Nell’Italia dell’Ottocento ci furono vari tentativi di esperienze missionarie, con partenze di alcuni sacerdoti e progetti di fondazione di istituti per questa finalità. Ma non ebbero successo. Solo nel 1850 si arrivò a una concretizzazione, quando la convergenza di vari elementi sfociò nella fondazione a Milano dell’Istituto (o Seminario) delle Missioni Estere. Il protagonista fu mons. Angelo Ramazzotti, all’epoca vescovo di Pavia, che raccolse un desiderio del Papa Pio IX e coinvolse i vescovi della Lombardia nella fondazione ufficiale dell’Istituto (1° dicembre 1850). Ramazzotti fu convinto a ciò in maniera particolare dal rapporto che aveva con alcuni seminaristi milanesi, che da qualche anno si sentivano chiamati a donare la propria vita per le missioni, ma non trovavano in Italia la possibilità di concretizzare quella loro aspirazione. Appena ordinati sacerdoti, costituirono la prima comunità con sede a Saronno, presso Milano, la cui apertura avvenne il 31 luglio 1850.

Mons. Ramazzotti ebbe la felice idea di coinvolgere nella fondazione i vescovi della Lombardia, sulla base del principio della corresponsabilità di tutte le diocesi nei confronti della diffusione del vangelo a tutti i popoli che ancora non conoscono Gesù Cristo. Allora era una novità, preceduta solo dalla fondazione dell’Istituto delle Missioni Estere di Parigi (1658); fino a quel tempo l’apostolato missionario era totalmente nelle mani degli Ordini e Congregazioni religiose. Ora, con l’Istituto di Milano, comincia a essere assunto dalle diocesi, che si impegnano ad aprirsi verso tutto il mondo per inviare i loro sacerdoti al di là dei loro confini.

Vediamo alcune caratteristiche fondamentali dell’Istituto, che ne evidenziano la fisionomia.

Istituto esclusivamente missionario, cioè non ha altro scopo che la missione alle genti, per annunziare Cristo ai popoli o ambienti culturali che lo ignorano e fondare la Chiesa dove ancora non esiste o non è sufficientemente stabilita.

Nel primo articolo delle Costituzioni attuali del PIME si legge: “Di tutta la vasta gamma dell’attività missionaria, descritta dal decreto conciliare Ad Gentes, il PIME sceglie e stabilisce come suo impegno prioritario l’annunzio del Vangelo ai non cristiani”; e nel secondo si aggiunge: “L’Istituto presterà la sua collaborazione per la maturazione delle giovani Chiese e specialmente per promuovere la loro fattiva partecipazione all’evangelizzazione dei non cristiani dentro e fuori del loro territorio”.

Si è detto che l’Istituto è stato fondato ufficialmente dai vescovi, che lo consideravano come espressione della loro missionarietà. Ma, per amore della verità, si deve dire che tale rapporto è stato coltivato solo da parte di alcuni di loro e per poco tempo. Nello spazio di qualche decennio l’Istituto e i vescovi lombardi hanno camminato su vie diverse, che non si sono praticamente più incrociate. Così l’Istituto ha avuto un suo percorso proprio, autonomo, e in parte si è sviluppato come le altre congregazioni religiose, pur senza identificarsi con esse. Infatti i suoi membri non emettono voti come i religiosi, ma si consacrano per tutta la vita all’attività missionaria con una promessa definitiva. Questo non deve essere inteso come un impegno esteriore, quasi un “lavoro apostolico”, ma è la definizione dell’identità profonda del missionario del PIME: la missione è il suo essere, lo scopo della sua vita.

I primi membri dell’Istituto hanno voluto con tutte le forze operare in un campo di lavoro che fosse “un terreno vergine per predicare il Vangelo dove Cristo... non è nominato”. Infatti sono andati in isole dell’Oceania “fra i popoli più lontani e abbandonati”. La stessa linea è stata seguita dagli altri, che nei primi cento anni si sono sparsi nel continente asiatico. Così il PIME si è spinto in regioni totalmente nuove e ha evangelizzato popoli e gruppi umani che ancora non avevano conosciuto il cristianesimo. Possiamo dire che l’ansia dei missionari del PIME è stata di andare sempre “oltre”, non accontentandosi del già raggiunto e non restando rinchiusi dentro i confini delle comunità fondate, pur belle. Così l’Istituto nel suo primo secolo di vita ha aperto campi di missione in India, Bengala, Birmania, Hong Kong e Cina, oltre a presenze temporanee in Oceania (il primo gruppo) e Colombia. Sono stati anni di eroismi spesso nascosti, di dedizione senza misura ai più poveri, di iniziative e attività dettate da un amore generoso e creativo. Vite spesso di breve durata, perché falciate dalle malattie e dal clima micidiale. Ma sono stati gli anni in cui il seme nascosto sotto la terra ha prodotto tanti frutti di nuove comunità, di diocesi nate dal nulla, di vocazioni sacerdotali e religiose germinate per il servizio della chiesa locale. Perché una caratteristica del PIME è stata quella di non fondare se stesso nelle chiese dove ha lavorato, ma di mettersi totalmente e disinteressatamente al loro servizio. E quando abbandona un campo di missione per passare a un altro, vi lascia tutto quello che ha costruito (strutture, organizzazione), nella convinzione che tutto questo non gli appartiene, ma è della chiesa che rimane.

Lo stesso modo di procedere è continuato e ancora continua nelle altre missioni più recenti, che il PIME ha assunto negli anni dopo la Seconda Guerra Mondiale: Brasile sud e Amazzonia, Giappone, Guinea Bissau, Filippine, Camerun, Costa d’Avorio, Thailandia, Cambogia, Papua Nuova Guinea, Messico e, ultima, Algeria. Realtà molto diverse, socialmente e religiosamente, che sfidano lo slancio missionario dei membri dell’Istituto, impegnati a cercare vie sempre nuove di presenza e di annuncio del vangelo. Così, per dare alcuni esempi, si passa dai paria dell’India, i favelados e gli indios del Brasile alle città moderne e religiosamente indifferenti del Giappone, dai musulmani dell’Algeria e della Guinea Bissau ai buddisti della Thailandia, dalla guerriglia musulmana delle Filippine alle presenze nascoste nella Cina continentale.

Storicamente il PIME nella sua realtà attuale è il risultato dell’unione dell’istituto fondato da mons. Ramazzotti e un altro nato a Roma nel 1871-74 ad opera di mons. Pietro Avanzini, il “Pontificio Seminario dei santi apostoli Pietro e Paolo per le missioni estere”. Questa seconda istituzione per vari motivi non diede risultati soddisfacenti, per cui nel 1926 il papa Pio XI ne decretò l’unificazione con l’istituto di Milano.

La storia del PIME è contrassegnata da una scia luminosa di santità in tanti suoi membri, in alcuni riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa: i martiri Sant'Alberico Crescitelli, Beato Giovanni Battista Mazzucconi, Beato Mario Vergara e i confessori Beato Paolo Manna e Beato Clemente Vismara. Di altri è in cammino il processo di beatificazione, primo fra tutti Mons. Angelo Ramazzotti, di cui è stata riconosciuta nel dicembre 2015 l’eroicità delle virtù. Il PIME ricorda fra i suoi missionari 19 martiri, che hanno dato la vita per Gesù in favore del loro popolo, senza riserve e senza calcoli personali. Possiamo considerarli come la punta dell’iceberg di uno stile di vita nella sequela di Gesù missionario.

Il PIME si definisce una “famiglia di apostoli”, è una vera comunità di sacerdoti e laici che vivono in comunione di vita e di attività. La prima comunità degli inizi sentiva e viveva fortemente questo spirito comunitario. Poi alle volte le circostanze concrete hanno costretto i missionari a lavorare isolati, per seguire le comunità sparse su territori immensi. Ma lo spirito di appartenenza a questa famiglia è sempre rimasto ed è stato la forza che ha sostenuto il loro apostolato.

Il PIME è Istituto internazionale: tale è diventato nell’Assemblea generale di Tagaytay (Filippine) del 1989. In precedenza ha accolto limitatamente membri da alcuni paesi dove era presente, come India e Brasile. Nel 1989, dopo consultazioni e dibattiti durati mezzo secolo, è stato approvato il seguente articolo n. 10 delle Costituzioni: “Il PIME è un istituto missionario internazionale. Ponendosi al servizio della comunione fra le Chiese per l’evangelizzazione dei non cristiani, accoglie e forma missionari in diversi paesi di modo che membri di nazionalità diverse operano insieme nei medesimi compiti dell’evangelizzazione”. Il motivo fondamentale di questo cambiamento è stato questo: nelle diocesi e nei paesi in cui il PIME lavora da molto tempo e vi ha fondato la Chiesa, sacerdoti, seminaristi o laici chiedevano di entrare nell’Istituto per essere missionari e alcuni vescovi locali sollecitavano ad aprire le porte al personale locale, affinché la Chiesa del posto diventasse missionaria. Per esempio, l’allora segretario della Conferenza episcopale brasiliana, mons. Luca Moreira Neves, dichiarava nel 1984: “La funzione principale degli istituti missionari in Brasile è esattamente questa: stimolare il popolo di Dio perché assuma e viva la coscienza della sua missionarietà; far crescere la Chiesa locale perché diventi essa stessa capace di venire in aiuto ad altre Chiese; inviare missionari perché siano disponibili per altre aree bisognose”. Oggi il PIME ha propri seminari, oltre che in Italia, in Brasile, India, Camerun e ha già membri (sacerdoti e laici) provenienti dai paesi di missione, inviati come missionari in altri continenti. Nel seminario internazionale teologico di Monza la maggioranza degli studenti proviene da paesi extraeuropei.

 

 

 

SCHEGGE DI BENGALA

Il Blog di P. Franco Cagnasso

LETTERA DALLA MISSIONE

Il Blog di P. Silvano Zoccarato

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