Il 7 settembre scorso, a Formia (Latina) moriva p. Pasquale Simone, all’età di 80 anni. Così lo ricorda l’amico Raffaele Iavazzo.

Sul terrazzo di casa mia c’è una pianta rigogliosa di basilico a piccole foglie, slanciate e desiderose di sole, nella maturazione virano al nero, così come le profumatissime spighe con i loro semi. È basilico che viene da Nazareth, ha un profumo particolare, un misto d’odori, che facilmente richiamano quella terra benedetta. Il vaso è messo in una posizione strategica, in modo che ogni volta che passo, “strusciando” si leva una nube di aromi cari all’olfatto.

Ogni volta che passo mi ricordo del padre Pasquale, che di quella pianta è stato il donatore generoso e riservato. Lo rivedo ancora nel piccolo giardino della casa Pime di Gaeta, un piccolo hortus conclusus, come nelle più antiche tradizioni claustrali, con una piccola zappa, che al momento del congedo da lui, con un rapido e imprevisto movimento scava una piccola pianta con un po’ di terreno, in previsione del lungo viaggio.

La generosità di Pasquale non faceva concessioni al clamore, preferiva essere timida e silenziosa, accompagnata dalla voce un po’ roca che cercava di minimizzare la grandezza del dono. La voce roca, la risento sempre nella memoria. Voce roca, che aveva sempre a portata di mano la nota di un sorriso. Pasquale rideva specie nella voce, che come il suo carattere fuggiva dall'enfatico. Era una voce che aveva bisogno di poco fiato, perché veniva dal cuore e al cuore parlava, non doveva fare molta strada, non era adatta per essere gridata. Voce roca e asciutta,come è asciutta la sincerità, senza fronzoli, diretta e puntata all'essenziale. Pasquale sembrava l'icona dell'essenziale.

Del sud è nota la festosità un po' chiassosa; non è nota l'essenzialità che mantiene il suo calore anche se rinuncia al ridondante.

Ricordava la sua terra, terra di contadini dalla parola schietta, era di Giano Vetusto. Del mito del dio Giano, padre Pasquale ricordava l'attenzione, lo sguardo rivolto nelle direzioni del passato e del futuro. Aveva della tradizione e della storia un'attenzione rigorosa e piena di rispetto, ma era aperto e disponibile ad ogni buona proposta e questo lo rendeva un educatore amato e di facile approccio. È stato superiore di tanti alunni nel Pime, e mai ho sentito qualcuno che si lamentasse di lui. Aveva dell'autorità il chiaro concetto del servizio e dell'onestà e questo gli è riconosciuto da tutti a distanza anche di anni. Del dio Giano ricordava anche la protezione di tutto ciò che riguardava un inizio e una fine.

Sono tante le cose che Pasquale ha iniziato. Per il carattere schivo non era facile a confidenze che potessero alludere ai suoi meriti. È stato per anni a Ducenta e a Gaeta. A volte solo per caso ti diceva delle sue decisioni innovative da Superiore. E per caso ho saputo del suo impegno al restauro della parte romana della casa di Gaeta, delle cisterne e dei muri ad opus incertum, che ancora fanno bella mostra di sé, nella parte alta del Santuario, dove lo sguardo può giungere fino Ventotene e che ad un orizzonte più limitato si spinge fino alla bella chiesa di san Nilo, che nel buio della notte meglio canta la sua lode a Dio, o sulla spiaggia di Serapo.

Averlo come guida era un incanto. Avessi mai visto una punta di vanagloria per tanta capacità di disponibilità esperta! E ne aveva, di ragioni per farlo. Era straordinario il suo essere partecipe discreto, quasi fino al silenzio, a tanta storia, come per il restauro delle maioliche della Via Crucis e della cappella del Crocifisso. E non dimenticava di essere prete missionario. “Ora che siamo qui, diciamo una preghiera al Signore per ringraziarLo di tanti doni”. Semplice, senza retorica, ma anche senza possibilità di replica, naturale, naturaliter, come dovuto nella elementare considerazione di ogni creatura. Così era la sua preghiera. Naturale, quotidiana, non solenne. Come naturale è il cibo. Naturale, quotidiana e non solenne era la sua ospitalità. Non solenne, ma bella, piena di sostanza, direi religiosa. Improvvisamente, anche mentre parlavi, si allontanava e poteva apparire un gesto di distrazione, ma capivi che non lo era perché tornava portando la bella casa che avevi appena nominato.

Era semplice, un uomo tutto di un pezzo. Sono vecchio e posso dirlo: un vero modello di umanità con cui era bello confrontarsi. Solo negli ultimi incontri ho usato parole più espansive per dirgli quanto gli abbiamo voluto bene. Non era espansivo a parole, era espansivo nel gesto e nella delicatezza con cui ti faceva sentire importante. Se lo chiamavi al telefono e non poteva rispondere, ti richiamava e diceva “Eccoci”.

“Eccoci” a me arrivava sempre come a volere dire “ finalmente eccomi”, come a volersi scusare perfino per un ritardo che non era dipeso dalla sua volontà.

Dicevo della sua protezione di ogni inizio e di ogni fine. Di una fine è stato protettore impotente e con grande dolore. Lo riconosce lui stesso nell'ultima sua fatica di scrittore. È stato redattore di “Venga il Tuo Regno” con una passione rara e commovente. Dire redattore è riduttivo. Di “Venga” è stato perfino postino. Nel difendere il “Venga” ha difeso strenuamente la fedeltà alla storia di Ducenta e alla figura del Beato Padre Manna, che ne fu il fondatore.

Nell'ultimo “Gli altri visti da vicino” si sente l'ansimare dei suoi ultimi sforzi, e si sente la febbre dell'anima sua. Si capisce che è scritto con la fatica di chi spende le ultime energie. Si sente la responsabilità di un testamento e nella verità di un testamento ci rivela la sua sofferenza per la chiusura della Rivista. Si è battuto con vigore, rinunciando in certi momenti alla sua abituale sobrietà. Non ha lesinato gli sforzi.

È stato missionario fedele. Fedele al suo desiderio di apostolino, come aveva detto a Padre Manna a Ducenta.

Sono stato in Brasile, a Ibiporà dove è stato rettore. Una intera ala della Casa del Pime, proprio quella in cui ho potuto svolgere il mio lavoro di formatore, è stata costruita per sua decisione. Ora ci sono i missionari anziani del Pime del Brasile, ma la casa ha l' intenzione di allargare le sue benefiche funzioni, e ancora lo ricordano come un buon missionario, come un pastore che conosceva le sue pecore.

Ciao, caro Padre Simone, non mi sembra vero di non poterti più chiamare. Ciao Pasquale. Mi piaceva chiamarti Pasquale. Ho impiegato del tempo a farlo, all'inizio non mi riusciva facile. Ti ho sempre visto come un Superiore, un Superiore non autoritario, ma un Superiore. Rivedo il tuo passo calmo, calmo come la tua voce, il passo di un uomo che sa dove andare, senza tentennamenti, come la tua fedeltà alle persone a cui volevi bene, la tua fedeltà all'Istituto che hai amato, anche in prove difficili, ne sono testimone.

I tuoi passi ora sono nella luce del Signore nostro. La tua agonia è stata breve, non come la via crucis della tua malattia, che hai affrontato con la sobrietà di sempre, unicamente preoccupato perché non potevi aiutare il tuo Istituto. E prima di perdere il contatto con questa terra, ripetutamente, dolcemente, tenacemente hai ripetuto il Salve Regina, con l'affetto di sempre alla Mamma celeste, la Spes Nostra venerata a Ducenta. Buon viaggio, caro Pasquale. Ora puoi vivere appieno le virtù che hai sempre amato.

Con tanto affetto, Raffaele.

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