Dall’Algeria padre Marco Pagani manda un interessante resoconto del viaggio sulle orme di sant’Agostino, appena compiuto con alcuni confratelli e alcune Missionarie dell’Immacolata.

Un uomo che ha visto crollare Roma, la capitale dell’Impero ormai cristiano, e che è morto nella sua Ippona assediata dai Vandali. Tutto ciò che aveva visto e ammirato durante la sua vita terrena, andava in fumo. Un cambiamento d’epoca, come è quello che noi viviamo oggi. Ciò che allora si credeva eterno non lo era. Fu per lui l’occasione non per un lamento pessimistico sulle sorti dell’umanità, ma per riaffermare ciò che conta realmente. Dopo aver combattuto tutta la vita contro le eresie, anche dentro di sé, poiché visse e condivise il manicheismo per lunghi anni, alla fine della vita le circostanze della storia lo portavano ancora una volta a fissare lo sguardo su Colui che aveva, ahimè, amato troppo tardi, come dice lui stesso.

E per noi oggi, che viviamo nella terra che lo vide nascere e crescere, poi divenire vescovo suo malgrado? Che attualità ha in sé la sua figura? Era questa una delle domande emerse all’inizio della tre giorni in cui cinque Missionarie dell’Immacolata (Serena De Stefani, Lucy D’Mello; Annammal Albert; Jyothi John Pereira; e Maria de Lourdes Santos) e tre padri del Pime (Piero Masolo, Davide Carraro e Marco Pagani) si sono ritrovati ad Annaba, l’antica Ippona, per un momento di convivenza e di approfondimento della sua figura.

Spiega padre Carraro: «Più che un vero e proprio pellegrinaggio, è stato un momento di distensione, un incontro fraterno, che abbiamo voluto fare ripercorrendo i passi di Agostino in terra algerina. È stato un bell’incontro, fraterno, un’occasione preziosa per conoscerci tra padri del Pime e le suore e per formarci assieme su una grande figura della Chiesa. Sono convinto, dopo aver vissuto questi giorni insieme, che attività di questo tipo, che contribuiscono a rafforzare i rapporti e l’amicizia, possono aiutarci a vivere meglio la nostra missione».

Visitare i luoghi dove ha vissuto ed operato sant’Agostino, vuol dire tuffarsi in quella che si chiama l’Algeria romana, antica provincia dell’Impero, la Numidia di allora, di cui si conservano ancora vari siti archeologici, alcuni dei quali legati proprio alla figura del santo vescovo, come Tagaste in cui c’è un ulivo su una collina che domina la città stessa, che la tradizione fa risalire all’epoca di Sant’Agostino. Si dice che sotto questo ulivo egli si riposasse e meditasse. Oppure M'daourouch oggi chiamata Madaure, dove Agostino fece i primi passi nello studio della letteratura e dell’eloquenza. Per terminare ad Ippona, oggi Annaba, dove ai piedi della attuale Basilica in onore del Santo, si estende un vasto sito archeologico in cui, tra l’altro, si possono ancora ammirare le rovine del quartiere cristiano.

Ma in Algeria il cristianesimo non è solo un ricordo dei tempi di Agostino, ma una realtà che si può incontrare, fatta di pietre vive, e che abbiamo avuto l’occasione di vedere il venerdì, alla celebrazione eucaristica festiva della comunità (in Algeria il giorno della festa infrasettimanale non è la domenica ma il venerdì). Una comunità che è riflesso della Chiesa algerina di oggi: studenti sub-sahariani, algerini, europei. Abituati ad accogliere chi viene in visita, siamo stati festeggiati con grande calore.

Un grazie particolare va a p. Francesco Rapacioli, che avrebbe dovuto guidarci in questo percorso alla scoperta di Agostino, ma che per problemi di visto non ha potuto essere presente. Il materiale che aveva preparato è stato un aiuto fondamentale per le buona riuscita di questi giorni passati assieme.

 

 

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