Sono ormai alle porte i festeggiamenti dei 70 anni di presenza del PIME in Amapá, nel nord del Brasile. Coordinati da p. Francesco Sorrentino, coinvolgeranno i vari gruppi presenti nelle parrocchie guidate dal PIME. Molti laici si stanno dando da fare collaborando in vari modi.

Due i momenti pensati per questa data importante. Il primo sarà di taglio culturale, con una tavola rotonda sul tema: “Pime: 70 anni di presenza nell’Amapá”, presso l’Università Statale dell’Amapá. (27 luglio 2018). Saranno presenti alcune autorità, molti amici del PIME e soprattutto giovani universitari. L’evento si aprirà con un vídeo, cui seguirà la discussione del tema, alla quale parteciperà p. Angelo Da Maren ed infine una presentazione artística del gruppo di universitari del “Projeto Areópago” (un progetto di pastorale universitaria del PIME, accompagnato da padre Sorrentino). Tutti i partecipanti riceveranno in omaggio una copia dell’ultimo libro di padre Costanzo Donegana, missionario, giornalista e scrittore: “Pime: traços de uma bela história”.

Per quanto riguarda l’aspetto religioso, il 28 luglio si terrà una Santa Messa solenne presieduta da mons. Piergiuseppe Conti, vescovo della Diocesi di Macapá e concelebrata dai padri del PIME, daí sacerdoti diocesani e religiosi presenti in diocesi. Durante la Messa ci sarà il rito di ínvio missionario, con la consegna del Crocifisso a padre Marcelo Faria dos Santos, primo missionário del PIME originario di questa terra e destinato al Giappone. Dopo la Santa Messa, la festa si chiuderà con un rinfresco organizzato daí laici, con il momento tanto atteso della torta di circa due metri.

Ripercorriamo gli inizi della presenza del PIME in Amapá attingendo al libro di padre Piero Gheddo sulla storia dell’Istituto.

«Il primo missionario del Pime in Amazzonia è padre Aristide Pirovano, che dal 12 aprile al 19 maggio 1947 compie un viaggio esplorativo, assumendo due impegni: la missione di Macapá (dipendente dalla prelazia di Santarém) e una parrocchia a Manaus come base per una missione da fondare sul Rio Madeira. L’Amapá aveva a quel tempo non più di 40.000 abitanti (oggi circa 600.000) dispersi su un territorio vasto come due terzi dell’Italia, quasi inesplorato.

Pirovano così descrive la situazione religiosa nel 1948: «In passato il territorio dell’Amapá era stato evangelizzato dai gesuiti e dai francescani, in modo però saltuario: non vi fu mai una missione stabile. All’inizio del nostro secolo i missionari tedeschi della Sacra Famiglia avevano assunto la missione di Macapá (capitale del territorio dell’Amapá), ma non erano mai stati più di tre-quattro sacerdoti per volta. Quando siamo arrivati noi nel 1948 rimanevano due missionari, veramente eroici ma del tutto isolati. Gran parte degli abitanti si dichiaravano cattolici, ma la loro religione si riduceva al battesimo dato in famiglia ed a qualche festa religiosa una volta l’anno o anche meno, quando passava il sacerdote a visitarli».

I primi 22 missionari del Pime si dividono in due gruppi: il 29 maggio 1948 12 di essi sono con Pirovano a Macapá, 8 proseguono con p. Alberto Morelli (reduce dall’Etiopia) verso Manaus e il Rio Madeira. Macapá a quel tempo aveva circa 3.000 abitanti (oggi è vicina al mezzo milione).

P. Lino Simonelli racconta: «Era un grosso villaggio con casupole di legno, fango e paglia, tutte raccolte attorno alla cattedrale, costruita dai portoghesi nel 1761, di terra pressata. Non c’era un solo ponte e per passare gli ‘‘igarapé’’ (piccoli corsi d’acqua) che attraversavano tutto l’abitato si camminava su tronchi d’albero traballanti. Io camminavo a quattro zampe, i bambini ridevano».

La casa che i missionari trovano è un capannone di legno col pavimento di terra, senza nemmeno una sedia. La vita dei missionari è stata eroica, per l’isolamento e la mancanza di ogni comodità: il cibo quasi solo farina di mandioca e pesce, con acqua di fiume come bevanda. Il pane e la coltivazione delle verdure in Amapá li ha introdotti il Pime, i primi missionari facevano battute di caccia per procurarsi carne. I mezzi di trasporto erano la canoa a remi e la barca a vela, il cavallo, oppure si andava a piedi. Le prime biciclette le hanno portate i missionari.

Il primo apostolato in Amapá è descritto da padre Lino Simonelli: «All’inizio si inventava ogni giorno qualcosa di nuovo per annunziare Gesù Cristo e andare incontro al popolo. Padre Pirovano aveva questa grande qualità: dava la massima libertà, voleva che ciascuno inventasse qualcosa, si esprimesse al meglio in campo religioso e sociale. Cerqua e Basile venivano dal sud Italia e sentivano la tradizione delle missioni popolari. Avevano una grande croce costruita da fratel Mazzoleni, la piantavano da qualche parte e predicavano per le strade. La gente accorreva numerosa al suono di una campanella. Uno faceva l’ignorante e poneva domande e obiezioni, l’altro faceva il sapiente e rispondeva. Era una drammatizzazione del catechismo, una specie di teatro, non c’erano altri diversivi. Poi si pregava.

Padre Vittorio Galliani veniva da Milano e aveva nel sangue la tradizione dell’oratorio. Fin dal primo giorno disse: ‘‘Qui ci vuole un oratorio!’’. Incominciò con un bel campo da pallone e i ragazzi venivano da tutte le parti, poi le filmine, gli incontri di catechismo. Quando abbiamo fatto il primo film (a otto millimetri) sulla vita di Gesù, uomini e donne piangevano di commozione, persino il governatore Janarí piangeva. All’inizio il mio ministero era di visitare le famiglie e mi rendevo conto che non c’era il matrimonio: si mettevano insieme, facevano figli e poi si lasciavano per unirsi ad altri. Abbiamo fatto una campagna per il matrimonio in chiesa: giravamo per le capanne, una ad una, per sentire la situazione familiare, discutere, convincere».

La prima preoccupazione di padre Pirovano, superiore della missione, è di fondare parrocchie nei centri più importanti e visitare le comunità disperse. I primi a stabilirsi fuori di Macapá (nella cittadina di Amapá) sono i padri Angelo Bubani e Giorgio Basile, nell’ottobre 1948; seguono, in dicembre, Carlo Bassanini e Vittorio Galliani a Oiapoque; Angelo Negri va con Simone Corridori nell’isola di Santana, da dove visitano la regione di Mazagão e vi si stabiliscono nel 1951. Bubani e Basile vanno ad Amapá in barca a vela. Trovano una chiesetta di legno cadente con una stanzetta sul soffitto.

«La nostra vita — dice Bubani — era un continuo viaggiare, in barca a remo o a vela, a cavallo, a piedi, per visitare le comunità disperse. Uno di noi due stava in giro un mese poi tornava a casa a riposare e partiva l’altro missionario. Si mangiava quasi solo farina di mandioca e pesce. La nostra parrocchia era estesa 40.000 kmq., siamo arrivati ad avere 40 scuole in cui insegnare catechismo. La gente era molto religiosa e voleva il prete, ma noi eravamo solo due».

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