, lo studio e le attività caritative, allenandosi allo spirito missionario di sobrietà e sacrifico. Insieme, da subito, sognano di andare in Oceania. Sanno che questo immenso continente, disperso sull'infinita superficie dell'oceano Pacifico, rappresentano una missione vergine e difficile. E questo diventa il criterio decisivo per la scelta: L'istituto - è infatti scritto nelle "Regole" del 1886 - fin dall'inizio mirò ad avere missioni proprie, e tra le popolazioni più derelitte e più barbare. Sono al corrente, inoltre, che i Maristi hanno chiesto a Propaganda Fide di abbandonare la missione della Melanesia-Micronesia, per le difficoltà incontrate e perché già impegnati in altre parti dell'oceano Pacifico.
Per loro il sogno si identifica con quel luogo, tanto che, quando sembra che il Papa proponga loro altre destinazioni, quali Ceylon (l'attuale Sri Lanka) o l'isola greca di Corfù, pur nella piena disponibilità ad obbedire, Salerio scrive: "Il nostro cuore viene ancora vivamente amareggiato ogniqualvolta pare che si voglia allontanare dall'Oceania la povera opera del nostro ministero. Chi ci ha posta in cuore tanta affezione per quei popoli, che nessuno di noi finora ha conosciuto, affezione che tanto più cresce quanto è maggiore il timore che venga ancora differita per quelle nazioni la luce del Vangelo, diffusavi dall'Altissimo per opera dei suoi servi inutili?".
Il 2 dicembre 1851, dopo mesi di sofferta attesa, giunge a Milano, dove nel frattempo si è trasferito il Seminario per le Missioni Estere, la lettera del cardinale Fransoni, di Propaganda Fide, che comunica l'assegnazione ufficiale del campo di missione: la Melanesia - Micronesia!
Tre mesi e mezzo più tardi, il 16 marzo 1852, l'arcivescovo di Milano consegna il crocifisso ai padri Paolo Reina, "capo della spedizione", Giovanni Mazzucconi, Carlo Salerio, Timoleone Raimondi, Angelo Ambrosoli e ai "fratelli catechisti" Giuseppe Corti e Luigi Tacchini. A mezzogiorno del Sabato Santo dello stesso anno salpano da Londra. Un bastimento a vela su cui Mazzucconi e i suoi compagni rimangono tre mesi e mezzo prima di approdare a Sydney, in Australia.
Il mattino del 25 luglio, sono in vista le coste dell'Australia e il giorno seguente gettano l'ancora nel porto di Sydney. Ma il viaggio dei sette missionari non è ancora finito. Due mesi nella procura dei Maristi, durante i quali studiano la lingua e i costumi degli abitanti delle isole a cui sono destinati, poi salpano nuovamente verso Woodlark e Rook.
Sulla goletta francese Jeune Lucie i pensieri si accavallano e gli stati d'animo si intrecciano. Ai sette giovani missionari sembra di sognare a occhi aperti. Ed ecco apparire, sulla linea dell'orizzonte, il profilo delle isole che, via via, si fa piùù distinto. Scogliere a picco sul mare si alternano a spiagge di finissima sabbia e più in là un'interminabile fila di cocchi piumati, di mangrovie, di bougainvillee e di orchidee. Un fitto intreccio di vegetali chiude il passaggio verso l'interno montuoso, coperto di foresta. Un vero "paradiso terrestre".
A Woodlark la comitiva si divide: i pp. Salerio e Raimondi, con un catechista, rimangono nell'isola, mentre i pp. Reina e Ambrosoli, con l'altro catechista, Mazzucconi e un padre Marista che li accompagna, fanno rotta verso l'isola di Rook, dove giungono il 28 ottobre 1852. E' qui che vivrà per due anni e mezzo p. Giovanni.
Mentre a Woodlark i missionari trovano già alcune case, a Rook c'è solo un capannone costruito dai maristi l'anno della loro permanenza sull'isola (1847-48). Esso è separato internamente da pareti di cortecce d'albero e un graticcio orizzontale divide il capanno in due piani: sotto l'abitazione e sopra il magazzino; il tetto è coperto da tegole.
Mazzucconi però, nelle sue lettere, non si lamenta mai delle condizioni materiali di vita. L'abitudine alla mortificazione gli rende più facile accettare una situazione che, per noi, sarebbe quasi insopportabile: l'isolamento totale che dura un anno e anche più (solo una volta l'anno giunge da Sydney una nave noleggiata apposta dalla missione per portare la posta e qualche rifornimento di cibo e medicine), il clima costantemente umido e caldo, zanzare e insetti a profusione, il cibo poverissimo a base di radici di taro, da cui si ricava una farina simile alla mandioca.
Contrariamente a quanto fanno i missionari di Woodlark, quelli di Rook scelgono la via dell'evangelizzazione indiretta: "Per adesso - scrive Mazzucconi - la missione bisogna farla con lo stare sempre con la gente locale e impararne la lingua e poi, quando il Signore vorrà, gli parleremo di Lui". E i missionari, intanto, fanno di tutto per aiutare gli isolani a migliorare le loro condizioni di vita: insegnano a fare la calce e i mattoni, a lavorare il ferro e a usare la ruota, introducono nuove colture con sementi portate dall'Australia (mais, aranci, pomodori, carote, patate e viti), ma non riescono a convincere gli indigeni ad adottare un'agricoltura più evoluta e a coltivare con un minimo di razionalità. Così come sono inutili gli sforzi di insegnare loro a cucire, a purificare l'acqua stagnante, ad applicare i principi base dell'igiene. Il rispetto della tradizione è assoluto, come il rifiuto di ogni novità. Gli abitanti disprezzano i missionari e non capiscono il motivo per cui sono venuti nell'isola.
Inoltre, estenuati da fatiche e disagi, questi giovani missionari sono continuamente tormentati da febbri e malattie, che peggiorano per la mancanza di medicine e di nutrimento adeguato. Mazzucconi è colpito dalla malaria fin dall'inizio. Si indebolisce a vista d'occhio anche per la scarsezza di cibo.
Nel gennaio del 1855, i cinque missionari si trovano in una situazione disastrosa. Almeno due, il catechista Corti e lo stesso Mazzucconi, sono quasi in fin di vita: il corpo si è gonfiato all'inverosimile e la pelle comincia a spaccarsi e a coprirsi di piaghe con dolori indicibili. I denti diventano neri e gli eccessi di febbre e di delirio si succedono senza tregua: "P. Reina - scrive Giovanni - cominciò a farmi certe interrogazioni... e io feci testamento". Non ha ancora ventinove anni.
Il 20 gennaio 1855 ecco giungere la nave attesissima, con tre mesi di ritardo e il superiore Reina ordina a Mazzucconi di lasciare l'isola per recarsi in Australia a ristabilirsi. Ma il capitano della nave, che deve fare numerosi scali commerciali, è indeciso se caricare a bordo "quel cadavere ambulante". Si rifiuta decisamente di imbarcare il catechista, incapace di stare in piedi. A Sydney la sua salute migliora di giorno in giorno e non vede l'ora di ritornare dai suoi confratelli con i rifornimenti. Così, il 18 agosto 1855, salpa dal porto di Sydney sulla piccola nave "Gazelle". Non sa che il catechista Corti nel frattempo è morto e che da Roma è arrivata la notizia che nessun altro missionario italiano li avrebbe raggiunti, per non mettere a repentaglio altre vite. Ma soprattutto non può sapere che i suoi compagni, vista la situazione così disperata, hanno deciso di lasciare, almeno momentaneamente, le isole e si sono messi in viaggio giù da quaranta giorni. Sbarcheranno in Australia qualche giorno dopo la sua partenza.
Nella prima quindicina di settembre la Gazelle entra nella baia di Woodlark e gli indigeni accorrono numerosi sulla spiaggia. Ma il capitano, poco pratico di quel mare, fa incagliare la nave sulla barriera corallina. Dalla spiaggia, allora, parte una canoa con a bordo quattro uomini, tra i quali Puarer, un amico di p. Giovanni (quello che in seguito racconterà lo sviluppo degli avvenimenti), che lo informa della partenza dei suoi confratelli. Ma intanto, a riva, gli indigeni decidono di approfittare della situazione per sfogare il loro odio, covato a lungo, verso i missionari. Numerose canoe si staccano dalla spiaggia e si dirigono verso la nave, circondandola. Due indigeni balzano sulla "Gazelle" e uno di essi, Aviocar, si dirige deciso verso il missionario, con la mano tesa in segno di saluto, ma improvvisamente estrae una scure da sotto il perizoma e con essa lo colpisce violentemente sul capo. E' l'inizio del massacro. Dopo di lui tutti i marinai vengono trucidati e i loro cadaveri gettati in mare.
Quando, parecchi mesi dopo, p. Raimondi può finalmente tornare a Woodlark alla ricerca del confratello trova solo lo scafo riverso della "Gazelle", abbandonato sugli scogli.
Il 19 febbraio 1984, il martire Giovanni Mazzucconi, a 129 anni dalla sua morte, viene proclamato Beato da papa Giovanni Paolo II, in San Pietro a Roma.

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