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Entrando in contatto con le varie tribù birmane, fratel Felice si dimostra un attento e preciso osservatore dei loro usi e costumi. Per quanto riguarda l’abbigliamento, osserva: “I Birmani non li avevo mai visti e sono di una razza tutta diversa sia nel fisico che nel costume. 99 per cento sono senza barba e baffi non perché si radono - allora neppure i capelli si tagliavano - ma perché di natura senza questi. Le gonnelle sono eguali a quelle delle donne: solo il modo da agganciarle alla vita è diversa. Al primo vederli sembrano tutte donne”[1]. L’osservazione feliciana può essere integrata con quanto scrive padre Brambilla: “Il vestito del campagnolo birmano consiste in una giacca di cotone dalle ampie maniche, una sottana, pure di cotone, che va fino al polpaccio ed un turbante. Nel vestito della donna la sottana arriva fino alle caviglie: la donna non porta turbante”[2]. Nel mese di aprile e di maggio del 1960 fratel Felice si trova a Kengtung nel nord della Birmania, sul confine con il Siam e la Cina. Lavora nella missione di padre Cesare Colombo[3] e ha modo di stare in mezzo alla tribù Akhà: resta colpito dal loro costume tradizionale, come si desume dalle didascalie riportate sul retro di alcune fotografie scattate in quel periodo.

Non mancano poi accenni alle abitazioni molto diverse da quella della sua Valsassina. “Le loro case sono di solito come palafitte per avere spazio sotto casa da rinchiudere i maiali di notte e la legna da ardere per il tempo delle piogge (queste durano dai 5 ai 6 mesi intercalate da qualche settimana). Ogni tanto lavorano i loro campi, tagliano i boschi: per questo si alzano molto presto al mattino, di solito al primo canto del gallo, perché chi fa l’orologio è il gallo. Anch’io fui parecchi anni senza orologio e sia il gallo che il sole non si sbaglia di molto riguardo a orario. Certamente che qui non si deve prendere né treno né pullman: queste cose non si vedono che in città. La maggior parte non videro mai né treno né camion e di pullman non ce ne sono in Birmania, almeno io non ne vidi uno ancora. Da questo è facile capire come il missionario per essere utile alla salvezza di questa gente deve dimenticare le comodità di cui era abituato in Europa e accettare con animo grande i disagi e conformarsi alla vita di questa gente”[4].

Un altro aspetto indagato da fratel Felice è quello della religione cariana. “Questa gente sono quasi tutti animisti[5]: senza idoli o religioni proprie credono agli spiriti e temono gli spiriti del male che li può far ammalare e morire. Tra di loro vi è sempre stato qualcuno che faceva lo stregone e aveva un ascendente molto temuto dalla povera gente. Naturalmente sentivano il bisogno di avere qualcuno che potesse propiziare questi spiriti più efficacemente che le loro offerte che facevano a seconda del bisogno. Con l’avvento dei Missionari a poco a poco la gente capì che gli stregoni non avevano alcun potere sugli spiriti e non erano nient’altro che imbroglioni. Tuttora ve ne sono ancora alcuni nei villaggi pagani, ma anche a questi il loro prestigio è diminuito di molto”[6].

In occasione, infine, dei funerali, si canta e si fa chiasso per tutta la notte: “così è il costume cariano per la loro di sacra tradizione”[7]. Completano il quadro, oltre alle fotografie, le seguenti, puntuali note di padre Brambilla: “Il morto vien messo in una cassa di legno, o, meglio, in un tronco d’albero scavato, la cui apertura è più stretta dell’interno di modo che il morto vi vien messo di traverso. Queste casse vengono preparate molto tempo prima e se ne vedono dappertutto. Il defunto vien vestito a nuovo, e involto in una coperta pure nuova. La cassa si lascia scoperta e tutti vanno a vedere; non si fanno condoglianze alla famiglia. Gli uomini o tacciono o chiacchierano come se nulla fosse. Solo le donne fanno un piagnisteo stereotipato. I parenti del defunto, anche se poveri, danno da mangiare ai visitatori. Anzi non si fa altro che mangiare più che si può fino alla sepoltura, dopo la quale, finisce la veglia e la crapula. I pagani amano seppellire assieme al morto cose di suo uso: braccialetti, collane di pietre dure, agate, utensili di cucina e strumenti musicali, specialmente i chisi, specie di tamburi generalmente di metallo. I cariani ci tengono molto a seppellire i loro morti nel cimitero dei loro antenati anche se venissero a morire lontani da casa. Spesso fanno loro delle oblazioni”[8].

Marco Sampietro

Da “L’Angelo della Famiglia”. Bollettino Parrocchiale di Introbio, a. 88, n. 1, gennaio-marzo 2019, pp. 7-9

 


[1] F. Tantardini, Quarant’anni in Birmania. Diario di vita missionaria, Introduzione a cura di don C. Luraghi e M. Sampietro, testo e note a cura di M. Sampietro, Parrocchia di S. Antonio abate, Introbio 2005, p. 37.

[2] G. Brambilla, Il Pontificio istituto missioni estere e le sue missioni, Memorie, vol. IV, Toungoo e Kengtung, Pime, Milano 1942, p. 10.

[3] Cfr. la lettera pubblicata in F. Tantardini, Il fabbro di Dio. Con rosario e martello missionario in Birmania. Autobiografia, lettere e testimonianze, EMI, Bologna 2016, pp. 178-179. Sul PIME in Birmania cfr. P. Gheddo, Missione Birmania 1867 - 2007. I 140 anni del Pime in Myanmar, EMI, Bologna 2007.

[4] Tantardini, Quarant’anni in Birmania, cit., pp. 45-46.

[5] I cariani erano ancora animisti, a differenza dei birmani (la terza razza maggioritaria in Birmania) che erano per lo più buddisti. Attualmente la religione predominante è il buddismo; cospicue sono le minoranze di musulmani e induisti.

[6] Tantardini, Quarant’anni in Birmania, cit., p. 38.

[7] Tantardini, Quarant’anni in Birmania, cit., p. 58.

[8] Brambilla, Memorie, vol. IV, Toungoo e Kengtung, pp. 26-27.

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