Brasile

  • Addio a Ruffaldi, l'amico degli indios

    ruffaldi

    Non ha retto il grande cuore di padre Nello Ruffaldi, missionario del Pime dal 1971 tra gli indios di Oiapoque, alla frontiera tra il Brasile e la Guiana Francese. È morto stamattina per le conseguenze di un infarto che lo aveva colpito all’inizio del mese. Lo ricordiamo con le parole da lui pronunciate in una testimonianza tenuta a Milano qualche anno fa: il racconto del suo incontro con gli indios, il cammino con loro, gli amici come suor Dorothy Stang che aveva visto uccidere per quelle battaglie per la giustizia. Queste sue parole sono un’eredità preziosa anche per il Sinodo per l’Amazzonia che padre Ruffaldi aspettava con gioia e tante speranze.

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    Quando arrivai nell’Amapá il vescovo mi invitò ad andare a Oiapoque, il municipio più a nord del Brasile, alla frontiera con la Guiana francese. Scoprii che la metà della popolazione là era costituita da popoli indios, quattro per precisione: Karipuna, Galibi kaliña, Palikur e Galibi-Marworno. È vivendo giorno per giorno con loro, da quel gennaio 1971, che si è delineata la mia seconda vocazione: vivere al servizio del Vangelo tra i popoli indios. Proprio in quegli anni nasceva il Cimi – il Consiglio indigenista missionario – di cui feci parte fin dal suo nascere: si proponeva una nuova maniera di realizzare la missione, come risposta alla fame di dignità di quei popoli. Così, su invito della Chiesa, questa missione si allargò agli stati del Pará e Amapá (un territorio vasto quasi cinque volte l’Italia) e poi a tutto il Brasile. Anche quando gli indios non lo dicevano percepivo la fame di salute, di educazione, di una religione che li aiutasse a vivere. E una fame di autostima, che era molto bassa. Fame di dignità, perché fondamento della dignità di una persona e di un popolo sono i suoi diritti riconosciuti e rispettati.

    Appresi dalla storia degli indios in Brasile che i loro diritti erano stati sistematicamente negati fin dall’epoca della Conquista (chiamata «scoperta»): la terra fu occupata, la cultura e la religione negate come assenti o ritenute demoniache, la mano d’opera usata in regime di servitù e schiavitù. Ancora in quegli anni Settanta la situazione non era affatto favorevole a loro. Da parte del governo brasiliano incaricata degli indios era la Funai – Fondazione nazionale degli indios – un ente il cui compito, di fatto, era quello di impedire che queste persone fossero un ostacolo allo “sviluppo”. Con l’apertura dell’autostrada Transamazzonica, nel 1972, la Funai doveva avvicinare le tribù non ancora contattate, addomesticarle e circoscriverle in un territorio determinato, quando non trasferirli.

    Nel 1978 il ministero dell’Interno – a cui la Funai rispondeva – lanciò un nuovo grande progetto: abolire gli indios attraverso l’emancipazione. Senza ucciderli, ma facendo comunque di tutto per far perdere loro la propria identità e poi dichiararli “non indios”. Che voleva poi dire cittadini brasiliani comuni senza più diritto a terra, senza più cultura, senza più lingua. Annunciando il progetto l’allora ministro Rangel Reis dichiarò: «Oggi abbiamo 200 mila indios in Brasile; se Dio vorrà alla fine del secolo ne rimarranno 30 mila fino alla completa sparizione». La reazione della società fu massiccia, guidata propria dalla Chiesa. Nacquero varie istituzioni in difesa dei diritti dei popoli indios. Alla fine quel progetto si è rivelato un fallimento per il governo: nell’ultimo censimento in Brasile sono più di 800 mila le persone che si sono registrate come indios.

    All’inizio a Oiapoque la gente ignorava tanto la propria situazione giuridica, quanto ciò che succedeva nel resto del Brasile. Si vergognavano di essere indios: della lingua che parlavano, degli abiti che vestivano, del tabacco che fumavano, del cibo che mangiavano. C’erano due scuole, ma quasi nessuno arrivava alla quarta elementare. La salute era molto precaria. Per saziare la loro fame di dignità bisognava compiere un cammino inverso: partire da loro, riaccendere il fuoco della dignità diventato brace coperta dalla cenere di una lunga storia, di una società discriminante, di una Chiesa che non riconosceva ancora la dignità e la ricchezza che possedevano.

    Incominciai a visitare gli indios, a conoscerli, ad ascoltarli, a dormire nelle loro case, a mangiare il cibo che mi offrivano. Facevo notare le cose belle che gli antenati avevano lasciato loro come eredità: la percezione della presenza di Dio in tutti i momenti della vita, la comunione con gli animali e gli alberi, la capacità di condividere quello che avevano con gli altri, la pazienza e il rispetto nell’educazione dei figli, la vita comunitaria, il lavoro come incontro e festa. Il Vangelo e la cultura degli indios erano vicini in molti aspetti. Iniziammo promuovendo incontri, studi e assemblee: era il confronto tra vita e Vangelo. Cominciarono le iniziative per migliorare la salute, l’educazione, il culto domenicale, l’organizzazione.
    Una tappa importante fu l’invito rivolto da un capo villaggio a suor Rebecca per imparare la loro lingua e avviare una scuola di alfabetizzazione. Fu un vero scambio: arrivammo alla lingua scritta attraverso corsi realizzati anche nel villaggio. Tutto era discusso insieme: si scelse l’alfabeto, si studiò la grammatica. La comunità scelse tra i suoi giovani alcuni maestri e maestre. Suor Rebecca li preparò, nacque la prima scuola di alfabetizzazione che in pochi anni si allargò a quasi tutti i villaggi.

    Intanto i capi indios erano invitati a partecipare a incontri a livello regionale e nazionale. Così le persone crescevano: la terra veniva regolarizzata, gli indios diventavano una forza politica organizzata. Si cominciò a parlare della nostra lingua, delle nostre tradizioni, della nostra cultura. Ricordo un piccolo episodio significativo, avvenuto nel 1982: un funzionario della Funai, volendo fare un complimento, disse a un capo caripuna: «Tu ormai non sei più indio. Sei uno di noi, civilizzato». E lui: «No, io sono indio grazie a Dio, e sono orgoglioso di questo». A dirlo era uno che anni prima sosteneva il contrario: la necessità di essere civilizzati per poter essere alla pari. Oggi invece l’identità indios è la mentalità comune, risorta a partire dalla conquista del diritto alla terra, alla lingua, alla cultura, alla religione, alle tradizioni, alla salute, all’educazione, all’organizzazione, all’autonomia.

    Si tratta comunque di una sfida che resta aperta. Perché anche se la legislazione oggi riconosce i diritti degli indios, la pratica li nega: la conquista è una lotta permanente che comporta vittorie e sconfitte e un confronto continuo con le forze contrarie. I nemici dei diritti e della dignità si trovano in mezzo a noi e anche dentro noi stessi. Negli ultimi vent’anni la prossimità tra gli indios e la società esterna è divenuta più intensa e frequente. La globalizzazione è entrata nei villaggi con la televisione, l’energia elettrica, il telefono, la presenza di organizzazioni governative e Ong, la presenza di soldi attraverso stipendi, pensioni, progetti. La cultura tradizionale è in crisi: oggi gli indios sono chiamati a scegliere se conservare e valorizzare ciò che prima ricevevano, con l’educazione tradizionale, nascendo in un villaggio. E allora: come conservare i valori tradizionali in una società globalizzata? Come missionari per noi questa sfida ha anche il volto della teologia india che, a partire dalla realtà, propone di recuperare i valori tradizionali che, insieme al Vangelo, si costituiscono come alternativa a un modello di società che conduce alla distruzione, all’egoismo e alla divisione.

    Stare dalla parte degli indios significa inoltre ristabilire la comunione con la natura; accettare che noi siamo parte di lei. La natura è stata spogliata della sua dignità quando è stata ridotta a merce. Per tutti i popoli indios la terra è Pachamama, la terra è madre, è parte di noi e noi parte della terra. E invece abbiamo ridotto la natura e quello che produce a merce di scambio: la terra e i suoi prodotti, diventati merce, sono diventati oggetto di competizione, di lotta. La società mercantilista del 1500 si lanciò alla conquista del nuovo mondo, alla ricerca di ricchezze, di beni. Oggi, finita l’epoca delle colonie, siamo arrivati a riconoscere i diritti alle culture dei popoli indios. Ma di fatto ancora li giudichiamo come selvaggi, retrogradi, per avere il diritto di ridurli a essere come noi, a pensare come noi, a vivere per noi consegnandoci la terra e le ricchezze. E non solo loro, ma anche la ricca e meravigliosa foresta è definita selvaggia, negandole il diritto a esistere: anche la natura ci deve servire e deve essere dominata.

    Forse conoscete la famosa lettera di Seatle, rappresentante del popolo Duwamish, al presidente Franklin Pierce, nel 1854, rispondendo alla proposta di comprare le sue terre: «Quest’idea ci è sconosciuta. Come si può comprare la terra, l’aria, l’acqua, gli animali?». La terra per gli indios è madre: la natura ha bisogno di riconquistare la sua dignità. Non si può essere missionari e non sentirci responsabili della situazione della natura, che il Signore ci ha dato come casa comune.

    In poco meno di quarant’anni sono stati abbattuti nell’Amazzonia brasiliana, alberi per una estensione di 700 mila chilometri quadrati. La media della distruzione della foresta è tra i 25 mila e 30 mila chilometri quadrati all’anno. Attualmente è in corso un progetto di legge per far crescere l’agricoltura e diminuire la foresta. Il deputato Aldo Rabelo, relatore di questo progetto, descrive i popoli indios come pidocchiosi, «completamente dominarti dalle forze della natura, camminando seminudi, abitando capanne insalubri, infestate di insetti e fumo, lottando in condizioni assolutamente diseguali contro l’ambiente ostile, che non gli permetteva di superare le condizioni di vita rozze e primitive in cui vivevano i loro antenati». E continua: «Le stesse considerazioni valgono per la conquista economica dell’Amazzonia: lotta tenace dell’uomo contro la foresta, contro l’acqua, contro l’eccesso di vitalità della foresta e contro la disordinata abbondanza di acqua dei suoi fiumi ».

    Così si auspica la distruzione della foresta amazzonica nata in milioni di anni, con la più ricca biodiversità del mondo, in cambio di una monocultura di esportazione, di uno sfruttamento irrazionale che non prende minimamente in considerazione i suoi abitanti. Il tutto senza considerare che l’Amazzonia non è terra per l’agricoltura. Nata dove prima esisteva un oceano si è autocreata con l’abbondanza di sole e acqua; e il suo terreno – se si tolgono i 30 o 40 centimetri di humus creato da lei stessa – è costituito da sabbia. Bastano due o tre anni di agricoltura per farla diventare terra degradata che non serve più a niente.

    Così la terra in Brasile è diventata luogo di conflitto. C’è una sete smisurata di speculare sulla terra, di appropriarsene. In Brasile l’uno per cento dei proprietari possiede più del 50 per cento della terra del Brasile. Lo Stato del Pará ha il record del lavoro in regime di schiavitù. Il procuratore di giustizia della Prima Regione José Marques Teixeira, ha dichiarato pubblicamente che nel Pará si sono registrati negli ultimi dieci anni, 219 omicidi nell’area rurale. Ma solo quattro assassini sono stati condannati.

    Che fare – allora – in questa situazione? Mettersi dalla parte dei senza terra, vivendo con loro, facendo rinascere la speranza di poter affrontare i grandi e potenti, di amare e coltivare la terra, rispettando la foresta. E poi stare con loro fino a dare la vita se necessario.

    Con i popoli indios è stato così: nel luglio 1976 frequentavo un corso di indigenismo all’università di Goiania. Arrivò la notizia: «Hanno sparato a Padre Rodolfo. È morto!». Padre Rodolfo era salesiano; viveva nella missione tra i bororo, nel Mato Grosso, e morì insieme all’indio Simone per difendere il diritto alla loro terra. Era stata riconosciuta ma il fazendeiro non era rimasto contento.

    Tre mesi dopo, un altro collega del Cimi – padre João Bosco Benito Burnier, gesuita, sempre nel Mato Grosso – fu assassinato alla vigilia della festa della Madonna Aparecida perché aveva preso le difese di una donna torturata. Erano colleghi, amici, persone molto equilibrate e miti. Era la prima volta che il sangue dei missionari si mischiava con il sangue degli indios. Per me quello fu un momento in cui mi consacrai al Signore in questa missione, deciso a andare «fino alla fine». Ed è il sangue di questi e tanti altri martiri che mi ha aiutato a continuare, a credere, a sperare.

    Un altro esempio di una vita al fianco dei lavoratori e in difesa della foresta è stato infine quello di suor Dorothy Stang, che fu una mia carissima amica. Da quando è venuta in Brasile ha accompagnato i contadini in cerca di terra e futuro. Mandata nel Maranhão per iniziare una scuola per la classe media, insieme alle sue consorelle scelse l’educazione popolare per saziare la fame di dignità. Seguì la colonia di migranti nel Pará alla ricerca di terra e poi nella Transamazonica. Costruì scuole e dispensari per il popolo e con il popolo. Visse due anni in uno stanzino senza finestre, messo a disposizione da un agricoltore nella sua casa, dormendo in un povero giaciglio sulla terra nuda. I contadini si sentivano appoggiati da questa signora con più di 70 anni che si rivolgeva ai governatori, ai deputati, ai senatori e ministri, sventolando i diritti che la legge riconosceva. Finché il 12 febbraio 2005 accadde quello che si poteva prevedere. Due poveri diavoli a cui il consorzio dei madeireiros aveva promesso 50 mila reais – l’equivalente di circa 22 mila euro -, l’aspettarono sul cammino che portava al luogo dove i contadini erano riuniti. «Che cosa porti nella borsa, un’arma?». «La mia arma è questa», disse mostrando la Bibbia e – aprendo il brano delle Beatitudini – incominciò a leggere: «Beati i poveri. Beati i miti…». «Vecchia, vedo che non abbiamo più niente da dirci». Arrivarono i sei colpi che la colpirono alla testa, al cuore e all’utero. E così anche lei ci ha mostrato che saziare la fame di dignità vuole dire essere capaci di dare la vita. Perché il cammino percorso in Amazzonia possa continuare.

     

    Sul contesto di Oiapoque dove padre Nello Ruffaldi svolgeva la sua missione leggi questo articolo pubblicato su Mondo e Missione nel dicembre 2016

    Padre Nello Ruffaldi fino all’ultimo ha seguito con entusiasmo i lavori preparatori del Sinodo per l’Amazzonia, convocato dal Papa per il prossimo mese di ottobre a Roma. Così all’indomani dell’annuncio commentava l’importanza di questo evento su Mondo e Missione in questo articolo 

    Durante tutto il 2017 padre Nello Ruffaldi aveva tenuto su Mondo e Missione la rubrica «Frontiera Oiapoque» nella quale raccontava i suoi incontri con la gente in questa periferia dell’Amazzonia. Clicca qui per leggere i suoi articoli

    Al Sinodo e all’eredità che padre Nello Ruffaldi ci lascia è legata anche la campagna «Il grido dell’Amazzonia» che il Centro missionario Pime sta promuovendo in questo 2019. Guarda qui il sito della campagna www.amazzonia2019.com

  • Al via la "Panbrasiliana", per immaginare la missione del futuro

    I missionari del Pime dell’Amapá, dell’Amazonas e del Brasile Sud saranno riuniti dal 25 al 29 gennaio a Brasilia per l’Assemblea panbrasiliana, il momento plenario che vede riuniti insieme tutti i padri e i fratelli laici dell’Istituto presenti nelle tre circoscrizioni in cui è suddiviso il Paese nella geografia del Pime.

    Sono quindici le diocesi brasiliane in cui i missionari del Pime svolgono il loro ministero: attualmente sono 75 e la loro età media supera i sessant’anni. Proprio in vista dell’Assemblea, il 20 luglio scorso, il superiore generale del Pime padre Ferruccio Brambillasca, insieme ad alcuni missionari, si erano recati in pellegrinaggio al santuario di Nostra Signora di Aparecida, patrona del Brasile. Di che cosa parleranno i missionari del Pime in questi giorni? Sul numero di gennaio diM ondo e Missionepadre Licini riassume efficacemente le sfide sul tappeto.

     

    L’attività missionaria si trasforma radicalmente nel ventunesimo secolo e i tradizionali istituti missionari come il Pime si adattano. Sarebbe insensato non farlo o mettersi in coda anziché in testa ai cambiamenti. Prendiamo il Brasile, uno dei Paesi a cui l’Istituto ha dato il suo piccolo contributo dal 1946 con circa 260 missionari di cui 75 ancora attivi seppure con un’età media alta. Negli Stati federali meridionali di San Paolo, Paraná, Santa Caterina e Mato Grosso l’impronta “pimina” è diffusa in dozzine di parrocchie. Al nord sempre a metà del secolo scorso il Pime ha preso in mano una diocesi embrionale nell’intero Stato di Amapá realizzando in alcuni decenni praticamente tutto: comunità e parrocchie, cattedrale, chiese e cappelle, programmi pastorali e un minimo di clero locale. Nel cuore dell’Amazzonia a Manaus la parrocchia di Nossa Senhora de Nazaré è stata il punto di partenza e di germinazione di alcune decine di altre parrocchie e comunità; mentre 500 chilometri più ad est, sempre nello Stato di Amazonas, è cresciuta dal nulla fino alla maturità la diocesi di Parintins. Le difficoltà sono state tante, comprese quelle legate alle dispute teologiche ed ideologiche della seconda metà del ventesimo secolo; ma la generosità e la dedizione di decine di missionari – soprattutto lombardi, veneti e campani – è lì da vedere. Come è stato possibile fare tanto in così poco tempo? Forse è il risvolto positivo del conclamato individualismo pimino e del grande sostegno affettivo ed anche economico alle missioni dall’Italia.

    In Brasile sono finite le “missioni” nel senso che la Chiesa è stata impiantata: nel cuore della gente e nella sua ossatura organizzativa essenziale. Non è finito l’annuncio del Vangelo. Anzi! Girando per il Paese sembra essere proprio questo il momento propizio. Decine di nuove associazioni laicali e religiose di ogni genere. Le congregazioni fortemente impegnate nel sociale. La gente prontissima a radunarsi attorno alla Parola di Dio, a fare comunità e festa insieme. Nello stesso tempo, però, metà della popolazione rimane più o meno indifferente alla dimensione spirituale della vita. La corruzione politica ed amministrativa è dilagante. La povertà nelle grandi città è solo stemperata dall’assistenzialismo interessato degli ultimi governi di sinistra.

    Il Brasile è sempre un Paese di missione. Ma per il Pime nel ventunesimo secolo la dinamica sarà diversa. Non più fondazione a raffica di parrocchie (già fatto), ma piccoli numeri per presenze incisive e specifiche. Sono tre in effetti le linee su cui i 75 missionari presenti nel Paese, insieme alla Direzione generale del Pime e alcuni connazionali missionari all’estero, stanno lavorando in vista della loro assemblea generale in programma dal 25 al 29 gennaio nella capitale Brasilia. La prima è quella di una continuità pastorale territoriale minima. Tradotto: una decina di parrocchie (non di più) in tutto il Paese nelle aree tradizionali di presenza (Amazonas, Amapá, Paraná e forse San Paolo e Sergipe) per un aggancio certo e diretto alla Chiesa locale.

    Ma accanto a questo, attività missionaria di evangelizzazione in ambiti sociologici e culturali, più che geografici: mass media, studenti, cultura, carcere ed emarginazione sociale, bambini di strada e minori, difesa della terra e dell’ambiente e quindi delle comunità rurali e fluviali minacciate. Ci saranno meno missionari, ma in molti casi più capaci e qualificati. Anche perché un terzo ambito di impegno sarà proprio quello di aprire le comunità ed interpellare i giovani circa il loro stesso impegno missionario dentro e fuori il Brasile. Tutte cose che si fanno già, in modo più o meno efficace e più o meno convinto, ma che promettono ormai di essere le tre linee d’azione chiare e quasi esclusive dei prossimi decenni.

    Il Brasile ha ora il 25% della popolazione attiva nelle Chiese evangeliche e pentecostali e il 15% circa attivo nella Chiesa cattolica. Il 10% circa membro di altri culti. È chiaro che le varie denominazioni religiose (cattolici e pentecostali per esempio), generalmente si riconoscono come incompatibili. Ma il vescovo ausiliare di Belém, mons. Ireneu Roman, mi raccontava che, nonostante tutte le differenze, abbiamo almeno due elementi in comune: la Bibbia e la gente, soprattutto quella metà della popolazione che nessuno intercetta.

    La futura attività missionaria del Pime si focalizzerà probabilmente nell’Amazzonia, simbolo latino-americano della missione del passato e del futuro: allora popolazioni isolate e sperdute dai tratti somatici e culturali decisamente asiatici; ora testimoni di una crescita demografica massiccia, subissati dall’immigrazione interna e custodi disarmati del polmone della Terra attaccato da ogni forma di virus tipico della modernità: disboscamento, coltura intensiva, inquinamento da attività minerarie, lavoro schiavo, urbanizzazione da favela, commercio della droga, aggressione mass-mediale di carattere commerciale ed incurante dell’etica. Per i futuri missionari la casa è la strada e un tetto molto modesto. Non troppo distante né distinto da quello della gente comune, soprattutto dei giovani e dei poveri. 

  • Assemblea Panbrasiliana - News 1

     

    25 gennaio 2016

    70 anni fa, nel dicembre del 1946 tre missionari del Pime, Attilio Garré, Aristide Pirovano e Giuseppe Maritano approdavano in Brasile e gettavano il primo seme che ben presto é diventato un grande albero con tanti frutti. A distanza di settant’anni il Pime del Brasile si interroga su come continuare in questa chiesa locale il suo lavoro di evangelizzazione. Così è iniziato il 25 gennaio, festa della conversione di São Paulo, con una solenne celebrazione presieduta dal card Claudio Hummes e concelebrata dai vescovi Mons. Mario Pasqualotto, Giuliano Frigeni, Pedro Zilli, Giuseppe Negri e dal Superiore generale p. Ferruccio Brambillasca, l´assemblea chiamata Panbrasil 2016.

    Fin dall´inizio le parole del cardinale ci hanno spronato a guardare in avanti con speranza, mossi dall´esempio dell´apostolo Paolo e dalle parole di papa Francesco. La missione ad gentes, é attuale e il carisma del Pime, così ha detto il prelato, é attuale, urgente e necessario.

    L´assemblea é composta da 70 membri e da due suore dell´Immacolata del Brasile.

    Alla sera ci sono stati dei comunicati sull´organizzazione ed abbiamo concluso con la preghiera Salve Regina.

  • Assemblea Panbrasiliana - News 2

      

      

    26 gennaio 2016

    Martedì 26 gennaio è dedicato all´ascolto. Fin dal mattino, Mons. Giuseppe Negri, che ha presieduto la celebrazione eucaristica, ha sottolineato tre parole della liturgia: “Ravvivare il dono ricevuto del sacerdozio, non vergognarsi del Vangelo e saper soffrire per il Regno”. Ricorda poi l´epopea missionaria di tanti missionari del Pime che hanno rigato il suolo della Terra della Santa Croce (Brasile) col sudore e col sangue. Invita a recuperare la freschezza dell´annuncio e ad unificare piuttosto che creare nuove strutture.

    Segue la relazione del Cardinal Claudio Hummes, presidente della Commissione episcopale per l´Amazzonia e della Rete Pan amazzonica che comprende nove paesi con un totale di sei milioni di km quadrati, 390 popoli indigeni, 137 popoli isolati e 240 lingue parlate.

    Alla luce della Evangelii Gaudium, il Cardinale invita fortemente ad una conversione pastorale in chiave missionaria: è un tempo nuovo, un kairos che stiamo vivendo per una chiesa piú misericordiosa, povera e con i poveri, in uscita, più audace e coraggiosa, che ha al centro Gesù Cristo. Il Cardinale indica alcuni cammini e periferie che il Pime dovrebbe percorrere: andare verso tutti con una chiara opzione preferenziale per i poveri. Andare nelle periferie: l´Amazzonia é una periferia e gli indigeni la periferia delle periferie.  Un pericolo anche per gli istituti missionari é l´autoreferenzialitá, il ripiegarsi su se stessi. Ci domanda: “Il Pime cerca di vivere come chiesa povera? Vá nelle periferie?”. Citando San Giovanni Paolo II, ricorda che nei poveri c´è una presenza speciale di Cristo che ci obbliga ad una opzione preferenziale. É questa una categoria sopratutto teologica dice papa Francesco. A loro é manifestata innanzitutto la Sua misericordia.

    Segue la relazione di p. Ferruccio Brambillasca, Superiore Generale che, in sintonia con quanto diceva il Cardinale, invita ad una più profonda presa di coscienza della nostra vocazione e del dove vogliamo arrivare, ed indica alcune piste tra le quali quella di concentrare e valorizzare al meglio le nostre forze per un rinnovato slancio missionario in Brasile, condividendo il Vangelo sopratutto con quelli che soffrono discriminazione, povertá, ingiustizia. Abbiamo bisogno di una spiritualitá, di una comunione, di una missione. Adesso é l´ora favorevole. Non profeti di sventura ma di speranza. Sottolinea piú volte che questa assemblea non é solo per il Brasile ma che tutto l´Istituto, in questo momento, guarda al Brasile per ricreare il suo futuro in sintonia con i segni dei tempi.

    Seguono poi le relazioni dei tre Superiori regionali: p. Amadio Bortolotto, Amazonas; p. Dante Bertolazzi, Amapà e p. Giancarlo Vecchiato, Brasile Sud. Viene poi il momento delle relazioni sull´animazione missionaria e vocazionale, sui mezzi di comunicazione sociale, sulla formazione, la pastorale, i laici in missione in Guinea Bissau e gli associati al Pime.

    Nei dibattiti liberi emerge la testimonianza e lo scambio di esperienze sempre alla luce di quanto papa Francesco continua a dire e cioé una chiesa in uscita e nelle periferie. Toccante la testimonianza di Mons. Giuseppe Negri che si chiede cosa lui potrebbe fare ora per il Pime dopo tutto ciò che l´Istituto ha fatto per la diocesi di Santo Amaro. Ovunque incontra persone che ricordano con affetto i missionari del Pime. C’è addirittura una strada statale dedicata a p. Aldo Bollini. Davanti a questa sfida offre concretamente la sua diocesi, con i suoi preti e laici per aiutare il Pime nella missione in Brasile.

  • Assemblea Panbrasiliana - News 3

     

    27 gennaio 2016

    Il secondo giorno dell´assemblea Panbrasiliana è dedicato al dibattito sulle mozioni presentate dall’Instrumentum Laboris.

    Si inizia con la Messa presieduta da Mons. Giuliano Frigeni, vescovo di Parintins, che sottolinea, a partire dalla prima lettura, come è il Signore e non Davide che costruisce la casa. La casa è l´opera di Dio ed è anche tutto ciò che il Pime si è sforzato di fare in questi 70 anni, seguendo un carisma che pone in luce l´attività missionaria che è come un costruire la casa del Signore (la chiesa) che poi si consegna alle diocesi.

    In assemblea si procede alla lettura delle mozioni con le relative discussioni.

    Circa l´Evangelizzazione, oltre al desiderio di definire meglio e più concretamente i campi di lavoro, viene presentato il nuovo progetto della “mondialità”, che però si preferisce chiamare di “umanesimo integrale”, come possibile campo di nuovo annuncio negli ambienti culturali, nelle università e nelle scuole.

    Circa la struttura giuridica dell´Istituto viene discussa la proposta di un´unica regione Pime in Brasile. Pur tra pareri discordanti, alla fine qualcuno sprona al coraggio e fiducia nel Signore, nei superiori e in noi stessi per compiere nuovi passi a servizio dell´evangelizzazione in Brasile.

    La discussione si è poi concentrata sui Mezzi di Comunicazione Sociale, la presenza dei laici e sacerdoti associati, la formazione iniziale e continua. É emersa molto interessante l´esperienza di Mons. Pedro Zilli, vescovo a Bafatá (Guinea Bissau), che in questi anni ha accolto vari laici e laiche anche brasiliani i quali, una volta rientrati nei loro paesi di origine, diventano strumenti di animazione missionaria nella loro chiesa particolare.

    E’ venuto in visita p. Stefano Raschietti, dei Missionari Saveriani, oggi direttore del Centro Culturale Missionario di Brasilia, organismo della Conferenza Episcopale Brasiliana (CNBB) che accoglie giovani missionari di altre nazioni per lo studio della lingua e inculturazione.

    Durante il giorno la segreteria dell’Assemblea ha ricevuto ben 15 mozioni: un segno della fecondità e volontà di cambiare di tutti i membri.

  • Assemblea Panbrasiliana - News 4

      

    28 gennaio 2016

    Se il primo giorno è stato segnato dall´ascolto e il secondo dal dibattito, giovedì è stato il giorno delle decisioni. Sono state infatti presentate le mozioni dell´Instrumentum laboris e quelle dell´assemblea per essere votate.

    La giornata inizia con la celebrazione eucaristica, questa volta presieduta da Mons. Mario Pasqualotto, vescovo emerito di Manaus, Amazzonia, che racconta la sua vita di padre e soprattutto di vescovo improntata dalla comunione e ricerca costante di unità.  È questa infatti la missione che Dio vuole da noi: “Da questo sapranno che siete miei discepoli se vi amate l´un altro” e “che tutti siano uno perché il mondo creda”.

    L´assemblea inizia alle 9:00 presentando le mozioni con le relative votazioni.

    Nel campo dell´Evangelizzazione sono state scelte 4 aree di lavoro pastorale Manaus-Parintins, Macapá-Belém, São Paulo-Ibiporã e il Nordest, non solo con presenze ordinarie ma anche specifiche evidenziando le realtà di marginalizzazione: si è accennato ai carcerati, profughi, drogati, vittime del traffico umano, senza terra, minore abusati, senza tetto. In questo contesto è stata ribadita la priorità dell´Amazzonia e del lavoro con i popoli indigeni che il cardinal Hummes nel primo giorno ci ha presentato come “la periferia delle periferie”. Si è sottolineato come la nostra presenza deve essere soprattutto nell´animazione missionaria e vocazionale. Un passaggio epocale: dalla “plantatio ecclesiae” alla “animatio missionaria ecclesiae” visibile anche nella composizione dei confratelli presenti in assemblea: 65 membri di cui 20 non sono italiani ma provenienti dall´Asia, Africa e America. É stato dato anche ampio spazio alla comunicazione e si è chiesto che tutti i missionari del Pime ricevano una formazione in questo campo. Per l´evangelizzazione in un mondo sempre più secolarizzato si è proposto il progetto “umanesimo integrale” affidato a p. Massimo Casaro con una equipe di laici ad hoc. In questo lavoro di animazione il Pime si apre sempre più anche ai laici che vogliono essere con noi protagonisti della missione ad gentes ed ai sacerdoti secolari che desiderano associarsi con noi.

    Circa la struttura giuridica del Pime in Brasile si è scelta, con una maggioranza assoluta, una regione unica che coordinerà le attività missionarie in tutto il paese. La decisione è stata accolta con un caloroso applauso, manifestando così la volontà di cambiamento che c´é nel Pime Brasile per adeguarci alle nuove realtà dei tempi.

    L´assemblea ha anche deciso di proporre alla Direzione Generale il trasferimento del seminario di propedeutica e filosofia da Brusque, dove é presente da 35 anni.

    Alla sera è venuto a visitarci p. Claudio Pauletti, sacerdote brasiliano diocesano, da cinque anni presidente delle Pontificie Opere Missionarie di Brasilia e già missionario in Mozambico. Ha lanciato la proposta affinché possiamo collaborare sempre di più con le POM soprattutto nell´animazione missionaria dei seminari e della gioventù.

  • Assemblea Panbrasiliana - News 5

    29 gennaio 2016

    “Lascio Brasilia contento”

    Con queste parole p. Ferruccio Brambillasca, Superiore Generale, chiude un´assemblea che ha sorpreso positivamente tutta la Direzione Generale, perché è stata capace di -parole sue- “scelte epocali”, come quella della regione unica, del cambiamento del seminario, della nuova presa di coscienza dell´animazione, che diventa sempre piú la priorità della nostra presenza in Brasile. Sottolinea poi quattro punti fondamentali.

    LA SPIRITUALITÁ. Una spiritualitá incarnata, vicina alla gente, fatta di volontá di cambiamento che comporta spirito di fede, kenosi, disponibilità che coinvolge tutti.

    LA COMUNIONE.  É il valore piú bello emerso in questi giorni, nel ritrovarsi insieme e il Pime ha bisogno di questo. Ci siamo conosciuti di più e i nomi sono diventati volti concreti. Abbiamo bisogno di comunicare di piú tra di noi e con tutto l´Istituto.  Se fatta col cuore una vera comunicazione crea fraternitá.

    MISSIONE.É la parola piú frequente: uscire, andare nelle periferie. C´é in tutti il forte desiderio per la missione che per alcuni è la parrocchia, per altri gli indios, per altri ancora la cultura e le carceri. É un Pime che vuol uscire e che deve fare delle scelte concrete per far diventare concreta la missione. Ma ció che conta é la passione con cui portiamo avanti i progetti.

    FISIONOMIA STRUTTURALE. Abbiamo fatto scelte epocali per la nostra presenza in Brasile e ció comporterá anche dei sacrifici per chi dovrá portare avanti le scelte fatte, e la disponibilità da parte di tutti.

    L´Istituto guarda con interesse il Brasile che in questa assemblea lancia una sfida importante per tutti. In fondo la vera Panbrasiliana inizia ora.

    Il Superiore Generale annuncia poi che p. Vincenzo Pavan sarà il nuovo Superiore Delegato che guiderà la transizione, per un anno, in vista del nuova direzione regionale.

  • Brasile - Nuova Direzione Regionale

    Ieri, 13 gennaio 2017, i missionari della Circoscrizione Brasile hanno eletto la nuova Direzione Regionale così composta: P. Piero Facci, Superiore; P. Daniele Belussi, Vice-Superiore; i PP. Antonio Carlos Nunes, Francesco Sorrentino e Giambattista Giomo, Consiglieri. Il nuovo Consiglio Regionale entrerà in carica dal 1 marzo prossimo.

     

  • Brasile - P. Maurilio Maritano (1931-2017)

    P. MAURILIO MARITANO (1931-2017)

    ITS 58-69; BRS 69-15; DEGE 16-17; BR 17

    Venerdì, 15 settembre 2017, alle ore 18:30 (ora locale) presso l’ospedale di Londrina, Brasile, per insufficienza respiratoria, è morto p. Maurilio Maritano, di 86 anni. È stato missionario in Brasile per 48 anni.

    Era nato a Cumiana, in provincia di Torino, il 19 aprile 1931, fratello di Mons. Giuseppe Maritano, vescovo di Macapà. Emette il giuramento il 28 giugno 1957. Ordinato a Milano dal card. G. B. Montini il 21 giugno 1958, dopo diversi anni di servizio in Italia (Cervignano, Treviso, Genova), è destinato al Brasile Sud (1969), nella zona metropolitana di San Paolo, dove svolge l’attività missionaria per tutto il resto della vita.

    Dopo lo studio del portoghese ad Assis, svolse il ministero pastorale a Porecatú e a Vila Joaniza, nella periferia di San Paolo, istituendo varie comunità, che in seguito divennero parrocchie. Per molti anni fu presidente della Caritas diocesana dando speciale attenzione ai “bambini di strada” e istituendo due centri per loro: Casa Emaús e Casa Betania. Nel mese di ottobre 1985 si trasferì nella comunità di S. Giovanni Battista vivendo tra i poveri. Nel 1987 fu invitato dalla Conferenza Episcopale Brasiliana a insegnare, nella capitale Brasilia, corsi di Missiologia e di Inculturazione per i missionari che si preparavano a lavorare in Brasile, cosa che fece fino al 1991 quando gli fu affidata la parrocchia di Vila Missionaria. Nel 1996, su richiesta del superiore regionale, riattivò e ristrutturò il CESPAT (Centro Social Padre Aldo da Tofori) rendendolo un centro di formazione professionale per ragazzi e giovani poveri. Nel 2001 divenne parroco della parrocchia di Santa Chiara e San Francesco, nel settore di Pedreira, pur continuando la sua collaborazione con il CESPAT. La sua attività in campo educativo gli meritò il titolo di “Cittadino della Città di S. Paolo” (2003).

    Nel 2015, a causa delle precarie condizioni di salute, si era trasferito e viveva presso la Casa Regina degli Apostoli, a Ibiporã, Paranà.

    Il funerale sarà celebrato domenica 17 settembre 2017, alle ore 10:00, nella parrocchia di San Raffaele a Ibiporã e la salma sarà poi sepolta nel cimitero di Ibiporã.

    Ricordiamolo nelle nostre preghiere.

  • Brasile, il Pime accolto nella nuova parrocchia a Belem

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    A Belém è cominciato ufficialmente il cammino del Pime nella nuova parrocchia dedicata a Santa Lucia, affidata all'istituto all´inizio di quest´anno 2019. Martedì 9 aprile il nuovo parroco padri Chigurupati Vijayachandar (p.Vitório) e il viceparroco padri Flavio Piccolin il 9 aprile sono stati accolti dalla comunità in una celebrazione presieduta dall'arcivescovo mons. Alberto Taveira Corrêa. 

    La parrocchia di Santa Lucia si trova nella grande metropoli di Belém, che attualmente conta circa un milione e mezzo di abitanti, nel quartiere Jurunas (il nome di una tribú indígena), uno dei piú popolosi della cittá. Sorge nell´ansa del fiume Guamã, sul quale sorge la cittá di Belém. La parrocchia é stata fondata nel 1978 e amministrata finora dai diocesani.

    L´arcivescovo Alberto Taveira Corrêa ha chiesto al Pime un'attenzione missionaria speciale per una pastorale dei piccoli porti (trapiches), dal momento che nel territorio della parrocchia si trova il porto di San Benedito, dove atrraccano piccole imbarcazione provenienti dall´interno, portando i loro prodotti al mercato. Con questo flusso notevole di persone occorre una pastorale missionaria ad hoc, giacché molti che vengono dall´interno si lasciano anche abbagliare dai mali delle grandi cittá: alcolismo, droga, traffico di persone, sfruttamento sessuale...

    La presa in carico di questa parrocchia è in sintonia con quanto l´assemblea panbrasiliana del Pime, tenuta nel 2016, ha detto a riguardo all'evangelizzazione: «Il Pime in Brasile, assume la scelta preferenziale per i poveri e una maggiore attenzione all´impegno nell´Amazzonia». La città di Belém appartiene allo stato del Pará e fa parte dell´Amazzonia. Il prossimo Sinodo, oramai alle porte, é anche un invito concreto a dare un´attenzione missionaria a questi popoli, e alle sfide dell´evangelizazione sopratutto nelle grandi cittá, dove oggi si concentra quasi l´80% della popolazione brasiliana,  oltre che all´interno.

    A 8 chilometri dalla parrocchia di Santa Lucia, il Pime è presente anche in una grande periferia nel quartiere “terra firme”, nella  parrocchia Santa Maria de Belém, con i padri Romeo Catan e Rogene Pervandes. Con la nuova parrocchia Santa Lucia, il nucleo del Pime di Belém si arrichisce di due nuovi missionari, portando così a cinque il numero dei missionari in sintonia con il carisma del Pime che ci vuole piú «insieme» per la missione.

    Pedro Facci

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  • India - Joseph, papà di Fr. Martin Ooralikunnel

    Sabato 30 gennaio 2016, è morto il signor Joseph Ooralikunnel, di 83 anni, papà di Fr. Martin Ooralikunnel, originario del Kerala, India, e attualmente missionario in Brasile sud.

    Il funerale sarà celebrato lunedì 1 febbraio alle 10:00.

    Chiediamo a tutti un ricordo nella preghiera.

  • Italia - P. Luciano Basilico (1930-2016)

    Ieri mattina, 26 dicembre 2016, è morto a Lecco P. Luciano Basilico, di anni 86.

    Nato a Cogliate, Milano, il 14 marzo 1930, entra nel PIME a Vigarolo nel 1950. È ordinato presbitero a Milano il 7 aprile 1962. Nello stesso anno parte per la missione di Parintins, Amazzonia.

    Dal 1963 al 1970 è coadiutore nella cattedrale di Parintins e insegnante nel locale collegio. Dal 1970 al 1980 lavora prima a Maués e poi a Manaus. Dal 1980 al 1983 è rettore di Villa Grugana e nel 1983 rientra a Manaus. Nel 2005 torna definitivamente in Italia e risiede a Villa Grugana. Ha trascorso gli ultimi anni nella nostra Casa di Lecco.

    I funerali si svolgeranno domani, 28 dicembre, alle ore 9.30 nella Casa di Lecco. Sarà sepolto nel cimitero del PIME a Villa Grugana.

    Ricordiamolo nella nostra preghiera.

  • Italia - P. Simone Cau (1935-2017)

    P. SIMONE CAU (1935-2017)

    ITM 62-75; BRS 75-78; ITM 78-08; IT 08-15; DEGE 15-17

    Sabato, 16 settembre 2017, alle ore 14:00 presso la casa di Rancio di Lecco, per arresto cardiaco, è morto p. Simone Cau, di 82 anni, missionario in Brasile

    Nato il 29 agosto 1935 ad Ittiri, nella provincia di Sassari, entra nel P.I.M.E. il 30 settembre 1953 a Ducenta.

    Emette il giuramento perpetuo il 17 marzo 1961 e viene ordinato prete a Sassari il 7 aprile 1962. A parte gli anni trascorsi in Brasile (1975-1978), svolge la maggior parte del suo servizio in Italia, sia nell’insegnamento nei seminari dell’Istituto sia nella animazione missionaria.

    Nel 2015, a causa delle precarie condizioni di salute, si era trasferito e viveva presso la casa di Rancio di Lecco.

    Il funerale sarà celebrato martedì 19 settembre 2017, alle ore 9:30, nella cappella della casa di Rancio di Lecco e la salma sarà poi sepolta nel cimitero del suo paese natale, a Ittiri, in Sardegna.

    Ricordiamolo nelle nostre preghiere.

  • Italia - P. Teodoro Negri (1926 - 2017)

    P. TEODORO NEGRI (1926-2017)

    (ITS 53-59; BRS 59-12; IT 12-15; DE.GE. 15-17)

    Domenica 20 agosto 2017, alle ore 1:40 di mattina, presso la casa di Rancio di Lecco, dopo una lunga malattia, èritornato alla casa del padre P. Teodoro Negri. La causa della morte è stata un’ischemia acuta dell’arto inferiore sinistro con scompenso cardiaco irreversibile. Aveva 91 anni.

    Nato 14 ottobre 1926 a S. Martino Pizzolano, LO, entra nel P.I.M.E. a Genova proveniente dal seminario di Lodi. Emette il giuramento il 28 giugno 1952 ed è ordinato prete a Milano dal card. I. Schuster il 28 giugno 1953. Dopo alcuni anni di servizio in Italia (a Genova, Treviso e Milano), nel 1959 parte per il Brasile Sud.

    Grande ammiratore di P. Carlo Acquani, è nominato dapprima vice-rettore al collegio di Meninópolis e poi direttore (1965). Riconoscendo la necessità di avere delle competenze in campo didattico, ottiene diplomi in vari campi educativi, frequentando l’USP (Universidade de São Paulo), l’università più prestigiosa e ambita di tutta l’America Latina. La formazione religiosa degli alunni fu sempre per lui una grande preoccupazione: la maggior parte delle sue energie venne spesa per decenni nel campo della formazione dei giovani. Richiesto di poter insegnare all’università, dopo mesi di riluttanza, per timore che ne scapitasse il Collegio, acconsentì.

    Per ragioni di età, per disturbi ad un occhio e per cambiamenti che stavano sorgendo nella università, chiede di andare in pensione. Risiede nella casa regionale a São Paulo. Nel 2012 vien trasferito, per ragioni di salute, a Rancio di Lecco e il 22 ottobre dello stesso anno viene assegnato alla regione Italia e poi alla Delegazione Generalizia.

    Lo affidiamo alla misericordia del Padre, perché gli conceda la pace e la felicità eterna.

    I funerali saranno lunedì, 21 agosto alle ore 9.30 nella casa del P.I.M.E. di Rancio di Lecco.

    La salma verrà poi sepolta presso il cimitero di Rho.

  • Padre Casaro: così a San Paolo raccogliamo la sfida dell'animazione culturale

     

    Una sessantina di persone si sono strette attorno a padre Massimo Casaro, nel Museo “Popoli e culture” di Milano, dove il missionario, di rientro per un mese dalla sua attuale missione, San Paolo del Brasile, ha presentato una sua raccolta di poesie dal titolo “E che ancora sia giorno” (Pimedit).

    Intervallata dall’esecuzione di splendidi brani musicali con la fisarmonica suonata da Davide Novarina, l’attrice Elda Olivieri (voce italiana di Lara Croff) ha letto alcuni dei testi poetici di padre Massimo, in una serata molto piacevole, sapientemente costruita sotto la regia di Antonio e Andrea Zaniboni e guidata dalla giornalista Emanuela Citterio.

    L’occasione si è rivelata preziosa per conoscere, dalla viva voce di padre Massimo, il nuovo impegno che il Pime sta realizzando in campo culturale nella metropoli brasiliana. Partendo da una citazione dello scrittore brasiliano Rubem Alves, secondo cui l’educatore è colui che sa stimolare l’appetito, padre Massimo ha spiegato la decisione di puntare sull’aspetto della creatività e dell’arte perché dimensioni centrali dell’esperienza umana e dunque, per ciò stesso, non estranei alla missione. Ha poi sottolineato l’importanza del creare un team di una trentina di persone, professionisti provenienti da vari ambiti sociali e culturali perché «le relazioni umane sono tutto». Quanto al rischio di una iniziative di elite, padre Massimo ha rintuzzato la possibile critica spiegando che «il Brasile di oggi non è certo quello in cui sbarcarono i padri del Pime 70 anni or sono»: a Parintins, allora sperduta località nel fitto dell’Amazzonia, oggi sorgono diverse facoltàò universitarie. Il Brasile – ha raccontato padre Massimo – è un Paese in grande crescita, segnato da un forte dinamismo culturale, dal proliferare impetuoso di nuove denominazioni e sette cristiane («in Tv il Papa è chiamato il capo della Chiesa cattolica»). E quindi, «in un contesto dove il cattolicesimo non è più egemone, la questione dell’evangelizzazione si pone in termini nuovi e chiede di recuperare le dimensioni essenziali dell’uomo: l’unico modo per non rassegnarsi alla tentazione dell’irrilevanza in un Paese smisurato e dalle molteplici sfide». Ancora: «In Brasile assistiamo alla diffusione del consumismo. Una grossa fetta della popolazione soffre di obesità: questo significa che non basta uscire dalla miseria materiale e dalla fame per essere liberi, ma occorre imparare ad avere consapevolezza di sé per acquisire un’autentica dignità».

    Ecco il motivo per cui – sulla falsariga di quanto fatto nel corso degli anni all’Ufficio mondialità del Pime di Milano – anche a San Paolo il Pime sta spingendo molto sul versante dell’animazione culturale, con la rivista “Trascender”, l’editrice Mundo e Missao (che oltre all’omonima rivista pubblica libri, alcuni dei quali tradotti dall’estero) e con l’organizzazione di appuntamenti culturali. Con l’obiettivo di aprire porte e finestre della casa del Pime di San Paolo, rendendola «una sorta di laboratorio, dove si produce pensiero nuovo».

    Per questo, come ha sottolineato padre Massimo, «la parola d’ordine per essere significativi nel nuovo contesto è qualità»: non in senso snobistico, ma come attenzione alla profondità e lla verità di quanto si propone, convinti dell’importanza di «risvegliare l’umano che è in ciascuno di noi».

    Ecco spiegato allora anche il senso del team di lavoro multidisciplinare che affianca il lavoro dei padri del Pime a San Paolo. Ne fa parte del gruppo di lavoro anche Raffaella Pezzilli, pittrice di origini italiane ma brasiliana di adozione, che ha realizzato i disegni che corredano il libro di padre Massimo e che ieri sera ha preso parte all’incontro, raccontando brevemente la sua esperienza.

SCHEGGE DI BENGALA

Il Blog di P. Franco Cagnasso

LETTERA DALLA MISSIONE

Il Blog di P. Silvano Zoccarato

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