Padre DAmbra e il dialogo religioso

 

Ieri, 20 dicembre 2018, Vatican Insider ha pubblicato un'intervista rilasciata da padre Sebastiano D'Ambra, Pime, alla giornalista Cristina Uguccioni. Ne riportiamo il testo.

 

Non solo conflitti, a Mindanao si radica il dialogo interreligioso. Storie di convivenza tra cristiani e musulmani. Viaggio nell’isola delle Filippine, ferita dalla violenza del radicalismo islamico, dove padre Sebastiano D’Ambra ha fondato un Movimento che promuove la spiritualità del dialogo. 

«A quanti mi domandano per quale ragione continui in quest’opera o perché  non abbia gettato la spugna dopo l’omicidio, nel 1992, del mio carissimo amico e confratello padre Salvatore Carzedda, con semplicità rispondo in questo modo: confido che i semi buoni di pace che stiamo seminando porteranno frutto; confido che l’ultima parola l’abbia l’amore, non la morte: ed è ciò che cerco di testimoniare con la vita. Credo che nel cuore di ogni uomo, anche del più malvagio, vi sia un angolo di bontà da dissotterrare e far crescere. Credo che vivere insieme, da fratelli, sia possibile, e anche bello. Le autorità vorrebbero assegnarmi una scorta armata poiché ho ricevuto minacce di morte, ma ho rifiutato: la mia vita è nelle mani di Dio. Così come è nelle Sue mani la Storia: non so dunque prevedere cosa accadrà su quest’isola nei prossimi anni, ma ho il dovere di andare avanti seguendo Cristo che ha comandato di amare tutti, anche i nemici». 

Così dice a Vatican Insider padre Sebastiano D’Ambra: 76 anni, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) dal 1977 opera nelle Filippine. Nel 1983 si è stabilito a Zamboanga City, città di un milione di abitanti (il 60% cristiani, il 40% musulmani), situata nell’isola di Mindanao (estesa quanto un terzo dell’Italia), dove la presenza musulmana – contrariamente a quanto accade nel resto del Paese – è molto consistente; un’isola che, sottolinea il sacerdote, «da decenni non trova pace». Nel 1984 padre Sebastiano ha fondato il Silsilah Dialogue Movement, un Movimento che si propone di promuovere la pace e il dialogo tra cristiani, musulmani e fedeli di altre religioni; un Movimento che con mite ostinazione sta costruendo pace e convivenza serena. 

Nel corso dei decenni come sono cambiati i rapporti tra cristiani e musulmani sull’isola di Mindanao? 

«La qualità della convivenza è in continua evoluzione e certamente non è la stessa che trovai 40 anni fa. Per certi aspetti è peggiorata poiché qui, come nel resto del mondo, da alcuni anni hanno cominciato a diffondersi movimenti musulmani radicali anche violenti provenienti dall’estero. Nel 2017, per citare uno degli eventi più gravi degli ultimi tempi, l’isola è stata ferita da terribili violenze perpetrate da un gruppo di estremisti affiliati al sedicente Stato Islamico che volevano costituire un califfato e hanno messo a ferro e fuoco la città di Marawi seminando morte e distruzione. Il governo è intervenuto molto duramente e dopo cinque mesi ha avuto la meglio. Ma i segni della devastazione, delle anime e degli edifici, sono ancora ben visibili. I rapporti tra cristiani e musulmani sono conflittuali o pacifici, a seconda dei casi: la comunità islamica non è un monolite, vi sono molti fedeli moderati, che vogliono vivere in pace con i cristiani e sono stanchi delle violenze, ma anche estremisti con i quali la convivenza è difficile».  

Perché ha deciso di fondare il Movimento Silsilah?

«Quando giunsi qui, nel 1977, era in corso una rivoluzione promossa dai ribelli del Moro Islamic Liberation Front (Mnlf): nel villaggio dove vivevo, a maggioranza musulmana, cominciai a conoscere i gruppi indigeni musulmani e i ribelli. Mi fu chiesto di fare da mediatore tra il governo e questi ribelli e accettai l’incarico. Nel 1981, anche grazie al mio intervento, si giunse a un accordo ma quest’opera di mediazione mi aveva molto esposto e fui vittima di un’imboscata, così, su richiesta dei miei superiori, rientrai in Italia. Studiai al Pisai (Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica) approfondendo la conoscenza del mondo islamico. In seguito, dopo alcune esperienze nei Paesi arabi, tornai nelle Filippine, a Zamboanga, e nel 1984 decisi di dar vita al Movimento Silsilah, un termine che significa “catena”, “legame”, ma anche “albero genealogico”: intende affermare che l’umanità forma una catena, che siamo tutti creature di Dio legate le une alle altre. Ho voluto dar vita a questo movimento perché credo nella spiritualità della vita-in-dialogo, dialogo con Dio, con se stessi, con gli altri, con la creazione; credo nel dialogo interreligioso come via che porta alla pace».

Il Movimento Silsilah dedica particolare cura alla formazione: quali sono le principali iniziative promosse in questo ambito?

«Il dialogo non si improvvisa, per questa ragione riserviamo grande cura alla formazione. Organizziamo diversi corsi ai quali partecipano cristiani e musulmani provenienti non solo da Mindanao, ma anche da altre zone delle Filippine e dall’estero. Oltre a seminari e workshop, ogni anno teniamo un corso mensile che consente di approfondire la conoscenza reciproca e la spiritualità del dialogo e propone la storia, i testi sacri, i principi cardine del cristianesimo e dell’Islam. Durante questo mese, nei fine settimana, gli alunni cristiani vivono in famiglie di fede islamica mentre quelli musulmani sono accolti da famiglie cristiane. Proponiamo inoltre corsi settimanali intensivi e corsi che ogni anno approfondiscono un tema diverso. Abbiamo anche deciso di offrire lezioni riservate agli insegnanti di religione cristiana e musulmana».

Quante persone fanno oggi parte del Movimento?

«Difficile indicare un numero preciso: so che ormai sono moltissime. Il Movimento può contare su un nucleo direttivo ristretto, di cui fanno parte persone cristiane e musulmane (fra loro anche alcuni imam), e qualche migliaio di membri cristiani e musulmani presenti non solo a Mindanao ma in tutte le Filippine: sono ex alunni e amici che hanno fatto propria la spiritualità del dialogo e si sono impegnati a viverla e a diffonderla, attraverso diverse iniziative, lavorando anche in gruppo, là dove risiedono. Tengo a sottolineare che fra i membri cristiani e musulmani legati a vario titolo al Movimento sono nate salde amicizie: la convivenza pacifica è possibile ed è anche feconda». 

In quali opere sociali sono coinvolti i cristiani e i musulmani legati al Movimento? 

«Nelle zone più povere di Mindanao, ad esempio, seguiamo insieme alcuni asili e assistiamo le persone bisognose anche con la distribuzione di cibo. Promuoviamo inoltre la cura e la tutela dell’ambiente e a questo scopo organizziamo corsi di agricoltura biodinamica per i contadini più poveri nella fattoria del nostro Harmony Village, un villaggio nella periferia di Zamboanga edificato su un terreno che ci è stato donato. Fra i molti progetti di assistenza che abbiamo promosso uno è destinato a 50 bambini cristiani e musulmani che sono rimasti orfani alcuni anni fa a causa di duri scontri tra cristiani e musulmani in una zona della città: li stiamo sostenendo negli studi e nella crescita. Oggi è per me commovente vedere come questi giovani siano legati da profonda amicizia mentre i loro padri erano divisi dall’incomprensione e dall’odio. Inoltre svolgiamo una capillare azione educativa nelle scuole».

L’istituzione scolastica svolge un ruolo fondamentale nell’edificazione di una società pacifica e coesa.

«Certamente: per questo motivo collaboriamo con numerose scuole e università organizzando incontri e seminari. Abbiamo anche redatto un manuale di formazione al dialogo che gli insegnanti possono utilizzare per educare alla pace. Nel 2010 le Nazioni Unite hanno promosso la World Interfaith Harmony Week, una settimana, che si tiene ogni anno in febbraio, dedicata all’amore di Dio, del prossimo e del bene comune. Il nostro Movimento si è fatto promotore di questa settimana speciale qui nelle Filippine e organizza incontri di formazione e attività di solidarietà coinvolgendo scuole e atenei di tutto il Paese. Sono stato di recente nominato segretario della Commissione per il Dialogo Interreligioso della Conferenza episcopale filippina la quale, ogni anno, sceglie un tema da approfondire: il tema dell’anno 2020 sarà proprio il dialogo interreligioso e stiamo preparando iniziative che coinvolgeranno anche i giovani. A tutte le iniziative che ho menzionato se ne aggiunge una, quotidiana, che reputo essenziale: la preghiera. Nelle Filippine e in altri Paesi sono anche nati gruppi legati al nostro Movimento che pregano per la pace. La preghiera è arma potente, l’unica necessaria».

Quale obiettivo si pone la Emmaus Dialogue Community nata nell’ambito del Movimento? E per quale ragione avete deciso di crearla? 

«L’Emmaus Dialogue Community è un gruppo riconosciuto dalla Chiesa attualmente costituito da uomini e donne cattolici, sia laici sia consacrati (ne faccio parte anch’io), che hanno deciso di approfondire insieme la loro fede, di vivere sempre più radicalmente il Vangelo e, di conseguenza, essere sempre più aperti al dialogo. Purtroppo qui nelle Filippine, come accade in altri Paesi, è in atto una sorta di scristianizzazione della società: la fede di molti è tiepida, superficiale, quasi un’abitudine che non incide sull’esistenza. Il vero dialogo interreligioso non è un generico “vogliamoci bene” che annulla le differenze: il vero dialogo riconosce e rispetta le differenze e implica una fede salda, capace di costruire autentici percorsi di pace. Tra i musulmani è nato un gruppo simile all’Emmaus Dialogue Community, il Muslimah (Donne musulmane per il dialogo e la pace)».

Esiste un progetto che le sta particolarmente a cuore e che vorrebbe presto realizzare?

«Vorrei aprire una scuola di teologia per i cattolici, una scuola che possa assicurare una solida formazione religiosa e, al contempo, educare al dialogo: come dicevo poc’anzi, penso sia necessario che i cattolici fortifichino la loro fede: troppi vivono un cristianesimo “all’acqua di rose” senza aver sperimentato un reale incontro con Cristo». 

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