Santità

  • 25° della morte del Servo di Dio Fr. Felice Tantardini

    Il 23 marzo prossimo si celebra il 25° anniversario della "nascita al cielo" del Servo di Dio Fr. Felice Tantardini. In occasione di tale ricorrenza è stata inviata a tutti i confratelli una lettera di P. Giovanni Musi, Postulatore Generale, assieme al file de "Il fabbro di Dio", autobiografia di Fr. Felice.

    È stato inoltre creato un programma di power point (apri sezione "Missione e Santità" in intranet) che ripercorre le tappe della vita di Fr. Felice, missionario del PIME in Myanmar.

     

  • AsiaNews: Imitare Madre Teresa per attuare una rivoluzione della tenerezza

    Che l’esempio di vita di madre Teresa di Calcutta, “testimone privilegiata di carità e di generosa attenzione ai poveri e agli ultimi, contribuisca a portare sempre più Cristo al centro della vita e a vivere generosamente il suo Vangelo nel continuo esercizio delle opere di misericordia per essere costruttori di un futuro migliore, illuminato dallo splendore della verità”.

    Questo l’auspicio espresso da Papa Francesco nel telegramma inviato a padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, in occasione del simposio internazionale che l’agenzia giornalstica del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) ha organizzato oggi pomeriggio, presso la Pontificia Università Urbaniana, in vista della canonizzazione del 4 settembre.

    Nel testo, a firma del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, il Papa si rivolge alla Vergine Maria, “Madre di ogni consolazione”, pregando “affinché i devoti di madre Teresa, imitandone l’ardore apostolico, possano attuare quella rivoluzione della tenerezza iniziata da Gesù Cristo con il suo amore di predilezione ai piccoli”.

  • La normalità di fratel Felice: straordinaria! Felici incontri: fratel Felice e i lebbrosi

    mons Guercilena nel lebbrosario di Kengtung

    Nella foto Mons. Guercilena nel lebbrosario di nel lebbrosario di Kengtung

     

    Sul cammino della sua lunga, felice vita missionaria fratel Felice ha incontrato tante persone, conosciute e amate coi loro problemi, i loro difetti, le loro virtù. In questi felici incontri egli ha sempre avuto una predilezione speciale per gli ultimi, i poveri, gli emarginati della società.

    Non a caso, in cima ai suoi pensieri, oltre agli orfani, c’erano i lebbrosi, che ai suoi tempi (e non solo) non erano soltanto malati, ma anche impuri e per questo banditi dalla società: un ostracismo al tempo stesso sociale e religioso che si fatica ad estirpare, oggi come ieri.

    Fratel Felice, come Gesù nei Vangeli, si avvicinava a loro e si faceva subito loro amico: l’amore è più contagioso della lebbra! “I miei lebbrosi - scrive in una bellissima e tenerissima lettera padre Cesare Colombo - gli (a fratel Felice) vogliono un bene dell’anima. È un ruba cuori. E come fanno a non volergli bene subito? Di solito quelli che vengono a trovarmi fanno bella faccia ma stanno una buona distanza da loro. Fratel Felice si è messo in mezzo a loro come un amico di vecchia data. S’è messo subito a lavorare con loro”[1].

    Per fratel Felice i lebbrosi non eranopersone “intoccabili”, ma fratelli speciali da amare ancora di più degli altri.“Non ho mai avuto paura della lebbra - annota egli stesso nella sua autobiografia - e anche sopporto facilmente l’odore sgradevole che i lebbrosi emanano. La vista delle loro piaghe, di quelle mani e piedi senza dita e di quei moncherini e di quelle facce sformate, non è certo una cosa piacevole, ma chi sa quanti di quest’infelici hanno l’anima pulita e bella, ammirata dagli angeli, mentre tanti, che hanno il corpo sano, hanno l’anima sfigurata dal peccato e sono oggetto di orrore agli angeli. Ci sarebbe una forte ragione per andarsene sulla luna, per sfuggire al fetore di questapestilenza, tanto piú nauseante della lebbra del corpo”[2].

    Fratel Felice frequenta periodicamente il lebbrosario di Loilem, “il più bello fra i cinque lebbrosari cattolici della Birmania”[3]. Iniziato nel 1936 da padre Rocco Perego e dalle Suore di Maria Bambina e inaugurato nel 1938, il villaggio dei lebbrosi sorge a 1400 m slm, in una amena posizione, circondata da pini e da un laghetto. “I lebbrosi accolti a Loilem sono di varie nazionalità, birmani, cariani, shan, cinesi, indiani, ecc. e, sotto la guida del p. Perego[4] e delle suore, diventano esperti in vari mestieri, falegnami, muratori, fabbri, argentieri, agricoltori, autisti e persino scultori e pittori. Le accoglienti casette in blocchi di cemento, la leggiadra chiesina, l'ospedaletto, l'aula che fa da teatro (sicuro, c'è anche questo!) e da scuola di catechismo, sono tutte opere dei lebbrosi. Io feci solo la guglia della cupola della chiesa – stile birmano – e il campanile in ferro, sempre però aiutato dai lebbrosi e, purtroppo, sempre avendo il tempo strettamente misurato dall'obbedienza”[5].

    È contento di spendere un po’ delle sue forze per il loro bene, come scrive alla mamma Maria nel 1940. “Ora sono qui a Loilem in una colonia di lebbrosi: sono 114 tra uomini e donne. In queste parti di lebbrosi ve ne sono ovunque. Questa lebbroseria fu incominciata circa un anno e mezzo fa e furono fatte già tante case per i lebbrosi e una grande per le suore di Maria Bambina che sono in carica per distribuzione medicine, fare iniezioni e cibo, di tutto insomma. Un giovine missionario è a capo di tutto. Il governo aiuta per il mantenimento e per le medicine.

    É da tanto tempo che mi aspettavano qui specialmente per fare un acquedotto con canne e finalmente Sua Ecc. Monsignore Lanfranconi mi poté mandare. Questi poveri lebbrosi hanno voluto farmi un po' di festa e fecero il teatro e del ridere me ne fecero fare tanto.

    Ora l'acqua arriva alla vasca di deposito e aspetto altre canne per fare la distribuzione, intanto ho un mucchio di altro lavoro da fare.

    Questi lebbrosi sono tutti idolatri pagani, e un giorno ringrazieranno eternamente il Signore che a causa della lebbra avranno potuto conoscere il vero Dio e, trovata la salvezza della loro anima, che altrimenti sarebbero andati perduti eternamente”[6].

    Nel settembre 1965 si trova a Loilem per fabbricare ben 300 letti di ferro per i lebbrosi. “Un’impresa di maggior lena è stata la fattura di trecento letti di ferro per i ricoverati (più di 420) della lebbroseria. Poverini, avevano solo rudimentali letti di legno, facile dimora di cimici, le quali diventano inersterminabili a meno che siano bruciate... assieme alla loro dimora. Ben volentieri mi son prestato a questa fatica, benché oltremodo pesante. Mi hanno aiutato sei lebbrosi fabbri, o meglio coltellinai, ché tra questa gente non ci sono veri fabbri, che facciano lavori pesanti. Comunque mi hanno aiutato nel montaggio dei letti – lavoro anche questo faticoso e noioso – man mano che io finivo il taglio dei ferri, la loro piegatura e la segnalazione dei buchi”[7].

    In una lettera alla cara Rosina (Taunggyi 19 ottobre 1969) fratel Felice spedisce una cartolina con le case della colonia. Scrive: “Segnai coi numeri le case delle Rev.de Suore, la chiesa, la casa del Padre e il laghetto; le case bianche le più grandi, dispensari di medicine e vitto; le altre pure in muratura sono di abitazione di 8 lebbrosi per casa, quelle più oscure di legno e bambù per le famiglie con bambini; il bosco è esclusivamente una pineta”[8].

    Vale la pena di riportare parzialmente un’altra lettera indirizzata alla Rosina (Loilem, lebbroseria 19 ottobre 1969): “Quasi quasi dati i miei frequenti contatti con questa gente colpita da questo male così obbrobrioso agl’europei in special modo mi fate venire il dubbio del sospetto che anche le mie lettere scritte dalla lebbroseria portassero in certo qual modo un po’ di infezione. Ma posso garantire che non solo la lettera, ma che io pure grazie al buon Dio e alla cara Madonna non ho neppure l’ombra di simile infezione. Per quanto che l’odore che emana dai loro corpi non sia gradevole e le loro membra, specialmente le mani e i piedi e la faccia a quelli più avanzati nella malattia farebbero ribrezzo a tanti e nessuno se non per amore del Signore si prenderebbe cura di loro, sebbene che in questi paesi è una malattia si può dire abbastanza comune. Mi ritorna sempre alla mente la guarigione dei dieci lebbrosi fatta da nostro Signore quando era sulla terra, e uno solo lo ringraziò del miracolo. Questi lebbrosi, invece, lo ringrazieranno perché salveranno la loro anima, morendo in grazia di Dio […] Certo che il buon Dio ha tanta tanta compassione di tutti e anche a questa terribile malattia tolse il dolore fisico. Cascano le dita o altre parti del corpo, oppure i topi li rosicchiano esportandoli, così le orecchie senza accorgersi neppure, il dolore morale è un po’ sentito dalle persone giovani. Certo che si sentono molto sollevati nel vedere che con tanto disinteresse vi è qualcuno che prende cura di loro, nei loro bisogni sia corporali che per l’anima loro […]”[9].

    In una lettera del 1970 fratel Felice racconta al nipote Elio la ricostruzione dell’aula che fa da teatro per le feste e le celebrazioni eucaristiche e da scuola di catechismo spazzata via da un violento nubifragio: “Una ventina di giorni fa fui chiamato d’urgenza qui alla lebbroseria, per rifare il tetto al salone, ora adibito a tale che era la vecchia chiesa che era insufficiente, e ne fu costruita un’altra più ampia e più decente. Una tromba d’aria asportò completamente il tetto e alcune parti di casette dei lebbrosi, però grazie al buon Dio senza vittime. Appena arrivai, cioè il giorno seguente, essendo ormai sera al mio arrivo, mi misi subito all’opera con una trentina di lebbrosi: chi faceva un lavoro, chi un altro, io riparai in tre giorni le lastre di ferro zincate corrugate e, in due settimane, il salone fu coperto con incabriate nuove e lastre riparate. Si dovette lavorare senza tregua per la paura di essere sorpresi e non fare a tempo prima che ci cogliesse le prime forti e temporalesche piogge, in cui di solito incominciano in maggio. Questo salone serve a tante cose, sia per istruzioni religiose, sia per porvi il raccolto dei campi per poi essere distribuito ai vari locali e per fare dei lavori al riparo dal cocente sole e delle piogge, e anche una volta o due all’anno un po’ di teatro dei lebbrosi stessi, nel loro modo di farlo. Capendo la lingua è veramente divertente. Qui non vi è altro, né radio né tanto meno televisori o cinema né luce elettrica, appena scende le tenebre verso le 7 ½ tutto è silenzio fino alle 4 ½ del mattino”[10].

    E per finire una riflessione spirituale profonda di fratel Felice: “Certo che è meglio essere lebbrosi di corpo che essere lebbrosi nell’anima questa è più contagiosa e mette in grave pericolo la salvezza dell’anima e se questa non si salva le conseguenze sono irreversibili e funeste per tutta l’eternità” (Birmania Loilem Leper Colony, 27 agosto 1978)[11].

    Marco Sampietro

    Da “L’Angelo della Famiglia - Bollettino parrocchiale di Introbio”, a. 87, n. 2, aprile/giugn 2018, pp. 5-8.

     


    [1] F. Tantardini, Il fabbro di Dio. Con rosario e martello missionario in Birmania. Autobiografia, lettere e testimonianze, EMI, Bologna 2016, p. 178.

    [2] Tantardini, Il fabbro di Dio, p. 73.

    [3] Ibidem.

    [4] Padre Rocco Perego (1903-1984) fu il primo direttore del lebbrosario. Cfr. R. Perego, Un pezzo di cielo caldo. Quarant’anni coi lebbrosi, EMI; Bologna 1974.

    [5] Tantardini, Il fabbro di Dio, p. 73.

    [6] Tantardini, Il fabbro di Dio, p. 151.

    [7] Tantardini, Il fabbro di Dio, p. 142.

    [8] Archivio Gruppo Missionario Introbio.

    [9] Archivio Gruppo Missionario Introbio.

    [10] Archivio Felice Spotti, Primaluna.

    [11] Archivio Gruppo Missionario Introbio.

     

  • Monsignor Ramazzotti è venerabile, c'è l'ok del Papa

    Ieri il Santo Padre Francesco ha ricevuto in udienza privata Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Angelo Amato, S.D.B., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Nel corso dell’udienza il Santo Padre ha autorizzato la Congregazione a promulgare il decreto riguardante le virtù eroiche del Servo di Dio Angelo Ramazzotti, Patriarca di Venezia, Fondatore dell’Istituto per le Missioni Estere; nato a Milano (Italia) il 3 agosto 1800 e morto a Crespano del Grappa (Italia) il 24 settembre 1861.

    Sul blog di Mondo e Missione potete leggere questo articolo di approfondimento.

     

     

  • Oggi festa di Sant'Alberico Crescitelli

    Alberico Crescitelli nacque ad Altavilla Irpina, provincia di Avellino e diocesi di Benevento, il 30 giugno 1863.

    Il papà, farmacista del paese, si chiamava Beniamino e la mamma Degna Bruno, una donna forte e profondamente religiosa. Alberico era il quarto di dieci figli.

    L'8 novembre 1880 lasciò Altavilla Irpina per Roma, dove venne accolto nel Seminario dei Santi Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere fondato, per desiderio di Papa Pio IX, dal sacerdote romano Pietro Avanzini il 1° giugno 1868.

    Per Alberico furono sette anni di studio tra la Pontificia Università Gregoriana e quella di sant'Apollinare, tutti con ottimi risultati accademici e formativi.

    Il 4 giugno 1887 venne consacrato sacerdote nella Basilica di San Giovanni in Laterano.

    Il giorno seguente, festa della Santissima Trinità, celebrava la prima Messa e scriveva a casa: "Stamane ho celebrato la mia prima Messa cantata. Dammi forza, Iddio, di celebrare con fervore in tutta la mia vita".

    Fu così. Alberico ebbe una costante corrispondenza con la sua famiglia, soprattutto con la mamma: 294 lettere, la maggior parte scritte dalla Cina. Questi scritti restano la testimonianza più familiare e più vera della santità della sua vocazione missionaria.

    A Roma, fu ricevuto dal Papa Leone XIII, ricevette il crocifisso dei missionari e il 2 aprile 1888 partì da Roma per Marsiglia, dove si imbarcò sul piroscafo Sindh verso la Cina.

    Dopo 36 giorni in mare il piroscafo sbarcò il missionario a Shangai. Da qui, con un barcone privato e avventure incredibili, naviga sul fiume Han, dopo aver lasciato il Fiume Azzurro, arriva alla sua missione di Sijiaying (Siaochai) il 18 agosto 1888, dopo 81 giorni di barca.

    Il paese era allora il centro della missione, con una cristianità notevole e fedele, ma il Vicariato dello Hanzhong (Shensì meridionale), provincia di Shaanxi, oggi diocesi di Hanchung, campo di missione di Padre Alberico, era quasi tutto non cristiano, con enormi problemi sociali e morali, tra i quali i fumatori di oppio, che contagiavano anche la minoranza cristiana.

    Padre Alberico constatò che il due per cento dei cristiani fumavano oppio; tra i non cristiani la percentuale saliva al cinquanta per cento. Il nostro missionario si era fatto cinese nell'abbigliamento, consentendo anche che il barbiere gli radesse i capelli lasciando al centro del cuoio capelluto un ciuffo, che sarebbe poi cresciuto diventando un codino. Ma, ancora più importante, si era fatto cinese nel cuore imparando presto e bene la difficilissima lingua.

    Subito fa l'esperienza di disagi mai pensati nel suo spostarsi da un capo all'altro della zona affidatagli, in barca, a dorso di mulo, a piedi, in alloggi impossibili. Ma scrive: "Ogni posto dove si possa santificare un'anima e consolarla, dove ci sia una ripugnanza da vincere, una serie di sentimenti penosi che non finisca con una ricompensa temporale, è per un missionario un posto di onore". Ormai non ha più soste, di giorno come di notte. Scrive: "Mi incombe il dovere di evangelizzare e guai a me se non evangelizzassi! Ciò che si fa per la salute delle anime non è mai troppo".

    Scrive alla mamma: "State di buon animo e non vi prendete pensiero di me. Io sono nelle mani di Dio e sono contento. Se Dio vorrà che le avversità mi accadano, ciò avverrà perché in me si verifichi il detto: beati coloro che piangono perché saranno consolati".  Ci sembra sia questa la vera identità che Papa Francesco augura a ogni sacerdote: "Portare sulla propria pelle l'odore delle pecore".

    Scrive alla Congregazione de Propaganda Fide: "Chi avesse visto in che cosa avessi dovuto fare la missione il primo anno sarebbe rimasto inorridito! Nell'albergo che ci ospitava, una camera di paglia, divisa per mezzo, serviva per me e pel catechista. In un'altra affumicata bisognava dir messa e nella terza abitava l'intera famiglia del padrone di casa e serviva pure da cucina. I cristiani, che venivano da lontano la notte, dormivano nella camera che serviva da cappella. Aggiungi galline, buoi, una scrofa con dodici porcellini e pensa se era un bel rito".

    Ogni tanto gli arrivavano da Altavilla Irpina inviti a tornare per un po' a casa. L'invito si fece forte dopo la tragica morte del fratello Bruno avvenuta il 12 maggio 1893. Padre Alberico risponde alla mamma: "Giorni fa ho ricevuto la tua nella quale tu insisti perché io ritorni a rivedere la famiglia. C'è proprio bisogno della mia presenza? Tu mi raccomandi di pensare e pensare, pensa anche tu ai tanti e tanti i quali, per dare sollievo ai genitori, abbandonarono la vocazione alle missioni e si sono invece ridotti a dar loro grandi dispiaceri. E poi ho giurato di stare dove sarei andato. Se poi morrò, ci vedremo in Paradiso. Ti saluto".

    All'inizio del 1900, anno del Topo per i cinesi, da Pechino, dalla Città Proibita, dove risiede la corte dell'antichissimo ma ormai al tramonto impero della dinastia Qing, retto dall'imperatore Kuang-Hsu, ma in effetti guidato dalla sanguinaria imperatrice Tzu-Hsi, giunge l'ordine di massacrare i cristiani. E fu massacro e distruzioni di chiese e di tutte le opere dei missionari. I cristiani furono incolpati di ogni nefandezza: avvelenamento di pozzi, estrazione di occhi ai vecchi, di cuore e di fegato a quelli che incontravano, rapinatori e massacratori di bambini, ladri dei beni dei cinesi. Tutti gli occidentali erano accusati di aver provocato tutte le guerre e i missionari di combattere Confucio e le vecchie e nobili tradizioni cinesi.

    Il 5 luglio a Pechino viene emanato il decreto di espulsione di tutti i missionari e l'invito ai cristiani all'apostasia se vogliono aver salva la vita. Padre Alberico è a Yanzibian; i catecumeni lo invitano a mettersi in salvo sotto la protezione delle autorità. Il missionario accetta a malincuore per non provocare danni peggiori a loro.

    Troppo tardi. La sera del 20 luglio, mentre cerca di raggiungere la campagna, il doganiere locale, Jao, lo invita a fermarsi da lui perché, dice: "Tutt'intorno sono appostati i banditi". È il Giuda di turno.

    Nel cuore della notte tre colpi di mortaio danno inizio al martirio del missionario di Altavilla Irpina. Un'orda assetata di sangue si precipita su Padre Alberico armata di asce e di coltelli. Il missionario chiede, come Gesù ai soldati: "Perché fate così? Che male vi ho fatto?". La risposta la dà un colpo d'ascia che gli stacca quasi del tutto il braccio sinistro mentre un altro colpo lo ferisce al naso e alle labbra. Esce sangue abbondante. Il delirio è totale. Padre Alberico viene colpito in tutti i modi e stordito. Poi, legato mani e piedi e sospeso a una canna di bambù, è trasportato da due uomini al macello del mercato, proprio come una bestia da finire. Così, denudato, buttato sanguinante per terra, per tutta la notte subisce ogni sorta di sevizie, anche le più vergognose. Lo spogliarono completamente e con delle candele di sego accese gli bruciarono, barba, capelli e tutti i peli del corpo, aizzando anche dei ragazzi a divertirsi così.

    Nella tarda mattinata del 21 luglio si decide per l'esecuzione. Vengono ingaggiati i due fratelli Pan-gniu-wa e ubriacati per l'esecuzione finale. Padre Alberico è ancora miracolosamente vivo ma ridotto a un enorme grumo di sangue. Lo trascinano fin sul greto del fiume e i due fratelli, con le lame che si usavano per tagliare la paglia alle bestie, cominciano a colpire il missionario. Visto inutile tutto, usano la lama come sega e solo così la testa del missionario cade sulla sabbia del fiume. Nella notte successiva il corpo di Padre Alberico Crescitelli veniva segato a pezzi e inghiottito dalle acque del fiume Kialinkiang.

    Il processo per la canonizzazione iniziò nel marzo del 1910 in Cina.

    Il 18 gennaio 1951 Papa Pio XII proclamava Beato il Padre Alberico Crescitelli, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere, voluto da Pio XI il 26 maggio 1926 con la fusione del Seminario Lombardo per le Missioni Estere con il Seminario Romano per le Missioni Estere, dove era entrato Alberico Crescitelli da Altavilla Irpina.

    Il 1° ottobre del Grande Giubileo dell'Anno Duemila, San Giovanni Paolo II proclamava Santo l'eroico missionario. Con lui il Papa canonizzava altri 119 compagni martiri nella grande Cina.

    Il 23 agosto 2003 l'arcivescovo metropolita di Benevento, mons. Serafino Sprovieri, elevava la chiesa parrocchiale di Altavilla Irpina, dove era stato battezzato il nostro martire, a Santuario Diocesano per il culto ai santi martiri Pellegrino e Alberico.

    Che il dono di un martire della fede non ci faccia solo santamente inorgoglire ma ci spinga fuori, come invita continuamente Papa Francesco, dovunque, per annunciare a tutti la gioia di seguire e far seguire Gesù, con e come Maria, alla quale sant'Alberico si era totalmente consacrato.

    Nella Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina, il 24 marzo scorso, Papa Francesco ha detto: "Mi unisco ai cattolici in Cina che si affidano alla protezione di Nostra Signora di Sheshan e prego per loro". Accogliamo l'invito del Papa e uniamoci alla sua preghiera per la Chiesa perseguitata in Cina e alla quale per oltre un secolo e mezzo il PIME ha donato la vita di diversi suoi missionari.

    LA CINA È IL CUORE DELLA MISSIONE DEL PIME!

    P. Buono Giuseppe, PIME

  • P. Brambillasca: Madre Teresa insegna al Pime la missione vissuta con “gioia e serenità"

    Carissimi, 

    nel salutare tutti voi che partecipate a questo Simposium, vorrei brevemente ricordare la figura di Madre Teresa in rapporto al mio Istituto, il Pontificio Istituto Missioni Estere - PIME.

    Innanzitutto, vorrei condividere con voi il grande dono ricevuto durante la mia personale esperienza di lavoro in India come formatore nel seminario del Pime a Pune, avendo incontrato diverse volte le suore di Madre Teresa (dove i nostri seminaristi svolgevano un'esperienza di caritativa) e la stessa Madre Teresa.

    Ricordo ancora l'incontro con Madre Teresa come se fosse oggi. Insieme ad un altro confratello, mi trovavo a Calcutta, e avevamo deciso di visitare, senza aver dato alcun preavviso, la casa e le opere delle suore di Madre Teresa. Tra l'altro, personalmente, mi trovavo in un periodo molto difficile perché il governo indiano mi aveva chiesto di lasciare immediatamente il paese dato che il mio visto non poteva essere rinnovato. Inoltre desideravo tanto incontrare Madre Teresa prima di lasciare l'India, e così è stato!

    In quei giorni Madre Teresa stava facendo gli Esercizi Spirituali con le sue consorelle ma, appena ha saputo che due missionari desideravano incontrarla, anche brevemente, ha lasciato il luogo degli Esercizi Spirituali ed è venuta ad accoglierci. Immediatamente ci ha chiesto chi eravamo, perché eravamo in India, se avessimo problemi con il visto -e le ho detto subito che proprio in quei giorni non mi avevano rinnovato il visto di permanenza in India- problemi con il cibo e con il clima indiano. Alla fine, noi, che volevamo sapere qualcosa su di lei e sulla sua vita, ci siamo accorti che le cose si erano capovolte: era stata Madre Teresa ad informarsi di noi, della nostra vita e vocazione, dimostrando il suo profondo e sentito  interesse per l'altro, per il prossimo!

    Durante le mie visite alle missioni del Pime, ho incontrato più volte le suore di Madre Teresa. Ricordo in modo speciale le suore che vivono vicino alla nostra parrocchia di Port Moresby e quelle che vivono nella Diocesi di Vanimo (entrambi i luoghi si trovano in Papua Nuova Guinea); le suore che lavorano nella Diocesi di Parintins (Brasile) sul Rio della Amazzoni e, infine, le suore che, insieme al Pime, hanno aperto una nuova missione in Cambogia proprio 25 anni fa.

    In tutte queste comunità - e anche in altre che non ho menzionato - ho sempre incontrato molta accoglienza, disponibilità a lavorare per e con i poveri, preghiera, povertà e semplicità di vita. Inoltre, ho sempre ammirato una caratteristica speciale presente nelle suore: gioia vera e profonda nel vivere la missione.

    Anche nella mia esperienza missionaria in Giappone, oltre che ad aver conosciuto ed apprezzato le attività delle suore di Madre Teresa che lavorano a Tokyo, devo esprimere la mia gratitudine al Signore perché, nella parrocchia dove ho vissuto e lavorato (sempre nella diocesi di Tokyo), è sbocciata la vocazione religiosa di una giovane giapponese che ha deciso di far parte della comunità delle suore di Madre Teresa. Mi sembra importante raccontare questo perché la vocazione di questa giovane è un segno concreto che il fascino e il carisma di Madre Teresa non ha confini, perfino in un paese come il Giappone, dove i cristiani sono una piccola minoranza e le vocazioni alla vita religiosa sono veramente poche.

    Naturalmente, il rapporto tra il Pime e Madre Teresa, soprattutto in Italia, ha una lunga storia che inizia nel 1973, quando, per la prima volta, Madre Teresa venne in Italia su invito dei missionari del Pime per partecipare ad una marcia per le vie di Milano: quella che sarebbe diventata la prima veglia missionaria! Da allora, gli incontri dei missionari del Pime con Madre Teresa e con le "sue" suore sono stati innumerevoli e non sono più terminati.

    Cosa insegna oggi Madre Teresa ai noi missionari del Pime, sparsi in varie parti del mondo e impegnati ad annunciare il Vangelo in diverse culture? 

    Penso che Madre Teresa ci insegni molte e diverse cose, ne elenco brevemente alcune: 

    • La missione nasce e vive attraverso una vera esperienza di Dio nella Fede e nella Preghiera. La vita, la testimonianza di Madre Teresa per noi missionari è soprattutto questo, senza alcun dubbio! La missione, sembra dirci ancora Madre Teresa, non può avere altri inizi o sorgenti se non nel fatto che uno ha fatto esperienza del Dio vivente e questo Dio vivente chiama ciascuno ad essere missionario e Suo testimone.
    • La priorità di amare i poveri, gli emarginati, gli ultimi, prima di tutto e sopra di tutto nelle nostre missioni, in qualunque luogo dove ci troviamo, dal piccolo villaggio della Guinea Bissau alla grande metropoli di Hong Kong. Sono convinto che questo richiamo di Madre Teresa sia essenziale per noi missionari, anche e soprattutto in alcune missioni in cui lavoriamo, dove potrebbe sembrare che i cosiddetti "ultimi" non esistano oppure non si possa fare molto per loro. Questa attenzione di amore verso i più poveri, così forte ed essenziale nella vita di Madre Teresa, ci interpella a rivedere la nostra missione e la nostra presenza.
    • Infine, la gioia e la serenità nel vivere la nostra vocazione missionaria, anche se, a volte, la missione si presenta faticosa e difficile. Incontrando Madre Teresa e visitando tante comunità delle Missionarie della Carità, ho sempre notato, con molta ammirazione, la gioia e la serenità presente in loro, segno che il protagonista del loro e nostro lavoro e della missione è e rimane Dio. Penso che anche noi missionari dovremmo recuperare queste due realtà -gioia e serenità- di fronte ad una missione che cambia e sembra diventare sempre più difficile e incerta. Che la Madre ci accompagni a realizzare questo nostro Desiderio.

    Concludo, ringraziando P. Bernardo Cervellera, missionario del Pime e Direttore di Asia News, assieme a tutti i suoi collaboratori, per aver organizzato questo Simposium alla vigilia della canonizzazione di Madre Teresa. Colgo l’occasione per ringraziare coloro che sono intervenuti e interverranno durante questo Simposium e, ringrazio tutti voi qui presenti per la vostra partecipazione e la vostra attenzione.

    Grazie.

    P. Ferruccio Brambillasca

    Superiore Generale del PIME

SCHEGGE DI BENGALA

Il Blog di P. Franco Cagnasso

LETTERA DALLA MISSIONE

Il Blog di P. Silvano Zoccarato

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