Gadda e gli ex studenti

 

Tutto è grazia. Un ricordo di Padre Giovanni Gadda da parte di alcuni suoi amici e compagni

Le prime parole del Testamento di p. Giovanni Gadda lette in chiesa a Pioltello dicono più o meno così: “che nessuno al mio funerale osi tessere elogi! Piuttosto che qualcuno pensi a prendere il mio posto nella vigna del Signore!”

Visto che non ci è permesso di elogiare i suoi pregi, niente ci vieta di parlare dei suoi difetti. Primo difetto: fumava come un turco (sosteneva trattarsi di normale profilassi antimalarica, per allontanare le zanzare). Secondo: diceva le parolacce (ma solo quando era… indispensabile per chiarire un concetto). Terzo: era umano, molto umano: e questo in un tempo di muri e di odio risulta essere un difetto, anzi una colpa…

Certo che la chiesa gremita all’inverosimile durante i funerali, con gente in piedi fin fuori delle porte laterali sono il più eloquente degli elogi, non occultabile… Così come la processione di giovani che in quest’ultimo anno da lui definito di “riposo sabbatico” venivano a casa sua per incontrarlo o per confessarsi - ci dice che il contatto con p.Giovanni era vissuto come un’esperienza profonda, capace di cambiarti la vita…. e i giovani erano i primi a capirlo.

 Noi, suoi amici e compagni di classe, il Giovanni lo ricordiamo così: buono, schietto, gran lavoratore. Uomo di fede. Allergico alla dogmatica e alle sagrestie.  Dotato di un naturale senso dell’ humor (qualità fondamentale per la sopravvivenza nelle comunità). La stessa espressione “chiii?” - che è il nome in codice del nostro gruppo in seminario e dopo il seminario - era un grido da lui inventato che rimbombava quando meno te l’aspettavi nei corridoi e nei vani-scala dell’antico seminario di via Monterosa e che permetteva di trasformare in buon umore anche la seriosità o la ritualità o il dover essere...

Grande lavoratore, si diceva. “Già da piccolo” al seminario di Monza - negli anni sessanta – ricordano che quando suonava la mitica campanella che scandiva il tempo studio e la famosa ricreazione, molti partivano di volata per andare a giocare a calcio o a fare cose simili. Il Giovanni invece (e pochi altri come lui) incominciavano il loro lavoro di elettricisti, meccanici, idraulici, … Gente capace di fare di tutto e che non si fermava se il lavoro non era finito. Altri tempi. Altre teste, si direbbe oggi…

Le sue mani da operaio della Borletti, grandi e nodose, oltre a costruire in brasile case e chiese, hanno “predicato”- almeno quanto le sue parole.

A tale proposito viene ricordato un episodio avvenuto in Guinea Bissau. La Chiesa era appena uscita dal Concilio. Il mondo era in ebollizione. Quello che succedeva nel mondo arrivava fino in aula magna del Seminario di via Monterosa. E anche sul tema della missione ad gentes gli studenti volevano poter discutere. Non era una questione di mancanza di fede - come sosteneva il Pirovano - ma una questione di linguaggio: i vecchi missionari che tornavano parlavano di una missione che noi giovani non capivamo più, e noi volevamo fare cose che loro non capivano. Dunque bisognava “andare e vedere”. Vedere per capire, per capirsi.

Padre Battisti sponsorizza l’iniziativa e organizza il giro.

Partono il Gadda e il Lacchini, con il benestare della DG. È il lontano 1970. Tre mesi.

 I missionari della Guinea avevano sentito parlare molto del seminario ma in modo ambiguo. Li attendevano con il freno a mano tirato. Alcuni pensavano che il seminario fosse diventato un centro sociale, dove comanda chi può e obbedisce chi vuole, dove la preghiera era scomparsa e a scuola si dava il voto politico di gruppo…

Appena atterrato a Bissau il Gadda spazza via ogni ambiguità. Come? con in mano una giratubi e una chiave inglese, con le quali aggiusta rubinetti che perdono, pompe di pozzi che non pompano più, motorini che non sia avviano, tetti che si sgretolano… Tutte le missioni vengono beneficate dal suo passaggio. L’impatto con le sue mani polivalenti chiarisce più di ogni parola. L’empatia facilita la reciproca comprensione. Ora si può anche cominciare a discutere.

 Nelle missioni della Guinea incontrano dei giganti!

Uomini eroici - già! - ma che vanno ognuno per conto proprio… ognuno con una sua ricetta per costruire la chiesa africana, ma per lo più refrattari a cercare o ad accettare la contaminazione con la cultura e i valori della società africana. Il risultato visibile – in quegli anni – era quello di una chiesa formato export, ancora molto occidentale, se non addirittura portoghese, dove gli africani erano ancora poco coinvolti nel processo di contestualizzazione del messaggio evangelico. ll dio del missionario volava alto sopra le loro teste che continuavano a pensare il mondo e ad agire in società secondo le loro tradizioni ancestrali…

La necessità della contaminazione (l’inculturazione) e il superamento dell’individualità (ancorché eroica) saranno i temi eterni dei nostri comuni dibattiti negli anni a seguire.

Subito dopo l’ordinazione sacerdotale nel 1972 Giovanni viene destinato al Brasile (in Amapà) dove trascorrerà praticamente tutta sua vita, come un Missionario da manuale: … in Brasile c’è tutto il Giovanni che conosciamo, quello che “si spende” anima e corpo nel lavoro di evangelizzazione nelle comunità di base, nelle parrocchie di città come nelle comunità dislocate lungo il sistema fluviale dell’Amapá, quello che trova modo di rilevare sempre il lato umoristico delle cose anche mentre sta affondando con la sua barchetta - al tramonto - nel Rio delle Amazzoni… ma soprattutto quello che sa accogliere, che sa ascoltare e mettere qualsiasi persona a proprio agio. Il rovescio della medaglia è che è sempre incazzato con i tiepidi e gli scansa fatiche, siano essi laici o religiosi.

E’ davvero impressionante come il Brasile lo abbia temprato nella fede e nella capacità di leggere tutti gli avvenimenti in quella prospettiva.

A riassumere la sua figura di quegli anni basti la bellissima testimonianza colta dalla pagina faceboock di un’amica brasiliana alla notizia della sua morte che lo ricorda così:

“Era un uomo che guardava oltre i piani pastorali: amava le persone. Diceva che nelle cose del Vangelo l'importante era capire " il modo ", perché " a parte ciò che fa schifo " tutto è grazia di Dio. Per me un vero amico, padre, consigliere, pastore... un teologo della semplicità. Un misto di uomo testardo e dolce, un profeta dei nostri tempi. Una persona che conosceva il nome dei nostri figli e li amava... e come li amava!”

Non possiamo terminare senza ricollegarci alla provocazione di quelle prime parole del suo testamento lette in chiesa durante i funerali e rivolte ai presenti ma - credo - anche a quelli della sua casa, il Pime: “pensate a chi dovrà prendere il mio posto nella vigna del Signore”.

E lo facciamo riproponendo un tema che gli stava molto a cuore e con il quale ci ha “stressato” costantemente durante tutto il periodo in cui in Italia era responsabile dell’Alp. Per lui era una questione di rispetto nei confronti del cammino di fede intrapreso dai giovani. Ma anche e - forse soprattutto -  nei confronti del Signore che li suscitava.

Per questo crediamo doveroso riprendere il tema dei laici nel Pime. Se lui fosse ancora con noi, lo farebbe. Lo facciamo noi per lui, con le sue parole dette in uno dei tanti incontri a Busto.

Giovanni dice: “Il Pime ha saputo interpretare al suo nascere (150 anni fa) la missionarietà della chiesa locale e diventarne strumento operativo. Inviava in missione preti e fratelli consacrati, cioè laici vestiti da prete. Così andavano le cose allora.

Adesso siamo qui a Busto nella casa dei fratelli, razza in estinzione.

Dio, padrone delle messi dove sei? …vien da dire.

Ma le cose non vanno troppo bene neanche nel ramo seminaristi: per la prima volta in 150 anni non ci sono in seminario candidati al sacerdozio inviati dalla chiesa locale italiana.

Nascono invece intere genealogie di “nuovi” fratelli: volontari laici che mettono a disposizione della missione un periodo della loro vita: quest’anno sono 21 i candidati laici ai quali si potrebbe consegnare il crocefisso per la missione.

E’ un segno dei tempi che forse bisogna saper leggere, prima di «sfiancare» il Padreterno con le preghiere, addossandogli la colpa della diminuzione di operai nella sua messe…

Se la chiesa locale oggi è segnata sempre più dalla presenza dei laici, occorre - per restare fedeli al carisma originario - «fare spazio» ai laici che si “svegliano” alla missione. Forse il padrone delle messi li sta già inviando e noi non li “vediamo”, resi invisibili dalla nostra rigidità mentale…

La chiesa cambia - Il Pime cambi, cambi mentalità, prenda sul serio questa prospettiva di servizio alla chiesa locale e adegui le sue strutture. Bisogna fare scelte in linea con i segni dei tempi. E con i segnali che ci manda il Padre eterno. O si cambia o si va a finire.

… fin che ci sono giovani così - dicevi -  non si va a finire…

Ciao Giovanni: è stata una grazia incontrarti.

Non ti dimenticheremo.

Non dimenticheremo le tue bottiglie di liquore verde targate Camaldoli, o quelle di grappa nascoste tra i volumi della tua “libreria”, ciascuna con un numero preso in prestito dai salmi corrispondente a quello della gradazione alcolica della bottiglia …

Non dimenticheremo quella tua frase detta nel nostro ultimo incontro - appena un mese fa in Grugana - (18 settembre 2018) - in risposta a qualcuno che si stava chiedendo ‘ma perché noi continuiamo a trovarci? ’: e tu - semplice, spontaneo, lineare - «perché ci vogliamo bene

Non dimenticheremo il tuo humor, come quella espressione “ho la maronite acuta” detta in articulo mortis con un fil di voce agli astanti una manciata di minuti prima che tentassero di far ripartire il tuo cuore col massaggio cardiaco: sono le tue ultime parole su questa terra, un monumento di tenerezza verso le tue sorelle che hai cercato di sollevare dal panico e dalla tristezza fino all’ultimo istante…

Ma non dimenticheremo neanche la “tua” teologia, facile da capire e da tenere a mente: c’è una incalcolabile sproporzione – dicevi - tra l’amore di Dio per me e la mia risposta. Si chiama gratuità (o grazia). Dio mi ama gratuitamente. Cioè "senza proporzione", senza che sia possibile uno scambio alla pari. La religione da sacristi che gestisce lo scambio (l’osservanza dei precetti in cambio della grazia) è una bestemmia. L’unica risposta giusta è lasciarsi amare da Dio. Al resto ci pensa lui. Tutto è grazia.

Ciao Giovanni, troppo veloce anche nell’andartene: avevamo ancora da finire certi discorsi…

Adesso - secondo i libri che abbiamo studiato insieme in gioventù - tu dovresti trovarti in un bel posto, seduto alla destra del Signore… Ma se ti conosciamo bene, possiamo stare certi che  prima o poi - tra una sigaretta e l’altra - troverai il modo di scantonare per scendere a curiosare al piano di sotto - dove dicono faccia piuttosto caldo - a vedere che aria tira e se c’è qualcuno da tirar su o con cui scambiare quattro chiacchiere e un bicchierino… salvo poi tornare di sopra e rassicurare il grande capo: «tranquillo, quello lo conosco io, … è un mio amico» e il Signore, ridendo di gusto – «OK! promosso, fallo venir su anche lui».

Ciao, quelli del Chiii?

Grugana, 24 novembre 2018

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