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Quando, nel 1866, Propaganda Fide propose all’allora Seminario per le missioni estere di assumere la missione della Birmania orientale, non mancò di avvisare che si trovava in «territori ancora indipendenti, abitati da tribù in guerra tra loro». I primi tre missionari (Eugenio Biffi, Rocco Tornatore, Tancredi Conti e Sebastiano Carbone) arrivarono a Toungoo nel 1868, scoprendo che in città erano già presenti altri cristiani (battisti) e che la popolazione, in larga maggioranza buddhista, era restia alle conversioni Decisero così di rivolgersi ai “pagani”, ossia ai tribali, disprezzati da tutti. E agli inglesi che li sconsigliavano vivamente («Non potremo più proteggervi!») replicarono: «Andiamo lo stesso, siamo sotto la protezione di Gesù Cristo».

Bastano questi pochi cenni per far intuire come quella scritta dal Pime in Myanmar, nell’arco di 150 anni, si stata davvero un’epopea missionaria, come scrive padre Piero Gheddo nel suo monumentale “Missione Birmania” (Emi), uscito 10 anni fa.

«Un’amicizia lunga un secolo e mezzo», la chiama il Superiore generale dell’istituto, Ferruccio Brambillasca, che oggi e domani partecipa a Taungngu, insieme con una nutrita rappresentanza della Chiesa locale, alle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’arrivo in Birmania dei primi missionari del Pime. In effetti, la storia del Pime in Birmania è una grande avventura di fede, coraggio e martirio, mischiata, ovviamente, ai limiti e alle fragilità del tempo (la sensibilità ecumenica – ad esempio – all’epoca non era viva come oggi e i missionari del tempo, talvolta, usano nei confronti dei battisti espressioni che oggi ci sorprendono…).

Fin dall’inizio, i missionari del Pime si proposero di raggiungere le regioni al di là del fiume Salween (che divide la Birmania centrale da quella orientale). Da allora, il Pime ha continuato ad operare in una delle zone più difficili dell’Asia, non lontano dal famigerato Triangolo d’oro, al confine con Laos e Thailandia, tra minoranze etniche, ieri come oggi, in rapporti molto tesi con Yangon.

Nell’arco di un secolo e mezzo, il Pime ha fondato in Myanmar ben cinque diocesi: oltre a Taungngu, quelle di Kengtung, Taunggyi, Loikaw e Pekhon. Ed è proprio a vescovi, sacerdoti e religiosi di quelle diocesi che il cardinale Fernando Filoni, prefetto di Propaganda Fide, ha inviato un messaggio, in cui esprime sentimenti di stima per il lavoro iniziato dai missionari del Pime.

«Avendo visitato recentemente la vostra bella nazione con papa Francesco, condivido i suoi sentimenti di stima e sono testimone dei molti frutti dell’opera di evangelizzazione iniziata molto tempo fa dai padri del Pime, perché “la Chiesa del Myanmar è viva, Cristo è vivo ed è qui con voi” (Omelia del Santo Padre, 29 novembre 2017). La forza della vostra piccola ma vivace Chiesa è riconducibile all’eroismo dei primi missionari e alla perseveranza e alla fede di quanti si sono uniti a loro nella predicazione del Vangelo con amore, fino a questo tempo di oggi». Filoni, poi, fa esplicitamente cenno a padre Mario Vergara, beatificato nel 2014 insieme al suo catechista Isidoro Ngei Ko Lat, primo martire della Chiesa del Myanmar; due figure che dicono come l’amicizia con il popolo della Birmania sia costata al Pime un alto prezzo, la vita di cinque missionari, uccisi negli anni tra il 1950 e il 1955; tra loro

«Questa occasione – continua il cardinale Filoni nel suo messaggio - è un tempo opportuno per ringraziare i padri del Pime, tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente nella vigna del Signore nel Myanmar Orientale, coloro che oggi spendono la loro vita al servizio della Chiesa locale (...). La visita pastorale di papa Francesco è stato il frutto di molte fatiche lungo i 150 anni di fedele testimonianza a Cristo e al Suo Vangelo». In effetti, in terra birmana hanno operato molte figure e di grande rilievo: tra gli altri, fratel Felice Tantardini, missionario laico di cui è in corso il processo di beatificazione e i beati Paolo Manna, fondatore della Pontifica Unione Missionaria e Clemente Vismara, “patriarca” della Birmania.

La travagliata vicenda politica del Paese (che negli anni Sessanta intraprese la “via birmana al socialismo”) portò nel 1966, dopo la confisca dei beni ecclesiastici, all’espulsione di tutti i missionari entrati prima dell’indipendenza, proclamata nel 1948. Del Pime restarono in 29, anche a costo di gravi rischi. L’ultimo fu padre Paolo Noè, morto nel 2007 dopo 59 anni trascorsi in aree fino a poco tempo fa inaccessibili agli occidentali per via della guerra con gli indipendentisti locali.

In tempi recenti il Pime ha continuato ad appoggiare la Chiesa birmana con brevi soggiorni di missionari per corsi di formazione (a causa dell’isolamento politico l’aggiornamento pastorale dopo il Concilio sta avvenendo con grande ritardo), oppure accogliendo per lo studio seminaristi birmani in Italia. A sua volta la Chiesa del Myanmar ha donato, negli ultimi anni, varie vocazioni missionarie al Pime e alcuni giovani già operano da anni in vari Paesi annunciando il Vangelo “ad gentes”.

Padre Brambillasca conferma: «In questi 150 anni molte cose sono cambiate, ma l’affetto del Pime per questa terra e questa Chiesa non è mutato. Abbiamo dato a questa terra dei beati, dei martiri e tanti missionari. Ora la Chiesa in Myanmar può camminare da sola, ma noi del Pime, se ci sarà richiesto, saremo sempre pronti ad aiutarla».

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