La città giapponese di Koshigaya ha assegnato di recente un riconoscimento a padre Marco Villa, missionario del Pime, che è stato tra i promotori e per alcuni anni ha lavorato presso il Centro d’ascolto aperto dalla diocesi in quel luogo. La città (oltre 300 mila abitanti, a 35 chilometri nord di Tokyo) ha da poco festeggiato i 60 anni di città e ha deciso di premiare alcune persone che hanno contribuito allo sviluppo sociale della località: tra queste, appunto, anche padre Marco, come responsabile del Centro di ascolto al quale, va ricordato, la città assicura anche un supporto di tipo economico.

Classe 1967, brianzolo di origine, padre Villa, che ha operato in Giappone dal 1999 a pochi mesi fa (attualmente è segretario generale del Pime), ha fondato il Centro di ascolto con una duplice motivazione: attivare una forma di servizio alla popolazione - incontrando uno dei bisogni più avvertiti in assoluto in Giappone, quale la solitudine – e aprire, in un’area dove sin lì non c’era alcuna struttura cattolica, un luogo di culto. Così è stato: il Centro di ascolto è stato aperto nel novembre 2011, con un nome giapponese che significa “bicchiere d’acqua”: «un nome – spiega padre Marco – che a tutti ricorda un segno di attenzione e disponibilità, ma ai cattolici rimanda alle parole di Gesù che raccomanda la carità ai più poveri come metro di misura della fede dei cristiani». Lo scopo? «Esprimere una solidarietà concreta con le persone sole; il Centro infatti accoglie soprattutto le persone che vogliono stare in compagnia, sentirsi ascoltate, e mangiare con qualcuno».

Essendo a tutti gli effetti una struttura diocesana, è stato inaugurato dal vescovo di Saitama, nel cui territorio si trova. Pur limitato nella sua attività (all’inizio era aperto 2 giorni la settimana, dalle 10 alle 16) e pur radunando un numero ridotto di persone (una decina delle quali si fermava per il pranzo), da subito il Centro si è presentato come un segno importante di carità, «un linguaggio che tutti capiscono», anche  in un Paese dove i cattolici rappresentano una percentuale molto esigua della popolazione.

Dopo due anni dal via, è stato attivato anche un servizio serale (dalle 18 alle 21) e un’attività all’esterno, ne pressi della stazione. «Con un apposito cartello che segnalava il nostro “volontariato dell’ascolto” ci siamo messi nella stazione della città all’ora del rientro delle persone dal lavoro», spiega padre Marco. «E così abbiamo intercettato molti lavoratori che chiedevano di potersi confidare, ma anche studenti e a volte bambini: tutti, nella quasi totalità, di sesso maschile». Aggiunge il missionario: «La società giapponese si sta trasformando in una società senza legami. Il legame con la propria terra d’origine, con la propria famiglia, con la realtà dove uno vive, sta diventando sempre più una realtà labile. E a questa perdita si accompagna inevitabilmente il dramma della solitudine, e non solo della persona anziana».

Ora padre Marco è in Italia e tuttavia, spiega con soddisfazione, il centro procede facendo perno su un nucleo di volontari e un nuovo responsabile che è un laico della diocesi. «Se domani tornassi in Giappone è là che andrei…» si lascia scappare padre Marco, lasciando intendere che, pur ancora “giovane”, il servizio del Centro si è rivelato promettente in termini di testimonianza missionaria. «Alcuni degli “utenti” del Centro, in questi anni, hanno compiuto un cammino personale di fede e si sono battezzati».

Particolare interessante: «Ho avuto modo di incontrare il pastore di Koshigaya, dove la Chiesa protestante è presente da oltre un secolo e mi ha raccontato che anche la loro presenza è nata da un’opera sociale. A conferma che la testimonianza della carità rimane una strada importante per la missione. La sfida, come già ci ricordava anni fa Giovanni Paolo II, consiste nel leggere la realtà che è in continua mutazione e rispondere alle situazioni e ai bisogni inventando, se necessario, forme nuove di attenzione agli ultimi e di condivisione».

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